anarchismo, libertarismo, agorismo, libero mercato, libero pensiero anarchismo, libertarismo, agorismo, libero mercato, libero pensiero tarantula | Il Cannocchiale blog
.
Annunci online

Per farla finita con l'anarchismo agostiniano
post pubblicato in Libertà e Mercato, il 6 agosto 2013

Per farla finita con l'anarchismo agostiniano

 

di Luigi Corvaglia

pubblicato su A - Rivista Anarchica, 380 (Maggio 2013)

http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/?nr=380&pag=117.htm


Liberi. Sì, i degenti dell'ospedale di Qualcuno volò sul nido del cuculo erano liberi di andarsene. Quando McMurphy, il personaggio interpretato da Jack Nicholson, scoprì che la maggior parte dei degenti era in regime di ricovero volontario, ma non lasciava l'istituzione, comprese la lezione di Etienne de La Boétie: gli uomini si sottopongono volontariamente al potere. Jean-Paul Sartre e Albert Camus lo avevano detto che, pur in una istituzione diluita quale è la nostra società, gli uomini sono sempre liberi. Se così non fosse, nota Nico Berti nel suo ultimo libro, se insomma “gli uomini non fossero radicalmente liberi – cioè liberi alla radice – ogni idea di emancipazione umana sarebbe una semplice assurdità e l'anarchia, naturalmente, sarebbe la massima assurdità possibile e immaginabile”. Non è un caso che al battesimo della modernità un campione della reazione quale fu de Maistre si scagliasse proprio contro “la pazza asserzione: l'uomo è nato libero!”. È infatti questa idea, espressione di ciò che Max Weber definì il “disincanto”, a fondare il concetto di responsabilità individuale. Il lavoro di Berti parte appunto da questo presupposto per arrivare a cantare il requiem per la prospettiva rivoluzionaria quale mezzo per l'emancipazione umana. Le masse, infatti, non sono rivoluzionarie, perché hanno liberamente scelto di non esserlo. “Chi dà, allora, il diritto ai rivoluzionari di insorgere contro il volere della maggioranza delle persone?” Nessuno. Certo, qualcuno, come fece Giovanna D'Arco con la voce di Dio, può sempre ascoltare la Storia che gli sussurra nell'orecchio, perché “ogni pensare rivoluzionario è un pensare storicistico”. È quindi una forma di costruttivismo utopico che incarna un'anima totalitaria. Il problema, infatti, non è il metodo. Il problema è la forma della “società futura”. Se, infatti, si vagheggia una società nuova che universalizzi il bene supremo della libertà e si strutturi staticamente come luogo senza frizioni, è evidente che ci troviamo nell'ambito della prescrittività tipica della concezione democratico-giacobina. Questa si svolge sotto l'angosciante ombra di quella libertà positiva tesa alla realizzazione della pienezza delle potenzialità umane. È la secolarizzazione della tesi teologica di Agostino per cui l'uomo diviene veramente libero quando riesce a volere solo il Bene. Ma, come scriveva Berdjaev: “Ogni confusione e identificazione della libertà con il bene stesso e la perfezione equivale a negare la libertà, a riconoscere la via della violenza e della costrizione”. Anni fa, Thomas Ibanez aveva descritto un simile cortocircuito logico. “Volendo essere una teoria centrata sulla libertà – aveva scritto Ibanez –, l'anarchismo apre su una cultura che esige l'adesione di ognuno per poter esistere e che contesta la legittimità di tutto ciò che non è sé stessa”. L'anarchismo, in altre parole, sembra negare se stesso ed esitare in una cultura totalitaria. Vero, ma ad una condizione: che lo si faccia coincidere proprio con questa reductio ad unum, cioè con un progetto che, in nome del Bene, finisce col sacrificare il molteplice (cioè tutti gli spazi di libertas minor, come direbbe Agostino) al singolare (libertas maior). Monoteismo etico. Per molto tempo la libertas maior degli anarchici è stata il socialismo, nelle sue varie declinazioni. Il dilemma di Ibanez, altrimenti irrisolvibile, appare però illusorio se sostituiamo alla collettiva libertà democratica l'individuale autodeterminazione liberale. Immaginiamo una società che ricerchi solo la mancanza di costrizione, che risponda, cioè, ai criteri per la “società aperta” come descritta da Popper. Questa prevede una inversione di quello che Rawls definirebbe l'“ordine lessicale”, cioè la subordinazione dell'anticapitalismo ad un principio guida, la libertà. Che in tal caso sia facile uscire fuori dal paradosso di Ibanez lo dimostra chiaramente lo stesso Berti quando, a pag. 229, risponde ai critici della cultura liberale entro la quale egli ritiene si debba partire per attualizzare l'anarchismo. Per i detrattori del liberalismo anche questo è una forma di pensiero unico che finisce per creare una sorta di totalitarismo. “Come dire: anche il liberalismo ha un fondo antiliberale”. Ora, quando anche si desse l'improbabile condizione di una completa comunione di vedute, ciò non comporterebbe alcun totalitarismo, perché esso consiste, piuttosto, “in una uniformità coatta di vedute”. La libertà liberale, che è negativa, semplice mancanza di coercizione e, quindi, non prescrive, non può produrre esiti totalitari. Ce lo ricordava Rudolf Rocker: “molte strade portano alla dittatura dalla democrazia, nessuna dal liberalismo”. Insomma, qualcuno potrà ovviamente essere libero di essere socialista o mussulmano, “ma si è sempre nella più perfetta libertà anche di negare a questo qualcuno la libertà – la sua – di imporre coattivamente ad altri la sua fede.” Non più utopia, questa è, per dirla con Nozick, una “impalcatura per utopie” (cioè, politeismo etico). Insomma, visto in questi termini, il paradosso di Ibanez viene degradato a “gioco di parole”. Altrimenti torna Agostino. Poco importa, quindi, che leggendo il suo libro si abbia talvolta l'impressione che il critico dello storicismo descriva un andamento obbligato della storia (“Kant e McDonald's prima o poi arrivano dappertutto”) o che dalle pagine possa trasparire una fin troppo gioiosa “resa” alla razionalità strumentale del “capitalismo”. Chiunque fissasse la sua attenzione su questi aspetti si dimostrerebbe simile al tizio che guarda il dito piuttosto che la luna. Nell'analisi di Berti è presente un dubbio sensato e una domanda ineludibile: consegnato al cimitero delle idee l'agostinismo libertario, l'anarchismo può essere solo inveramento del liberalismo?

Aglio e Anarchia
post pubblicato in Libertà e Mercato, il 14 febbraio 2012

Amore, aglio e anarchia

Luigi Corvaglia

 

        

    

     
      Karl Kraus, uno dei più brillanti autori di quelle condensazioni semantiche note come aforismi, scrisse che “Un aforisma non è mai una verità: o è una mezza verità o è una verità e mezzo.” E’ l’aforisma perfetto! Vi si ritrova il senso, l’arguzia, il paradosso, la mezza verità e, ovviamente, la verità e mezzo. Ma la definizione migliore è forse quella di Nilt Ejam: “un aforisma è molto sfizio in poco spazio”. Esatto. Senza il gusto del bon mot o di una iperbole, una locuzione rimane un’osservazione, si mantiene al livello di semplice riflessione. Il successo degli aforismi risiede invece nel grottesco e nel paradosso oppure nella grande capacità condensativa di ampi principi filosofici e morali. Oscar Wilde, splendida mente di libertario, ne fece un’arte producendo schizzi di autocompiaciuta fatuità (“Amo molto parlare di niente. È la sola cosa su cui so tutto.” ) e umoristiche sentenze sulla virtù del vizio (“La moderazione è una cosa fatale. Nulla ha più successo dell'eccesso.").Nell’ambito del pensiero politico c’è un’idea che più di ogni altra si può gloriare di molti arguti aforismi: l’anarchismo. Ciò va detto ad onore dei pensatori anarchici, in grado di condensare principi e saperi in formule che, occupando poco spazio, producono molto sfizio. “L’anarchia è ordine”, ad esempio. Il motto, il cui gusto è nell’apparente paradosso, si deve all’uomo che per primo osò definirsi “anarchico” in senso positivo, cioè Pierre J. Proudhon. E chi non conosce lo slogan, sempre del tipografo di Becancon, “la proprietà è un furto”? La frase è sfiziosa, appunto, non c’è alcun dubbio, è breve e contiene una dose di verità che va dalla mezza unità all’unità e mezza. A disonore degli anarchici, però, va detto che molto spesso dei loro autori non conoscono più degli aforismi. Così ci sono sedicenti partigiani dell’anarchismo, alcuni perfino in grado di leggere e   scrivere, che sono convinti, sulla scorta di tale affermazione, che Proudhon fosse avverso al libero scambio. Qualche altro, capace di far di conto, sa che, venticinque anni dopo aver regalato alla storia ed ai fabbricanti di T-shirt quel motto, il francese si è prodotto in un’apologia della proprietà privata. Quest’ultimi, forti di tali rudimentali conoscenze, sono gli artefici della balzana teoria per cui esisterebbero due Proudhon l’uno contro l’altro armati corrispondenti al giovane anti-proprietarista e al maturo liberista. Questa gente può ben discorrere col personaggio dell’aforisma di Wilde, quello che ama parlare di niente, perché è l’unica cosa di cui sa  tutto. Pazienza. Se si fossero presi la briga di leggere qualche riga avrebbero capito che nel 1840 [1] l’autore rispondeva alla domanda “Che cos’è la proprietà?” e lo faceva da giusnaturalista, negando, proprio in quanto tale, l’idea che questa fosse un diritto naturale, concludendo che è invece un atto d’abuso e un pilastro dello sfruttamento. Nel 1865[2] non è avvenuto un cambio di prospettiva, ma di metodo. Lasciamo parlare il diretto interessato:
l’unica cosa che sappiamo della proprietà e per la quale possiamo distinguerla dal possesso è che essa è assoluta e abusiva; benissimo: appunto nel suo assolutismo, e nei suoi abusi, per non dire peggio, che dobbiamo cercare i suoi fini.[3]
“I suoi fini”. L’approccio non è più ontologico, bensì interessato all’utile. Poiché lo Stato, secondo e maggior pilastro dello sfruttamento, rappresenta un abuso ancora più grande, la piena sovranità che l’individuo ha su una porzione di materia può svolgere per questi una funzione difensiva. La proprietà è un contrappeso all’abuso statale. Proudhon, insomma, aveva già individuato con largo anticipo i rischi connessi ad una totale abolizione della proprietà privata. Tutto qui. Aveva perfino anticipato Ludwig Von Mises nell’evidenziare come senza libero mercato fosse impossibile definire il valore dei beni e provvedere alla loro allocazione, tutti problemi sui quali ogni tentativo di interrogare i devoti degli aforismi ottiene un cambio del discorso, magari un altro aforisma. Ci sono persone che confondono libero mercato e capitalismo. Quelle stesse persone che sembrano scandalizzarsi davanti a questa difesa della proprietà in funzione anti-statale, non si scompongono affatto davanti alla difesa dello Stato in funzione anti-capitalistica operate da alcune star dell’anarchismo internazionale come Noam Chomsky [4] o Hakim Bey. [5] Che accanto a quelle liberale e socialista nell'anarchismo esistesse anche un'anima statalista è acquisizione nuova e concetto che, oltre ad essere più tollerato del proprietarismo, gode anche del pregio dell'originalità.
        Un’altra formula di successo si deve a Michail Bakunin e ha per oggetto il precario equilibrio nel quale dimostrano di trovarsi i primi due principi della triade rivoluzionaria, Libertà, Eguaglianza e Fraternità, dacché la grande Madre del secolo dei Lumi partorì i loro tre figli bastardi: liberalismo, socialismo e anarchismo. Dice il russo:
La libertà senza il socialismo porta al privilegio, all’ingiustizia; e il socialismo senza la libertà porta alla schiavitù e alla brutalità.
Difficile dargli torto. Fra promesse marxiste di addio al regno delle necessità e promesse capitalistiche di libertà sempre meglio distribuite, l’unica profezia ad essersi avverata è quella dell’anarchico russo. Se, però, ci si riflette, si capisce come il mantenere questo equilibrio presupponga quello che Rocker definì “socialismo volontario”. In effetti, Bakunin è un collettivista, per quanto rigetti la centralizzazione e salvaguardi la proprietà dei frutti del lavoro individuale. La questione, dal punto di vista logico, si pone esattamente nel solco di ciò che lo psicologo Paul Watzlawick ha definito “confusione fra aglio e amore”[6]. Dice, infatti, la moglie delusa al marito: “se tu mi amassi veramente, mangeresti volontariamente l’aglio”. Il problema non è l’aglio o il socialismo, che possono piacere come no, ma che si pretenda da coloro i quali non apprezzano l’uno, l’altro o entrambi, che non solo si facciano somministrare la cosa in oggetto, ma lo facciano anche con piacere. E’ da chiarire che l’ingiunzione paradossale, cioè la pretesa d’imperio di qualcosa che dovrebbe essere spontaneo, è considerata una delle forme più patogene di comunicazione. Dietro questo noto aforisma, sulla cui assoluta veridicità in termini descrittivi nulla si può obiettare, è sottesa, invece, a livello prescrittivo, proprio la più estrema delle variazioni sul tema della confusione fra amore e aglio, cioè l’esortazione a comportarsi spontaneamente. Bakunin dice: “desideriamo la libertà e l’uguaglianza!”. Desideriamo l’aglio! Del resto, siccome “nessun uomo può emanciparsi altrimenti che emancipando con lui tutti gli uomini che lo circondano”, egli ordina ad ogni altro uomo “sii libero”, cioè, contraddittoriamente, “non farti ordinare nulla”.
             I due giganti dell’anarchismo, Proudhon e Bakunin, passarono molte notti a bere bicchieri di tè e tazze di caffè (i cultori degli aforismi sapranno che l’agitatore russo lo voleva “nero come la notte, dolce come l’amore, caldo come l’inferno”) e litigare proprio sui metodi di realizzazione della società libera. Il francese vedeva un’auto-organizzazione fra individui e gruppi diversi e compositi che avrebbe eroso gradualmente gli spazi della statualità, il russo una rivoluzione violenta che avrebbe sostituito la società della diseguaglianza con una nuova società senza classi (“La passione per la distruzione è anche una passione creativa”). Questa sorta di “socialismo volontario”, che in Petr Kropotkin diviene vero e proprio comunismo anarchico, necessita del presupposto di una antropologia benigna e caratterizza un po’ tutto l’anarchismo classico. Questo può quindi essere considerarato una laicizzazione del cristianesimo. Infatti, mentre i due primi elementi della triade rivoluzionaria, Libertà e Eguaglianza, si pretendono “diritti”, la Fratellanza è un imperativo etico, e su un imperativo etico si fonda niente più che una religione. Poteva ben dire Nietzsche che l’anarchismo è “platonismo per i poveri” (altro splendido aforisma). Questa concezione, oltre ad essere incongruente dal punto di vista logico, dimostra molte cose. La prima è che l’apparente equidistanza fra liberalismo e socialismo che lo slogan bakuniniano sembra palesare in superficie, si rivela assolutamente fallace, visto un netto sbilanciamento verso il collettivismo[7]. A dimostrazione del paradosso, il fatto che anche il rivoluzionario di Prjamuchino ha da proporre una sua triade rivoluzionaria, quella degli strumenti atti a  produrre la libertà nel socialismo e il socialismo nella libertà: “veleno, cappio e coltello”. A tal proposito ci viene in soccorso per mettere in evidenza l’aporia di questo ragionamento, l’aforisma dell’anarchico ultra-liberista David Friedman:
Ci sono solo tre modi per indurre gli altri a fare ciò che vuoi: l’amore, la forza, lo scambio.[8]
L’amore, di certo, funziona, ma, come la volontaria auto-somminitrazione di aglio, non può imporsi. Funziona solo con coloro i quali l’aglio già lo gradiscono. La forza funziona anch’essa. Veleno, cappio e coltello hanno gestito il mondo per tutto l’ ancient regime e, nei paesi in cui la proprietà è stata eliminata, anche oltre. Non si può comunque definire “anarchica” la condizione di infilare l’aglio giù per il gargarozzo ai recalcitranti. Rimane solo lo scambio, cioè l'accordo per cui A  acconsente ad aiutare B a realizzare il suo scopo se questi aiuta  A a realizzare il suo. L’idea che gli scopi e i gusti possano essere diversi non è, però, accettabile per chi ritiene che la felicità sociale stia in una ricetta uniforme e indiscutibile: aglio per tutti. Bakunin rigetta lo scambio e persegue i primi due sistemi, il primo, insufficiente, il secondo, incongruente.
George Orwell ha puntato bene su questo aspetto facendo anche notare la stretta connessione fra “amore” e “forza” quando ha scritto
L’opinione pubblica è meno tollerante di qualsiasi sistema di leggi. Quando gli esseri umani sono governati da un potere che impone loro di “non fare” questo o quello, possono concedersi una certa dose di eccentricità; quando sono governati, almeno in teoria, dall’ “amore” e dalla “ragione, l’individuo è sotto una continua pressione intesa a ottenere che si comporti e pensi esattamente come tutti gli altri[9].
Questa coercizione morale, vera forza che si impone sugli individui, che Bakunin, entro certi limiti, e Kropotkin, in toto, sembrano accettare, dimostra che una società senza stato non è necessariamente una società libera. Così, schiere di cultori dell’aforisma potranno anche mandare a memoria la verità e mezza contenuta nell’esortazione bakuniniana “Vuoi rendere impossibile per chiunque opprimere un suo simile? Allora, assicurati che nessuno abbia il potere”, ma si scorderanno che la comunità, lo collettività sono comunque un potere.
E’ qui che Proudhon viene fuori nella sua straordinaria attualità. Scevro da entusiasmo profetico, libero da abiti messianici, insensibile al fascino della fine della storia, egli propone un autogestione che si realizza mediante libere associazioni e liberi contratti. Qui non si cade, quindi, nella confusione fra amore e aglio. La società così concepita risulta costituita da una rete di liberi accordi mediante cui i singoli e le associazioni operaie (mutualismo), ma anche i gruppi sociali e gli enti locali (federalismo), si collegano fra loro regolando i propri interessi in piena autonomia. Proudhon abbraccia, cioè, la terza opzione proposta da Friedman, lo scambio. Aglio per chi lo vuole, alito fresco per gli altri.
Riguardo, poi, all'idea di costruire il comunismo sulla "fratellanza", Proudhon affermava che è come pretendere di "costruire la casa a partire dall'abbaiono". 
        Qualche conoscitore di aforismi non totalmente sprovveduto potrebbe, sulla scorta delle evidenziate comuni basi fra la concezione mutualista appena descritta e il liberalismo, ardire ad alzare la mano e denunciare in Proudhon uno sbilanciamento esattamente opposto rispetto a quello di Bakunin. Ciò sarebbe terribile ai suoi occhi, perché denunciare un ethos liberale implica denunciarne il “liberismo” e, tutti lo sanno nella sua classe, il liberalismo è "sfruttamento capitalistico". Il liberismo “estremo”, che poi sarebbe l'unico vero liberismo, infatti, è l’anarco-capitalismo di Murray Rothbard, una sorta di moloch per gli anarchici "di sinistra"[10]. Questo anarchico del primo banco però, potrebbe far bella figura solo in una classe differenziale. Infatti, l’equilibrio fra libertà e eguaglianza non viene da Proudhon ricercato in una statica sintesi fra i due elementi in antitesi, bensì, appunto, in un equilibrio dinamico, una tensione costante e irrisolvibile. La vita è così. Solo le cose morte sono date e finite. La miglior metafora è quella dell’equilibrista la cui asta si muove in su e in giù in modi apparentemente casuali, ma invece dettati dalle sempre mutevoli contingenze e che, se fossero fissati in anticipo, farebbero rovinare a terra il funambolo. Nessuna palingenesi. "Le antinomie - diceva Proudhon - non si risolvono più di quanto non si distruggano le polarità opposte di una pila elettrica". L’ “autogoverno dei produttori” costituisce, quindi,  un socialismo pluralista decentralizzato, cioè un sistema di equilibri in cui ognuno ottiene gli stessi vantaggi in compenso degli stessi servigi. Un sistema essenzialmente “egualitario” e “liberale”. Anni dopo sarà Francesco Saverio Merlino a esprimersi in termini simili. Il socialismo, diceva Merlino, è la condizione di eguaglianza nell’accesso al credito ed ai mezzi di produzione senza che i “capitalisti”, intesi qui come una casta politica innervata allo stato, impediscano la libera concorrenza e producano monopoli legali e rendite parassitarie. E’ questa un’ottica in cui il socialismo non è affatto rovesciamento del liberalismo, bensì suo superamento.[11] Con buona pace dei fautori dello sbilanciamento.  Le stesse cose poteva dire nel suo Paese, e con minor scandalo, il direttore di “Liberty”, Benjamin Tucker, anarchico statunitense tenacemente attaccato alla sua definizione di "socialista”. 
          Quanto all’anarco-capitalismo rothbardiano, un'ideologia politica che propone l'abolizione dello Stato e la sua sostituzione col libero mercato, il fatto che questi filo-capitalisti considerino Proudhon un nobile riferimento non implica la totale comunanza di vedute. E’ chiarissimo che l’anarco-capitalismo ribalta la concezione della proprietà del francese. Quest'ultimo, considerandola un abuso, la concepisce come un mezzo. I fini sono quelli di garantire la libertà e l'equità.  Quelli, gli anarcocapitalisti "ortodossi", considerandola un diritto naturale, della sua difesa fanno  un fine. Nella concezione libertarian, infatti, la sacralità attribuita alla proprietà comporta conseguenze discutibili per cui, se un monopolio nasce da una proprietà legittimamente acquisita o se il proprietario costituisce sulla base di legittime acquisizioni un dominio illiberale (volesse, cioè, obbligare tutte le pertinenze umane della sua proprietà - ad esempio gli individui che compongono la popolazione della sua città privata - ad una dieta a base di aglio), esso andrebbe comunque difeso dall’eventuale gruppo di “banditi” che ritenesse di ricostituire condizioni di maggiore equità. Questo "liberismo" si è scollato dal "liberalismo" e corre da solo. La parentela fra la visione mutualista di derivazione proudhoniana e l’anarco-capitalismo “classico” è, quindi, non strettissima. Ne è un esempio il seguente stralcio di un neo-mutualista contemporaneo, Kevin Carson,  esponente dell' "ala sinistra" di quella galassia "liberale" che viene  stigmatizzata come amica del capitale da coloro i quali, nutriti ad aforismi, continuano a confondere libero mercato e capitalismo:
Il capitalismo, venuto su come una nuova società di classe direttamente dalla vecchia società di classe del Medioevo, è stato fondato su un atto di rapina, tanto massiccio quanto la precedente conquista feudale della terra. E 'stato sostenuto fino ad oggi dall’ intervento dello Stato che continua a proteggere il suo sistema di privilegi, senza il quale la sua sopravvivenza sarebbe inimmaginabile.[12]
Questi periodi  sembrano estrapolati da un pamphlet di uno qualunque degli attivisti che si disperdono lungo lo spettro che va dal comunismo anarchico più retrò all’insurrezionalismo più à la page. Tutta gente che prende sul serio la frase del buon vecchio dandy “La moderazione è una cosa fatale. Nulla ha più successo dell'eccesso”. Eppure, i noti ripetitori di aforismi, che non sempre si vergognano di accompagnarsi ad esponenti della destra identitaria più retriva e xenofoba, cui sono accumunati dall’odio per la globalizzazione liberale e per la modernità borghese[13], palesano spesso un atteggiamento di scandalo dinanzi a chi si pone con mente aperta e disposizione sperimentale a maneggiare la scottante materia del libero scambio. Chiunque si confronti col pensiero liberale, più che eretico è un paria, un intoccabile colpevole di abiuria. Un’enciclopedia online ha coniato a tal fine la definizione di pseudoanarchico. E’, insomma,  un revisionista, quando non un anarco-capitalista sotto mentite spoglie. Questi pretenzoli dell' A cerchiata devono aver letto qualche aforisma critico di Noam Chomsky[14] ignorando che il noto linguista si definisce comunque “fondato nel pensiero liberale delle origini”. 
          Insomma, i libertari sembrano talvolta distribuire patenti di anarchismo in base all’aderenza delle altrui dichiarazioni con il proprio bagaglio di aforismi. Talvolta, addirittura, con la ortodossia - in termini aforistici, s’intende - delle loro frequentazioni. Sulla logica di questo tipo di giudizi è lecito nutrire qualche dubbio. Mefistofele, che Goethe vuole “parte di quella forza che persegue costantemente il male e realizza sempre il bene”, non si potrebbe certo definire personaggio dalle buone frequentazioni. Dove alloggia lui sono rare. Ma da quello zolfo, dice il grande tedesco, vengono buone cose. Da notare, piuttosto, che Giuda Iscariota frequentava, si dice, persone irreprensibili.
       In conclusione, se si abbandonasse qualche catechismo polveroso, si potrebbe anche azzardare qualche ardita idea. “E' ricercando l'impossibile che l'uomo ha sempre realizzato il possibile”. E’ di Bakunin.
 

 [1] Proudhon, P.G., Che cos’è la proprietà, Laterza, Bari, 1978
[2] Proudhon, P.G., La teoria della proprietà, Seam, Roma, 1998
 
[3] Cit. in Terglia, E., PropriSetà e anarchia in Proudhon, Edizioni La baronata, Lugano, 2007, pag. 19
 
[4] L’ideale anarchico, qualunque sia la sua forma, ha sempre aspirato, per definizione, verso uno smantellamento del potere statale. Io condivido questo ideale. Eppure, esso entra spesso in conflitto diretto con i miei obiettivi immediati, che sono di difendere, ossia rinforzare certi aspetti dell’autorità dello Stato. Oggi, nel quadro della nostra società, credo che la strategia degli anarchici sinceri debba essere di difendere certe istituzioni dello Stato contro gli assalti che subiscono, pur sforzandosi di costringerle ad aprirsi a una partecipazione popolare più ampia ed effettiva. (http://www.ecn.org/contropotere/press/298.htm )
 
[5] Bey’s anti-globalization ideology goes as far as to set up a facile opposition between globalization (‘sameness’) and the nation-state (‘difference’???). Bey states: “Like religion, the State has simply failed to ‘go away’ — in fact, in a bizarre extension of the thesis of ‘Society against the State,’ we can even reimagine the State as an institutional type of ‘custom and right’ which Society can wield (paradoxically) against an even more ‘final’ shape of power — that of ‘pure Capitalism.’” (http://theanarchistlibrary.org/HTML/Anonymous__The_Continuing_Appeal_of_Nationalism_among_Anarchists.html )
 
[6]  Watzslavick, P., Istruzioni per rendersi infelici, Feltrinelli, Milano, 1984,
 
[7] Su tali aspetti, autori libertari capaci di andare oltre gli aforismi hanno puntato la loro attenzione critica. Michel Onfray, ad esempio, scrive:
Bakunin si differenzia da Marx per i soli mezzi, non per i fini. Nei due pensatori si ritrova lo stesso sacrificio alla teleologia, all’ottimismo, la stessa credenza hegeliana nella possibilità di una fine e di un compimento della storia, un’identica comunione nell’odio per la proprietà privata ereditato da Rousseau, dal quale entrambi prendono in prestito la loro critica della modernità, il loro ridicolo discredito gettato sulla tecnica. Ambedue credono all’uomo totale, liberato dalle sue alienazioni per il semplice fatto di muoversi in una società senza classi. Conosciamo la storia (“La politica del ribelle”, ponte delle Grazie, 1998, Milano, pag. 92)
Massimo La Torre, da parte sua, dice
Duole dirlo, ma in Bakunin si ritrova una critica della democrazia e del parlamentarismo simile a quella antimoderna e antiegualitaria del romanticismo politico. (Ragionare, discutere, agire pubblicamente, negoziare (II)
"Una Città"n. 88 , Settembre 2000
 
[8] Friedman, D., L’ingranaggio della libertà, Liberilibri, Macerata, 1997, pag. 36
 
[9] Cit. in Woodcock, G., L’anarchia. Storia delle idée e dei movimenti libertari, Feltrinelli, Milano, 1977, pag. 73
 
[10] Rothbard, M., Per una nuova libertà. Il manifesto libertario, Liberilibri, Macerata, 1996
 
[11] Merlino, F. S. , Pro e contro il socialismo, Esposizione critica dei principi e dei sistemi socialisti, Milano, 1987, p. 41
 
[12] Cit. in Sheldon, R., Libertarian Left. Free-market anti-capitalism, the unknown ideal, American Conservative,http://www.amconmag.com/blog/libertarian-left
 
[13] Fraqueille, M., A destra di Porto Alegre, in Libertaria, 1-2004, 24-37
 
[14][Ad esempio “L'anarcocapitalismo, secondo me, è un sistema dottrinale che, se mai implementato, porterebbe a forme di tirannia e oppressione che hanno pochi uguali nella storia dell'umanità”
Il cretinismo anarchico. Aggiornamenti.
post pubblicato in Storia delle Idee, il 26 giugno 2007

 Il cretinismo anarchico. Aggiornamenti.

(ovvero perché non sono anarco-capitalista; perché gli anarco-capitalisti, spesso, non sono anarchici; perché gli anarchici, talvolta, sono fascisti)

 

di Luigi Corvaglia

Le volpi sanno molte cose,

ma il riccio ne sa una grande.

 

Archiloco


Le malelingue del villaggio globale

 

Confesso che ho molto peccato. Ovunque una ortodossia si sia palesata pretendendo indiscutibilità, ho discusso. Confesso di aver peccato in tutti i modi canonici: in pensieri, parole, opere ed omissioni. Ho peccato contro la Chiesa, lo Stato e la Democrazia. E mica ho finito. Ho peccato contro le religioni e le ideologie e perfino contro l’ideologia anti-ideologica che ci ostiniamo a chiamare anarchismo. I miei ventisette lettori ora si chiederanno il perché di un outing così suggestivamente pregno di spirito congregazionale, come una confessione pubblica di setta riformata. A chi interessa? Beh, intanto a me. A nessuno piace l’idea di essere trovato cadavere in una posizione poco dignitosa. Si sa. Nessuno gradisce la sconveniente condizione di essere oggetto delle malelingue per supposte imbarazzanti situazioni in cui si sarebbe stati colti. Ogni “deviazione” o “relazione incongrua” secondo i catechismi vigenti risulta utile alle allegre comari. Pertanto, vorrei evitare, nel caso il mondo restasse improvvisamente “orbo di tanto spiro”, di fornire occasione per il chiacchiericcio che già talvolta produce un fastidioso brusio nelle sacrestie dell’ anarchismo. Bisogna fare chiarezza per non dare adito a pettegolezzi che superino la reale entità dell’infrazione. Quindi lo dico: si. Ho avuto relazioni contro natura con il pensiero altrui! E mi è piaciuto. Ho perfino cercato di trovare quanto di buono potesse esserci. E l’ho trovato! Per esempio, ho letto gli autori liberali. Mi sono perfino intrattenuto a dibattere con qualche esponente della corrente stupidamente definita “anarco-capitalista". Si, lo sapevo che chi tocca un intoccabile diventa intoccabile anch’egli, per un fenomeno simile a quello che, in una stramba liturgia, tramuta il vino in sangue.  Ci sono, infatti,  dei signori che, pur non avendo la minima idea di ciò che gli altrettanto bislacchi anarco-capitalisti propagandano, ritengono intellettualmente degno pontificare e emanare scomuniche contro chi si intrattiene con questi supposti fautori del capitalismo da rapina senza picchiarli. Ora, rientrando il sottoscritto nella categoria (intrattenitori non picchianti), per spiegare il reale motivo di uno scritto altrimenti autoreferenziale, vorrei far notare un paio di cosette, tre. Quattro al massimo, su. Innanzitutto, è da prettere che parlare di sushi con un giapponese non mi fa abiurare alla carbonara. Di certo, però, mi permette di di parlare di pesce con maggior competenza di chi del pesce sa solo che puzza. In secondo luogo, ci tengo a sottolineare che il rifiutare di conoscere il giapponese (o il sushi) non fa più italiano di quanto rifiutare di guardare nel cannocchiale di Galileo facesse i preti più esperti di astronomia.  Poi mi tocca rispettare il sottotitolo di questo scritto e spiegare i motivi per cui i vari pontefici dell’ ecclesia anarchica prendono una cantonata quando accostano, non me ( che non son degno di attenzione), ma chiunque manifesti uno spirito "liberale", al “libertarismo” rothbardiano. Facciano attenzione le malelingue del club della canasta socialista. Per finire, last but not least - anzi, principale motivo di questo lavoro -, intendo mostrare ai miei ventisette lettori quali siano le vere “relazioni pericolose” di chi si professa partigiano della libertà. Insomma, quella di premunirsi dall'essere colto in castagna a rigor mortis sopraggiunto era solo un pretesto. E’ che mi preme piuttosto sottolineare come chi invece di pettinare le bambole "liberali" è fattivamente impegnato a costruire l'uomo nuovo per il mondo nuovo, può non avvedersi di gingillarsi con giocattoli più pericolosi. Infatti, sicuramente meno comprensibili di quelle con gli epigoni del pensiero liberale che ha prodotto la modernità sono le relazioni che i moralisti duri e puri dell’inquisizione anarcoide riescono a tenere – i ventisette si tengano forte - con la destra più estrema! Non la (supposta) destra “liberale” che fa loro storcere la bocca, ma quella nazi-fascista che fa loro tornare il sorriso ed il colore sulle livide gote. Loro però no. Loro non si vergognano e non si confessano. C’è, però, una scusante. E’ che, in molti casi, non se ne rendono proprio conto. Ma procediamo con ordine.

 

 Le affinità elettive e le relazioni pericolose

 

                                                     Una nuova vita vi attende nelle colonie Extra-Mondo.

                                                                  L’ occasione per ricominciare in un Eldorado

                                                            di buone occasioni e avventure, un nuovo clima,

                                                                                                         divertimenti ricreativi…

                                                           Cartello pubblicitario nel film "distopico" Blade Runner

 

 Mi appresto, con insolita pazienza, e col pensiero rivolto a Berneri, a spiegare che non esiste concezione libertaria che non contempli la libertà. Dato l’anarcocretinismo imperante, la cosa non è così scontata come potrebbe apparire.

Cominciamo dai miei sulfurei rendez vou col demonio capitalista. Intanto, vorrei cominciare con alcune precisazioni. Innanzitutto, scindiamo liberalismo da “capitalismo”. Ulteriore messa a fuoco: a cosa mi riferisco quando parlo di “liberalismo”? Forse allo zarismo monopolistico e mediatico col quale abbiamo dimestichezza? Niente affatto. In buona compagnia di personaggi che ai preti dell’ordine radical-chic non dovrebbero dispiacere (Merlino, Chomsky, Goodman, Ward, ecc.), mi riferisco con questa etichetta allo spirito di autodeterminazione dell’individuo, alla lotta contro ogni totalità, ogni assolutismo, politico come religioso, all’ethos che ha sovvertito la staticità pre-moderna fondata sul dato immutabile, sulla gerarchia, sul privilegio per rivendicare autonomia e libera scelta. Insomma, a tutto ciò che funse da motore per le rivoluzioni liberali che hanno portato l’occidente nella modernità (e la cui mancanza ha lasciato parte del mondo al medioevo della teocrazia). Ovvio che un libertario non può considerarsi soddisfatto dalla libertà che abbiamo, però, se non si riconosce che la relazione fra il liberalismo e le istanze di cui i cosiddetti anarchici si fanno portavoce è una relazione incestuosa, tutta compiuta all’interno delle medesime mura domestiche, vuol dire che si appartiene ad un’altra famiglia. A quale famiglia e quale ne sia l’albero genealogico lo si vedrà più in là.

In soldoni, se indice relativo di libertà è la scelta (di oggetti, stili di vita, di condotte sessuali, di sistemi economici, di riferimenti morali, di servizi, di organizzazioni sociali e così via), è chiaro che l’esistenza di un ente centrale e monopolistico di produzione di norme e/o di beni comporta una forte riduzione della libertà. Allora tutto ciò che va nella direzione opposta a questa è liberatorio, ergo “libertario”. Cosa va in direzione contraria al monopolio e all’assolutismo centralista? Il decentramento, il federalismo, il confronto, la libera sperimentazione. Ora, tutto ciò è possibile solo se la proposta alternativa non è un altro monopolio confezionato in un pacchetto “all inclusive”, tipo l’abolizione della proprietà e, faccio per dire, il lavoro a rotazione o l’abolizione del lavoro stesso. E’ vero che, se, utopisticamente, tutti gli abitanti del pianeta fossero concordi, quella sarebbe realmente una condizione “anarchica”; ma, oltre a prevedere un mutamento antropologico dell’uomo, questa concezione non ci spiega come si gestirebbe l’eventuale ribelle che decidesse di abbandonare la società anarchica e proponesse ad altri dodici congiurati di diffondere il vangelo della produzione e dello scambio. Una volta, un noto rivoluzionario di professione (di professione intellettuale, perché di mestiere fa il ragioniere) mi rispose citando la soluzione prospettata dal “magnifico Bakunin”: “cappio, veleno e coltello”. Insomma si è tutti liberi di scegliere quello che l’avanguardia anarchica ha scelto per noi. Non sembri strano, però, perché ciò è tipico di ogni concezione “democratica”,  portatrice di una triplice cifra: quella della rousseiana "volontá popolare" ("se il popolo è contro di te, tu hai torto"), quella della weberiana "etica del principio" ("l'operazione è perfettamente riuscita ma il paziente è deceduto") e  quella che Constant (quello di “impiccheremo l’ultimo re alle budella dell’ultimo prete”) definiva la “libertà degli antichi”, ossia quella della polis ateniese, poi ripresa dai giacobini, in cui le libertà non preesistono alla organizzazione sociale ma sono prodotte di questa, pertanto, chi si trova fuori dalle mura della polis è escluso dal godimento di questo diritto calante dall’alto.

Che fine ha fatto la libera sperimentazione con la quale ci si sciacquava la bocca negli “spazi occupati”? Fabbri e Gori? Berneri e Merlino? Proudhon e Goodman? Spooner e Tucker? A ballare il twist nei rispettivi sacelli, immagino. Perfino Malatesta non avrebbe apprezzato (si leggano i passi sulla libera sperimentazione) , ma è meglio non dirlo per non scatenare crisi d’identità in molti nichilisti di professione (sempre intellettuale, of course). Ecco perché, come altrove ho avuto modo di esprimere, concordo con Ibanez, che è non un portavoce del ministro degli Interni, ma  un anarchico, quando dice che quella anarchica, se male intesa, è una concezione totalitaria, perché idea “che non tollera altra da sé”. Nulla da stupirsi, quindi, se questi signori, nell’unica occasione fornitagli dalla storia di gestire qualcosa di più della propria camera, cioè durante la rivoluzione spagnola del ’36, hanno fatto una misera figura dal punto di vista della coerenza (si dice di ben quattro ministri, di vari tribunali che sarebbero stati apprezzati dagli anarco-capitalisti più conservatori e, qualcuno osa affermare che  si siano distinti anche per la persecuzione degli omosessuali).

Vediamo, invece, un’altra situazione. In una condizione in cui gli uomini non si propongono in esibizioni intellettuali che distinguano libertà “civili”, da salvaguardare, e libertà “economiche”, da abolire sulla base di un moralismo tutt’altro che laico, è possibile immaginare vari gruppi umani che si organizzano in base alla convergenza di preferenze, “gruppi di affinità” ( per usare un’espressione in voga fra certi “compagni”), e si danno a modalità concordate di conduzione delle interazioni e delle proprie esistenze, sperimentando e riservandosi l’opzione di spingere per modificare gli equilibri sistemici di cui sono elementi, come di uscirne e entrarvi a piacimento. In questo caso ci troviamo in una condizione di libera sperimentazione, di confronto e concorrenza fra diverse opzioni. Insomma, in una situazione “liberale”, in cui non esiste una unica Verità, totale, grande, stabile e immutabile, bensì minuscole verità individuali e temporanee. Il primo caso ha gli stigmi della religione, il secondo, della laicità. Questa situazione non è democratica e, sempre secondo il Constant, ha a che vedere con la “libertà dei moderni”. E’ tenendo conto di tale differenza che un grande pensatore anarchico del passato, Rudolf Rocker, mica un ragazzino di un centro sociale, ha potuto pronunciare la famosa frase “molte strade portano alla dittatura dalla democrazia, nessuna dal liberalismo”. Tale quadro può essere definito Mercato, laddove quello precedente può essere definito Monopolio.
Ma abbracciare una concezione “liberale” significa contemplare l’aberrazione della proprietà privata, sbotterà qualcuno dei ventisette. Si. Come abbracciare la concezione di restare in vita contempla l’aberrazione del defecare. Per forza. L’unica alternativa ad un sistema centralizzato di allocazione delle risorse, che ripropone l’istanza centrale e totalitaria, è il libero gioco di interazioni, di reciproche scelte, l’autopoietico equilibrio di relazioni, pretese ed aspettative fra individui e fra comunità. Però c’è una bella differenza fra il fare una apologia del capitalismo e limitarsi a notare il fatto sotto gli occhi di tutti che può anche darsi capitalismo senza libertà, come nel Cile di Pinochet, ma mai libertà, per quanto relativa, senza il capitalismo. Che l’esistenza del mercato sia condizione tutt’altro che sufficiente, ma sicuramente necessaria, per la libertà è concetto espresso recentemente, per esempio, da un noto intellettuale anarchico, nonché docente universitario, Nico Berti, senza che il “politburo” libertario gli revocasse la patente di anarchico (credo che gli abbiano solo tolto una decina di punti). Del resto, lo stesso signore che ebbe a dire che “la proprietà è un furto”, cioè Proudhon – che non è certo un Carneade per gli anarchici -, affermò anche che questo furto era comunque “uno strumento di garanzia, di libertà, di giustizia, di ordine”. Cosa spetta, allora, ai libertari? Sfruttare e mantenere le potenzialità liberatorie e impedire quelle autoritarie implicite in ogni forzatura dell’esistente, in ogni atto di violenza, quale appunto la proprietà è. Come disse Goodman, fare in modo che le libertà passate non si tramutino nelle schiavitù di oggi.

Immaginiamo, ancora, che, nella condizione pluralistica descritta, un più o meno vasto gruppo di individui condivida l’idea di vivere fuori dalla logica dello scambio, in una condizione di socialismo liberamente scelta e sempre rivedibile. Bene, l’anarchismo come socialismo consensuale in assenza di autorità centrale. Dov’è, allora, la differenza con la situazione precedentemente considerata? Non ci sarebbe differenza nella situazione in cui l’opzione anarco-socialista fosse accolta da tutti. Enorme differenza nel più probabile caso in cui non tutti fossero entusiasti sostenitori del mutuo appoggio e della messa in comune del mondo. Nell’anarchismo “tradizionale”, a carattere religioso, non esiste spazio per opzioni appena meno libere della libertà totale, al punto da vietare la schiavitù liberamente scelta (extra ecclesiam nulla salus); nella società “liberale”, laica e “di mercato”, ognuno sceglie ciò che vuole. Basti pensare che nella società di mercato è possibile vivere senza mercato, mentre nella comunità anti-mercato è impossibile vivere producendo e scambiando per capire quale delle due opzioni sia la più “libertaria”. Lo scambio contiene il non scambio, ad esempio. Che il “più” contenga il “meno” dovrebbe essere acquisizione ovvia per chiunque abbia visto una matrioska. Molti gesuiti della “A cerchiata” non l’hanno mai vista. Il pluralismo è base della libertà. Il grande liberale Isaiah Berlin, autore della celeberrima distinzione fra “libertà di” (democratica) e “libertà da” (liberale), proponeva un parallelismo fra il monismo delle concezioni democratiche, inclusa quella pseudo-anarchica precedentemente considerata, e l’agorafobia, cioè fra la ricerca di una unità compatta, sicura e includente e la ricerca nevrotica di un luogo chiuso e rassicurante. Il pluralismo è figlio di una irrefrenabile claustrofobia.

 

 Capitalista a chi? 

 

Tutto quanto detto fa di me un anarco-capitalista? Assolutamente no. Infatti, esempi lampanti di logica e consequenzialità ce li avevano dati, molti anni prima dei cosiddetti anarcocapitalisti, gli intelletti più svegliati dell’anarchismo, diciamo così, “storico”. Si pensi a Emile Armand ed alle sue associazioni di refrattari in cui “di qua i socialisti, di là i sostenitori del mercato” o, più appropriatamente, al già citato Proudhon che considera il “possesso” (e il libero confronto) quale “unica condizione della vita sociale”, fino a Luigi Fabbri, Camillo Berneri e Francesco Saverio Merlino. Con quest'ultimo, senza cogliere alcuna contraddizione, arriviamo alla totale congiunzione fra socialismo e mercato, una socializzazione – ancora una volta proudhoniana, se vogliamo – della produzione, dello scambio e del consumo. Volendo, possiamo citare anche il socialismo di mercato di Bruno Rizzi. Ma congiunzione di mercato e socialismo la si può trovare anche fuori dall’ambito propriamente anarchico, ad esempio, si pensi al comunismo liberista di Enrico Leone. Per non parlare dell’anarchismo individualista americano dei vari Warren, Spooner o Tucker nelle cui visioni sono in primissimo piano tanto l’identità fra autonomia individuale e libero mercato, quanto la compatibilità fra questo e il “socialismo”, che col mercato libero da ogni condizionamento statale e concentrazione di potere, frutto appunto dell’intervento statale, finisce col coincidere. Allora perché ho utilizzato a lungo il paradigma anarco-capitalista nella mia opera da avvocato del diavolo dell’anarchismo? Semplicemente perché gli autori “libertarians” operano e scrivono, per lo più da economisti e con rigore anglosassone, in un’epoca posteriore alla “rivoluzione marginalista” della scuola economica austriaca. Insomma, sono più precisi e meno naif nelle analisi di quanto talvolta possano risultare molti degli autori precedentemente citati. In definitiva, l’indubbio merito del pensiero “libertarian” americano è stato quello di avere sviluppato ed attualizzato la tradizione del free market anarchism che affonda le radici nel già citato anarchismo yankee ottocentesco e nelle concezioni del liberalismo francese di Gustave de Molinari (teorico della affidabilità al mercato di ogni servizio, inclusa la protezione e la produzione del diritto), Paul Emile de Puydt (teorico della “panarchia”) e Frédéric Bastiat. Detto questo, però, ritengo che, nelle mani degli anarco-capitalisti, questo promettente materiale sia stato disinnescato nella sua carica rivoluzionaria e liberatoria e abbia prodotto degli stenti ma perigliosi aborti, non di rado illibertari e conservatori. Vediamo, dunque, i miei motivi di dissenso con l’anarco-capitalismo:

 

  1. Non credo nei “diritti naturali”. Non è un ostacolo da poco per trovarsi in sintonia con chi crede che esista un “diritto naturale” alla proprietà di se stessi ed ai prodotti del proprio lavoro. C’è un che di mistico nel processo di transustanziazione della terra che, mescolandosi lockianamente al mio lavoro, diviene mia. Essendo naturale, questo diritto è sacro. La proprietà è, quindi, sacra. Non concordo affatto. Premesso che per gli ana-cap tutti i diritti sono diritti di proprietà, un diritto è semplicemente una sorta di salvaguardia messa in atto affinchè un valido titolo di proprietà non ci venga arbitrariamente contestato. Ma la “salvaguardia” altro non è se non il riconoscimento da parte degli altri del fatto che quel titolo è, appunto, “valido”. Altrimenti non basterebbe alcuna “salvaguardia” morale, fisica o armata. Un diritto è una aspettativa circa l’altrui comportamento nei nostri confronti che ha una alta probabilità di essere confermata dai fatti. In altri termini, non esiste diritto se non riconosciuto. Come diceva Stirner, la proprietà, più che un furto è “un dono”, perché è l’acquiescenza degli altri che ci permette di continuare a possedere. E’ allora ovvio che tutti partecipano, attivamente o passivamente, a definire i diritti vigenti in un dato momento e luogo; ma questo continuo ridisegnamento del mondo esce dall’ambito della sacralità per entrare in quello dell’utilità. La proprietà non è sacra, è, al più, utile. Le ricadute pratiche di due punti di partenza così diversi sono notevoli. Gli anarco-capitalisti, con il loro giusnaturalismo (escludendo dal novero l’ottimo Friedman) possono, sulla base di indimostrabili assiomi sulla sacralità di taluni diritti calati dal cielo, costruire dei sillogismi le cui conclusioni pretendono la stessa indiscutibile sacralità, grazie al potere mistico dell’originario tocco metafisico, e perfino la stessa carica di “libertarismo”, indipendentemente dalle ricadute illibertarie e autoritarie che ne dovessero derivare. Si tratta di una assurda “etica dei principi”, parlando weberianamente, in cui principi e procedure contano più dei risultati. Insomma, si è nella categoria di “l’operazione è perfettamente riuscita ma il paziente è deceduto”. E, infatti, il paziente decede. Fra gli esiti più grotteschi e paradossali di una logica simile c’è il fatto che, se un individuo riuscisse, con sistemi validi, a divenire proprietario di un intero paese in cui imponesse leggi liberticide e razziste e chiudesse anche le frontiere agli immigrati, essendo il diritto di proprietà anche quello di disporne a piacimento, tale situazione potrebbe dirsi libertaria, mentre l’eventuale resistenza armata contro tale situazione, andando a ledere un diritto “sacro”, sarebbe un grave crimine. Ora, una logica “anarchica” di tal fatta è ridicola. Si ha, insomma, la netta sensazione che, più che tutelare il dinamico ed autopoietico mercato, si finisca per difendere la statica proprietà, più che valutare gli aspetti aggregativi del primo, si voglia sottolineare quelli di esclusione della seconda. Io, invece, credo che gli abitanti del paese che non gradissero essere considerati pertinenze della proprietà rivedrebbero la loro acquiescenza alle aspettative del proprietario, ritirerebbero il “dono”, essendo venuto meno l’elemento di utilità sociale dello stesso o la mancanza di danno per loro stessi. Questo è mercato, cioè un continuo rivedere le proprie posizioni dando luogo, tramite le mutevoli posizioni di tutti, ad equilibri sempre nuovi. Insomma, se tutto viene dal mercato, anche la proprietà è un prodotto del mercato. Non gli preesiste e soggiace alle stesse leggi. Niente prescinde dalla volontà degli individui.
  2. Credo che la difesa di diritti naturali non possa fare a meno dello stato. Ulteriore conseguenza della supposta sacralità dei diritti proprietari è che è alquanto improbabile che una tale aprioristica inviolabilità potrebbe mantenersi in barba alle volontà dei singoli facendo a meno della protezione statale. Nel nostro esempio precedente, ad esempio, il proprietario avrebbe potuto mantenere il suo ruolo di dittatore, solo facendo intervenire la soldataglia del paese a massacrare gli insorti, definiti banditi (esattamente ciò che fecero i colonizzatori piemontesi con i “briganti”). Si pensi ai “sem terra” brasiliani che espropriano i latifondi. Se eliminiamo lo stato, beh, stanno dando voce al loro diritto di voto nel mercato e il mercato ha deciso che la terra non è più del proprietario riconosciuto fino ad un attimo prima dell’esproprio. Viva il mercato.
  3. Credo che lo sfruttamento esista. Secondo gli anarco-capitalisti il concetto di sfruttamento non ha senso. Infatti, secondo la logica delle “preferenze dimostrate”, un operaio che accetta una paga misera preferisce, dimostrandolo con atto concludente, tale paga a nessuna paga. Certo. La cosa non tiene conto che, oltre all’offerente ed all’accettante, esiste un terzo elemento, definito bisogno, che fa si da rendere preferibile e dimostrata la scelta accettante, ma il bisogno non è stato, a sua volta interrogato. Il più delle volte, però, i bravi “offerenti” si impegnano a mantenere ben pasciuto il comodo terzo incomodo per poterlo poi sempre ospitare quale convitato di pietra alle loro trattative. Beh, io lo chiamo sfruttamento.
  4. La predominante cultura anarco-capitalista è conservatrice. Soprattutto in Italia, domina la corrente “paleo-libertarian” che unisce a questi elementi di conservatorismo economico in grado di affossare la carica progressista dell’idea del free market anarchism, una filosofia reazionaria che nulla ha a che vedere con i presupposti libertari. Non si capisce per quale motivo, quasi a voler epater les borgoises, questi autori si lanciano in, per me inammissibili, tirate filo-cattoliche preconciliari, anti-evoluzionistiche, teo-con e contrarie ad ogni forma di laicità. Il tutto basato, probabilmente, sulla balzana teoria che la Chiesa sia sempre stata un contrappeso nei confronti dello Stato, mentre io credo che questa concorrenza derivi solo dal desiderio della Chiesa, totalità altrettanto pregna di capacità di soffocamento del singolo, di farsi Stato.
  5. Il secessionismo non mi basta (e, un po’, mi spaventa). E’ vero che il federalismo è da sempre uno dei cavalli di battaglia dell’anarchismo, a cominciare da Proudhon (meu amado), ma, soprattutto nella versione italiota, l’anarco-capitalismo ha preso la fissa del secessionismo. Ciò sulla base del contraddittorio (rispetto a tutta la sua produzione individualistica precedente) ultimo Rothbard, autore di un testo intitolato “Nazioni per consenso”. Cioè, ci associamo sulla base del consenso e decidiamo i confini, fisici, normativi, etici e spirituali della “nazione”. Del resto, i proprietari di un territorio non sono forse quelli che pagano le tasse? I nostri legaioli padanisti ci sono andati a nozze grazie anche, io credo, alla possibilità di nobilitare un certo razzismo a cui Cattaneo non bastava. Essere insieme beceri e anarchici è la quadratura del cerchio. Sennonché, io vorrei puntualizzare tre cose. Niente in contrario al federalismo, anzi, io arriverei fino alla federazione dei condomini. Ma attenzione. Sembra che per gli anarco-capitalisti sia più libertaria una piccola patria in cui viga la discriminazione nei confronti degli immigrati, dei gay, dei tossicodipendenti di una più larga istituzione, non privata, gestita in modo più liberale. Insomma, non sono i modi più o meno totalitari a rendere più o meno libertaria una situazione, ma il fatto se tali atti totalitari uno se li può permettere o no. Se è il proprietario valido e riconosciuto se li può permettere e la condizione è libertaria! Eppure Bruno Leoni, a cui le migliori teste d’uovo del movimento hanno dedicato un istituto di studi, ricordava che il padrone più vicino non è necessariamente meglio di quello lontano.

Quello che è però maggiormente da mettere in rilievo è che questa asfittica visione del free market anarchism non riesce a cogliere le potenzialità insite nel proprio stesso paradigma. E’ proprio l’abbracciare il mercato che permetterebbe di superare il problema irrisolvibile dell’anarchismo “classico”, quello delle “scelte collettive”. Cioè, per quanto in unità piccole e decentrate, si arriva sempre, anche in condizioni di “democrazia diretta”, a produrre maggioranze e minoranze che alle prime devono soggiacere. L’idea mercatale di una concorrenzialità fra differenti sistemi normativi insistenti sul medesimo territorio, permessa dalla situazione anarco-capitalista, risolve il problema. L’idea “panarchica” non è nuova (si invitano i miei ventisette lettori a darsi una scorsa all’anarchico “socialista” Nettlau o a de Puydt) e il libertarianism è la cornice di riferimento più adeguata per tale concezione. Conclusione: l’anarco-capitalismo è meglio degli anarco-capitalisti.

 

 Ortodossia e ortoprassia, ovvero come fare bella figura fra anarchici e fascisti con lo stesso vestito.

Probabilmente non basta la precedente disquisizione per convincere un credente – non importa se porti in tasca il santino di Rothbard o di Bakunin - che non si è infedeli a ragionare in modo relativistico e tollerante, laico, in una parola, liberale. E’ un discorso che sa troppo di innovazione post-conciliare. Però è utile che i credenti riflettano su alcuni esiti e a quali convergenze conducano discorsi prodotti dall’infallibilità papale. Pur nella preponderante esplosione di scritti pamphlettistici colmi di retorica pantaclastica, ma assolutamente privi della benché minima sostanza, infatti, sempre più spesso si possono leggere alcune sentenze stupefacenti che, a non conoscere gli autori, si potrebbero dire frutto della malata mente di un naziskin dell’ex-DDR. Una volta individuati, come il mainstream anarchico storico, ma anche contemporaneo, fa, i nemici nel mercato, nella globalizzazione, nell’imperialismo americano, nel tecnicismo moderno, nel sionismo o quant’altro, è facile trovarsi in compagnia dei fautori per antonomasia dell’anti-individualismo, dei critici della volgare società mercantile, degli anti-modernisti, degli antisemiti. Sto parlando dei fascisti. Ci sono personaggi, quali, per esempio, Massimo Fini, creatore di un movimento anti-modernista, in grado di stimolare imbarazzanti voluttà nel lettore medio di cose pseudo-anarchiche, e un altro paio di suoi sodali che vengono spesso rimbalzati dai newsgroups “anarchici”. Uno di questi autori, molto vezzeggiato dall’aristocrazia punkabbestia, si è espresso in affermazioni ecumeniche del seguente tenore:

“non ci trovo proprio niente di strano, che vi sono persone e militanti che provengono da esperienze trascorse di estrema destra e che aderiscono a piattaforme anti-imperialiste senza che sia necessario "contrattare" nessun compromesso “ oppure “ Dal momento che oggi l'equivalente storico e simbolico del fascismo è l'impero americano massacratore e torturatore, non conosco nessuno di più fascista di Emma Bonino e di meno fascista di Marco Tarchi (noto fascista, N.d.R.). “

Insomma, ormai la destra radicale alligna ovunque, come i baccelli dell' "invasione degli ultracorpi". Questo da quando ha come modello un "nazionalcomunismo" che gli fa stoltamente accostare alcuni ferrivecchi concettuali del fascismo, quali il razzismo spiritualista e anarco-cavalleresco di Julius Evola a personaggi classicamente “sinistri” come Noam Chomsky, così come Zjuganov e Che Guevara, improbabili sodali della lotta anti-imperialista. Ciò spiega le strampalate affermazione dello stramboide di cui sopra. "Le piattaforme anti-imperialistiche" su cui no-global ed anti-mondialisti concordano senza "nessun compromesso", bisognerebbe però spiegare a molti dei miei invasati critici, vedono quale base concettuale, per questi ultimi, l' archefuturismo di Faye (un mix di arcaismo primitivista, futurismo e volontà di potenza a go-go), il populismo etnonazionalista dei partiti xenofobi delle piccole heimat europee, il razzismo differenzialista di Taguieff (un tribalismo reazionario che baratta la razza con la cultura senza torcere un capello alla sostanza del razzismo meno ipocrita) , l' etnopluralismo di De Benoist, la più raffinata versione della difesa della cultura occidentale, intesa però esclusivamente come cultura europea, che quella attualmente dominante non è cultura occidentale, essendo inquinata dall'ideologia egualitaria tipica della cultura anglosassone (che, evidentemente, non è occidentale..).

Pur nelle loro differenze, queste anime della nuova destra concordano su una visione “comunitarista”, la riproposizione della gemeinshaft, cioè della comunità naturale dell’arcadia pre-moderna, e sulla critica al sistema liberale quale luogo del trionfo dell'individuo razionale che si associa liberamente agli altri per il conseguimento dei propri obiettivi. Ne criticano, in fondo, l'aspetto "libertario". Questo vuol dire che, mentre la destra ha ben chiaro cosa sia l’individualismo liberale, gli anarchici che cinguettano col comunitarsmo fascista sembra non abbiano capito una benemerita. Ció é il frutto della nuova moda del l'anarchismo ai tempi della crisi: il relativismo culturale, bastardo lascito delle scemenze "post strutturaliste". Tutte le idee, tutte le culture vanno bene. Tranne la societá aperta liberale, of course.

I comunitaristi vogliono sostituire a questa aberrazione "americana" (la libertà individuale) una nuova antropologia per la quale nessun individuo è separato e nessuno, avulso dal contesto, è "razionale" e bastante a sé. Altro che "individualismo metodologico", follia da liberali. Altro che riconquista dell’individuo contro il totale. E poi, attenzione, che il contesto dal quale nessuno è separato è soprattutto contesto storico, culturale, etnico. La comunità è più spirituale che materiale. Lotta alla globalizzazione, quindi, come difesa della differenza spiritual-etnica dei popoli contro il totalitarismo subdolo della società dell'assimilazione. Ognuno con la propria identità, quindi, ma a casa propria, mi raccomando. Del resto è questa la heimet, la piccola patria cara al nazismo. Sangue, terra e spirito. Alla fine, non siamo così distanti dal federalismo un po’ fetente degli anarco-capitalisti che anarchici e no-global affermano di avversare. Da qui nasce il concetto di "glocalismo" caro agli intellettuali della nuova destra della quale il "non fascista" Tarchi è parte integrante ed organica. Sul suo "Diorama Letterario", il fascista più "in" nei circoli anarco-chic disquisisce forbitamente intorno alla difesa delle identità locali e rimbotta la sinistra perchè questa si limita a lagnarsi della globalizzazione economica ma poi, incongruentemente, desidera la globalizzazione dei diritti, il meticciato culturale, la libera migrazione, ecc.

Ecco, questa gente acquista sempre più rispettabilità in certi ambienti "radicali". Dimmi con chi vai.. Però guai a parlare con liberali ed anarco-capitalisti, mi raccomando. Rothbard mai, Evola e De Benoist si. Relativismo relativo, direi....


Il crepuscolo degli idioti: esoterismo libertario

 

Il simpatico guazzabuglio di nietzchismo, archeofuturismo e romanticismo che, al contempo, turba e riempie l’altrimenti vuoto contenitore posto sul collo di tanti “anarchici” di cui abbiamo la sventura di essere contemporanei non finisce mica qui di palesarsi in tutta la sua ridicolaggine. In tale manifestazione sono coadiuvati dall’essere in una condizione di sintonia sociale. Cioè, esiste nella dominante “media cultura” - la più grande iattura dei giorni nostri è che pochi sono i colti e gli ignoranti e quasi tutti i “medio colti” -  che, si sa, si basa sui luoghi  comuni caduti dal terrazzo di quelli di sopra (i colti), una concezione molto "in". Oggi, lo abbiamo detto,  domina nel popolo “progressista” una malintesa idea di relativismo culturale. Ma quando il già citato leader del movimento anti-modernista destroide dice che i "popoli" che preferiscono sistemi autoritari hanno diritto di darsi sistemi autoritari si rifà esattamente a questa concezione. Evidentemente è una concezione che non tiene in alcun conto i diritti del singolo dissenziente, che può essere calpestato (financo infibulato) dalla maggioranza dominante. Nella logica del relativismo culturale, noi dobbiamo rispettare quelle culture in cui la maggioranza decide della vita e della morte del singolo: diversamente sarebbero i liberali che vogliono mettere il becco i veri "totalitari". C'è sicuramente, in questa rousseiana "volontà popolare" in cui la minoranza soggiace – non solo in quanto minoranza ma perchè, proprio in quanto tale, è ovviamente "in errore" -, il nucleo del comunitarismo, questa espressione molto in voga negli scritti della nouvelle vague fascista con tanta nostalgia di "Gemeinshaft" e che lotta contro il "mondialismo" per la salvaguardia delle culture locali. E' proprio nella esaltazione delle culture "locali", nella premessa di questo "relativismo culturalista" che sembra tanto libertario, che alligna la mala pianta del razzismo e dell'autoritarismo. Siamo nuovamente piombati nella libertà degli antichi, quella della polis.

Si rischia, insomma, che un anti-individualismo supposto "progressista" si saldi e si coaguli in un blob immondo con le istanze più regressive e razziste. Questo anti-individualismo "di sinistra" affonda le sue origini in una serie di miti assurti a dogmi di fede (antibiologismo e sociologismo in testa) e arriva a stendere il suo sudario fino all'emergere di quel decostruzionismo post-moderno e neo-tribale che tanto fortuna ha avuto nella cosiddetta "media cultura". Gli effetti perversi di questa "logica" "egualitarista" ed "anti-autoritaria" sono assolutamente totalitari e razzistici. In effetti, nel relativismo culturalista "politically correct" così in voga oggi, il presupposto per cui non esistono società migliori o peggiori e, quindi, tutte le norme e i costumi meritano rispetto (infibulazione, lapidazione, ecc. incluse), è solo apparentemente egualitario; infatti, in Sudafrica, costituì un argomento centrale per giustificare l'Apartheid.

Pierre-Andrè Taguieff nota che, nell'assumere come un elemento assoluto la differenza culturale si verifica un passaggio "dalla 'razza' alla 'cultura'" che lascia assolutamente inalterata la logica del pregiudizio. Così, la rinuncia alla diffusione del fatal morbo dell'individualismo nel "rispetto" delle culture "organiche" nasconde l'idea ( razzista ) che questi organismi siano psicologicamente diversi - quando lo sono solo storicamente - da essere incompatibili e immunizzati al virus della soggettività. Sarebbe come dire che si rinuncia a diffondere l'idea libertaria perchè la cultura statalista è troppo diversa e comunque merita il nostro rispetto.

In secondo luogo, questa crisi della soggettività che monta, portata in groppa dal destriero dello scetticismo post-moderno e sponsorizzata anche da tante teste pensanti dell' "anarchismo"  finisce col raggiungere una sorta di esoterismo che degrada le conoscenze esatte - meglio, "verosimili", direbbe Popper - a miti condivisi, mentre - con un percorso inverso - i miti sono rivalutati come forme di conoscenza universale. In altri termini, i nostri “progressisti” hanno spesso un atteggiamento anti-scientista per cui ritengono che tutto ciò che è prodotto della modernità sia empio e funzionale allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo (ma anche dell’uomo sull’animale, come insegnano gli “anti-specisti”). Da qui una rincorsa alle temibili “società organiche” e il ritorno alla primitività caro ai fascismi nordici. In tale logica si può affermare che l'astronomia è un ambito tribale produttore di tradizioni, miti e riti di pari dignità con tutte le altre forme di sapere tradizionale, astrologia e malocchio incluso. Gli anarchici, che sono più progressisti di tutti, non ne sono esenti. Ne conosco uno, ovviamente rivoluzionario di professione (ma di mestiere fa il cantante – leggo dal suo sito – “di arie religiose”, oltre che operistiche) che congiunge astrologia, veganesimo ed antisemitismo con scioltezza invidiabile e successo mediatico. E’ facile trovare in rete vari esempi di immondizia mediatica che spara a zero su ogni forma di sapere esatto. Ciò, senza riuscire a distinguere fra quella temibile "anonima esperti" di chomskiana memoria e il lavoro di progressivo disvelamento del reale da parte dell'uomo. Quella logica "relativistica", per intenderci, quella logica "egualitaria", aggiungerei, quella logica, per concludere, "anti-autoritaria", di chi avendo letto Feyrabend sulle parole crociate, regala ad ogni "opinione" la stessa possibilità e forza. A chi fa notare che alcune teorie sono più verosimili di altre, viene contrapposta l'obiezione : "chi lo decide?", cioè, provocatoriamente, "quale autorità". Ma è chiaro che la domanda giusta sarebbe "quali fatti?". A questo punto si potrebbe anche chiedersi: " chi decide che l'idea libertaria sia migliore di quella statalista?"
Qual è la ricaduta grottesca di questa seraficità new age? E' ovvio che il dibattito, rifiutando il valore della logica "occidentale”, delle prove e dei controlli, sia affidato alle emozioni, all'immaginazione, alla nobiltà di tutte le idee. E allora accade che, in barba all' egualitarismo anti-individualista professato da tutti i profeti del comunitarismo, qualcuno risulti, inevitabilmente, dotato di maggior carisma e finisca per essere più ascoltato. In definitiva, quindi, non è vero che tutti i pareri siano ugualmente autorevoli: a qualche individuo più che ad altri viene attribuita una dose insolita di saggezza. In questo modo, rifiutando gli "esperti" (a cui Goodman attribuiva non poche responsabilità negative, ma su cui riversava altrettante speranze) ci si ritrova fra le braccia dei santoni.

L'antiautoritarismo anti-individualista, anti-mondialista e anti-moderno dei vari Fini e De Benoist, quindi, avendo fra i suoi ingredienti fondanti, la comunità organica e i santoni, appare post-moderno in quanto pre-moderno, nell'accezione meno piacevole, meno arcadica e più terribilmente a rischio di autoritarismo che sia possibile immaginare. Da queste radici, salendo per li rami, venne fuori il comunitarismo del santone-imbianchino austriaco che rallegrava le birrerie di Monaco. Noto vegetariano esoterista, tra l'altro.


Conclusione: Dietro ogni scemo (totale) c’è un villaggio (globale)

 

I miei ventisette preferiti avranno notato come questo aggiornamento del berneriano “cretinismo anarchico” sia ben più lungo dell’originale. Segno dei tempi. In definitiva, scopo di questo lavoro è dimostrare come molti sedicenti libertari ragionino (poco) mediante elementari categorie (poche) di pensiero. La principale cosa da mettere in rilievo è il mancato rispetto di ciò che Rawls definisce l’ “ordinamento lessicale” dei principi. Esistono, cioè, principi sovraordinati ed altri sotto-ordinati che non scattano se non a soddisfacimento di quelli posti in alto. Ritengo, personalmente, che il principio sovraordinato per un anarchico debba essere la libertà, poi viene l’eguaglianza. Così, nell’ambito della ricerca di libertà, la lotta all’autorità e allo stato dovrebbe essere sovraordinata a quella, pur importantissima, alle sperequazioni economiche. Invece, l’anarchismo si è dato ormai un ordinamento inverso che produce esiti paradossali. Fra questi ultimi, le dichiarazioni, finalizzate all’anti-capitalismo, di esponenti di prestigio del pensiero anarchico che manifestano sentimenti filo-statalisti. Ma Berneri lo aveva detto: “in economia gli anarchici sono possibilisti, in politica assolutisti”. I cretini, invece, sono assolutisti in economia e possibilisti in politica. Per tale motivo ritengono di potersi permettere, dall’alto della loro ascetica purezza socialista, la sufficienza nei confronti dei “falsi” anarchici che hanno la faccia tosta di parlare di mercato. Avendo a mente il falso mercato del capitalismo di stato non si avvedono che la parola cane non morde ma descrive. Basta non tapparsi le orecchie. Ma "lo fatal morbo" - come direbbe un Brancaleone difficile da non evocare parlando di certi compagni anarchici -,  alligna anche fra i supposti liberali, di cui ho messo in luce aporie e paradossi. Riprendendo, anzi, la dicotomia di Berlin fra agorafobia (legata alla ricerca del luogo chiuso e monolitico) e claustrofobia (legata al pluralismo liberale) un amico mi faceva notare che, alla sua prima uscita italiana, quando il vessillo libertarian era tenuto da un  simpatico e geniale  comune  amico ora dimenticato dai più, la rivista che lo propagandava si chiamava, appunto, “Claustrofobia”. Ora, invece, il giornale che raccoglie gli scritti del think tank padano-paleo-libertario si chiama “Enclave”…..
Però, se relazioni incongrue veramente esistono per chiunque si voglia fare paladino di libertà e fratellanza senza mostrare solo cipiglio da matamoros per poi cavalcare un ronzino in compagnia di una corte di mentecatti,  beh, queste sono quelle con il pensiero autoritario, lo dice la parola stessa. I componenti dell'armata si guardino, allora, dal manifestarsi  "a lo infedele" recitando con arroganza il loro "voi sapete chi io sia?", perchè qualcuno potrebbe rispondere. Alla ricerca di immaginarie pagliuzze nell’occhio altrui, in molti non si avvedono della trave uncinata che, trapassato l’occhio, gli parassita il cervello. Più cretini di così….

Sfoglia dicembre        aprile
il mio profilo
tag cloud
links
calendario
cerca