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John Cage, anarchico schedato
post pubblicato in Cultura, il 27 agosto 2005

John Cage, anarchico "schedato".

Di Pietro Ferrua 

Per quanto possa sembrare incredibile che un "innocente" compositore di musica. mondialmente noto, abbia avuto a che fare con la polizia, ciò è paradossalmente vero.

Allorché, nell’ottobre del 1969, sedici anarchici vengono arrestati a poche ore di distanza, a Rio de Janeiro, mancano tre nomi all’appello post-retata : Edgar Rodrigues [1], Carlos M.Rama [2] e John Cage. Su questi arresti e il susseguente processo, si potrà consultare il libro [3] recentemente lanciato dal prolifico cronista dei movimenti anarchici luso-brasiliani, Edgar Rodrigues, nel quale gli eventi vengono descritti in modo particolareggiato, tranne qualche episodio del quale non era forse venuto a conoscenza, come quello, piuttosto succulento, che sto per narrare.
I servizi segreti facevano vigilare il movimento anarchico, che non ignorava affatto questa stretta sorveglianza. Una delle numerose attività intraprese dai compagni era appunto un corso sull’anarchismo, indetto in un teatro locale ("Teatro Carioca") abbastanza noto e situato in una via assai centrale e di gran transito (rua Senador Vergueiro). Questo spazio artistico-culturale era stato da noi appositamente prenotato per due-tre mesi, durante il pomeriggio del sabato, prima delle recite serali. Avevamo chiesto (ed ottenuto) l’autorizzazione di affiggere i nostri manifesti nelle bacheche e nei pannelli murali delle università da noi frequentate (come docenti o discenti). I poster, di gran formato [4], annunciavano una serie di conferenze sulla presenza degli anarchici nelle rivoluzioni del passato, e cioè, la Comune di Parigi del 1871, le due rivoluzioni russe del 1905 e del 1917-21, la rivoluzione messicana, 1906-1911, la rivoluzione spagnola del 1936-’39 e la rivolta del maggio 1968 in Francia.
I compagni avevano adottato qualche precauzione per evitare un repressione immediata e questa strategia funzionò, perché il corso giunse a conclusione e gli arresti sopravvennero soltanto un anno dopo. Per compromettere il minor numero di persone si scelse la formula del conferenziere unico (anche se, come vedremo, altri tre oratori intervennero), si decise di non trasformare l’impresa in un comizio propagandistico pubblico e la si trattò come un corso privato di storia politica al quale ci si iscriveva a pagamento [5], il che consentí di realizzare il progetto. I poliziotti di servizio dovettero iscriversi anche loro, come tutti gli altri auditori, e fu facile identificarli. Ne derivò una divertente inversione di ruoli : eravamo noi a "controllare" loro. Questi "informatori" rimasero d’altronde assai perplessi - questo emerse dai rapporti, brani dei quali ci furono letti durante l’istruttoria- perché non riuscivano a situare questi tipi bizzarri che inveivano contro capitalisti, fascisti e bolscevichi, mettendoli spesso nello stesso sacco.
Ci si può allora immaginare la loro reazione di fronte a questo americano (sí, uno Yankee in carne ed ossa !) che sostituiva l’oratore abituale e che venne presentato al pubblico come il "celebre compositore statunitense John Cage". Intanto, ci corresse immediatamente dopo aver ascoltato l’interpretazione sussurrata (da Diana Ferrua), asserendo che l’etichetta di "insigne musicista" non gli conveniva affatto e preferiva quella di "micologo", precisando subito che non gli interessava tanto lo studio dei funghi, quanto la raccolta, o meglio, la "caccia" alle diverse varietà, secondo la stagione e le latitudini. Ci confessò poi che gli piaceva soprattutto cucinarli e mangiarli e diede la stura ad una lunga digressione sui funghi, fritti o ripieni, in omelette o altrimenti preparati, che continuerebbe forse ancora adesso se qualcuno non l’avesse interrotto e gli avesse chiesto una ricetta per la Rivoluzione anziché per la cottura dei porcini. A questo punto Cage esclamò : "Ma come volete fare una Rivoluzione se i telefoni non funzionano ?". Non si trattava di una spiritosaggine, bensí del risultato di un’esperienza e di una convinzione intima.
Sono un po’ responsabile di questo contrattempo che però l’ha colpito a tal punto che è rimasto il solo ricordo da lui lasciato per iscritto (ch’io sappia) di questo episodio. Infatti, nel suo M :Writings ’67-72 [6] a p. 59 dice :"Sono nell’albergo di Rio de Janeiro e sto aspettando una telefonata per sapere se devo o no incontrare le persone che stanno studiando l’anarchia (nei loro studi erano giunti a Thoreau e, avendo saputo che mi piaceva il Diario di Thoreau, mi avevano chiesto di condividere con loro le mie impressioni ; il telefono non squilla").
Cage non sapeva ancora che avevamo tentato invano di ottenere una linea libera al caffè del quartiere, il che significava, nel Brasile degli anni ’60, rimanere in coda per mezz’ora, aspettare il segnale di linea libera, formare il numero dell’albergo e trovarlo occupato, riprendere il proprio posto alla fine della coda per ricominciare tutto da capo, magari per due ore difilate. [7]
Adesso è arrivato il momento di fare un salto indietro e di spiegare come feci la conoscenza del compositore e lo invogliai a questa avventura in comune. Qualche giorno prima, avevo ricevuto un invito a cena assai straordinario da parte di Jocy de Oliveira [8], la piú avanguardista e la piú "anarchica" dei compositori brasiliani (il che ci verrà confermato qualche anno dopo [9].
Si trattava di far compagnia prima, durante e dopo il banchetto, a John Cage, al pianista David Tudor, al coreografo Merce Cunningham e a tutta la troupe. Mentre Diana Ferrua e Nora Sant’Anna de Moura (un’amica pianista) conversavano in inglese con le ballerine, Arnaldo Sant’Anna de Moura ed io fummo privilegiati accaparrandoci John Cage per una buona parte di quella magnifica serata. Dopo una lunga discussione musicale sull’intonarumori di Russolo e Pratella (non ne aveva ancora visto uno e trovava lo strumento affascinante) e sul Theremin (di cui mio suocero era stato uno dei rari specialisti e concertisti di fama) passammo a parlare di anarchismo. Mi rivolse molte domande sul C.I.R.A. (ne aveva sentito parlare), si informò delle nostre attività locali e si dichiarò sorpreso di sapere che gli anarchici si riunissero alla luce del sole in piena dittatura. Siccome si era dichiarato apertamente anarchico, gli chiesi di compiere un gesto che sarebbe risultato molto utile sul piano propagandistico in certi ambienti. Lo pregai di renderci visita ufficialmente ed accettò volentieri. Si decise che avrebbe presentato l’anarchismo di Thoreau perché "non credeva troppo alle rivoluzioni violente e non conosceva abbastanza i soggetti del corso per trattarne uno". A noi non serviva un semplice supplente e rimanemmo entusiasmati dalla sua offerta di discettare sulla disubbedienza civile. Il tutto doveva essere confermato dalla telefonata che non gli giunse mai.
Fortunatamente avevamo anche preso la precauzione di mandare qualcuno a cercare il conferenziere all’albergo. In quelle occasioni ci servivamo sempre di due vetture uguali (mi pare si trattasse di Volkswagen, guidate rispettivamente da Rosa Maria de Freire Aguiar e Jacques Kalbourian) per evitare inseguimenti o almeno confondere le piste. John Cage arrivò perciò al Teatro Carioca (gli studenti erano già stati avvertiti del cambiamento straordinario di programma) e ci intrattenne per circa due ore con barzellette frammiste a considerazioni assai serie sull’anarchismo tecnologico. Oltre a Thoreau, di cui era noto il posto occupato nella cultura progressista americana, Cage ci propose le idee di Suzuki, Buckminster Fuller e Paul Goodman, che conoscevamo poco o punto e che comunque non avevamo l’abitudine di associare all’anarchismo. Cage sostenne la tesi della liberazione della società grazie ad una rivoluzione nonviolenta e facendo perno sulle nuove tecnologie.
La visita di John Cage agli anarchici fu ignorata dalla stampa, ma contribuí lo stesso a far conoscere le attività anarchiche negli ambienti artistici ed intellettuali e a consolidare le nostre posizioni. I giorni seguenti ci recammo in gruppo a tutti i suoi spettacoli e lo rivedemmo, ma il suo soggiorno volgeva alla fine e ci separammo da lui con molto dispiacere.
Gli arresti avvennero un anno dopo e Jacques Kalbourian gli diede la notizia negli Stati Uniti. Non credo sia rimasto molto preoccupato per il fatto che la dittatura avesse annotato il suo nome. Ciò non toglie che la fantasia dei servizi segreti brasiliani fece entrare John Cage nella storia dell’anarchismo di Rio de Janeiro. Permane anche il suo messaggio :"Consiglio agli anarchici brasiliani : migliorate il sistema telefonico. Senza telefono sarà del tutto impossibile dare inizio alla Rivoluzione !" op.cit.,p.60.

Oltre a questo episodio di partecipazione attiva, John Cage ha sempre strizzato l’occhio all’anarchismo nei suoi scritti. Spulciando la sua opera si può ricostituire la sua traiettoria, cha va da Lao Tsé  a Paul Goodman, passando per Thoreau.
La sua prosa era altrettanto asistematica della sua musica e il mosaico dei suoi pensieri va ricostruito : "Né politicanti, né polizia" [10] ; "Niente governo, basta l’educazione [11] ; "L’anarchia è pratica" [12] ; "Dobbiamo realizzare l’impossibile, sbarazzarci del mondo delle Nazioni, introducendo il gioco dell’intelligente anarchia in un ambiente mondiale" [13] ; "sappiamo che il miglior governo è l’assenza di governo" [14].
Definirà lui stesso il suo anarchismo come tecno-anarchismo alla Kostelanetz [15]. Ma si possono identificare altre fonti al suo anarchismo. A Max Blechman [16], forse l’ultimo ad intervistarlo sulla sua adesione alle idee anarchiche, Cage risponderà : "Cominciai ad interessarmi di Anarchia negli ultimi anni ’40…Vera  e Paul Williams mi "convertirono". Ma soprattutto James J. Martin". Conosceva l’opera di Emma Goldman ed era al corrente delle faccende spagnole, pur prediligendo un anarchismo quotidiano, nell’immediato. Considerava difatti che : "Offro un modello di come funziona adesso" e ci rivela che per lui l’anarchismo è una seconda natura : "sono anarchico nello stesso modo in cui si telefona, si spegne la luce, si beve acqua" [17].
Ancor piú importante, però è il fatto che le sue idee non si limita a viverle o a menzionarle, le adatta alle sue modalità espressive. Le sue composizioni letterarie e musicali sono altrettanto anarchiche per il contenuto quanto lo sono per la forma. La sua scrittura non è affatto convenzionale e si esprime in modo del tutto originale. I suoi "mesostici" possono rassomigliare a dei cruciverba, pur permettendogli di condensare il suo pensiero (massime orizzontali) e di definirlo nel miglior modo (formule verticali). Qualcuno potrà osservare che i futuristi e i concretisti l’hanno preceduto e che ha preso in prestito da loro qualche trovata. Salvo però il fatto che i suoi predecessori hanno aperto dei sentieri che forse non hanno esplorato né sfruttato sino alle ultime conseguenze, mentre lui li sistematizza, costruisce libri interi nonché composizioni musicali (talvolta i generi addirittura si confondono). Si compiace a volte nel creare architetture rigide (forse alla maniera di Arnold Schoenberg, di cui fu discepolo) che poi deliberatamente violerà, strada facendo. I suoi libri sono concepiti come strutture circolari e non hanno un vero inizio né una vera fine. L’indeterminazione vi regna, nonché l’incoerenza e il tutto fa da contrappeso alla disciplina e offre, come risultato, una nuova struttura variabile.
In campo musicale avviene la stessa cosa e l’elemento anarchico è situato a tutti i livelli : abbandono dei canoni della tradizione, miscuglio dei generi, soppressione del maestro direttore e concertatore d’orchestra, introduzione della nozione di silenzio, utilizzo di suoni naturali (rumori compresi), meccanici, elettrici, elettronici, ecc… La sua gamma di suoni e le sue esperienze sono altrettanto numerose della sua opera. La sua divisa è sempre stata : "pur rimanendo aperto a quel che non si può predire , aspetto con gioia quello che accadrà" [18]. In Atlas Eclipticalis(1932) si sentono 2500 suoni in libertà durante 160 minuti ; in Bacchanale (1936), Cage corregge il suono del piano infilando carta, viti, portacenere fra le corde (inventando cosí il "piano preparato") ; in Construction in Metal (1937) si serve di gamelan indonesiani assieme a delle lastre di latta e dei pezzi di freno d’automobile ; in Empty Words gioca con la voce, il grido e le vocalizzazioni mescolando lettere e sillabe provenienti da un testo di Thoreau ; in Europeras unisce incisioni su nastro a frammenti di dischi, di pianisti, cantanti e varî proiettori ; in 59 _ for a String Player, gli archi vengono suonati con o senza archetti e il dorso degli strumenti viene percosso come se si trattasse di una batteria ; in 4 minutes and 33 seconds(1952) un pianista è seduto davanti al suo strumento senza emettere alcun suono (John Cage si compiaceva nel dire "penso che la mia migliore composizione, almeno quella che preferisco, è il pezzo silenzioso 4’33". Consiste di tre movimenti senza suono. Volevo che la mia musica fosse liberata dai sentimenti e dalle idee del compositore. Ho sentito e spero di aver portato le persone a sentire che i suoni del loro ambiente costituiscono una musica molto piú interessante che non la musica che ascolterebbero se si trovassero in una sala da concerto" [19]) ; HPSCHD (1968) è concepito come una composizione per clavicembalo e apparecchi elettronici ; Imaginary Landscape n.5 (1952) è per 42 registrazioni fonografiche mentre Imaginary Landscape n.4(dell’anno precedente) proponeva un suono prodotto dalla trasmissione di dodici apparecchi radiofonici ; Muoyce (musica + Joyce) è formato da suoni attinti da Finnegan’s Wake e cantati su varî toni con un ritmo discontinuo, senza melodia ma con accompagnamento di sirene ; Variations II (1961) è un pezzo indeterminato per un numero imprecisato di musici ognuno dei quali produce un suono autonomo ; Variations V (1965) è composto da tre elementi : rumori amplificati, danze e un "montage" di film ; Winter Music può essere interpretato da un numero indeterminato di pianisti (da 1 a 20). E cosí via.

Arnold Schoenberg, il quale lo ebbe brevemente come discepolo, disse di John Cage : "Non è certamente un compositore, bensí un inventore geniale", mentre Bruno Maderna, ha dichiarato :"Siamo tutti figli di Cage" [20] e Peter Yates lo ha definito "il compositore della sua generazione che ha esercitato la maggior influenza, a livello mondiale".
In qualsiasi forma artistica nella quale si sia espresso, Cage ha sempre illustrato il motto "la rivoluzione non può fermarsi" (Composition in Retrospect, p.33). Questo su tutti i livelli, ma su quello delle idee anarchiche ha dichiarato a Max Blechman, qualche settimana soltanto prima di morire :"Penso che [l’anarchia] ridiventi pratica. Una mia amica è di ritorno dalla Spagna ove conosce uno scultore che le ha detto, a proposito del movimento anarchico : ’Da un fiasco all’altro, sempre avanti verso la vittoria finale". La mia amica pensa - come lo scultore, come me, e come sempre piú gente penserà - che l’avvenire politico dell’umanità sarà vittoriosamente anarchico. Non possiamo aver altro che un’umanità universale e anarchica…ci vuole un’anarchia pacifica…altrimenti…ci sarà troppo dolore…" (Drunken Boat, n.2).

I compagni marsigliesi che hanno fondato un "Gruppo Anarchico John Cage, hanno dato prova di molta ispirazione.

John, compagno nostro ti salutO e non Ho dimenticato le tue barzellette raccoNtate in clima di dittat ura.

Certi ne hanno saputo estrArre il succo intimo e l’hanno Gustato per affrontare gli Enormi compiti da svolgere.

Ancor oggi pensiamo a te perché ci fuNgi da stimolo per vincere le Ardue lotte in favoRe dell’anarchia Che tu hai predicate e cHe noi, con o senza funghi nell’Indeterminazione Col suono della tua voce divertita e divertente cOntiamo costruire, giorno dopo giorno.

Ray Johnson, "John Cage Shoes"

Belkin Gallery

Pietro Ferrua

P.S. John Cage era stato invitato a partecipare al programma musicale del Primo Simposio Internazionale sull’Anarchismo, di Portland, ma non potette intervenire per via di un contratto già firmato col coreografo Merce Cunningham per le stesse date. Ci autorizzò comunque a mettere al programma il suo Imaginary Landscape n. 4, ottimamente interpretato dal Lewis and Cl

  [1] Questo compagno fu l’unico, fra i responsabili ufficialmente dichiarati al momento della registrazione dello Statuto del "Centro Professor José Oiticica" a non essere arrestato assieme agli altri. Risultava come bibliotecario ma nessuno sapeva, al momento degli interrogatorî - o finse di non conoscere - le vere generalità che si dissimulavano dietro questo pseudonimo.

[2] Carlos M.Rama veniva periodicamente a Rio de Janeiro a render visita ad una delle figlie che quivi risiedeva, in seguito a matrimonio contratto con un brasiliano. Uno dei suoi viaggi coincise col nostro corso e il compagno e amico professore accettò di sostituirmi per parlare degli anarchici nella Rivoluzione spagnola del 1936-39. In occasione della sua conferenza venne intervistato dalla stampa quotidiana. L’anno dopo, trovandomi in visita a Montevideo, lo informai degli arresti sopravvenuti, consigliandolo di mantenersi alla larga. Riuscí ad evitar grane con la dittatura brasiliana ma entrò in conflitto con quella del suo paese, si rifugiò nel Cile di Allende e dovette in seguito partire per un nuovo esilio, che lo portò in Spagna, ove morí prematuramente.

[3] Il processo agli anarchici e gli avvenimenti che lo circondarono, sono narrati da Edgar Rodrigues nel suo Os Anarquistas no Banco dos Réus (1969-1972) (Rio de Janeiro, Vjr, 1993). L’autore si è basato sui documenti processuali e anche sulla documentazione da me fornitagli. Al momento degli arresti il compagno Rodrigues non venne immediatamente perseguito per via delle difficoltà di identificazione, il che gli permise di mantenere il contatto coi compagni non arrestati, di aiutare le famiglie di coloro che erano stati imprigionati, di assumere avvocati per la loro difesa e rendersi utile sotto varî altri aspetti.

[4] Diego Abad de Santillán, che ogni tanto incontravo a Buenos Aires, con cui corrispondevo regolarmente e il quale mi aveva fornito materiale documentario per il corso, manifestò il suo stupore ricevendo una copia del manifesto che annunciava la mia serie di conferenze, circa la possibilità di far circolare e affiggere "poster" di quel genere in clima di dittatura. Ricordo di avergli risposto che non era piú lecito farlo in Brasile che non in Argentina ma che avevamo deciso di procedere cosí comunque fosse.

[5] La quota di iscrizione era modesta. Nessuno venne retribuito e l’introito aiutò a pagare parte delle spese organizzative.

[6] Middletown, Wesleyan University Press, 1974

[7] Mi ero iscritto e versavo delle rate mensili per l’acquisto di un telefono, ma a sei anni di distanza non era ancora stata concessa la linea. Diventai felice proprietario (sic !) di un apparecchio telefonico soltanto quando mi trovavo già in esilio.

[8] Nel suo appartamento del rione Leblon, in cui abitava allora col marito, maestro direttore e concertatore di orchestra Eleazar de Carvalho.

[9] Il "Primo Simposio Internazionale sull’Anarchismo" ebbe luogo a Portland fra il 17 e il 24 febbraio 1980. Si trattò di 8 giorni di conferenze, concerti, tavole rotonde, trasmissioni radiofoniche, proiezioni cinematografiche, recite, spettacoli, concerti, ecc… La parte piú riuscita fu quella dedicata alle espressioni artistiche : danza, musica, cinema. In tale occasione venimmo deliziati da Jocy de Oliveira, sia come pianista e animatrice quando interpretò"Descrizioni automatiche. Embrioni essiccati. Vecchi zecchini e vecchie corazze" di Erik Satie, sia quando ci offrí la rappresentazione di uno spettacolo straordinario e indimenticabile :"Teatro possibilistico n. 1" una sua composizione per musici, attori e ballerini, di spirito antidittatoriale, vivamente applaudita.

[10] Composition in retrospect, p.143

[11] id. p.126

[12] id., p.93

[13] id. p.34

[14] M, p.101

[15] Aveva gran fiducia in Kostelanetz cui concesse il privilegio di scegliere a suo piacimento estratti fra i suoi scritti per farne un "montaggio"delle sue idee sull’educazione per un articolo pubblicato nella rivista Social Anarchism n.14 del 1989, pp.13-29). John Cage si limitò ad aggiungere qualche parola, qua e là, fra parentesi.

[16] Cfr. "Last Words on Anarchy. An Interview with John Cage by Max Blechman" in Drunken Boat n.2,pp.221-225. La rivista è uscita in data settembre 1994 ma l’intervista aveva avuto luogo il 24 luglio 1994, meno di un mese prima della morte del compositore.

[17] A Year from Monday, p.53

[18] Composition in Retrospect, p.32

[19] John Cage, "Interview with Jeff Goldberg", in The Transatlantic Review, n.55-56 del maggio 1976.

[20] Citato da Piero Santi in "Metodo e Caso in Cage" in Spirali n.42 del giugno 1982, pp.43 e 45.



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Panarchia. Una idea dimenticata
post pubblicato in Pagine Classiche, il 14 agosto 2005

Max Nettlau


Panarchia

Una idea dimenticata del 1860

(1909)

 

 
Per lungo tempo sono stato affascinato dall’idea di come sarebbe stupendo se finalmente, nel pensiero della gente sul succedersi di istituzioni politiche e sociali, la fatale parola “uno dopo l’altro” fosse sostituita con quell’altra molto semplice e chiara “simultaneamente.”
“Abbasso lo Stato!” e “Solo sulle macerie dello Stato ...” esprimono emozioni e desideri di molti ma sembra che solo l’affermazione meno passionale “Separazione dallo Stato” (vedi il numero 2 della rivista “Sozialist”) può trovare concreta realizzazione.

Quando appare una nuova intuizione scientifica, allora coloro che la condividono vanno semplicemente avanti per la loro strada, senza cercare di persuadere i professori stagionati che non hanno alcuna intenzione di adottarla o di forzarli ad accettare le nuove idee oppure di eliminarli dalla faccia della terra.
Senza alcuna forzatura, questi rimarranno indietro, la considerazione scientifica verso di loro calerà e verrà meno - a patto che il nuovo metodo sia estremamente valido. Invero, in molti casi, la cattiveria e la stupidità metteranno molti ostacoli sulla strada della nuova idea. Questo è il motivo per cui dure lotte dovranno essere combattute per una tolleranza reciproca senza condizioni, fino a quando in cui essa sarà attuata. Solo da quel momento in poi ogni cosa procederà in maniera automatica, la scienza fiorirà e avanzerà, in quanto la condizione necessaria per qualsiasi progresso, vale a dire la libertà di sperimentare e fare ricerca, è stata realizzata.

In nessun caso si dovrebbe tentare di “porre ogni cosa sotto un unico controllo.” Persino lo stato non è riuscito in questo intento. I socialisti e gli anarchici si sono svincolati dal suo potere. E anche noi antistatisti non avremo alcuna possibilità di successo in un tentativo simile,
perché le persone che sono a favore dello stato esistono (sono una componente effettiva della nostra realtà). A parte ciò, ci converrebbe non dover trascinare, all’interno della nostra libera società, uno stato in decomposizione che continua a sopravvivere.
Il problema che ci si pone di frequente: “Quale comportamento si dovrebbe tenere nei confronti dei reazionari che sono refrattari alla libertà?” sarebbe quindi risolto in maniera molto semplice. Essi possono conservare il loro Stato per tutto il tempo che vogliono. Ma, per quanto ci riguarda, ciò non avrebbe alcuna importanza per noi. Lo stato avrebbe su di noi lo stesso potere che potrebbero avere le idee di una setta di eccentrici che non suscitano alcun interesse. Questo si verificherà, prima o poi. La libertà si farà strada, dappertutto.

Una volta, mentre eravamo in un battello sul lago di Como, un’insegnante di Milano salì con una scolaresca. Ella voleva che tutti i ragazzi si mettessero seduti per cui passava da un gruppo all’altro ordinando loro di sedersi. Ma, non aveva fatto in tempo a voltarsi da un’altra parte che la maggior parte dei componenti il gruppo era di nuovo alzati e ogniqualvolta ella riteneva di averli tutti sotto controllo e di avere esaurito il suo compito, li trovava di nuovo in piedi e in movimento, in maniera disordinata come al principio. Invece di arrabbiarsi spazientita, la giovane donna incominciò a ridere di sé stessa e della sua pretesa di autorità e lasciò i ragazzi in pace. A quel punto la maggior parte di essi si sedette di propria iniziativa.

Questo è solo un esempio molto semplice che mostra come ogni cosa lasciata a sé stessa, senza interferenze esterne, si risolverà per il meglio.
Di conseguenza e per inciso: prima che l’idea della tolleranza reciproca nelle vicende politiche e sociali possa essere accettata, la cosa migliore da farsi è prepararsi ad essa - mettendola in pratica nella nostra vita quotidiana e nel nostro modo di pensare. Invece quanto spesso noi agiamo in maniera opposta alla tolleranza?
Queste parole intendono mostrare quanto io sia attratto da questa idea e voglio comunicare ad altri il mio entusiasmo nell’aver scoperto un testo dimenticato di un pioniere di questa idea della tolleranza, una idea di cui non si parla molto nella nostra letteratura anarchica. Anche perché il movimento anarchico si è trovato immischiato in una lotta contro la sua volontà.

Sto riferendomi all’articolo “PANARCHIA” di P.E. De Puydt apparso nella “REVUE TRIMESTRIELLE” (Brussels), Luglio 1860, pagine 222-245. L’autore che mi era del tutto ignoto e di cui non mi sono curato di saperne di più per non guastare la stima che ho delle sue idee, si colloca probabilmente in disparte dai movimenti sociali. Nonostante ciò egli ha una visione chiara e lucida di quanto l’attuale sistema politico, in base al quale TUTTI devono sottomettersi ad un governo, costituito in base alle decisioni di una maggioranza, cozzi contro le esigenze di base della libertà. Pur senza identificarmi con le sue proposte, o pretendendo di presentarle in maniera compiuta, voglio riassumere le sue idee e citare alcuni passaggi.

Il lettore si sentirà più prossimo a queste idee se sostituirà nella sua mente la parola “governo” che il nostro autore usa di continuo, con l’espressione “organizzazione sociale” soprattutto tenendo conto del fatto che egli proclama la coesistenza di tutte le forme di governo fino ad includere “anche l’AN-ARCHIA del Signor Proudhon”, ognuna applicata a coloro che mostrano un interesse reale per essa.
L’autore dichiara di essere a favore degli insegnamenti di politica economica che sostengono il “LAISSEZ-FAIRE, LAISSEZ PASSER” (la Scuola di Manchester della libera concorrenza senza intervento dello stato).
Non esistono mezze verità. Da ciò egli ne deriva che la legge della libera concorrenza, LAISSEZ-FAIRE, LAISSEZ PASSER, non si applica solo alle relazioni industriali e commerciali ma dovrebbe essere introdotta anche nella sfera politica.
Alcuni affermano che vi è troppa libertà, altri che non ve ne è abbastanza. In realtà, quella che manca è la libertà fondamentale, quella proprio di cui ognuno ha bisogno, la libertà di essere liberi o di non esserlo, in base alla propria scelta personale.
Ognuno decide al riguardo in maniera personale e dal momento che vi sono tante opinioni quanti sono gli esseri umani, quello che ne risulta è il miscuglio noto sotto il nome di politica. La libertà di un partito è la negazione della libertà degli altri. Il migliore governo possibile non opera mai in sintonia con la volontà di tutti. Vi sono vincitori e vinti, tiranni in nome delle leggi presenti e ribelli in nome della libertà futura.
Intendo io proporre il mio personale sistema? Niente affatto! Io sono a favore di tutti i sistemi, vale a dire di tutte le forme di governo che trovano seguaci.
Ogni sistema è come un blocco di appartamenti in cui il proprietario e i maggiori locatari godono dei locali migliori e si sentono a loro agio. Gli altri, per i quali non vi è spazio sufficiente, sono scontenti. Io odio i violenti che vogliono distruggere così come odio i tiranni che vogliono imporre. Coloro che sono insoddisfatti dovrebbero trovare sfogo, ma senza distruggere l’edificio. Quello che a loro non piace, potrebbe andar bene ai loro vicini.
Dovrebbero allora emigrare per cercare per sé stessi, in qualche parte del mondo, un altro governo?
Niente affatto.
Né dovrebbero essere inviati da un luogo all'altro secondo le loro opinioni politiche.
“Io voglio che essi continuino la loro vita in coesistenza con tutti gli altri, dovunque si trovino o dovunque uno intenda stabilirsi, in base alle sue esigenze, ma senza lotte, come fratelli, rimanendo ognuno libero di esprimere le proprie idee e soggetto solo a quei poteri che egli ha direttamente eletto o accettato”.

Ritorniamo in argomento. “Nulla si sviluppa e dura se non è basato sulla libertà. Nulla di ciò che esiste perdura e funziona con successo tranne che attraverso il libero gioco di tutte le sue parti. Altrimenti vi sarà perdita di energia attraverso continue frizioni, rapida usura degli ingranaggi, ripetute rotture e incidenti. Perciò io chiedo che singolarmente tutti i componenti della società umana (individui) dispongano della libertà di associarsi con altri secondo la loro scelta e affinità, operando solo in armonia con le loro capacità, in altre parole, godendo dell’assoluto diritto di scegliere la società politica nella quale essi vogliono vivere e dipendendo solo da essa”.

Attualmente i repubblicani cercano di rovesciare l’attuale forma di Stato al fine di attuare il loro ideale di Stato. Essi sono combattuti come nemici da tutti i monarchici e da coloro che non condividono quell’ideale. Secondo la concezione del nostro autore invece, si dovrebbe procedere in una maniera simile a come si fa per la separazione legale o per il divorzio nelle relazioni familiari. Egli avanza una simile possibilità di disunione anche nel campo politico, una scelta che non danneggerebbe alcuno.
Vuole qualcuno separarsi politicamente? Nulla di più semplice che andare per la propria strada, ma senza calpestare i diritti e le opinioni di altri che, dal canto loro, dovrebbero solo fare un po’ di spazio lasciando a costoro la piena libertà di realizzare il proprio sistema.

In pratica sarebbe sufficiente disporre di un ufficio del registro. In ogni municipalità si aprirebbe un ufficio per l’APPARTENENZA POLITICA degli individui ai loro GOVERNI. Le persone adulte si registrerebbero secondo le loro preferenze, nella lista della monarchia, della repubblica o di qualsiasi altro orientamento. Da qual momento in poi essi non sarebbero più amministrati dal sistema governativo degli altri.
Ogni sistema si organizza autonomamente, ha i suoi propri rappresentanti, leggi, giudici, tasse, senza preoccuparsi se vi sono due o dieci altre organizzazioni simili una accanto all’altra. Per quanto riguarda le dispute che dovessero sorgere tra questi organismi sarà sufficiente ricorrere a tribunali arbitrali come si fa tra persone amiche.

Probabilmente vi saranno molte materie in comune tra tutti gli organismi, che possono essere risolte attraverso accordi reciproci come si sono sviluppate, ad esempio, le relazioni tra i cantoni Svizzeri o tra gli Stati Americani nell’ambito della loro federazione.
Vi saranno persone che non vogliono far parte di alcuno di questi organismi. Essi possono diffondere le loro idee e cercare di aumentare il numero dei loro sostenitori fino a quando non abbiano raggiunto un livello necessario per gestire un bilancio, vale a dire per pagarsi una propria amministrazione che istituisca i servizi che essi richiedono e li gestisca nella maniera da essi voluta. Fino a quel momento essi dovrebbero appartenere ad uno degli organismi di governo già esistenti. Questo per motivi essenzialmente finanziari.

La libertà deve essere così estesa che deve includere anche il diritto a non essere liberi. Per cui, clericalismo e assolutismo per coloro che desiderino ciò.
Vi sarà libera competizione tra sistemi governativi. I governi dovranno cambiare radicalmente per assicurarsi seguaci e utenti. L’unico sforzo richiesto è una semplice dichiarazione presso l’ufficio locale dell’Appartenenza Politica e, senza nemmeno cambiarsi la vestaglia e le pantofole, si potrà passare dalla repubblica alla monarchia, dal parlamentarismo all’autocrazia, dall’oligarchia alla democrazia o persino all’anarchia del signor Proudhon, a discrezione personale.

“Sei insoddisfatto del tuo governo? Prendine un altro che ti vada bene” – senza insurrezione o rivoluzione e senza alcun disordine – semplicemente recandoti all’Ufficio dell’Appartenenza Politica. I vecchi governi possono continuare ad esistere fino a quando la libertà di sperimentare, qui proposta, porterà al loro declino e caduta. Una sola cosa si richiede: la libertà di scegliere. Libera scelta, concorrenza – queste saranno, un giorno, le insegne del mondo politico.

Non c’è il rischio che tutto ciò porti ad un caos indescrivibile?
Ognuno dovrebbe solo richiamare alla memoria i tempi quando ci si scannava l’un l’altro nelle guerre di religione. Che cosa è avvenuto di quegli odi mortali? Il progresso dello spirito umano li ha spazzati via come fa il vento con le ultime foglie d’autunno. Le diverse religioni, nel cui nome si bruciavano e si torturavano le persone, ora coesistono pacificamente, l’una accanto all’altra. E soprattutto là dove parecchie fedi religiose convivono, ognuna di esse è più che mai interessata alla propria dignità e alla propria purezza. Ciò che è stato possibile in quella sfera, nonostante tutti gli ostacoli, non sarebbe ugualmente possibile nell’ambito politico?

Al giorno d’oggi, dal momento che i governi esistono solo escludendo qualsiasi altro potere, ogni partito domina dopo aver sottomesso i suoi oppositori e la maggioranza opprime la minoranza; è quindi inevitabile che le minoranze, coloro che sono oppressi, rumoreggino e intrighino e aspettino solo il momento adatto per la vendetta, per conquistare alla fine il potere. Ma quando ogni coercizione è abolita, quando ogni persona adulta ha, in ogni momento, una assoluta libertà di scelta per tutto ciò che lo concerne, allora ogni scontro che non porta ad alcun risultato diventerà impossibile.

Quando i governi sono soggetti al principio della libera sperimentazione, alla libera concorrenza, essi automaticamente si daranno da fare per diventare migliori e più efficienti.
Niente più distacco, altezzosità, che nascondono il loro vuoto. Il successo per essi dipenderà interamente dal fare meglio e a costo minore degli altri. Le energie attualmente perse in maneggi infruttuosi, in dissidi e resistenze, saranno indirizzate in maniera unitaria verso il fine di promuovere il progresso e la felicità degli esseri umani, in modi straordinari e non ancora esplorati.

All’obiezione che, dopo tutti questi esperimenti con governi di ogni tipo, si ritornerà alla fine ad un unico governo, quello migliore, l’autore fa notare che, anche se questo fosse il caso, tale accordo generale sarebbe stato raggiunto attraverso il libero gioco di tutte le forze. Ma ciò potrebbe avvenire solo in un futuro molto lontano, “quando la funzione di governare, per comune sentire, è ridotta alla sua più semplice espressione”. Nel frattempo, le persone hanno idee differenti e costumi così vari che solo una molteplicità di governi è possibile.

Una persona vuole una vita piena di esperienze eccitanti e di lotte, un’altra desidera la tranquillità, un’altra ancora ha bisogno di incoraggiamento e aiuto, una quarta, un tipo geniale, non tollera alcuna guida. Uno vorrebbe una repubblica fatta di sottomissione e rinunce, un altro desidera la monarchia assoluta con la sua pompa e il suo splendore. L’oratore vuole un parlamento, la persona silenziosa invece è contro tutto questo blaterare. Vi sono cervelli forti e menti deboli, persone ambiziose e gente semplice che si contenta di poco. Vi sono altrettanti caratteri quante sono le persone, altrettanti bisogni quante sono le differenti nature. Come si potrebbero soddisfare tutti con un’unica forma di governo? Le persone appagate saranno sempre una minoranza. Persino un governo perfetto troverebbe chi vi si oppone.

Nel sistema proposto, invece, tutte le divergenze non sarebbero altro che dissapori familiari, aventi come soluzione ultima il divorzio. I governi sarebbero in concorrenza tra di loro e coloro che si associano ai governi sarebbero del tutto leali in quanto esisterebbe piena concordanza tra il governo scelto e le loro idee.
Come si organizzerebbero tutte queste persone?
Io credo nel “potere sovrano della libertà di far sorgere la pace tra le persone”. Non posso certo prevedere il giorno e l’ora in cui tutto ciò avverrà. La mia idea è come un seme gettato al vento. Chi in passato avrebbe pensato all’avvento della libertà di coscienza e chi la metterebbe in discussione al giorno d’oggi?

Per la realizzazione pratica dell’idea si potrebbe, ad esempio, fissare in un anno il periodo minimo di appartenenza ad una forma di governo. Ogni gruppo terrà il registro e saprà come entrare in contatto con i propri aderenti, come fa una chiesa rispetto ai propri fedeli o una società per azioni nei confronti dei suoi azionisti.

Questa coesistenza di vari governi porterà forse ad un flusso enorme di burocrati e ad un corrispondente spreco di energie?
Questa obiezione è importante; ad ogni modo, quando un tale eccesso fosse avvertito, si troverebbe una soluzione. Solo gli organismi davvero efficienti sopravvivranno, gli altri deperiranno progressivamente per mancanza di sostenitori.

Le classi dirigenti e i partiti attualmente dominanti saranno favorevoli a tale proposta?
Sarebbe nel loro interesse che lo fossero.
Essi sarebbero meno forti potendo fare affidamento su un numero minore di aderenti, ma tutti i sostenitori volontari si piegherebbero completamente alla volontà dei governi. Non ci sarebbe bisogno di alcuna coercizione nei confronti dei soggetti, di nessun soldato, di nessun gendarme, di nessun poliziotto. Non ci sarebbero né congiure né usurpazioni. Ognuno e nessuno sarebbero legittimi.

Potrebbe accadere che un governo andasse in liquidazione e, in una fase successiva, qualora riuscisse a trovare altri sostenitori, ritornerebbe sulla scena attraverso un semplice atto costitutivo, come avviene per una società per azioni. La piccola quota versata per la registrazione dovrebbe essere sufficiente per finanziare gli uffici dell’Appartenenza Politica. Sarebbe un meccanismo così semplice che anche un bambino riuscirebbe a gestirlo, e nonostante la sua semplicità risponderebbe a tutti i bisogni.
È così semplice ed efficace che sono convinto nessuno ne vorrà sapere. L’essere umano essendo così com’è …

Lo stile e il modo di ragionare dell’autore, De PUYDT, mi ricordano in parte AMSELM BELLEGARRIGUE, come ci è apparso nei suoi numerosi articoli nel quotidiano di Toulouse del 1849, “Civilization”.
Idee simili, specialmente per quanto concerne le tasse, sono state formulate in epoca succesiva e nel corso di alcuni anni da AUBERON HERBERT (tassazione volontaria).
Il fatto che tale proposta appaia molto più plausibile a noi di quanto non sia apparsa ai lettori del 1860, dimostra che almeno qualche progresso è stato compiuto.
L’aspetto importante è di dare a questa idea il TIPO DI ESPRESSIONE CHE CORRISPONDE AI SENTIMENTI E ALLE ESIGENZE ATTUALI e di prepararci per la sua REALIZZAZIONE.
È la riflessione su quali iniziative intraprendere che mancava nel ragionamento freddo e pacato di questo autore isolato del 1860.
Non potrebbe essere questo l’aspetto che renderebbe oggi la discussione di questi temi molto più promettente e ricca di sviluppi futuri?




permalink | inviato da il 14/8/2005 alle 15:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Zerzan teorico dei Black Bloc? Ma mi faccia il piacere
post pubblicato in Storia delle Idee, il 3 agosto 2005

Zerzan teorico dei Black Bloc? Ma mi faccia il piacere 

Di Pietro Adamo


da: www.libertaria.it

Nei giorni successivi agli scontri di Genova non pochi media hanno identificato in John Zerzan l'ideologo e il nume ispiratore del Black bloc. Non so se la cosa gli faccia piacere; dubito comunque che i casseurs di Genova dedichino molto tempo a letture di testi sofisticati e talora piuttosto difficili come i suoi (direttamente in inglese, poi…). D'altro canto, intorno a Zerzan (che risiede a Eugene, Oregon) si è formato un gruppo di giovani attivisti che ha avuto un ruolo di primo piano nelle recenti dimostrazioni contro il nuovo ordine mondiale (quello dei globalizzatori), in particolare a partire dai giorni di Seattle. Tuttavia, sarebbe probabilmente esagerato conferire una significativa centralità al guru di Eugene e ai suoi seguaci nell'organizzazione (e negli esiti) delle dimostrazioni degli ultimi due anni. Un altro aspetto mi sembra invece rilevante. Zerzan pare essere divenuto, negli ultimi anni, uno dei principali portavoce non tanto di un movimento, quanto di uno stato d'animo, di un atteggiamento diffuso soprattutto in America e in Inghilterra, in quei circoli di anarchici, ma anche di libertari, verdi, squatters, ecologisti vari, maggiormente legati a un orientamento antilegalistico e immediatamente antagonistico, come quello della rivista Anarchy. A Journal of Desire Armed, di cui Zerzan è redattore. Nelle elaborazioni sue e di buona parte dei collaboratori della rivista mi pare si ritrovino alcuni elementi che spiegano bene il fascino che secondo i media hanno esercitato sul Black bloc: un'ideologia di radicale contrapposizione con il Sistema, fondata su un rifiuto complessivo dell'esperienza dell'Occidente, riletta soprattutto alla luce delle categorie marxiane di "divisione del lavoro" e di "lavoro salariato", condita da un profondo odio per la tecnologia (in particolare quella informatica) e da un altrettanto profondo astio nei confronti di ogni idea di "progresso". Il tutto conduce alla tesi zerziana più discussa: la positività di un ritorno al "primitivo", all'organizzazione tribale, a un'epoca precedente all'affermazione della divisione del lavoro. Element of Refusal (1988), il primo libro di Zerzan, raccoglie interventi composti tra l'inizio degli anni settanta e la fine degli ottanta. È un libro guidato dalla polemica culturale e politica contro la sinistra tradizionale: in particolare contro i sindacati, colpevoli di sostenere pienamente l'ethos dell'industrialismo e l'etica del lavoro salariato (il saggio forse più noto del libro, Organized Labor vs "The Revolt against Work", illustra gli sforzi dei sindacati per controllare e gestire le spinte genuine e autonomiste delle iniziative dei workers, spesso disposti a ribellarsi non alle condizioni del lavoro, ma al lavoro stesso); e contro il marxismo, colpevole in sostanza degli stessi crimini (l'intervento più tipico mi sembra The Practical Marx, in cui il "Marx teoretico" viene contrapposto al "Marx pratico": quest'ultimo si sarebbe, "nell'intero corso della sua vita, costantemente rifiutato di vedere le possibilità del vero scontro di classe, di comprendere la realtà della negazione vivente del capitalismo"). In sintesi, Elements mi pare essenzialmente riflettere le prospettive politiche dell'autonomia operaia, con una sagace rilettura in chiave movimentista dei capisaldi della letteratura marxista. Di fatto, l'orientamento complessivo di Zerzan resta qui in tale ambito: "Il mondo moderno offre un tessuto di vita severamente degradato, senza compensazioni per renderlo altro che intollerabile", scrive nella prefazione al testo, adattando al modus dell'autonomia il millenarismo marxiano, "un capitalismo morente con nulla nella sua tasca ideologica, senza assi nella manica, sembra, principalmente, volerci portare con sé stesso all'oblio". È anche notevole (a proposito, appunto, della "politica" del Black Bloc) che nel libro di Zerzan manchino quasi del tutto riferimenti alla letteratura anarchica, se non per notare, en passant, "le debolezze e le contraddizioni dei seguaci di Proudhon e Bakunin". Il suo secondo libro, Future Primitive and other Essays (1994), riflette meglio la sua notorietà attuale. Il saggio di apertura (il celebre Future Primitive) è una rassegna di studi antropologici sulle società tribali, dalla quale emergerebbe la visione di una quasi idilliaca associazione primitiva, egualitaria, rispettosa delle individualità, incontaminata rispetto alle perversioni della tecnologia e della divisione del lavoro: "una società", ci dice Zerzan, "senza relazioni di potere", raggiungibile a patto di rinunciare ai peccati centrali della modernità. Nella recensione di un libro di Murray Bookchin, Zerzan ci spiega meglio in cosa consistano tali peccati (sui quali il "tecnocrate" Bookchin "non trova nulla da ridire"): "la più fondamentale dimensione della vita moderna, il lavoro salariato e la merce", insieme ai suoi tratti distintivi, "la distruzione produzionista della natura, il potere delle corporazioni transnazionali, la mediazione e la quantificazione del computer dell'Era dell'informazione, la portata enorme, soporifera, omogeneizzante e intrusiva dei media". In sostanza, una condanna senza sospensive della società industriale e dell'intero Occidente, una condanna che nel testo prende anche l'aspetto di una sorta di escalation dell'atteggiamento antagonista, in un confronto a tutto campo con il potere pervasivo del capitalismo corporato. I brani che seguono sono tratti da alcune voci del Dizionario del nichilista ospitato in Future e dalla recensione di America di Jean Baudrillard, e mostrano abbastanza bene la suggestione e le implicazioni di tale escalation. Ricordo che anche in Future mancano riferimenti alla letteratura anarchica; a mio parere, ciò non è solo dovuto alla filosofia della storia di ispirazione marxista (rielaborata di recente in chiave "primitivistica") abbracciata da Zerzan, ma anche al fatto che la sua visione dell'esperienza occidentale è profondamente intrisa di antiumanesimo, antiindividualismo e antimodernismo, mentre l'anarchismo è stato spesso interpretato come una peculiare e convincente replica, in termini umanisti e individualisti, ai nuovi problemi posti dalla creazione della modernità, dalla secolarizzazione e dalla stessa rivoluzione industriale. Della stessa opinione sembrano essere non pochi libertari d'oltreoceano: secondo Ramsey Kannan, uno dei responsabili della Ak Press (il più importante distributore di letteratura libertaria negli Usa), "le idee di Zerzan sono vera e propria spazzatura […]. Io credo che Zerzan non possa essere considerato interno al pensiero anarchico. Le sue idee si rifanno a un'immagine totalmente irrazionale e romantica della società primitiva. Un'epoca idilliaca in cui regnavano pace, amore e anarchia. In realtà, con sei miliardi di abitanti sul pianeta, il ritorno a una società primordiale è assolutamente improponibile".

Pietro Adamo


Smettiamola di fare i bravi

Tra i casi di buonismo ci sono i "pacifiniks", la cui etica buonista li mette (e li fa continuamente ricadere) in situazioni idiote, ritualizzate, perdenti, come quegli Earth Firstlers che rifiutano di confrontarsi con la deplorevolissima ideologia del vertice della "loro" organizzazione, e Fifth Estate, i cui importantissimi contributi sembrano oramai rischiare di esser eclissati dal liberalismo. Tutte le cause a senso unico, dall'ecologia al femminismo, e ogni militanza al loro servizio, non sono altro che modi di sfuggire alla necessità di una rottura qualitativa con qualcosa di più dei soli eccessi del sistema. Il buonista è il peggiore nemico del pensiero tattico e analitico: devi essere conciliante, non devi permettere qualche idea radicale turbi il tuo comportamento personale. Accetta i metodi preconfezionati e i limiti dello strangolamento quotidiano. La deferenza introiettata, la risposta condizionata allo "stare alle regole" (quelle dell'autorità): è questa la vera quinta colonna, quella che sta in mezzo a noi. Nel contesto di una vita sociale bistrattata che richiede, come reazione minima che abbia di mira la salute mentale, una soluzione drastica, il buonismo diventa sempre più infantile, conformista e pericoloso. Non può offrire gioia, ma solo maggiore routine e isolamento. Il piacere dell'autenticità esiste se si va contro tendenza della società. Il buonismo ci fa stare ognuno al suo posto, ci fa ripetere confusamente ciò che dovremmo aborrire. Smettiamola di fare i bravi, davanti a questo incubo e a tutti quelli che ci impediscono di uscirne. (Future Primitive, pp. 136-137)

Liberiamoci della tecnologia

Oggi viviamo il controllo [della tecnologia] come una costante riduzione del nostro contatto con il mondo vivente, come la vuotezza accelerata dell'Era dell'Informazione, disseccata dalla computerizzazione e avvelenata dall'imperialismo morto e addomesticato del metodo high-tech. Mai come oggi le persone sono state tanto infantilizzate, rese tanto dipendenti dalla macchina per qualsiasi cosa: mentre la Terra si avvicina rapidamente all'estinzione a causa della tecnologia, il nostro spirito è soffocato e appiattito dal suo dominio pervasivo. È possibile recuperare un senso d'integrità e di libertà solo smontando la grandiosa divisione del lavoro che sta al cuore del progresso tecnologico. In questo consiste, nel suo senso più profondo, il progetto di liberazione. (Future Primitive, p. 139)

Dalla civilizzazione allo stato selvaggio

Ci troviamo […] ad affrontare la rovina della natura e insieme quella della nostra natura, l'assoluta enormità dell'insensatezza e dell'inautentico che equivale a una montagna di bugie. Ciò significa ancora sofferenza e tossicità per la vasta maggioranza, mentre una povertà più assoluta di quella finanziaria rende più vuota l'universale "Zona morta" della civiltà. Resi "più potenti" dall'informatizzazione? Più infantili, magari. Un'Era dell'Informazione caratterizzata da maggiore comunicazione? No, questo presupporrebbe un'esperienza che valga la pena di comunicare. Un periodo in cui l'individuo è rispettato come non mai? Traduzione: la schiavitù del salario esige la strategia dell'autogestione dei lavoratori sul luogo di produzione per procrastinare le ricorrenti crisi di produttività, e le ricerche di mercato devono puntare a ogni "stile di vita", nell'interesse di massimizzare la cultura del consumatore. Nella società alla rovescia, la soluzione dell'uso massiccio di droghe indotto dall'alienazione è il prodotto del fuoco di fila dei media, con risultati imbarazzanti quanto quelli delle centinaia di miliardi buttati al vento per contrastare il calo dei votanti alle elezioni. Intanto la televisione, voce e anima del mondo moderno, sogna invano di arrestare la crescita dell'analfabetismo e di salvare ciò che resta di sano dei sentimenti attraverso spot promozionali di trenta secondi o meno. Nella cultura industrializzata, fatta d'irreversibile depressione, di isolamento e di cinismo, lo spirito sarà il primo a morire e la morte del pianeta seguirà dappresso. Sarà così, se non cancelliamo del tutto quest'ordine marcio, con le sue categorie e le sue dinamiche. (Future Primitive, pp. 144-145)

L'utopia di Baudrillard

Riprendendo il tema dell'America come società primitiva, Baudrillard continua a fare variazioni sul "potere dell'incultura", sul carattere meravigliosamente irriflessivo degli Americani. In un passo in cui fa riferimento al centro californiano di Porterville, egli plaude alla "totalità dell'esistenza come un drive-in. Davvero magnifico". Questa, ci viene detto, è la "vera società utopica". Non scherzo. È il paradiso, nientedimeno, questa società "sicura nel proprio benessere e nella propria forza". Un paradiso perché "non ce ne sono altri". Non suona un po' familiare? Tutte queste scemenze sono proprio quelle che si sono ascoltate prima: nei corsi di educazione civica alle superiori, in quelli di scienze politiche all'università e in tutte le forme di aperta propaganda: delle vecchie tesi sull'eccezionalità dell'America, sul suo egualitarismo e pluralismo, da Tocqueville e altri. C'è da chiedersi se Baudrillard abbia mai sentito queste stanche bugie, visto che riesce a riportarle senza il minimo d'imbarazzo. (Future Primitive, p. 169)

Traduzione di Guido Logomarsino

 




permalink | inviato da il 3/8/2005 alle 16:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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