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Revisionismo? Un falso problema
post pubblicato in Storia delle Idee, il 7 ottobre 2005

REVISIONISMO? UN FALSO PROBLEMA
di Giampietro Nico Berti

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La storiografia, per sua natura, non può che essere revisionista, se per revisionismo s'intende il continuo esame dei giudizi precedenti a fronte delle nuove acquisizioni della ricerca. Ciò è banale. Come aveva giustamente sentenziato Benedetto Croce, la storia è sempre storia contemporanea, dato che ogni generazione rilegge il passato in base al suo presente. Poiché questo muta (cioè mutano i valori, gli interessi, gli orientamenti culturali e politici) allora non può non mutare anche il giudizio storico. La storiografia italiana nell'età liberale, per esempio, ha formulato un determinato giudizio sull'impero romano; esso è diverso da quello elaborato durante il fascismo, che a sua volta risulta divergente da quello espresso negli ultimi cinquant'anni di vita democratica. In tutto questo non vi è alcuna falsificazione o manipolazione perché è scontato che sia gli storici liberali, sia quelli fascisti, sia quelli democratici non hanno certo alterato il dato obiettivo della morte di Giulio Cesare: 44 avanti Cristo. In altri termini, il giudizio di valore sull'impero romano (positivo, negativo o quant'altro) non può in alcun modo condizionare il giudizio di fatto (Cesare muore sempre nel 44 avanti Cristo). Ora, perché esiste, innanzitutto, la questione "tecnica" del "revisionismo"? Perché in questo caso i giudizi di fatto risultano intrecciati con i giudizi di valore, in modo tale che gli uni influenzano gli altri. Se io affermo, per esempio, che la Resistenza è stata una guerra di popolo (giudizio di valore), devo poi dimostrare che tale giudizio è fondato su alcuni fatti, che in questo caso saranno dati dalle stime di tipo quantitativo elaborate dalla storiografia: i partigiani (e coloro che li aiutarono) erano centinaia di migliaia di persone. Bene. Se però la ricerca storica accerta invece che i partigiani erano molto meno, ciò mette in discussione il giudizio sulla guerra di popolo. Ecco dunque come un giudizio di fatto (la stima quantitativa dei resistenti) può intaccare un giudizio di valore: se i partigiani erano una minoranza, è ancora legittimo parlare di guerra di popolo? Altro esempio, per restare sempre al tema della Resistenza. Se io dico che le azioni dei partigiani non furono mai feroci, che i partigiani non commisero mai azioni indegne, che il coraggio stava sempre dalla loro parte e la vigliaccheria, la ferocia e altre ignominie solo dalla parte fascista; se affermo tutto questo e poi scopro, al contrario, che non sempre i fascisti si comportarono in modo ignobile, come non sempre i partigiani si comportarono in modo nobile, finisco con il mettere in discussione non solo le azioni (i fatti), ma anche le intenzioni che motivarono tali fatti (i valori). Non a caso in questo periodo una certa storiografia revisionista si è cimentata con successo nella dimostrazione che le intenzioni delle reclute che si arruolarono nella repubblica di Salò erano nobili, nel senso che molti di questi giovani erano disinteressati e credevano veramente ai valori patriottici ("i ragazzi di Salò"). Altro esempio ancora. Se si afferma che la dittatura fascista, perché di destra, si sostenne con la forza, il terrore poliziesco e i soprusi padronali (e che dunque essa non ebbe alcun appoggio popolare), mentre si accerta in seguito (sempre attraverso l'esame dei giudizi di fatto) che tale appoggio invece vi fu (specialmente dal 1929 al 1938), gli schemi ortodossi dell'interpretazione sul fascismo come regime di classe ("cane da guardia della borghesia") subiscono un duro colpo di credibilità scientifica. Di qui l'annosa discussione sulla "qualità" di tale consenso: essendo stato in parte estorto, quanto fascismo autentico vi fu nell'appoggio popolare e quanto, invece, fu indotto dalle circostanze storico-politiche favorevoli al regime? Da questi e da altri possibili esempi, si vede come la grande separazione tra giudizi di fatto e giudizi di valore (tipica acquisizione della cultura liberale e occidentale), risulti sempre praticabile sul piano strettamente teorico, ma diventi di difficile attuazione quando si affrontano i problemi storici, dal momento che i fatti sono sterminati e il compito degli storici consiste, per l'appunto, nel decidere innanzitutto quali sono importanti e quali no. E con ciò gli stessi storici immettono, inevitabilmente, un giudizio di valore. Non solo. I giudizi di valore sono pure presenti nella valutazione dei fatti stessi e nella loro successiva "disposizione" e "presentazione". Per cui, va da sé, non può esistere l'obiettività storica, ma solo l'onestà deontologica dello storico. Sia ben chiaro, la difficoltà non intacca per nulla la giustezza della divisione sopra ricordata; dimostra però quanto sia difficile districarsi nella disputa sul "revisionismo" e spiega, allo stesso tempo, il permanere fastidioso di tale querelle. Certo, anche per quanto riguarda la storiografia sull'impero romano i giudizi di fatto risultano intrecciati con i giudizi di valore, tanto è vero che questi cambiano da generazione a generazione. Solo che, rispetto all'età romana, il nostro presente è passionalmente inerte, mentre per ciò che attiene allo svolgimento storico degli ultimi due secoli lo è molto meno. Il che sta a significare che se la storia è sempre storia contemporanea, essa lo è in misura diversa in relazione a quello che stiamo affrontando. Facciamo ancora un esempio. Pressoché nulla ci unisce, come contemporanei, alle dispute fra guelfi e ghibellini. Nessuno di noi si sogna di apostrofare qualcuno insultandolo con l'epiteto di guelfo. Però se apostrofiamo qualcuno con il termine giacobino, questo risulta ai nostri occhi ancora consono al presente: guelfo è una parola morta, giacobino è una parola viva. E con ciò è dimostrato che la Firenze di Dante Alighieri non ci dice più nulla diversamente dalla Parigi di Maximilien Robespierre che ci dice ancora molto. Le passioni del presente proiettano sul passato i problemi della nostra esistenza e dimostrano che, mentre la storiografia sull'età romana (o sull'età medievale) è solo parzialmente contemporanea, quella relativa ai secoli diciannovesimo e ventesimo lo è ancora totalmente.

Il nocciolo della questione

Il vero scontro fra revisionismo e antirevisionismo si riassume nella contrapposizione fra storiografia liberale e storiografia di sinistra. Il punto decisivo del contendere riguarda il senso complessivo della storia dei secoli diciannovesimo e ventesimo. Per la storiografia liberale esso appare del tutto decifrabile nel fenomeno totalitario in quanto riassunto emblematico dell'intero ciclo. Come dire: il Novecento parla anche per l'Ottocento. Emblematico perché il totalitarismo rappresenta, contemporaneamente, tre cose. La prima è che destra radicale e sinistra radicale si equivalgono. L'equivalenza non riguarda le intenzioni, naturalmente, ma gli sbocchi pratici, vale a dire la soppressione della libertà per opera di una volontà politica tendente a sopprimere ogni forma di società civile. La seconda consiste nel fatto che destra estrema e sinistra estrema giungono agli stessi risultati perché sono motivate da una medesima tensione meta-politica: la volontà di sostituire l'esistente con un totalmente altro. Ancora una volta è secondario che i loro progetti siano opposti; quello che conta invece è la loro volontà di manipolare la storia e la natura umana. L'esperienza ha dimostrato (al di là di tutte le spiegazioni "tecniche") che tali manipolazioni hanno prodotto esiti mostruosi perché l'uomo non ha il potere di controllare l'intera sequenza delle sue azioni. Si finisce sempre per accertare dolorosamente la validità del paradigma di Bernard de Mandeville (effetti inintenzionali di azioni intenzionali) o il weberiano "paradosso delle conseguenze". Ne deriva che ogni progetto sociale, la cui finalità pretenda di essere unica e irreversibile (cioè nemica della "società aperta"), contiene in sé tale destino. Il totalitarismo non appartiene alla civiltà liberale, anche se è nato nell'Occidente. Sotto il profilo epistemologico esso può essere "razionale", ma non può mai essere "ragionevole". Perciò a dispetto di quanto affermano i francofortesi, non è figlio dell'illuminismo perché questo (essendo prima di tutto consapevolezza dei limiti della ragione) è il contrario di ogni astrazione disumana la quale, invece, è del tutto consona al cancro totalitario: può infatti essere "razionale" sterminare milioni di ebrei o di kulaki, mai però può essere "ragionevole". E poiché la cultura liberale è prima di tutto la cultura della moderazione, cioè, appunto, della ragionevolezza e del buon senso, il liberalismo non ha nulla a che fare con il delirio di onnipotenza tipico di tutti gli estremismi razionalistici così come si sono espressi nel fenomeno totalitario del ventesimo secolo. Tanto meno poi ha a che fare con un'idea di società dove il politico è predominante rispetto all'economico, come avviene, al contrario, nel comunismo, nel nazismo e nel fascismo. Infine, la terza, l'insorgenza del totalitarismo ha dimostrato che la dicotomia fra uguaglianza e libertà è irrisolvibile. Ogni qual volta si è voluto perseguire fino in fondo l'uguaglianza, si è dovuti ricorrere, inevitabilmente, alla forza, cioè all'autorità. Dunque ogni radicalismo finisce nell'autoritarismo e poi, se si insiste, nel perfezionamento del suo concetto: il totalitarismo. In conclusione, per la storiografia liberale, l'esperienza storica di questi due secoli ha dimostrato che è possibile solo un'azione riformatrice. Pertanto la sinistra deve liberarsi dal mostro dell'estremismo fino a riconoscere che il suo ruolo può essere solo quello di correggere il capitalismo. La sinistra, in altri termini, non ha in sé il dna per costituire un'alternativa autonoma alla società liberale. È evidente che la storiografia di sinistra non può accettare simili conclusioni perché delegittimano quasi tutte le ragioni della sua esistenza. Prima di tutto chiunque si identifichi (non importa a quale titolo e in quale misura) nella sinistra tende a respingere l'equiparazione nazismo-comunismo, anche se si tratta di un'equiparazione riguardante solo gli esiti pratici. Poi stenta ad abbandonare ogni prospettiva "utopica" e, per ultimo, ed è questo il punto più importante, non può rinunciare all'idea di uguaglianza, ragione stessa della sua esistenza. Di qui la discussione sulle origini e sulla priorità cronologica del fenomeno totalitario (gli uni dicono che i nazisti hanno copiato i campi di sterminio dai bolscevichi, gli altri dicono che non è vero); di qui la discussione sull'unicità dell'Olocausto (questo è fenomeno è unico o, per esempio, lo sterminio degli armeni a opera dei turchi mostra che ciò non è vero?); di qui la discussione sulla natura storica del comunismo (esiste il comunismo o esistono i comunismi?); di qui la discussione sulla genealogia ideologica del comunismo e sulle responsabilità storiche del marxismo: vi è linea diretta tra Marx e Stalin, tra Marx e Mao, tra Marx e Pol Pot (ma, naturalmente, anche tra Marx e Che Guevara)? Non c'è dubbio che chi detiene l'interpretazione storica vincente ha buone possibilità di fornire la "giusta" rappresentazione del presente e del futuro. Passato, presente e futuro sono infatti tre momenti di un'unica verità storiografica la quale esprime sempre un'immediata valenza operativa: essa, infatti, è parte integrante della lotta politica in corso. Ridimensionando in modo sostanziale il ruolo emancipatore dei movimenti democratici e di sinistra, indicando gli sbocchi autoritari di alcuni fenomeni anticapitalistici e, soprattutto, denunciando l'inconsistenza storica di ogni radicalismo riformatore (in quanto più dannoso che benefico), la storiografia liberale ha certamente minato alcuni punti fermi della memoria collettiva degli ultimi cinquant'anni. Non c'è dubbio, insomma, che alcuni luoghi comuni riguardanti l'interpretazione del passato sono profondamente mutati rispetto agli anni Sessanta-Settanta e tutto questo ha prodotto, complessivamente, un clima culturale diverso rispetto al presente. Tuttavia il revisionismo anticomunista (definiamolo così) canta una vittoria effimera perché la morte del comunismo significa semplicemente che è morto un determinato giudizio di valore relativo all'infinita serie dei fatti veicolanti la spinta universale dell'uguaglianza; spinta, pare inutile sottolinearlo, che è ben lungi dall'essere esaurita. Essa, infatti, si dà ora sotto altre forme. In altri termini, il revisionismo crede di interpretare in modo giusto il presente quando questo stesso presente, che ha posto le condizioni politico-culturali di una lettura diversa del passato, è una contemporaneità sterminata di eventi, tutti ancora da decifrare e dunque imprevedibili nel loro sviluppo futuro; uno sviluppo che, una volta diventato un altro presente, imporrà altre letture di questo presente-passato.

Modernità e relativismo culturale

Il revisionismo storiografico non è una negazione della modernità, ma una sua logica espressione, precisamente un esito implicito del relativismo culturale. Questo infatti costituisce uno gli aspetti più forti della modernità, tanto da occupare un posto significativo nella sua costellazione assiologica. Chi si identifica con la modernità stenta a negare che tale atteggiamento "nichilistico" non sia perfettamente legittimo. In prima battuta il relativismo culturale dà corso infatti alla piena manifestazione della civiltà liberale, vale a dire l'estensione della libertà di pensiero e di azione per il più gran numero di persone, attraverso il pluralismo ideologico, religioso, politico, estetico e quant'altro. L'enorme diversificazione di valori e di comportamenti costituisce uno specifico risultato del processo di secolarizzazione iniziato con l'età dei lumi, la cui direzione ultima è ancora oggi poco decifrabile. Anzi, si può dire che la secolarizzazione, concepita in senso estremo e radicale, consista nell'essere priva di senso e dunque di direzione. Il relativismo culturale, nel suo svolgimento estremo, mostra l'ovvio ontologico della secolarizzazione: l'impossibilità di fondare oggettivamente i valori, ovvero l'impossibilità di agganciare in modo univoco un determinato giudizio di valore a un determinato giudizio di fatto. Cioè: i fatti non solo sono sterminati (sotto il profilo storiografico), ma sono pure muti (sotto il profilo etico-filosofico). Chi fa parlare i fatti sono i valori, che però sappiamo essere senza fondamento. Questa è la condizione "normale" della modernità e chi non sa vivere con essa è fuori della sua "significanza insignificativa": è un fatto che i nazisti hanno sterminato milioni di ebrei, ma se la guerra l'avessero vinta i nazisti, questo, purtroppo, sarebbe stato un valore non solo per loro, ma anche per altri milioni di persone. La prova storica della valenza di questo nichilismo sta nella sua speculare e perfetta comparazione: altrettanti milioni di individui sono stati sterminati dai comunisti, ma i comunisti odierni, o quelli che sono stati comunisti, o quelli che in qualche modo si sono riconosciuti in questo movimento, rifiutano l'equiparazione sostanziale (negli esiti pratici) fra nazismo e comunismo, fino a negare l'evidenza dello sterminio, anche se nessuno, quando è uscito il Libro nero del comunismo, è riuscito a dimostrare che tali fatti non erano veri. (Detto en passant: tutte cose che si sapevano da cinquant'anni in qua). Si è preferito attaccare, con determinati giudizi di valore, l'operazione culturale del Libro nero, denunciando la speculazione politica che l'aveva mossa, oppure si è cercato di dare una diversa interpretazione a questi stessi fatti; mai però si è potuto dimostrare la loro falsità (esempio: gli storici comunisti non possono negare le foibe, possono però dimostrare, a volte con ragione, che esse furono anche il contraccolpo avvelenato della politica liberticida del fascismo italiano in Iugoslavia). Dunque sempre i valori imperanti del presente dettano le condizioni di lettura del passato, il che porta a concludere che l'insorgenza del revisionismo altro non è che l'insorgenza di nuovi valori (e dietro loro, ovviamente, di nuovi rapporti di forza). E poiché nella storia niente avviene a caso (anche se la storia, allo stesso tempo, è una sequenza infinita di casi), allora è necessario dar conto di tale sorgere. E con ciò si entra nel vivo del problema storico-filosofico del "revisionismo".

Progressività della storia e mito della rivoluzione

La domanda fondamentale a cui bisogna rispondere è questa: il ciclo storico apertosi con la rivoluzione francese (ma, se vogliamo, anche con quella americana) si è definitivamente chiuso? È doveroso rispondere sì e no. Il gesuitismo di questa risposta non è un escamotage letterario; esprime invece, perfettamente, l'esatta situazione in atto. Facciamo questo paragone: si pensi a quelle stelle morte milioni di anni fa la cui luce giunge a noi solo ora. Esse sono morte, è vero, ma la luce della loro morte ci "illumina" adesso. Così vale per gli ultimi due secoli nati al canto della marsigliese: questo ciclo è chiuso, ma gli effetti della sua "luce" inondano tuttora il presente. È vero che si tratta di una cosa morta, ma il suo peso influenza la nostra contemporaneità e condizionerà pure il nostro futuro, anche se la sua spinta è destinata a esaurirsi, irrimediabilmente. Le passioni contemporanee proiettate nel recente passato sono insomma agitate da fantasmi, la cui forza evocativa è sufficiente per rendere infuocato il dibattito sul suo presunto decesso o sulla sua presunta salute. Ecco dunque il qui-pro-quo fra revisionisti e anti-revisionisti. Sia gli uni sia gli altri sono immersi entro la luce di questo passato, solo che i revisionisti negano, con ragione, che essa abbia ancora un senso "contemporaneo", mentre gli anti-revisionisti affermano, altrettanto con ragione, che questo senso permane, come è dimostrato dal fatto, banale, che sono sorti per l'appunto i revisionisti! L'elemento centrale dell'interpretazione degli ultimi due secoli è consistito nella comune credenza della progressività della storia, cioè dell'inevitabile avverarsi di una serie di eventi a valenza "propedeutica": ogni fatto innesca un fatto "superiore" e questo, a sua volta, dà adito a uno sviluppo più "avanzato". A diversi livelli e con diverse argomentazioni le grandi correnti culturali impostesi quasi sempre nella prassi politica o nella mentalità intellettuale dei ceti colti (soprattutto nell'Ottocento e nei primi decenni del Novecento) hanno confortato questa ipotesi. Così è valso per l'illuminismo, il romanticismo, il positivismo, l'evoluzionismo, il marxismo; correnti che si sono poi riversate, subendo manipolazioni e interpretazioni ad hoc, nell'anarchismo, nel repubblicanesimo, nel democraticismo, nel socialismo, nel comunismo, nel nazionalismo, nel fascismo e, perfino, nello stesso razzismo-nazismo. Ognuna di queste idee ha cercato nella storia la conferma della sua convinzione e questo spiega perché le continue smentite a tali pretese non siano mai state sufficienti per far recedere le ipotesi iniziali, anche perché ogni forza politica non ha fatto altro che imputare lo scacco alla sua fede non alle deficienze del proprio convincimento, ma alle fedi altrui. In tutti i casi, ognuno ha sempre pensato: se la storia è progressiva, gli errori verranno sicuramente superati. Questo è avvenuto perché tutta la contemporaneità è figlia della rivoluzione francese (e americana). Come aveva intuito con grande genialità Friedrich Hegel (Fenomenologia dello spirito), i contemporanei di questa rivoluzione (e gli immediati successori) hanno interpretato l'evento del 1789 come la manifestazione visibile della direzione univoca del processo storico: questo non può avere ritorni, pertanto è possibile una sua rifondazione tutta centrata sulla natura olistica del perseguimento irreversibile della libertà assoluta. Di qui il successivo mito del progresso, che ha costituito un'altra specifica cifra forte della modernità (forse la più forte), il quale è stato particolarmente pervasivo per i movimenti sorti sull'onda del sentimento democratico propagatosi dalla rivoluzione americana in avanti; sentimento che si è metamorfizzato più tardi nella rivoluzione francese, nel 1848, nella Comune di Parigi, nella rivoluzione russa, nel terzomondismo, fino al 1968: i movimenti popolari di un determinato segno (diciamo, in senso un po' grossolano, di sinistra) hanno avuto la piena convinzione di stare sempre dalla parte della storia, per cui è parso scontato che questa presentasse la coppia rivoluzione-reazione come una dicotomia naturale. Perfino, il fascismo e il nazismo (negazioni variegate della modernità) non hanno mai smesso di parlare di spirito popolare o, addirittura, di "vera" democrazia. Si arrivò a esaltare la gerarchia, ma ciò fu per realizzare la "vera" giustizia; si fece l'apologia della razza, ma questo avvenne per attuare la "missione storica" del popolo eletto. Del resto, la conferma di questo paradigma sta nel fatto, per nulla paradossale, che proprio il fascismo e il nazismo sono stati due regimi ad alta valenza rivoluzionaria, con contenuti non indifferenti di anti-capitalismo e di socialismo. Insomma tutta la modernità, compresa la sua negazione derubricata come reazionaria, non ha mai potuto permettersi di ripudiare le parole d'ordine della progressività della storia, la quale a sua volta ha sempre comportato l'estensibilità tecnica del suo concetto operativo, che, nel senso forte del termine, rimanda sicuramente all'idea di rivoluzione. Quando la progressività è debole siamo in presenza di un'azione riformista, quando la progressività è forte siamo in presenza di un'azione rivoluzionaria: reazione e rivoluzione, riforma e rivoluzione, evoluzione e rivoluzione, sono tutte coppie che indicano la profonda credenza in questa estensibilità, il cui punto estremo (ma verrebbe da dire anche logico, perfetto e puro) è appunto quello rinvenibile nella dimensione rivoluzionaria. Ripeto: non occorre dire come i movimenti cosiddetti di sinistra siano stati totalmente dentro la centralità di questo immaginario perché pervasi fino in fondo dalla sua curvatura. Questo, oggi, non può essere ulteriormente messo in discussione. Si è trattato però di un macroscopico errore, per molti versi di un micidiale errore, che è consistito nell'interpretare come un blocco unico eventi che hanno posseduto direzioni, possibilità e valenze assai diverse, a volte radicalmente opposte. Per esempio: la rivoluzione francese presenta due rivoluzioni quella liberal-girondina del 1789 e quella totalitario-giacobina del 1793. Il 1848 è diviso tra una rivoluzione liberal-nazionale e una democratico-socialista. Nella Russia del 1917 vi furono due tendenze, la costituzionale di febbraio e la totalitaria dell'ottobre (senza contare quella libertaria che attraversa l'una e l'altra). In buona parte delle guerre di liberazione nazionale si intrecciano spinte democratiche ed etno-nazionalismi estremi. Sebbene tutto questo fosse ampiamente noto, si è sempre finito per leggere tali eventi in senso univoco, cioè nel segno di una unidirezionalità del processo storico (guasti micidiali dell'hegelo-marxismo). Così la rivoluzione girondina non poteva che essere superata da quella più avanzata del giacobinismo, nella rivoluzione russa è parso giusto che il golpe di ottobre inglobasse il moto di febbraio, nelle guerre di liberazione del terzo mondo l'elemento nazionalistico, e a volte persino razzistico, è stato considerato comunque sempre un avanzamento storico rispetto alle vecchie forme del colonialismo, anche quando era evidente il contrario. E via dicendo. In conclusione: la serie infinita dei fatti accaduti negli ultimi due secoli ha avuto una sostanziale univocità interpretativa da parte dei movimenti cosiddetti di sinistra: democratici, socialisti, comunisti, anarchici. Detto con la terminologia precedente: a determinati giudizi di fatto sono quasi sempre seguiti i medesimi giudizi di valore; l'aggancio, insomma, come abbiamo detto, è stato quasi sempre univoco. Due sono stati gli effetti più gravi di questo errato convincimento. Il primo è che si è affermata una credenza assai stupida, che è consistita nell'idea che l'azione più estremista significhi di per sé l'agire più avanzato. Il secondo riguarda le menti dei rivoluzionari, i quali si sono abituati a pensare alla rivoluzione come a qualcosa di naturale, quando naturale non è, con la conseguenza che il progetto della trasformazione sociale ha contemplato in misura minima i costi etici dell'agire; insomma, chi è rivoluzionario è sempre convinto di essere assolto dalla storia.

Il "benevolo" giudizio di valore sul comunismo

Dove l'errore di tale lettura ha raggiunto le punte di un delirio collettivo è stato sicuramente nel "benevolo" giudizio che il comunismo ha avuto nel ventesimo secolo da parte non solo di tutto il movimento socialista e operaio internazionale, sia pure con gradi di valutazione diversi, ma anche dal mondo capitalistico e, perfino, per certi versi addirittura, presso i cosiddetti reazionari. Visto oggi, ciò ha dell'incredibile. Il sistema di potere tra più totalitari del ventesimo secolo ha potuto godere di questa "franchigia" proprio perché esso è risultato quell'evento che aveva realizzato la più grande rivoluzione dell'intero ciclo storico-rivoluzionario iniziato dal 1789: una rivoluzione che ha innescato altre rivoluzioni, fino a coprire quasi un terzo del globo terracqueo: dalla Russia alla Cina, dalla Cina a Cuba. A parte i suoi apologeti, che qui non ci possono interessare (come i dementi che scambiavano la dittatura del proletariato per il socialismo), la ragione ultima di questo benevolo giudizio è consistita infatti nell'idea che, in tutti i casi, il comunismo avesse immesso una rottura contro il dominio esistente e che, per quanto tale sistema di potere fosse liberticida (cosa, comunque, sempre riconosciuta a denti stretti e sempre accompagnata da infiniti distinguo), era pur sempre, oggettivamente (ancora Hegel a dispense!), un passo avanti rispetto al capitalismo, se non altro come indicazione delle possibilità storiche di fuoriuscita dal sistema dominante. Il che, appunto, dimostra il nostro assunto: non importa che il comunismo abbia fatto milioni di vittime, importa invece che abbia mostrato la possibilità di un superamento dell'esistente. Il capitalismo è il Male, il comunismo invece è un male minore che ha cercato, malamente, di distruggere il male maggiore. Ecco dunque la cartina al tornasole: fatti macroscopici di evidenza solare, fatti che di per sé gridavano vendetta, hanno incontrato per decenni il silenzio, l'omissione, la sottovalutazione (in modo paradigmatico: la fastidiosa attenzione di un'intenzionale disattenzione) da parte di tutti coloro la cui ideologia in qualche modo coincideva con il mito della progressività della storia. Cioè questi fatti non hanno mai trovato adeguati giudizi di valore la cui forza ermeneutica fosse capace di mettere in risalto l'enormità e la criminalità dell'evento. Insomma, contro ogni evidenza essi erano sempre, in qualche modo, progressivi. Tutto questo a dimostrazione che una lettura etica della storia di per sé non esiste (cioè la storia in atto non è capace di fornire immediatamente e univocamente il senso del suo agire), se non è guidata da un'altra interpretazione la quale, motivata da contingenze diverse, proietta sul passato, le ansie, le speranze, le paure e i valori del suo presente. Occorre dunque aspettare che muti quel determinato presente perché sia possibile vedere quello che, per una vita, era sempre stato sotto gli occhi di tutti, fino a scoprire l'acqua calda del "re che è nudo" (dobbiamo aspettare François Furet per sapere che cosa è stata veramente la storia del comunismo)?

La storia non ha direzione

Il catastrofico e irreversibile fallimento del comunismo, accompagnato dalla vittoria del capitalismo (nessuno si illuda: durerà ancora per molti decenni e decenni, e chissà quanto ancora), ha mostrato ai credenti nella progressività della storia che la storia non ha direzione (beninteso, non ne ha mai avute). Nel disorientamento generale e nel più doloroso stupore, essi hanno dovuto prendere atto che non è crollato il capitalismo, come era stato annunciato dalla dottrina, bensì il comunismo, ed è rovinata con esso, dunque, la più grande rivoluzione del ventesimo secolo, quasi un riassunto epocale di tutto il ciclo precedente (alla lunga, naturalmente, cederanno anche gli altri "resti" del comunismo). Il comunismo e l'evento che l'ha fatto sorgere, la rivoluzione, appunto, non esistono più; si sono, semplicemente, dissolti, lasciando alle spalle una gigantesca rovina. La storia sembra così essersi fermata (non è vero, naturalmente) e comunque quella vicenda risulta a capolinea. Attenzione: non nei fatti, ripetiamo, ma nelle menti (però, lo sappiamo, è questo che conta) dei progressisti, di tutti i progressisti, dai più radicali ai più moderati. La fine irreversibile del comunismo ha mostrato così la finta irreversibilità della progressi- vità della storia, ha mostrato questo permanente presente. Senza scomodare Francis Fukuyama, possiamo dire che la storia procede senz'altro, solo che questo procedere, per ora, è dato dalla sola storia del capitalismo. Il revisionismo non è l'esito di una congiura di pochi studiosi reazionari e malvagi che, a tavolino, si sono messi a complottare contro la modernità. Il revisionismo è il logico esito del fallimento del comunismo, a sua volta logico esito dell'inconsistenza storica della progressività della storia. Di qui, inevitabilmente, il trionfo enfatico (e per molti versi ributtante) del relativismo culturale, cioè di questo paradigma che viene adesso agitato in chiave di destra, liberale o reazionaria che sia. Come abbiamo detto, la radice ultima del relativismo culturale è "nichilistica", demenzialmente nichilistica; vale a dire l'idea di equivalenza (o "pari dignità") di tutte le culture. Non si potrebbe pensare qualcosa di più stupido (se tutto è equivalente, perché si dovrebbe combattere e morire per qualcosa?), ma è questo l'esito inevitabile cui giungono tutti coloro che, rifiutandosi, perché settari, di riconoscere la ragione storica del sistema dominante, finiscono per "relativizzarlo" in un'impossibile comparazione con altri esistenti. Di qui la difficoltà (ma verrebbe da dire a questo punto anche l'illiberalità) di una certa storiografia di sinistra, la quale agita il relativismo culturale quando deve criticare il capitalismo e la civiltà liberale, ma si dimentica di tenerlo presente nel raffronto con la storiografia revisionista. Questa, infatti, dovrebbe essere contrastata solo opponendo giudizi di fatto ad altri giudizi di fatto, cioè mostrando che i fatti portati in campo dai liberali o dai reazionari sono falsi. Buona parte della storiografia di sinistra, invece, sconta un antico vizio d'origine, lo storicismo (basti pensare ad Antonio Gramsci) e non sa rispondere in modo adeguato all'offensiva in atto. Le demonizzazione dei giudizi di valore degli avversari non è infatti una risposta convincente, naturalmente purché non si tratti di opinioni criminali. Lasciamo quindi perdere il negazionismo filonazista (i campi di sterminio erano luoghi di cura!) perché intellettualmente ed eticamente impresentabile. Prendiamo invece in considerazione il cosiddetto revisionismo liberale o reazionario. Per esempio, non si può negare che migliaia di contadini vandeani sono stati massacrati dai rivoluzionari francesi (in questo caso girondini), né si può sostenere, eticamente, che questo fu un prezzo della rivoluzione. Se si sostiene quest'ultima posizione, infatti, non c'è modo di contrastare la posizione opposta: le centinaia di vittime del Termidoro sono state un prezzo per riportare la libertà in Francia dopo il Terrore giacobino. Mantenendo il paradigma del relativismo culturale si vede come, in prima battuta, le posizioni si equivalgano perché dietro l'una e l'altra non c'è un univoco giudizio di fatto (fatti sono il massacro dei vandeani ad opera del Terrore, fatti sono il massacro dei rivoluzionari ad opera del Termidoro), come non c'è una univoca direzione dello svolgimento storico seguito a tali eventi: al Terrore è seguito il Termidoro, al Termidoro Napoleone, a Napoleone la Restaurazione, alla Restaurazione il 1848, al 1848 la Terza repubblica, alla Terza repubblica lo stato di Vichy, allo stato di Vichy la Quarta repubblica e a questa Charles De Gaulle. Abbiamo forse notizia che, dopo il generale, vi sia stato in Francia l'avvento dell'anarchia? Pare di no. Perché la rivoluzione dovrebbe essere giusta e la reazione dovrebbe essere sbagliata, perché l'una dovrebbe essere morale e l'altra immorale? Chi l'ha detto, dove sta scritto? Altro esempio: è certo che tra il 1830 e il 1860 milioni di contadini italiani erano del tutto indifferenti all'unità italiana (come lo saranno anche nei decenni immediatamente successivi). Il Risorgimento non è stato fatto contro di loro, però sicuramente senza di loro. Dunque, in senso "letterale" esso non fu un movimento popolare (o meglio: fu un movimento popolare, operai, artigiani, piccola borghesia cittadina, ampiamente minoritario). Allora, perché non dovrebbe essere legittimo che una certa storiografia cattolica rivendichi i moti sanfedisti e mostri, comunque, che la breccia di Porta Pia fu un sopruso da parte dello stato italiano e che, per l'appunto, il Risorgimento non fu un movimento popolare? Nel caso della formazione dell'unità nazionale, insomma, risulta quanto mai evidente che a guidarla fu una minoranza, la quale in qualche modo ha "violentato" la maggioranza. Del resto, tutti sappiamo a memoria il numero eroico: 1089 furono i garibaldini che partirono da Quarto. Eroici senz'altro, ma sempre un'infima minoranza rispetto ai milioni di "cafoni" del Sud, quegli stessi "cafoni", si badi bene, che solo tre anni prima avevano aiutato i soldati borbonici a massacrare Carlo Pisacane e i "trecento giovani e forti" accorsi a liberare le plebi meridionali dalla fame, dalla miseria e da un bestiale sfruttamento!

Sganciare i fatti dai valori

La storia non produce univoci valori perché la storia, in sé, non ha senso: essa è indicibile. E poiché il problema è quello di assegnare un senso alla storia, il revisionismo fa parte della vita di questo nonsenso. Se fosse il contrario, il futuro sarebbe determinato, ma questo comporterebbe, automaticamente, la fine dell'utopia. Anche il revisionismo più becero (cioè il revisionismo motivato da intenzioni becere) è, paradossalmente, una conferma della infinita creatività dell'azione umana nella storia; è, suo malgrado, una potente manifestazione della libertà senza nome, cioè di una libertà senza direzione. Ed è a questo punto che sorge veramente il problema di una coscienza storica capace di saldare il passato al presente attraverso la piena consapevolezza della non univocità dei fatti, della loro sterminata sequenza e dunque degli infiniti significati che essi, inevitabilmente, producono. Va compreso fino in fondo che l'instabilità strutturale di ogni interpretazione storica risiede nell'insanabile dicotomia tra l'univalenza delle intenzioni e la plurivalenza delle azioni perché, anche qualora si riesca a leggere "correttamente" i propositi dei protagonisti, ci si trova poi a dover fare i conti con la "cascata di conseguenze" innescata da tali intenzioni. In questo senso il revisionismo non ha fatto altro che porre in evidenza l'ovvia disintegrazione dell'unicità valoriale del fatto, spingendo obiettivamente verso una maggiore consapevolezza della complessità della storia. Questo revisionismo, infatti, verrà superato prima o dopo da un altro, posteriore revisionismo. Tutti sappiamo che ogni presente è carico del passato e del futuro anche perché è l'insieme rappreso di tutte le possibilità non avveratesi del passato e di tutte le potenzialità che non si avvereranno nel futuro. E perciò tutti sappiamo che ogni presente è sempre una totalità storica, cioè un esistente olistico senza residui, impossibilitato, pertanto, a contemplare alternative a se stesso. Se non che questa banale constatazione storicistica è del tutto fasulla, quando si pensa (e si deve pensare) che siamo noi questo presente. Togliamo il conforto di ogni giudizio di fatto ai nostri giudizi di valore e avremo sicuramente contribuito a elevare il contenuto etico dell'azione umana, qualunque essa sia, tanto più se rivoluzionaria. Essa, infatti, dovrà motivarsi kantianamente da sé, senza nascondersi dietro oggettivismi, che comunque non esistono. Dobbiamo ancora ripeterlo? L'anarchismo è nella storia, ma è contro la storia




permalink | inviato da il 7/10/2005 alle 18:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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