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Copywrong
post pubblicato in Libertà e Mercato, il 14 agosto 2008
 

Copywrong
di Samuel Edward Konkin III

Nel 1964, un articolo apparso sul New York Times descriveva Raymond Cyrus Hoiles come “di costituzione snella, naso adunco, occhialuto e con una frangia di capelli ancora scuri intorno alla testa calva” e lo identificava come un volontarista. Riguardo le imminenti elezioni presidenziali (Goldwater stava correndo per la presidenza), lo stesso articolo riportava come Hoiles non fosse incline a guardare nell’urna per trovare una veloce applicazione delle sue idee libertarie. Nell’articolo viene citata la sua frase: “Non importa chi sarà il presidente. Quello che è importante è l’atteggiamento degli americani.”

Avendo lavorato ad ogni fase della produzione nell’industria editoriale, per me e per altri, sono giunto ad una irrefutabile conclusione empirica su quello che è l’effetto del copyright su prezzi e paghe: nada. Zero. Nihil. Così trascurabile che servirebbe un contatore Geiger per misurarlo.

Prima di passare all’esatto impatto del copyright, può essere interessante spiegare la trascurabilità di questa tariffa. La risposta è nella particolare natura del publishing: ci sono grandi case o piccoli editori, e veramente pochi di dimensioni medie. Per le grandi compagnie i diritti di autore sono una percentuale modesta di edizioni multimilionarie: perdono molti più soldi per ritardi burocratici e per errori di stampa. I piccoli editori fanno solitamente parte della counter-economic e sopravvivono con materiale donato, lasciando che siano i nuovi scrittori a preoccuparsi del copyright e della rivendita.

Ancora, ci sono ben pochi casi di azioni legali nel mondo delle riviste proprio a causa di questa disparità. I piccoli magazine non hanno speranza di rivalersi su imbrogli e plagi e sono costretti a fare spallucce dopo minacce superficiali, quando i legali aziendali delle grandi hanno fatto sentire rumore di sciabole e più o meno tutti finiscono per adeguarsi tranquillamente.

La pubblicazione di un libro è solo una piccola parte dell’attività editoriale e sono diversi gli editori di media grandezza che stanno attenti al quadro complessivo dei costi per pubblicazioni marginali. Ma ora ci sono solo due tipi di scrittori: i grandi nomi e gli altri. Raramente tutti vengono ristampati e il copyright non ha nulla a che fare con la prima stampa, economicamente parlando. I grandi nomi rastrellano vendite, ma avanzano richieste continuamente crescenti per i loro contratti successivi.E il rischio ridotto di invenduto delle ristampe di un grande nome viene compensato dal pagamento allo scrittore di più elevati diritti.

Così i grandi nomi perderebbero qualcosa di sostanziale se il privilegio (e sottolineo “privilegio”) del copyright cessasse di essere applicato. I grandi nomi sono una percentuale piccola, ancora più piccola di quella degli attori famosi tra gli attori. Se sparissero domani nessuno se ne accorgerebbe (eccetto i loro amici, si spera). Eppure, ci si può ragionevolmente chiedere se l’incentivo costituito dallo star system possa essere spazzato via senza avere il collasso di tutta la piramide. Se c’è un argomento economico che rimane a favore del copyright, questo è l’incentivo.

Che schifo. Come Don Marquis mise in bocca ad Archy la Blatta, “L’espressione creativa è il bisogno della mia anima”. E Archy ha battuto tutta la notte la testa sui tasti della macchina da scrivere per tirare fuori le colonne che Marquis avrebbe incassato. La scrittura sarà un mezzo di espressione fino a quando qualcuno avvertirà il bruciante bisogno di esprimersi. E se tutto quello che devono esprimere sono richieste di secondi pagamenti e residui associati, stiamo tutti meglio per non averli letti.

Ma, purtroppo, l’istantanea eliminazione dei copyright avrebbe un effetto trascurabile sullo star system. Mentre metterebbe fine alla miniera d’oro della rendita vitalizia per gli scrittori famosi, non avrebbe alcun effetto sulla loro più grande fonte di reddito: il contratto per il loro prossimo libro (o qualsiasi altra opera). E’ lì che stanno i soldi.

“Sei buono soltanto quanto il tuo ultimo pezzo” ma per quello raccogliereai sulla tua prossima vendita. Le decisioni di mercato vengono fatte su vendite anticipate: suona alla Mises, dico bene? Un altro grande scrittore che guadagnò poco dal copyright, mentre attualmente altri stanno approfittando della parte migliore del suo corpo; scusate, corpus.

Il punto di tutta questa volgare prasseologia non è solo di pulire il senso della domanda morale. Il mercato (sia lodato) ci sta chiedendo qualcosa. Dopotutto, sia l’azione umana di scambio che la morale vengono dalla stessa legge naturale.

Infatti, togliamo i rami secchi e le false piste prima di affrontare la grande questione morale. Primo, se aboliamo il copyright, i grandi autori potrebbero morire di fame? No. Scriverebbero ancora se non venissero pagati? Chi dice che non potrebbero? Non c’è alcun collegamento tra compenso e copyright. I diritti di autore iniziano a scorrere, o meglio a gocciolare, molto tempo dopo che il lavoro è stato venduto e quello dopo è in fase di realizzazione.

Non è forse un produttore titolare del frutto del suo lavoro? Sicuramente, ecco perché gli scrittori vengono pagati. Ma se faccio una copia di una scarpa o di un tavolo o di un ceppo per il camino (con la mia ascia copiata), forse il calzolaio o il falegname o il boscaiolo ricevono dei diritti d’autore?

A. J. Galambos, benedetto il suo cuore anarchico, tenta di portare il copyright e le patenti alle loro logiche conclusioni. Ogni volta che rompiamo un bastone Ug “il primo” dovrebbe ricevere dei diritti d’autore. E’ folle considerare le idee come proprietà, e ne risulta solo il caos.

La proprietà è un concetto estrapolato dalla natura dall’uomo per indicare concettualmente la distribuizione di risorse limitate, l’intero mondo materiale, fra individui avidi e in competizione. Se io ho una idea, potete averla anche voi senza togliermi nulla. E dico “voi” come potrei dire “noi” perché per me vale la stessa cosa.

Le idee, per usare il linguaggio dei programmatori, sono i programmi; la proprietà sono i dati. O, per usare un altro stereotipo ricorrente, le idee sono le mappe e le cartografie e la proprietà è il territorio. La differenza si comprende bene se paragonata alla differenza tra il sesso ed il parlare di sesso.

Non potrebbero venire represse delle idee senza l’incentivo assicurato dal copyright? Al contrario, il più grande problema delle idee riguarda la loro distribuzione. Come farle arrivare a quei soggetti del mercato che possano diffonderle? Probabilmente molti lettori conosceranno questa risposta nel 1996, visto che scrivo nel 1986.

Le mie idee sono parte di ciò che passa per la mia anima (o, se preferite, del mio ego). Di conseguenza ogni volta che ne adotto una, una piccola parte di me le ha infettate. E per questo vengo anche pagato! E dovrei essere pagato e pagato e pagato per quanto sono trite e ritrite?

Se il copyright è un freno, perché e come si è evoluto? Non tramite un processo di mercato. Come tutti i privilegi (e sottolineo “privilegi”), è stato garantito dal re. L’idea non poteva, non avrebbe potuto, manifestarsi fino all’avvento del torchio tipografico di Gutenberg, con cui coincise l’aumento della divinità regale e, poco dopo, l’assalto violento del mercantilismo.

Ma chi trae beneficio da questo privilegio? C’è un impatto economico che non sono riuscito ad accennare immediatamente. Esso è, nelle parole di Bastiat, “il non visto”. Il copyright è il metodo con cui, dietro la copertura della protezione degli artisti, il grande editore porta restrizioni nel commercio. Sì, stiamo parlando di monopolio.

Per quanto le corporation lancino l’osso allo scrittore che lotta, e una occasionale bistecca alla decima richiesta di percentuali, esse ricevono il monopolio legale sulla pubblicazione, la composizione, la stampa, il packaging, la commercializzazione ed a volte perfino sulla distribuzione di un certo libro o giornale (per i quali ha l’esclusività nella disposizione di articoli, illustrazioni e inserzioni pubblicitarie). E’ abbastanza come integrazione verticale e restrizione al commercio?

E così il sistema si perpetua, e o lo si accetta o ci si affida a fuorilegge che operano nella counter-economic e ad imprenditori taiwanesi collegati con il contrabbando.

Poiché il copyright permea tutti i mass media, è l’Imbroglio Che Nessuno Osa Menzionare. Il marcio che corrompe il nostro intero mercato delle comunicazioni è così intrecciato con i diritti d’autore che non sopravviverebbe un istante all’abolizione dello stato e della relativa applicazione del copyright. Poiché i perdenti, gli scrittori sconosciuti e i loro lettori, perdono così poco ciascuno, sembra che siamo soddisfatti di essere “leggermente” borseggiati. Perché preoccuparsi dei pizzichi di zanzara quando abbiamo i segni delle ferite del vampiro, le tasse sui redditi e sull’automobile?

Una fondamentale domanda morale: che cosa mi ha svegliato riguardo al problema di cui finora ero un innocente spettatore? Consideriamo attentamente la seguente costruzione contrattuale.

Il grande autore ed il grande editore hanno l’accordo di non rivelare una parola sul contenuto delle nuove pubblicazioni. Tutto il personale, ogni persona ad ogni livello della produzione è tenuta a non rivelare nulla. Tutti i distributori tengono il segreto e le pubblicità dicono meno cose possibile. Ogni lettore è come la Death Records per Phantom of the Paradise, ugualmente sotto contratto, e così è ogni lettore che compra il libro o la rivista e interagisce con qualcuno che sia sotto contratto – interagisce in un commercio ed in un accordo volontario.

No, non sono preoccupato per il creatore simultaneo; che pure è una ovvia vittima, casi rari, data la sufficiente complessità dei lavori di cui stiamo parlando. Comunque, alcune recenti decisioni sul copyright e il caso Dolly Parton, che ha perfino meritato un processo serio, significano che la corruzione si sta espandendo.

Un giorno voi ed io cammineremo in una stanza, invitati senza alcuna menzione di un contratto, e delle pubblicazioni staranno aperte su un tavolo. I fotoni che ne saltano dalle pagine arrivano ai nostri ed al nostro sfortunato cervello processa le informazioni. Assolutamente innocenti, avremo commesso un atto involontario, avremo violato il copyright. Abbiamo involontariamente commesso un atto di pirateria.

 E Dio o il Mercato ci aiutino se proviamo a seguire le idee che ci passano per la testa, o di rivelare questi colpevoli segreti a chiunque. Lo stato ci punirà, graziandoci solo se Grandi Autori e Grandi Editori decideranno nella loro tirannica misericordia che siamo troppo piccoli per causare problemi.

Se usiamo le idee o le ripetiamo o le ristambiamo, magari come parte di una nostra più ampia creazione, bum! Ecco che arriva il monopolio. E così ogni spettatore innocente dovrebbe essere soppresso. Attraverso il mercato? Arduo. L’intero accordo contrattuale cade come un castello di carte quando l’innocente prende visione proibitamente. No, il copyright non ha nulla a che fare con la creatività, come un incentivo, o con qualsiasi frutto del lavoro o di qualsiasi altro elemento di un libero mercato morale.

E’ una creatura dello stato, il piccolo pipistrello del vampiro. E, per come è concepito, il termine per indicarlo dovrebbe essere copywrong.


traduzione di Teo Scarpellini
tratto da http://liberteo.wordpress.com


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permalink | inviato da tarantula il 14/8/2008 alle 13:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
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