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La proprietà libera?
post pubblicato in Libertà e Mercato, il 27 gennaio 2008

La proprietà libera?

di Nico Berti

da www.unacitta.it


                                                                 P.J. Proudhon


Bisogna distinguere almeno due momenti fondamentali nel pensiero di Proudhon. Come sappiamo, Proudhon scrive Che cos’è la proprietà nel 1840, ed è lì che la definisce col famoso detto “la proprietà è un furto”. In questo libro, Proudhon muove da un punto di vista etico-giuridico-politico, cioè dalla disanima della tradizione del diritto romano, da cui viene fuori il cosiddetto diritto borghese sancito dal codice napoleonico, arrivando alla conclusione che il diritto di proprietà così com’è concepito nei codici borghesi contiene una contraddizione insanabile. Da una parte, infatti, tale diritto è riconosciuto come un diritto universale, ma dall’altra, non legando questo diritto a nient’altro che al fatto storico, cioè al riconoscimento delle proprietà storicamente costituitesi, di fatto si nega la possibilità di tale estensione universale. In questo modo, dice Proudhon, il diritto di proprietà entra in contraddizione con i suoi presupposti, nega se stesso.
Questo, sostanzialmente, il nocciolo duro della critica alla proprietà di Proudhon, che è poi quello che porta alla polemica con Marx. Per Marx, che critica la proprietà non da un punto di vista etico-giuridico, ma in quanto espressione sovrastrutturale dei rapporti di produzione capitalistici, il problema di pensare ad un’abolizione del diritto di proprietà non esiste perché, secondo lui, esso sarà risolto automaticamente dal processo storico, dalla rivoluzione sociale. Per questo, secondo Marx, Proudhon ha una concezione piccolo-borghese, perché ha un’idea della proprietà autofondativa, mentre la proprietà non sarebbe nient’altro che un’espressione di rapporti di produzione capitalistica.
Ora, abbiamo detto che nel primo Proudhon l’espressione fondamentale della critica si basa su un’istanza di tipo etico-giuridico, che per lui è data dal lavoro, ed è proprio per l’assenza di tale base etica che, come detto, egli critica l’esistenza stessa della proprietà borghese e la definisce “un furto”. Siamo alla terza memoria sulla proprietà (ne aveva già scritte altre due), che gli dà fama internazionale. Negli anni successivi, dal 1840 al 1860, seguono altre opere fondamentali, in particolare il Sistema delle contraddizioni economiche o filosofia della miseria, a cui Marx risponderà col noto Miseria della filosofia. In questo secondo momento della prima fase, oltre a mettere in luce le contraddizioni del sistema capitalistico borghese e dell’economia proprietaria, Proudhon sostiene, polemizzando con Marx, che il comunismo è un concetto mistificante, perché la proprietà intesa come possesso non può essere eliminata. Si può, cioè, eliminare la proprietà privata dei mezzi di produzione, ma non si può eliminare la proprietà “di fatto”, quella che Proudhon chiama “possesso”. Infatti, dice Proudhon, anche se si abolisce la proprietà privata dei mezzi di produzione, questi diventeranno comunque di qualcuno, perché è impossibile non attribuirne l’uso a qualcuno. Si può perciò discutere sulle forme della titolarità -proprietà privata borghese, proprietà collettiva dello Stato, autogestione da parte dei lavoratori- ma non sul concetto di titolarità, per cui i mezzi di produzione, di scambio e di consumo, cioè le sorgenti della vita materiale, è inevitabile siano attribuiti a qualcuno. Tale qualcuno, per Proudhon, è il lavoratore, cosicché chi lavora in una fabbrica o in un campo ne è di fatto proprietario in quanto la possiede proprio attraverso il lavoro. E’ da qui che muove l’idea dell’autogestione.
Ma, attenzione, siamo ancora nel primo Proudhon. Il secondo Proudhon, quello che scrive la Teoria della proprietà, pubblicata postuma, ad un anno dalla morte (Proudhon muore nel 1865), non è che neghi il primo, ma certo lo supera. La proprietà, intesa come uso privato ed esclusivo da parte di chi la utilizza tramite il lavoro, non solo non dev’essere eliminata, ma deve essere mantenuta e rafforzata, perché essa è l’unico mezzo, l’unica arma, l’unica barriera per tenere a freno lo Stato. Il potere politico dello Stato si ferma laddove c’è la proprietà, quella proprietà che dà significato e forma alla società civile attraverso il lavoro. In Proudhon, infatti, viene mantenuta la separazione tra società civile e società politica e la società civile si difende dal potere invadente dello Stato attraverso la resistenza di tante proprietà, veri contrafforti. Per Marx è il contrario: la società civile deve essere annullata dentro la società politica e poi entrambe annullate e trasfigurate nella società senza classi. Sia detto tra parentesi, ma il mantenimento della separazione è sempre la condizione per impedire la fusione tra società politica e società civile e quindi il totalitarismo. E Proudhon parlava ottant’anni prima dell’avvento dei totalitarismi europei!
Quindi la proprietà è un contrappeso. Sulle sue forme giuridiche poi c’è da discutere, ma è un contrappeso.
A questo punto, se si accetta la separazione tra la società politica e civile, se si accetta il diritto di proprietà, una proprietà rivista e corretta secondo tutte le formule di carattere socialista, se si vuole universalizzare questo diritto attraverso la diffusione di pratiche autogestionali, si deve accettare anche la logica cattallatica, quindi la logica di un mercato, in cui si incontrano la domanda e l’offerta. Diventa pertanto impensabile una programmazione della società del tipo: quanti russi ci sono? 100 milioni, quindi occorrono 200 milioni di scarpe; che numero portano?, eccetera. Solamente nel luogo del mercato si fonda lo sviluppo economico. Tutto questo comporta un diverso svolgimento di tutto l’iter emancipativo. L’iter emancipativo di Proudhon non è più la liberazione dal lavoro, il comunismo, ma la liberazione del lavoro, dando a ognuno il diritto individualistico, dentro una società pluralistica, di varie forme societarie di proprietà. E lì la sfida è enorme. Si tratta di impedire non tanto l’accumulazione capitalistica, ma la formazione di monopoli, che di per sé, fra l’altro, ostacola la stessa accumulazione di tipo capitalistico. Il risultato sarà una società pluralistica che non potrà mai risolversi nel comunismo, in una società senza classi, ma dove bisognerà ripensare a tutta la statualità sociale, attraverso i ceti, i gruppi sociali, la diversificazione e la creazione di un diritto sociale di proprietà. La società, cioè, deve pensare a diritti sociali che permettano a tutti di acquisire la proprietà, che a quel punto si eleva alla sua istanza di tipo anti-politico, anti-stato, capace di garantire una separazione tra la società politica e la società civile.
Certo, in questo modo Proudhon si stacca anche dal liberalismo storico, che è interessato solo ad affermare il diritto di proprietà, non ad universalizzarlo, non è interessato a concepire tutte le forme possibili di proprietà, o di “possesso”, come direbbe più precisamente Proudhon.
Quindi ci deve essere un diritto sociale, come dice Gurvitch, che preveda l’universalizzazione. Questo diritto sociale dovrà essere un diritto paritario. Non esiste più l’uguaglianza, ma esiste l’equità, o l’equivalenza, che è una cosa diversa. Per il comunismo, alla fine, fra un quaderno e una penna non c’è alcuna differenza, sono due beni intercambiabili. Proudhon invece dice: “Per il quaderno sono necessari tot di lavoro e tot di materia prima? Lo stesso tot di lavoro e di materia sono necessari per la penna? Allora sono equivalenti, ma il quaderno resta quaderno e la penna resta penna”. L’uguaglianza sta nell’equivalenza. Il suo obiettivo è un pluralismo in cui si arrivi all’equivalenza, ma senza andare oltre, altrimenti si finisce nell’omogeneità.
Le conseguenze che discendono da tutto ciò sono tante.
Riguardo allo sviluppo tecnologico, Proudhon lo vede associato alla piccola proprietà, in una logica che deliberativamente non sceglie la via del gigantismo, perché si perde il controllo della storia. Uno sviluppo sostenibile, quindi. Da qui l’accusa di piccolo-borghese, che è una sciocchezza. In realtà Proudhon immagina una società pluralistica in cui tutto è a misura di uomo.
Quando Proudhon parla del credito gratuito, sembra una stupidaggine, ma oggi è l’economia post-capitalistica a riscoprire il credito gratuito. Le società no-profit di oggi sono tutte società di tipo proudhoniano, e non è che non ragionino in senso economico, ragionano in quel senso economico per cui l’interesse è basato sul lavoro, non sulla rendita. La stessa banca proudhoniana ti dà i soldi e non vuole un interesse passivo, però ci deve essere sempre una logica economica. Si tratta di superare quella dimensione finanziaria del capitalismo per cui il capitale si alimenta in base a una logica propria, senza l’interesse del lavoro.
Riguardo al federalismo: certo, lo Stato nell’autogestione proudhoniana non c’è più, mentre esistono delle funzioni politiche a garanzia del diritto sociale di proprietà. Questo implica il federalismo e una diversificazione del diritto. Il diritto nel Giura svizzero, che ha una certa conformazione economico-sociale e geografica, non può essere lo stesso di Trapani, dove c’è il mare. Il federalismo in senso proudhoniano è il massimo dell’universalismo, perché, abolendo di fatto un ente superiore, non crea soluzione di continuità tra il Giura e Trapani, non crea una mediazione a livello superiore fra i due.
Le capacità politica, infine. Secondo Proudhon la classe operaia non potrà mai emanciparsi se non ha la possibilità di auto-emanciparsi. Secondo lui, infatti, è inutile dare il diritto di voto agli operai se non hanno capacità politica e capacità economica, capacità di auto-emancipazione appunto. E’ la capacità il fondamento del possesso. Se io ti do una cosa e tu non sai gestirla, di cosa sarai capace? Di cosa sarai proprietario? Capacità, possesso, proprietà non hanno soluzione di continuità. Proudhon, quindi, rigetta tutta la concezione marxista del partito e della dittatura del proletariato, l’auto-emancipazione implica inevitabilmente un discorso riformistico, antigiacobino e non rivoluzionario.
Un discorso che resta tutto da reinventare, perché la strada che il socialismo aveva preso grazie a Proudhon, salvo per alcune formulazioni a fine Ottocento nel sindacalismo e poi, negli anni ‘30, nel personalismo di Mounier, è rimasta interrotta.
L’autodidatta Proudhon ha scritto tante cose e tante le devi buttar via, ma era un genio che ha avuto delle intuizioni veramente profetiche.
Per questo per Gurvitch, se Marx è stato l’autore del ventesimo secolo, Proudhon lo sarà del ventunesimo.




permalink | inviato da tarantula il 27/1/2008 alle 12:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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