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Paranoia e totalitarismo
post pubblicato in Psiche e Libertà, il 25 agosto 2010

Paranoia e totalitarismo

Paul è morto (e io mi sento poco bene)

 

di Luigi Corvaglia


1. Nuovo Ordine Mentale

Il mondo è governato dalla massoneria. Si sa. Paul McCartney è morto ed è stato sostituito da un sosia. E’ certo. Solo gli ingenui e gli sprovveduti non lo sanno. Basta conoscere le prove. Cioè, non le prove, gli indizi. Già. Infatti, ai cospiratori piace lasciare una gran mole di indizi. Se amate l'ordine e la pulizia non invitate a casa cospiratori. Lasciano indizi dappertutto. E non vengono via. Il mondo è pieno di indizi. Tutto sta a collegarli fra loro. Una volta collegati, non importa come, diventano prove. Dopodiché la verità balza in tutta la sua evidenza. E’ grazie all’impagabile dedizione di coloro i quali si piccano di mettere insieme i “segni” che oggi sappiamo che la massoneria governa il mondo e che Paul è morto. Grazie, oh voi che collegati i segni.  E' per merito vostro che ora sappiamo che una cupola dell’alta finanza ebraica si impegna segretamente da decenni per imporre il “Nuovo Ordine Mondiale” mediante la creazione artificiale di conflitti. Lo sappiamo tutti. Qualche esempio di indizi che fanno delle prove? Beh, è noto perfino ai bambini che la banconota da un dollaro è colma di simboli massonici. Cioè, meglio, da simboli degli “Illuminati”[1], la setta di cui la massoneria è solo un braccio, ma non perdiamoci in sottigliezze. Affermare poi che questa mole di simboli massonici sulla moneta americana significhi che la massoneria, tramite gli USA, stia governando il mondo necessita solo di un piccolo salto logico. Un buon investigatore di complotti non si lascia intimidire da un saltino. Conspiratio facit saltus. La banconota da un dollaro, dunque. Vi compare la data 1776 (alla base della piramide del Gran Sigillo sul retro), che è l’anno di fondazione degli “Illuminati da Baviera” ad opera del massone Adam Weishaupt. Vi compare, altresì, la data del 1789 (nel simbolo del Dipartimento di Stato sul fronte), anno dalla Rivoluzione Francese, che, come è noto, fu opera della massoneria. Chiaro, no? Non ancora? Scettici. Va bene. Provvedo a fornire prove inconfutabili. Sul retro, nel Gran Sigillo, infatti, è scritto chiaramente Novus Ordo Seclorum. Qualcuno può negare che ci si riferisce al Nuovo Ordine Mondiale che l’elite del potere sta imponendo al pianeta? E poi, la scritta è sbagliata! Si dovrebbe dire “Novus Ordo Seculorum”. Un evidente errore ortografico che fa si che la “divisa” «Novus Ordo Seclorum» risulti composta di 17 lettere invece di 18. Perché allora inserire volutamente un errore? Cosa significherà mai il numero «diciassette»? Cioè, certo, porta sfiga, si sa, ma qualche esperto ci dice che “Esso equivale alla «privazione della perfezione celeste altrimenti rappresentata dal numero 18” [2]. Diviene ora evidente l’aspetto luciferino della cosa.

 

Ma questa non è la sola scritta con cui baloccarsi di numerologia. Tredici lettere, infatti, formano la scritta E Pluribus Unum (da molti, uno) , sull’altro lato del Gran Sigillo, frase che sta ad indicare proprio il Nuovo Ordine Mondiale, l’esito finale del processo di uniformazione, tramite la globalizzazione economica e del Diritto operata dalle organizzazioni sovranazionali (ONU, ecc.), di tutto il pianeta in un unico mega-stato (uno da molti, appunto). Tredici, dicevamo. Il numero ritorna nell’Aquila, simbolo degli USA, che mostra sul corpo 13 strisce bianche e rosse alternate e tiene nella zampa sinistra un fascio di 13 frecce. Nell’artiglio destro un ramoscello d’ulivo con 13 foglie. Sullo sfondo 13 stelle su campo azzurro. 13 sono anche i gradini della piramide sul retro, sormontata dal triangolo rappresentante Dio (l’occhio che tutto vede). Sopra il vertice della piramide di 72 mattoni (numero sacro di Babilonia….) compare la scritta Annuit Cœptis, anch’essa di «tredici» caratteri il cui significato è: «la divinità ha acconsentito» o anche «approva le cose iniziate», o, ancora, molto più inquietantemente, “arride agli iniziati”. Bisogna essere ciechi ed ottusi per non leggere il senso di tutto ciò! Nei 22 Arcani Maggiori dei Tarocchi, infatti,il 13 è raffigurato con la «Morte», intesa come trasformazione, cambiamento e rinascita. Nella tradizione cristiana, in cui Giuda il traditore è legato al tredici (Gesù più dodici apostoli), è considerato il numero della gerarchia infernale. Ecco perchè in pizzeria non vogliamo mai essere in tredici a tavola. Per alcuni studiosi di Cabala e dell'alfabeto ebraico il «tredici» è simbolo di distruzione e morte. E, guarda caso, 13 era il numero degli “Eletti Superiori” degli Illuminati di Baviera. Non c’è più da discutere. Chi ancora rifiuta questa amara verità, cioè che gli Stati Uniti sono il paese dal quale la cupola massonica, costituita fondamentalmente dalle grandi famiglie ebraiche, governa il pianeta, è irrimediabilmente pazzo. Almeno quanto lo è chi ancora crede che Paul McCartney sia vivo. Non si può pensarlo dopo che schiere di attenti studiosi hanno analizzato e svelato i messaggi in codice che i Beatles hanno disseminato nei testi delle loro canzoni e nelle copertine dei dischi [3]. Le più note, riguardano la celeberrima copertina di Abbey Road, la “banconota da un dollaro” della teoria del “Paul Is Dead” (PID)[4].

Qui Il gruppo attraversa la strada in fila, e gli abiti suggeriscono davvero una processione funebre: “apre John completamente vestito di bianco (sacerdote o forse angelo), Ringo con un sobrio completo nero che potrebbe far pensare al portatore della bara, Paul scalzo, con gli occhi chiusi, tiene la sigaretta con la destra pur essendo mancino (…) e infine George in jeans e clark potrebbe far pensare al becchino in abiti da lavoro per scavare la fossa. Paul, inoltre, è l'unico dei Beatles fuori passo rispetto agli altri, forse a simboleggiare la sua estraneità al vero gruppo. Sulla targa del "maggiolino" ("beetle") Volkswagen bianco parcheggiato a sinistra, si legge "28IF" - "28 SE", interpretato come "28 anni SE fosse ancora vivo". (…) Anche alla luce di questo il resto della targa, "LMW", è stato letto come "Lie 'Mongst the Wadding", poemetto dello scrittore americano Stephen Crane anch'egli morto a 28 anni (il suo viso appare seminascosto da una mano sopra la testa di Paul nel famoso collage di Sergeant Pepper's). Altri hanno letto "LMW" come “Linda McCartney Widowed" (vedova) o come "Linda McCartney Weeps" (piange)[5].

Certo, poi, le forze del male costituita da depistatori, “insiders” o burloni possono sempre immettere dei dati di disturbo di nessun valore in queste incontrovertibili tesi. Ad esempio, qualcuno può ricordare che, essendo la foto di Abbey Road stata scattata l’8 Agosto del 1969, Paul McCartney di anni ne avrebbe avuti 27, che sulla copertina di Beatles For Sale, del 1964, cioè prima della presunta morte avvenuta in un incidente stradale nel 1966, l’artista teneva già la sigaretta nella mano destra e che, se egli fosse realmente deceduto in quell’anno, a piangere sarebbe stata la sua fidanzata di allora, Jene Asher, non Linda, che il Paul del ‘66 neppure conosceva. Così, a proposito della banconota, qualche prezzolato potrebbe arrivare a insinuare che la data del 1776 sia, banalmente, quella della Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti, che la data 1789 sul logo del Dipartimento del Tesoro sia, pensate un po’, la data di fondazione di detto Dipartimento (entrambe realtà storiche documentate), che 13 erano le colonie che fondarono il paese unendosi fra loro (E pluribus unum) e che la scritta Novus Ordo Seclorum, non solo non sia errata, ma non significhi neppure “Nuovo Ordine Mondiale”. Infatti, la formula contratta (seclorum per seculorum) era in uso e il termine non si riferiva al mondo (mundus), bensì ai secoli. La frase, quindi, era un riferimento agli ideali egualitari professati dai padri fondatori (novus ordo, organizzazione nuova, nel senso di inedita democrazia nell’era dell’ineguaglianza e dell’assolutismo monarchico) che doveva durare attraverso il tempo (nei secoli, seclorum). Per finire, la frase Annuit Coeptis è tratta dalle Georgiche dell’incolpevole Virgilio e fa riferimento all’azione della provvidenza[6]. E’ chiaro al lettore più scaltro e meno sprovveduto che queste obiezioni, colpevoli di un eccesso di logica e di adesione al principio del “rasoio di Occam” (cioè “se esiste una spiegazione semplice ed una complessa, rigetta quest’ultima”) non minano le teorie del complotto. Fra questi svegli individui, i più svegli di tutti sono i paranoici.

 

2. John è morto (e l’ha ucciso la CIA)

 

Fra i paranoici famosi, un posto di riguardo lo merita proprio il sodale di Paul McCartney: John Lennon. Matthew Schneider, docente di letteratura Inglese e comparata alla Chapman University, ha scritto uno splendido saggio sulla creazione del mito prendendo appunto spunto dalle caratteristiche paranoidi di Lennon. Il saggio, intitolato Quel che importa è il sistema!" I Beatles, la "Trama di Pasqua" e la narratività complottistica[7], inizia con uno stralcio di intervista al figlio del musicista, Sean Lennon, il quale afferma che il padre sarebbe stato ucciso dal potere governativo americano. L’ affermazione denuncia la similitudine dei processi di pensiero di padre e figlio. Il padre, infatti, era da sempre affascinato dalla narratività complottistica e, secondo Schneider, a fornirgli la chiave di lettura cospirazionista della storia sarebbe stato un best-seller del 1965: The Passover Plot (La trama di Pasqua), di Hugh Schonfield. Quest’ultimo, forte di vaste conoscenze del mondo giudaico, era arrivato a tessere con tutte le fonti antiche a lui disponibili una storia che spiegava tutti gli eventi menzionati nei Vangeli su basi interamente razionali e a ipotizzare che Gesù Cristo, con l’aiuto dei dodici discepoli, avesse inscenato la sua morte e resurrezione al fine di provare che questo figlio di un falegname galileo era il Messia la cui venuta era stata predetta da certe sette giudaiche circa un secolo e mezzo prima della sua nascita. Un complotto, appunto. Per la cronaca, comunque, il piano non sarebbe andato liscio. Pare che non si fosse tenuto conto dell’eventualità della ferita al costato! Infatti, dopo essere stato liberato dal sepolcro, il nazareno morì realmente a causa del dissanguamento. Ad ogni modo, questo complotto, secondo l’autore, sarebbe la vera base del cristianesimo, dal momento che da esso la Chiesa antica avrebbe costruito la sua narrazione canonica della morte e resurrezione di Gesù di Nazareth cucendo insieme racconti contraddittori di testimoni, frammenti di dati storici irrelati, e persino pezzi da opere di narrativa come L'asino d'oro di Apuleio. Se la prima fase della Trama di Pasqua fu architettata da Gesù stesso, la fase due è costituita dalla ricostruzione da parte della Chiesa antica. Scrive, quindi, Schneider:

Schonfield insegnò a Lennon (…) a cercare i modi in cui la profusione caotica di eventi, interessi in conflitto e testimonianze contraddittorie possono essere tessuti in una narrazione escatologica senza smagliature apparenti. Lennon si rese conto che, per rendere manifesta e profittevole la loro importanza quasi religiosa nelle vite dei loro fan, I Beatles avevano soltanto bisogno di fornire una quantità di dettagli allettanti e apparentemente slegati: si poteva contare sul fatto che i loro seguaci, come i primi padri della Chiesa, avrebbero entusiasticamente intessuto, a partire da quei dati, una narrazione personalmente e culturalmente significativa[8].

A tal proposito, è necessaria una breve digressione psicologica. Usando il linguaggio di Jean Piaget, possiamo ricordare che uno sviluppo cognitivo equilibrato prevede l’utilizzo tanto dell’assimilazione, quanto dell’accomodamento. Per “assimilazione, si intende l’inserimento di nuovi dati nelle strutture cognitive preesistenti (ad esempio, particolari visioni del mondo, teorie, concetti, ecc.), mentre per “accomodamento” si intende la modifica di questi schemi precedenti all’entrata di nuove configurazioni di stimoli incompatibili con la passata struttura del sistema. Centrale nella psicologia cognitiva il concetto di invalidazione. Con tale termine si vuol descrivere un evento in grado di far venir meno la veridicità percepita di un costrutto mentale, una previsione non confermata. Davanti a una invalidazione, se il sistema di funzionamento schizofrenico privilegia in maniera esclusiva l’accomodamento, per cui non esiste un mondo stabile, perché viene continuamente “accomodato” dai dati in entrata, mettendo a rischio la stessa identità dell’individuo, la scelta paranoica comporta un’ipertrofia dei meccanismi di assimilazione. Ne deriva che, in quest’ultimo caso, il nucleo del delirio viene difeso ad oltranza, anche di fronte a dimostrazioni di segno opposto, tramite la costruzione di ipotesi ad hoc. Il paranoico assimila sempre e piega i nuovi input assimilati ai fini della teoria paranoide. Esemplare, a proposito delle difficoltà che incontra la teoria del “PID Conspiracy” rispetto all’età reale di McCartney nel 1969 è la risposta che alcuni teorici del complotto hanno dato. Essi hanno spiegato che in certe (imprecisate) "società eschimesi" gli anni di vita sono numerati dal concepimento in modo che un bambino comincia la sua vita all'età di un anno. Qualche scettico potrebbe continuare a non vedere cosa ciò abbia a che fare con McCartney che eschimese non è. Invece, una relazione c’è! Sulla copertina di Magical Mistery Tour uno dei Beatles indossa una maschera di tricheco, e nella canzone "Glass Onion" John Lennon canta: "Here's another clue for you all: the walrus was Paul". [Ecco un'altra indicazione per tutti voi: il tricheco era Paul] [9].

 

Dal momento che i trichechi vivono nell'Artico come gli Eschimesi, noi dovremmo contare gli anni di McCartney al modo "eschimese". Ecco un magnifico esempio sia dell’ assimilazione del nuovo input - in effetti, si accoglie il dato che McCartney all’uscita di Abbey Road non aveva (non avrebbe avuto….) 28 anni, bensì 27 – sia di una ipotesi ad hoc in grado di permettere l’assimilazione senza dover “accomodare” la teoria – la soluzione dell’eschimese.

Ritornando al saggio di Schneider, questi punta l’attenzione su due aspetti estremamente interessanti della faccenda. Il primo è che elementi assolutamente scollegati fra loro e buttati alla rinfusa tendono ad essere unificati, dai singoli e dalla collettività, in un quadro dotato di senso e, anzi, proprio “ l'apparenza di rapporti meramente accidentali o fortuiti tra degli elementi è, secondo questo modo di pensare, l'indicatore più certo della presenza di una storia occultata, in attesa di essere portata alla luce”[10]. Una sorta di horror vacui porta il sistema cognitivo dell’uomo a produrre sistemi dotati di senso. Il secondo dato degno di attenzione evidenziato da Schneider riguarda la qualità “politica” della narratività complottistica:

Due aspetti dell'ultima fase dei Beatles--lo sperimentalismo iconografico e musicale di Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band e il mito di "Paul is Dead"--mostrano le due varietà principali del pensiero complottistico. Nella sua modalità positiva, il pensiero complottistico rispecchia un genere particolare di ingenuità intellettuale--l'abilità di costruire un mosaico interessante e perfino piacevole a partire dalla casualità degli eventi. Ma poiché il pensiero complottistico assume che qualche intenzionalità onnicomprensiva sia sempre all'opera--il "sistema" ha le sue mire--l'ingenuità intellettuale lascia il campo, infine, alla paranoia. Questa è la tendenza inevitabile della narratività complottistica. Anche se iniziato per gioco, il pensiero complottistico finisce invariabilmente per evocare lo spettro vendicatore del sacro.[11]

“Qualche intenzionalità onnicomprensiva”, “il sistema”, “spettro del sacro”?

 

3. Cambiare il mondo senza farsi male

K. Popper definiva il modo di pensare illustrato riguardo alla vicenda “Paul Is Dead”, quando applicata alle scienze sociali, “teoria cospirativa della società”. E’ l’idea, frutto della concezione “costruttivistica” della società, che laddove esistono fenomeni sociali negativi, dietro vi è qualcuno che ha cospirato per portare a compimento detti fatti. Per “costruttivismo”, in questo caso, si intende la teoria secondo la quale tutte le istituzioni – quindi, lo Stato, il diritto, l’economia, ecc. – sarebbero l’esito di piani intenzionali, elaborati e portati a termine razionalmente da individui o gruppi. La teoria cospirativa della società, quindi, del costruttivismo sociale è la versione accusatoria. Se, infatti, tutto è pianificato, dietro ogni evento negativo c’è un piano maligno ordito da cospiratori. Fatto è che la teoria che qualunque cosa avvenga nella società sia frutto di un “disegno intelligente” è assolutamente erronea. Come ha scritto Carl Menger, “il diritto, il linguaggio, lo Stato, la moneta, il mercato, tutti questi istituti sociali sono nelle varie forme fenomeniche e nelle loro incessanti mutazioni, in non piccola parte, il prodotto spontaneo dell’evoluzione sociale.”[12] E’ quasi divertente, del resto, immaginare un gruppo di uomini seduti in cerchio a definire i termini, le regole grammaticali e la sintassi di una lingua. E in che lingua si comunicherebbero tali invenzioni? E in che modo le imporrebbero alla stragrande maggioranza degli individui che non avrebbero partecipato alla creazione dell’idioma? Eppure, la teoria costruttivistica continua a serpeggiare dove ha sempre serpeggiato, ossia nelle viscere del pensiero utopico. Qui si intende per “pensiero utopico”la versione deteriore dell’afflato al cambiamento, cioè la teoria di poter realizzare, libretto di istruzioni in mano, un mondo nuovo, di costruirlo, appunto, in modo razionale, come l’assemblea dei primitivi avrebbe costruito la lingua italiana. Ciò comporta un’opera di “ingegneria sociale”, che è una forma di cospirazione “benigna” e che non può che essere totalitaria, comportando l’adeguamento forzato dei fatti ai piani. Qualora, poi, i fatti si rivelino troppo lontani dai piani, la spiegazione è che c’è qualcuno che cospira contro la propria cospirazione. Ad esempio, i “controrivoluzionari”. Come scrive Popper, “Persone che credono sinceramente di sapere come si realizza il cielo in terra sono facili quant’altre mai ad adottare la teoria della cospirazione e a impegnarsi in una contro-cospirazione contro inesistenti cospiratori. Infatti la sola spiegazione del fallimento del loro tentativo di realizzare il cielo in terra è l’intenzione malvagia del Demonio che ha tutto l’interesse a mantenere vivo l’inferno.”[13] La storia è maestra. Eppure, lo schema costruttivistico sociale permane anche fuori dai circoli utopici, in senso deteriore. Anche nella popolazione generale sopravvive un costrutto necessitante della cultura occidentale, quello di causalità. Popper lo definisce “ il tipico risultato della secolarizzazione di una superstizione religiosa. La credenza negli dèi omerici le cui cospirazioni spiegano la storia della guerra di Troia è morta. Gli dèi sono stati abbandonati. Ma il loro posto è occupato da uomini o gruppi potenti – sinistri gruppi di pressione la cui perversità è responsabile di tutti i mali di cui soffriamo – come i famosi savi di Sion, o i monopolisti, o i capitalisti o gli imperialisti.”[14]

Per quanto il fenomeno sia antico come il mondo, negli ultimi anni, gli scaffali delle librerie sono affollati come non mai di libri che denunciano che è in atto una cospirazione superpolitica, "religiosa" o satanica che coinvolge l’alta finanza, le massonerie e l’integralismo islamico. I fili della storia, asseriscono questi studiosi, si tirano proprio nelle logge massoniche e nei consigli di amministrazione delle multinazionali e delle grandi banche[15]. Internet, poi, è un tripudio di siti e forum sul complotto mondiale[16].

 

La verità è che le azioni umane hanno conseguenze inintenzionali, non previste, talvolta perfino controproducenti rispetto l’intenzione originaria. Si pensi all’esito di una congiura su piccolissima scala come quello della famiglia Pazzi per assassinare Lorenzo de Medici. Si pensi ancora, indipendentemente dal fatto che sia vero o no ( perché ciò che qui interessa è la possibilità che un evento non previsto infici un piano ) l’esito del “complotto di pasqua”narrato da Schonfield e letto da Lennon. Non era prevista la ferita al costato! Non ci aveva pensato nessuno, cribbio!  Figuriamoci un disegno su scale planetaria e che magari si dovrebbe protrarre attraverso i secoli, come quello organizzato dalla massoneria secondo lo schema complottistico tipico di quell’area grigia che va dal tradizionalismo cattolico all’estrema destra politica (non disdegnando certo radicalismo “di sinistra”). Di questo humus è espressione un libro come “La faccia occulta della storia” di Piero Mantero[17]. Vi si narra del complotto semitico per conquistare il mondo e distruggere la Chiesa cattolica ordito secoli fa ed ancora in corso, per quanto in via di completamento, per mano della massoneria internazionale. La Rivoluzione francese fu una congiura massonica, e di altri gruppi di pressione. La Rivoluzione bolscevica fu una congiura giudaico-massonica. Ricordate la moneta da un dollaro? Il testo dell’ultra-cattolico Mantero è fra i più citati dagli esponenti dell’organizzazione di estrema destra Forza Nuova. Infatti, prima ancora che dai cugini marxisti, la teoria costruttivistica è fra le componenti strutturali portanti della psiche fascista. Esiste, insomma, una via maestra che lega il costruttivismo sociale e la sua variante accusatoria e vendicativa, la teoria cospirazionista, al totalitarismo. Ergo, totalitarismo e paranoia sono strettamente connesse. Il totalitario, infatti, tende a pensare per schemi semplici, con “costrutti” elementari ma centrali per la propria identità. Quanto più i costrutti sono centrali, tanto più rifuggono alla critica – non si “accomoda” ma ci si limita ad “assimilare”. Tanto più si costruiscono ipotesi ad hoc collegando pezzi sparsi di informazione scollegate come quelle sulla copertina di Sgt. Pepper’s per produrre, come dice Schneider “una narrazione escatologica senza smagliature apparenti”. Quanto tale "primitivizzazione" del pensiero sia facile a realizzarsi anche in ambiti culturali "liberali", soprattutto se l'emozione domina la scena,   diventa evidente quando il presidente americano invoca una "guerra epocale del Bene contro il Male". Un manicheismo primordiale che rende possibile proiettare verso l'esterno ombre e contraddizioni, permettendo, al contempo, una furiosa controffensiva senza il peso di scrupoli di coscienza.  E' lo schema elementare di ogni ideologia totalitaria: invece di mettere in luce le contraddizioni e la complessità inestricabili dell'essere-al-mondo, si trova una spiegazione esogena per gli eventi al fine di farne il nemico. Cospirazione, paranoia.

Unico antidoto al complottiamo, quindi al totalitarismo, è quell’ “Individualismo metodologico” che, elaborato dagli economisti di scuola austriaca, quali Menger, Hayek e Mises[18], è considerato “banalmente vero” anche dal marxismo analitico (J. Elster[19], per esempio). L’individualismo metodologico nega la visione secondo la quale la “collettività” sarebbe un ente autonomo in grado di prendere decisioni e mina alle fondamenta tutte le teorie del complotto, per due motivi. Il primo è che gli uomini sono dotati di conoscenza limitata e fallibile; il secondo è che le azioni intenzionali conducono molto spesso a effetti non intenzionali. Ne derivano due conclusioni che chi vuole cambiare il mondo dovrebbe tenere a mente. La prima è che “solo laddove sia possibile sperimentare un gran numero di modi diversi di fare le cose si otterrà una varietà di esperienze, di conoscenze e di capacità individuali tali da consentire, attraverso la selezione ininterrotta delle più efficaci fra queste, un miglioramento costante”[20]. Come scrisse l’anarchico Errico Malatesta, In conclusione a me sembra che nessun sistema possa essere vitale e liberare realmente l'umanità dall'atavico servaggio, se non è il frutto di una libera evoluzione.”[21] Un’operazione che prevede scetticismo e riconoscimento del fallibilismo gnoseologico dell’essere umano. La seconda è che tutte le altre teorizzazioni, tutti i catechismi che prevedono la predefinizione della società futura in modo rigido e giusto, e rigido perché giusto, e giusto perché razionale, è una forma di superstizione. “Definisco superstizione – scrisse Hayek – ogni sistema in cui gli individui pensano di saperne più di quanto conoscono.”[22]


 

[1] Alcuni ricercatori, come l'estroso David Icke, chiamano con questo nome, quello di una setta fondata in Baviera alla fine del ‘700, un gruppo di potere occulto ancora vivo che avrebbe in mano i destini di tutto il mondo, un gruppo elitario di cui farebbero parte molti regnanti europei, famiglie di spicco come i Rothschild ed altri intoccabili. Un gruppo di persone che per alcuni (sempre Icke) sarebbe addirittura legato da antichi vincoli di sangue.

[5] Pagina citata di Wikipedia

[6] Gardner, L., I segreti della Massoneria, Newton Compton, Roma,2006

[7] Anthropoetics 8, no. 2 (autunno-inverno 2002-2003), http://www.bibliosofia.net/files/beatles.htm

 

[8] Op.cit.

[9] Tra l’altro, l’indicazione è sbagliata, essendo la canzone I’m the walrus, da Magical Mistery Tour (1967) scritta da Lennon il quale, nel film collegato all’album, indossa l’abito da tricheco in prima persona.

[10] Op. cit.

[11] Op.cit.

[12] Menger, C., Il metodo della scienza economica, UTET, Torino, 1937, pag. 112

[13] Popper, K. R. , Logica della ricerca e società aperta, Antologia a cura di D. Antiseri, La Scuola, Brescia, 1989, pagg. 165-167

[14] ibidem

[15] Si vedano, ad esempio, di Maurizio Blondet .M., Gli <<Adelphi>> della Dissoluzione. Strategie culturali del potere iniziatico, Edizioni Ares, Milano 1994 o Complotti. I fili invisibili del mondo. I - Stati Uniti, Gran Bretagna, Il Minotauro, Milano 1995; di David Icke, fautore, addirittura, della teoria extraterrestre e “rettiliana” della cospirazione massonica, Il segreto più nascosto, 2001, oppure Cospirazione Globale, 2009 , entrambi per Macro Edizioni, Cesena; di Marco Pizzuti, Rivelazioni non autorizzate. Il sentiero occulto del potere, Il Punto d’Incontro Edizioni, 2009

[16] si vedano, solo come esempi, i notissimi: http://www.effedieffe.com/, gestito dal giornalista cattolico Maurizio Blondet, http://www.disinformazione.it/index.html , in particolare la pagina dedicata alla massoneria (http://www.disinformazione.it/paginamassoneria.htm ), http://www.comedonchisciotte.org/site/index.php, specificatamente sul Nuovo Ordine Mondiale: http://www.nwo.it/ . Il sito personale di David Icke è http://www.davidicke.com/

[17] Epiphanius (AKA P. Mantero), Massoneria e sètte segrete: la faccia occulta della storia, Ediz. Ichthys, Roma

[18]Von Hayek, F.A., Individualismo: quello vero e quello falso, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, 1997

[19] Bracaletto, S., Filosofia analitica e materialismo storico. Individualismo metodologico, spiegazione funzionale e teoria dei giochi nel marxismo analitico anglosassone, Mimesis, Milano, 2005

 

[20] Von Hayek, F.A., Liberalismo, in Nuovi studi di filosofia politica, economica e storia elle idee, Armando, Roma, 1988, pag. 164

[21] Malatesta, E., Qualche considerazione sul regime della proprietà dopo la rivoluzione, in “Il Risveglio”, 30 Novembre 1929

[22] Sorman, G., I veri pensatori del nostro tempo, Longanesi, Milano, 1990, pag. 203

Il fascismo discreto dell'antiborghesia
post pubblicato in Storia delle Idee, il 19 agosto 2010
 Il fascismo discreto dell’antiborghesia

di Luigi Corvaglia


1. Parte prima: Le relazioni pericolose

“Ogni donna adora un fascista”, disse la poetessa Sylvia Plath. Non so. Non mi intendo di queste cose. Certo è che, nel caso la Plath avesse ragione, le donne odierne sarebbero condannate alla solitudine, visto che ormai non si trova un fascista che sia uno. Almeno, non si trova un fascista disposto ad assumersi rischio e responsabilità di dichiararsi tale. Al contrario, ci sono fin troppi individui che fanno vanto di fede antifascista. Non disperino le signore. Infatti, proprio fra l’eletta schiera degli antifascisti alligna, a ben guardare, l’oggetto delle loro brame. Stupore? Nel caso in cui l’antifascista vestisse i panni consunti del comunista, lo stupore sarebbe ammissibile solo per coloro che non fossero coscienti della comune matrice di fascismo e bolscevismo[1]. La sorpresa, invece, è ben più motivata quando ci si rende conto che, qualora il tipo a cui si anela fosse quello dei primo fascista rivoluzionario, allora il luogo in cui andare a cercarne l’omologo è in una frangia dell’anarchismo! Sembra assurdo, infatti, che chi predica l’abolizione dello stato possa avere qualcosa a che vedere con chi professa addirittura lo stato etico. Eppure…

Una donna un fascista lo ha adorato sul serio. E che donna e che fascista! Lui era nientemeno che Benito Mussolini, da Predappio, lei un’anarchica, Leda Rafanelli, da Pistoia. Lui era, all’epoca della loro conoscenza, un socialista d’ispirazione soreliana e blanquista, lei una redattrice del giornale anarchico La Libertà. Sulla strana leison, metafora di una fascinazione intellettuale tutt’altro che rara in quei giorni, si è esercitato un divertente pettegolezzo storico corredato da opposti e ridicoli moralismi. Gli studiosi di parte fascista tendono ad offendere l’onestà della Rafanelli che, in un libro che raccoglie le decine di lettere del Duce a lei indirizzate[2], nega che la relazione cui continuamente lui allude con frasi inequivocabili (“ho ancora nell’anima tutto il turbamento del nostro ultimo convegno”, “perché vuoi dimenticare ciò che avvenne fra noi?”, ecc. ) sia mai andata oltre “un bacio”. Tale contestazione si fa alla luce della ben nota “passionalità” dell’uomo[3]. Di contro, la stampa anarchica, proprio in virtù delle qualità del duce (“pieno di sé, cialtrone e bugiardo[4]”, ecc.), difende la Rafanelli, affermando che la storia sentimentale sarebbe stata tutta nella testa di Benito. A ben guardare, entrambe le posizioni tendono a difendere la virtù e l’onore dell’attore più prossimo alle proprie posizioni politiche. I fascisti vedrebbero sminuito nella sua maschia baldanza un Mussolini che frequenta e scrive per anni ad una donna frasi di grande passionalità senza riceverne in cambio i favori erotici. Gli anarchici devono difendersi dall’idea che una di loro possa aver davvero amato il capo del fascismo, per quanto in una fase pre-dittatoriale. Queste meschinità da bar non interessano minimamente chi ritiene che non conti assolutamente nulla la qualità della relazione, supposta, fra i due, ma molto quella, certa, fra le due culture da essi incarnate. Non va a segno, quindi, la difesa da parte di Felice Accame che, sulla pagine di “A-Rivista anarchica” scrive che il Mussolini amato dalla donna era “socialista, pre-interventista”[5]. E’ proprio il socialismo incarnato da Mussolini a contenere i germi del fascismo. E’ proprio l’impeto soreliano che fa scrivere alla Rafanelli: “E’ il socialista dei tempi eroici. Egli sente ancora, ancora crede, con uno slancio pieno di vitalità e di forza. E’ un uomo”[6]. E’ lo “slancio”, descritto con foga futurista, “pieno di vitalità di forza” del socialista alla Sorel che affascina l’anarchica. Ora, se si afferma, con Barrés, che “il padre intellettuale del fascismo è Sorel[7]” lo si può fare a ragion veduta. Georges Sorel, socialista e sindacalista rivoluzionario che grande importanza ha avuto nella teorizzazione e nell’azione di centinaia di rivoluzionari fra la fine dell’ottocento e i primi decenni del XX secolo, era uno dei riferimenti ideali del futuro Duce. Contro la tesi marxista del proletariato organizzato da un partito, Sorel auspicava l’azione diretta, il gesto violento e senza mediazione quale strategia rivoluzionaria. In Sorel si ritrova per intero la feroce critica antiborghese e antiparlamentare, e antiparlamentare in quanto antiborghese, che sarà del regime mussoliniano. In questo autore, caro a Mussolini come a Gramsci, nonché elemento di una sorta di “sacra Trimurti” (gli altri due Nietzsche e Stirner) venerata tanto dall’individualismo anarchico quanto dai gruppuscoli dell’estrema destra rivoluzionaria, si ritrova identico lo sprezzo per il pensiero, pallido e smunto epifenomeno costretto a dissolversi di fronte alla rubiconda magnificenza dell’azione. Identiche, insomma, le concezioni, soreliana e mussoliniana, di una “funzione rivoluzionaria” delle masse, funzione che non necessita di guide o di avanguardie, ma che si realizza nell’azione stessa. Ciò che va qui sottolineato è che il pensiero di Sorel, da molti esecrato quale pura e semplice apologia della violenza, vede piuttosto il suo senso nella difesa della libertà dell’uomo di contro a ogni forma di stato. L’assolutismo fascista affonda una delle sue radici nel pensiero antistatale. Il sindacalismo rivoluzionario propugnato da Sorel sarà la forma prediletta d’azione di schiere di socialisti e di anarchici, ma anche di Mussolini. Né va dimenticata, fra i trait d'union che connessero anarchici e fascisti, la comune lettura, con differenti lenti, di Nietzsche e Stirner. Alla stessa Rafanelli, ad esempio, si imputò una lettura troppo “mussoliniana” di Nietzsche[8]. Quanto al Duce, egli poneva Stirner fra “le dolomiti del pensiero”[9]. Ecco che, traghettati dalla malferma zattera di questi autori, si ebbe il trasbordo di molti anarchici nelle schiere del Partito Nazionale Fascista. Fra questi, i più noti furono Berto Ricci, scrittore, poeta e pubblicista, Lorenzo Viani, poeta, Leandro Arpinati, che fu gerarca, Marcello Gallian, legionario dell’impresa fiumana e marciatore su Roma, Felice Chilanti, “fascio-comunista” che fu redattore de Il lavoro Fascista, poi nel gruppo di radiati dal PCI Bandiera Rossa, Mario Gioda, che, per primo, sulle pagine della rivista anarchica Volontà dichiarò la necessità, per gli anarchici, di imbracciare le armi in caso di invasione austriaca, dando inizio al fenomeno dell'interventismo anarchico durante la I guerra mondiale.  All'intervento di Gioda era poi seguito  quello di Marya Rygier su Il Libertario, prodromico al  Manifesto degli anarchici interventisti, firmato, tra gli altri,  da un personaggio che avrà grande importanza nel futuro regime fascista: Massimo Rocca, noto come Libero Tancredi, un individualista stirneriano i cui scritti avrebbero avuto un peso nella svolta interventista dell'allora direttore dell'Avanti, Benito Mussolini.    Tutti  individui, questi, paradossalmente, accumunati da una totale fedeltà e coerenza. Ma a cosa? Ce lo facciamo dire da un contemporaneo “anarchico” che rivendica la nobiltà di tale commistione: “sono riconducibili al medesimo odio, all'identico disprezzo, al superbo isolamento, al rifiuto della mistificazione della democrazia, del parlamentarsimo e del elettoralismo, alla denuncia dell'ipocrisia dei falsi e vuoti valori umanitari e pacifisti borghesi[10]”. Forte di tale “coerenza”, Berto Ricci riuscì ad essere antinazionalista e a favore dell’ l’Impero, capitalista ma per l’evoluzione del proletariato in proprietari, fascista di sinistra ma, ricorda Miro Renzaglia, non ostile a quello di destra, perché “il nemico numero uno, fu e resta il centro, cioè la mediocrità accomodante. Il centro è compromesso, noi siamo l’affermazione simultanea degli estremi, nella loro totalità”[11]. Ciò è tipico del pensiero di Sorel, censore massimo della mediocritas della classe borghese, ostile al democraticismo perché il parlamento è appunto il luogo politico della mediocrità borghese. Si capisce, allora, partendo da siffatte premesse, come si possa arrivare perfino a parlare dell’”anarchismo” di D’Annunzio[12] o come il gerarca e componente del Consiglio Generale del Fascismo Libero Tancredi (alias Massimo rocca) potesse definirsi "Anarchico, fra gli anarchici” e votato a “un anarchismo concepito come rivolta ideale e religiosa contro coloro che impestavano l'anarchia di utopie e di delinquenza"[13]. Ma anarchico (“anarchico conservatore”) si definì anche lo scrittore fascista Giovanni Papini. Del resto, l’anarca vagheggiato dal nazista Junger e l’autarca disegnato dall’ “anarchico aristocratico” Evola sono di chiara marca stirneriana, nella notte in cui tutte le vacche (e anche le camicie) sono nere. La notte è quella di una concezione dell’anarchismo quale rivolta contro la società liberale e borghese e basato sul primato dell’azione sul pensiero.

Esisteva, insomma, e ancora esiste, una zona grigia in cui praticare la convergenza di spiriti inqueti accumunati dall'impulso nichilista, là dove l'ombra del pensiero non turba le fronti e le mascelle sono volitive.  Negli anni di piombo tale humus ha generato i Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR), che qualcuno definì "anarchici di destra", mossi più dalla rivolta, che è infantile spinta pre-politica, che dalla rivoluzione, che è fatto politico. Come si avrà modo di vedere, tale zona grigia è oggi lungi dall'essersi consumata.

Alla luce di tutto ciò, non pare più strano quanto si racconta intorno alla richiesta di iscrizione al PNF di Berto Ricci. Quando, infatti, giunta agli uffici della segreteria nazionale del partito la pratica, respinta dalla sezione locale con la dicitura “ha dimostrato in passato idee anarchiche”, Arturo Marpicati la accolse apponendo in calce il motivo del rigetto ostativo: ”E noi fascisti non si era forse anarchici?”[14]

Segue: Parte seconda: uniti contro la globalizzazione

Parte terza: la gioia disarmante dell’insurrezionalismo



[1] A tal proposito, si rimanda al saggio di L. Pellicani, Fascismo, bolscevismo imperfetto, in "MondOperaio", 3, 2001, pp. 57-68 e al mio Anarchia come antiutopismo, in "Clio", 2, XL!, 2005, pp. 353-370.

[2] Rafanelli, L., Una donna e Mussolini, Rizzoli, Milano, 1975

[3] Scrive Romano Guatta Caldini “Cosa difficilmente credibile, considerando la natura a dir poco irruenta di Benitocka, come soleva chiamarlo la rivoluzionaria Angelica Balabanoff, anche lei sua amante dell’epoca e compagna di partito” da “Fondo Magazine (www.mirorenzaglia.org/?p=11202)

[4] Accame, F., Per Leda Rafanelli, A.Rivista Anarchica, n. 269

[5] In, Per Leda Rafanelli, A.Rivista Anarchica, n. 269

[6] Ciato in Leda Rafanelli. Storie d’amore e d’anarchia, in Fondo Magazine http://www.mirorenzaglia.org/?p=11202

[7] Citato in Bobbio, N., Destra e sinistra, Donzelli, Roma, 1994, pag. 60

[8] In Cerrito, G., L’antimilitarismo anarchico in Italia nel primo ventennio del secolo (Pistoia, 1968) citato nell’articolo di Accame

[9] Mussolini, B., Lettera a Cesare Berti, in Opera Omnia, vol. IV, Firenze, 1952, pag.258

[11] Renzaglia, M., L’anarco-fascismo da Berto Ricci ai Nar, http://vocedellafogna.wordpress.com/anarco-fascismo-da-berto-ricci-ai-nar.html

[14] Renzaglia, M., op. cit.

Elogio di Pilato
post pubblicato in Storia delle Idee, il 10 agosto 2010
 Elogio di Pilato
Ovvero, della nobile arte del lavarsene le mani



di Luigi Corvaglia

1.
Voto Barabba. L’altro non mi convince

Tra le cose sicure, la più sicura è il dubbio
Bertold Brecht


Alcuni personaggi storici sono condannati ad essere ricordati in eterno come esempi poco gratificanti, magari per presunti atti sconvenienti da loro commessi o per questioni assolutamente secondarie della loro biografia. Caligola, ad esempio, è ricordato come il matto che avrebbe nominato senatore un cavallo e tutti associano l’imperatore Vespasiano ad alcuni ineleganti ma utili arredi urbani. Il generale Cambronne, poi, è noto agli scolari come uno avvezzo al turpiloquio. Su nessuno, però, si esercita lo stesso sprezzo morale che si applica a colui che fu governatore di Giudea negli anni narrati dai Vangeli: Ponzio Pilato. Lui si lavò le mani. Neanche dell’Imperatore Nerone che, secondo la leggenda, suonava la lira mentre Roma bruciava, si sottolineano le pecche umane e politiche come di chi ebbe la sventura di rappresentare l’Impero in quella landa mediorientale intorno al 30 DC. Quest’uomo gode di pessima stampa. La tradizione, infatti, ne ha fatto l’esempio per antonomasia dell’insipienza e della pavidità di colui che non prende posizione permettendo così il perpetrarsi dell’ingiustizia. Ma è veramente così? Il primo a porre la questione in altri termini è stato un filosofo del Diritto, Hans Kelsen. Il massimo esponente del positivismo giuridico ha scritto che la narrazione del processo a Gesù di Nazareth “assurge a tragico simbolo dell’antagonismo fra assolutismo e relativismo”
[1]. L’assolutismo del Cristo, il relativismo di Pilato. Certo, il governatore non può essere definito un campione della libertà, è comunque un agente dell’imperialismo romano e, quindi, un assolutista politico, ma, dal punto di vista etico e religioso, in quanto politeista, è molto tollerante. La scenetta narrata dall’evangelista Giovanni, del resto, è sublime e quasi umoristica nel presentare il confronto fra il tono ironico del governatore di Roma e la seriosità del Cristo. Questi, sicuro del fatto suo quanto può esserlo il figlio di Dio, risponde come se non fosse in grado di cogliere altro oltre il piano letterale delle parole del romano. “Sei tu, così, il re dei Giudei?”, chiede sarcastico Pilato, convinto di avere a che fare con un povero pazzo. “Tu lo dici che io sono re – risponde il nazareno – per questo io sono nato e per questo sono venuto al mondo: per rendere testimonianza della Verità. Chiunque è dalla Verità ascolta la mia voce”. Qui lo scettico Pilato, con lo stesso fare ironico chiede “Che cos’è la Verità?”; è una domanda retorica alla quale Il nazareno sembra comunque tentato a rispondere. Pilato non lo sa cosa sia la Verità, questa Verità in cui sembra ciecamente credere l’uomo innanzi a lui. Egli è scettico e relativista. Si affida pertanto, con perfetta coerenza, alla volontà popolare, rimettendo la decisione alla più pura procedura democratica: la democrazia diretta. Rivolgendosi ai Giudei, dice “io non vedo in lui nessuna colpa”. E’ piuttosto evidente che, da tollerante e fallibilista, Pilato è disposto a salvare chi crede in cose in cui lui non crede. Infatti dice “Voi avete l’usanza che vi rilasci uno in occasione della Pasqua. Volete dunque che vi liberi il re dei Giudei?”. Il popolo era di un altro avviso. Tifava un certo Barabba, il quale compare nel Vangelo solo a questo punto (“Barabba poi era un ladro”), nel senso che la questione non fu messa in origine come una scelta fra i due. Semplicemente, alla proposta di Pilato, i Giudei dissero “Non lui, Barabba”. Questo noto episodio è sicuramente un validissimo argomento contro la democrazia. Lo è, però, soprattutto per chiunque sia convinto che l’uomo crocefisso fosse realmente il Figlio di Dio e che questi portasse la Verità. Altrimenti, la scelta effettuata dai Giudei quando si trovarono davanti alla prospettiva di salvare un bislacco messia come tanti che circolavano per la regione oppure un tizio inviso al potere imperiale romano e, come sembra[2] da alcune fonti, combattente contro l’occupazione imperiale, appare piuttosto razionale.
Ciò che motiva Pilato a non prendere posizione è proprio la mancanza di imperativi assoluti, mancanza che è la vera fonte della tolleranza. Ha scritto, infatti, Kelsen che la procedura dell’affidamento al popolo può apparire discutibile solo alla condizione “di essere così sicuri della nostra verità politica da imporla, se necessario, con il sangue e con le lacrime, di essere così sicuri della nostra verità, come lo era, della sua, il Figlio di Dio”[3]. In altre parole, chi è guidato da imperativi categorici e Verità uniche, incontrovertibili e superiori è, giocoforza, portato ad imporre la sua visione “con il sangue e con le lacrime”. Del resto, se gli altri sbagliano e non colgono l’importanza del bene che gli portiamo, quale remora potremo mai avere nel fargli del male, visto che sarà fatto in nome del bene? I seguaci di Cristo ce ne hanno dato ampia conferma per secoli. Chi, di contro, se ne lava le mani, lungi dal manifestare necessariamente pavidità e qualunquismo, fornisce garanzia di tolleranza e pacifica convivenza. Semplificando molto, nel primo caso, direbbe Popper, si hanno le “società chiuse”, nel secondo le “società aperte”. Per meglio chiarire, si provi, a mo’ d’esempio, ad avvicinare a uno dei due prototipi qui utilizzati, cioè Gesù e Pilato, i seguenti personaggi storici raggruppati in due gruppi così strutturati: Gruppo A: Stalin, Hitler, Osama Bin Laden, Castro, Pinochet, Mussolini, Ho Chi Min, Mao, Bush; gruppo B: Voltaire, Gandhi, Bruno, Locke, Lessing, Arendt, Russell, Salvemini. Quale dei due gruppi, indipendentemente dalla qualità del messaggio, appare più connotato dalla sicurezza circa la superiorità etica della propria visione e dalla contestuale necessità di imporla? Quale, invece, da scetticismo, rispetto e tolleranza? Appare chiaro, se liberiamo la mente dalla nebbia emotiva, che la risposta alla domanda “chi è più affine, quanto a logica, al Cristo e chi più a Pilato?” riserva grosse sorprese alle persone non abituate alla riflessione. Ciò, ovviamente, non riguarda la qualità dell’idea. Ben si sa, infatti, che il Cristo porta un messaggio di amore e fratellanza molto diverso dal delirio hitleriano (che pure tanto deve al Vangelo di Giovanni…). Il nucleo del discorso non sta tanto in quali idee vengono sostenute, ma in come vengono sostenute. Possiamo eufemisticamente dire che le idee sostenute con più “entusiasmo” sono quelle considerate dogmi e, in quanto tali, indimostrabili nella loro pretesa di Verità assoluta. Esempio massimo, le idee religiose, ma anche le ideologie politiche. Del resto, i concetti dimostrabili non necessitano di grande sforzo per imporsi; lo sforzo è necessario per convincere gli altri solo dell’ indimostrabile, che poi è, generalmente, il fatto che noi siamo meglio di loro. Infatti, diceva Voltaire, non esistono sette in Geometria. La geometria si dimostra, la transustanziazione no.

2. Simpatia per il diavolo


Ed ero in giro quando Gesù Cristo
ha avuto il suo momento di dubbio e dolore
ho dannatamente assicurato che Pilato
lavasse le sue mani e sigillasse il suo destino
The Rolling Stones (“Sympathy for the Devil”, 1969)

Il diavolo, si dice, è colui che instilla il dubbio. Eppure, da quanto detto si trae la conclusione che libertà e tolleranza si ergono proprio sul dubbio, cioè sulla coscienza della fallibilità del giudizio umano. Chi ama la libertà non porta idee infallibili, imperativi etici, religiosi, morali, politici. Chi ama la libertà non porta la Verità. Chiunque si fa portatore di verità assolute non ama la libertà. Come la scienza fornisce più informazioni su ciò che non è piuttosto che su ciò che è, definendo lo stato delle conoscenze in corso come verità temporanee, così l’amante della libertà non dice “questo è vero”, ma, piuttosto, con Bertrand Russell, “sono incline a pensare che nelle attuali circostanze questa sia probabilmente l’opinione migliore”[4].
Riprendendo il confronto fra monoteismo e politeismo esemplificato dall’esempio di Gesù e Pilato, ed allargandolo oltre gli angusti limiti religiosi, possiamo dire che la libertà si fonda sul politeismo dei valori. Molte le conseguenze di questo assunto. La prima e più importante è che chiunque sogni una società perfetta è un totalitario. La società perfetta, infatti, può ritenersi tale perché basata su indiscutibili perfezioni, cioè su dogmi circa la superiorità di un certo assetto sociale, etico ed economico su un altro. E’, pertanto, una forma di monoteismo. Perfino la democrazia, se diventa sacralizzazione della volontà delle maggioranze, può diventare fanatica e pericolosa per chi non si allinea. E’ successo con i seguaci di Rousseau sotto Robespierre, ma anche nell’ Inghilterra di Cromwell. Una fede assoluta nella sovranità popolare rende impossibile la sovranità popolare. Nella vecchia Unione Sovietica le massime di Karl Marx erano talmente indiscutibili da contribuire al modo con cui i genetisti concepivano le pratiche per migliorare la produzione di frumento. Marx era la Verità. Il messia. La verità storica, invece, ci parla del disastro dell’agricoltura sovietica. Paul Claudel scrisse che “quando l’uomo tenta di immaginare per gli altri il paradiso sulla terra, il risultato immediato è un molto rispettabile inferno”. Perché? Perché l’aspirazione al bene supremo è anelito che induce a ciò che Paul Watzslavick definisce “ipersoluzione”, cioè un’azione, di cui si suppone la funzione salvifica, da parte degli individui più svegli e nell’interesse di un’’umanità tanto bisognosa d’aiuto quanto ottusa”[5]. Il problema è che il migliore dei mondi possibili lo è, non in assoluto e oggettivamente, ma soggettivamente. Trasportare il soggettivo al generale prevede prevede il sacrificio del singolo al totale, cioè il sangue e le lacrime di cui parlava Kelsen. Robert Nozick, in “Anarchia, Stato, utopia”, stila un elenco di nomi, fra i quali Wittgenstein, Elizabeth Taylor, Bertrand Russell, Allen Ginsburg, Thoureau, Picasso, Mosè, Einstein, Hugh Hefner, Henry Ford, Socrate, Lenny Bruce, Buddha, Frank Sinatra, Colombo, Freud, Ayn Rand, Thomas Edison, Kropotkin e vari altri, più “voi e i vostri genitori”[6]. Dopo di che chiede al lettore di immaginare che tutti costoro vivano in una qualunque delle utopie immaginate nel corso dei secoli. Quale potrebbe essere la società perfetta valida per tutte queste persone così differenti? Ci sarebbe la proprietà privata? Ci sarebbe una religione? Quale? Più fedi? E il matrimonio? Monogamico o poligamico? Nozick conclude dicendo “L’idea che ci sia una risposta composita migliore di ogni altra a tutte queste domande, una società in cui tutti possano vivere nel modo migliore, mi parrebbe incredibile”[7]. Ne consegue la necessità di una società da costituirsi come “impalcatura per utopie”, cioè “un posto in cui la gente è libera di associarsi volontariamente per perseguire e tentare di attuare la propria visione di una vita bella in una comunità ideale, ma in cui nessuno può imporre agli altri la propria visione utopistica”[8]. Politeismo, dunque.
C’è chi potrà pensare che quanto imputato alle utopie, cioè l’intrinseco totalitarismo, sia cosa che non tocchi quella che, per definizione, si basa sulla lotta all’autorità: l’anarchia. Nulla di più sbagliato. Se, infatti, per anarchia si intende una società nuova che universalizzi il bene supremo della libertà e si strutturi staticamente come luogo senza frizioni, la totalitarietà del discorso resta intatta. In tale accezione di anarchia, per quanto la buona maggioranza di chi si definisce anarchico non si avveda del paradosso, è sempre valido ciò che scriveva Berdjaev: “Ogni confusione e identificazione della libertà con il bene stesso e la perfezione equivale a negare la libertà, a riconoscere la via della violenza e della costrizione. Un bene per forza non è più un bene, ma degenera in male”[9]. Il “bene per forza”, la virtù imposta, infatti, è più adatta a preti e messia. E’ monoteismo. Chiameremo questa concezione “anarchismo naif”. Se ne avvede più di un anarchico meno ingenuo. Fra questi, Thomas Ibanez, il quale descrive lucidamente il cortocircuito logico in cui cade il libertarismo che intende ridurre ad una le infinite forme dell’esistenza. Scrive: “dall’istante in cui l’esigenza della libertà è posta come valore fondamentale, ogni opinione che implica una minore esigenza di libertà costituisce automaticamente e necessariamente una opzione meno legittima.[10]” In effetti, non si può che etichettare come ingenue visioni che usano definirsi “comunismo anarchico”, “collettivismo anarchico”, “primitivismo anarchico” e altri ossimori. Infatti, l’aggettivo che si associa all’anarchia, ponendo dei limiti, di fatto, riduce le possibilità di estrinsecazione completa di opzioni diverse e contraddice l’idea di fondo, l’anarchia, appunto, che non prevede limiti di sorta. Come dice Ibanez, ““Volendo essere una teoria centrata sulla libertà, l’anarchismo apre su una cultura che esige l’adesione di ognuno per poter esistere e che contesta la legittimità di tutto ciò che non è sé stessa”[11]. Questa teorizzazione monoteista non sembra cedere alle tentazioni luciferine del dubbio. Altri, come Faust, hanno maggior dimestichezza col signore delle tenebre. Proudhon, per esempio. Per il francese ogni tentativo di ridurre alla singolarità una pluralità è atto ostile alla libertà. A cominciare dalle antinomie. La sintesi di coppia antinomica è artificiale o mortale e, in ogni caso, negazione della libertà: «L’antinomia non si risolve. È questo il vizio fondamentale del sistema di Hegel», egli scrive. Così, «i termini antinomici non si risolvono più di quanto non si distruggano i poli opposti d’una pila elettrica»[12]. Fra le antinomie, quelle tra proprietà privata e proprietà collettiva, tra socializzazione e individualismo. Un altro grande del pensiero e dell’azione anarchica, Errico Malatesta, che pure si è sempre definito “comunista”, ma nel senso fallibilista che diceva Russell (cioè dell’uomo “incline a pensare che nelle attuali circostanze questa sia probabilmente l’opinione migliore”), si espresse in modo da dimostrare un atteggiamento tutt’altro che naif. Egli scrisse: “Si può dunque preferire il comunismo, o l’individualismo, o il collettivismo, o qualsiasi altro immaginabile sistema e lavorare con la propaganda e con l’esempio al trionfo delle proprie aspirazioni; ma bisogna guardarsi bene, sotto pena di un sicuro disastro, dal pretendere che il proprio sistema sia il sistema unico e infallibile, buono per tutti gi uomini, in tutti i luoghi e in tutti i tempi, e che si debba far trionfare altrimenti che con la persuasione che viene dall’evidenza dei fatti”[13].  Discorso degno di Ponzio Pilato, così vicino al fallibilismo empirista e al pluralismo e così lontano dall’inconsapevole fascismo di tanti poveri cristi dell’anarchia.



[1] Kelsen, H., La democrazia, Il Mulino, Bologna, pag. 452

[2] il verso 16 del capitolo 27 del Vangelo secondo Matteo dice a riguardo di Barabba:

"il quale era stato messo in carcere in occasione di una sommossa scoppiata in città e di un omicidio"

Se prendiamo in considerazione, invece, il vangelo di Marco (15, 7) troviamo l’espressione:

"Un tale chiamato Barabba si trovava in carcere, insieme ai ribelli che nel tumulto avevano commesso un omicidio".

[3] Ibidem, pag. 266

[4] Russell, B., Il mio pensiero, Newton Compton, Roma, 1997, pag. 473

[5] Watzslavick, P., Di bene in peggio, Feltrinelli, Milano, 1998

[6] Nozick, R., Anarchia, Stato, Utopia, Le Monnier, Firenze, 1981, pag. 329

[7] Ibidem, pag. 330

[8] ibidem

[9] Berdjaev, N., La concezione di Dostoevskij, Einaudi, Roma, 1945

[10] Ibanez, T., Questa idea si coniuga all’imperfetto, su “Volontà”, n. 3-4, 12/1996, pp. 271-279

[11] Ibidem

[12] In Bancal, J., Proudhon, pluralisme et autogestion, Aubier, Parigi, 1970, t. I, pp. 106 sgg., 112 sg.; t. II, pp. 45, 170

[13] Malatesta, E., Qualche considerazione sul regime della proprietà dopo la rivoluzione, in “Il Risveglio”, 30 Novembre 1929

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