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Dialogo con un venditore d'almanacchi
post pubblicato in Libertà e Mercato, il 10 marzo 2015

Dialogo con un venditore d'almanacchi 

Lettera aperta a Piergiorgio Odifreddi su comunismo e libero mercato.


di Luigi Corvaglia


Lo ammetto. Ho simpatia per gli antipatici. Lo so, è un paradosso. Ma, sapete, rientrando nella categoria oggetto di tale etichettamento, mi sento affratellato a un particolare sottogruppo di antipatici. Non quelli che si sono meritati tale definizione in virtù di caratteristiche fisiche, caratteriali o comportamentali, bensì quelli che stimolano nei più reazioni di fastidio a causa di una supposta tendenza a strafare dal punto di vista intellettuale. I famosi “tuttologi”. Questi, si dice, possono pretendere di sentenziare sui più svariati ambiti dello scibile solo grazie ad una cospicua dose di presunzione. E’ chiaro, per noi diversamente simpatici, che qui stia parlando l’invidia per le nostre esagerate virtù. Certo, qualcuno è più tuttologo degli altri, quindi più indisponente. Per farla breve, a me il “matematico impertinente” Piergiorgio Odifreddi è sempre stato molto simpatico. Il personaggio mostra, nella sua poliedricità rinascimentale, di saper maneggiare una gran quantità di conoscenze in ambiti che vanno dalla matematica – sua professione - alla fisica e alle altre scienze, ma anche alla logica, la letteratura, l’ arte, la filosofia e la religione. In questo ultimo ambito, ad esempio, si è distinto quale divulgatore di concezioni ateiste dimostrandosi anche attento esegeta della Bibbia.

Esiste però un problema. Infatti, i tuttologi di questa fattispecie hanno la tendenza a creare collegamenti trasversali fra quelle quattro o cinque materie in cui si muovono a menadito e altre che solo la prosopopea che li contraddistingue li illude di maneggiare. Agli adoratori della dea Ragione, infatti, capita talvolta di sovrastimare la quota di detta divina qualitá che li pervade. Come nel dogma della transustanziazione (di cui il matematico indisponente spessa parla), sembra che il rituale dello studio scientifico permetta al prete razionalista di mutare, tramite la semplice introduzione di pochi elementi di positivismo, la substantia di qualunque sentenza per renderla “scientifica”, lasciandone però immutata la forma irrazionale. Bene, Odifreddi palesa perfettamente tale habitus in varie occasioni. Voglio qui soffermarmi su un suo scritto in cui tale pratica di imposizione delle mani dello scienziato pretende di dare incontrovertibile razionalità a quella che è la sua passione politica. Ma come? Giustificare una passione con la ragione?! Si. Esatto. Quando uno é cosí scienziato anche il sentimento é scientifico. Lo si vede benissimo in un suo articolo. Il lavoro in questione è datato, ma si ha ragione di credere che rispecchi ancora le opinioni dell’autore. Il titolo del sagace saggio è “Capitalismo e comunismo. Da che parte sta la scienza?”. La scienza non lo so, ma Odifreddi sta dalla parte dei rossi. Niente di male, sia chiaro. Ciò che invece mi sembra discutibile è la pretesa alchemica di trasformare in oro della logica alcune frattaglie concettuali di minor nobiltà. Una buona capacità cognitiva, peró, non è la pietra filosofale. Fatto sta che per Odifteddi il comunismo é scientificamente validato e superiore a qualunque altra idea. Prima di passare ad esaminare gli esempi di tale logica, è utile notare che il primo a parlare di scientificità del marxismo fu lo stesso Marx che mostrava appunto sufficienza nei confronti del “socialismo utopistico” degli anarchici. Sennonché la pretesa scientificità del paradigma marxista era basata su concetti illogici quali il valore-lavoro e la fiducia irrazionale sul “compimento della storia” dovuta alla zavorra a-scientifica dello storicismo hegeliano. Ci aspettiamo, allora, che l’aggiornamento ai tempi nostri della dimostrazione della razionalità socialista comporti delle correzioni. La statura scientifica dell’autore dovrebbe farcelo sperare.

L' upgrade dovrà basarsi su qualcosa di molto più valido, altrimenti il Piergiorgio si dimostrerebbe uno antipatico senza motivo. Non sono sicuro che abbia dimostrato di continuare a meritarsi la mia simpatia grazie ad una motivata presopopea. Infatti, con consueta arguzia, il professor Odifreddi porta si delle spiegazioni, ma non basate sull' implacabile logica, bensì sul placabilissimo entusiasmo di alcuni slogans. Si, avete capito bene. Non argomentazioni, slogan. Eh, ma letti alla luce di varie discipline scientifiche, peró! Infatti ogni grido di guerra é estrapolato, nella mente dell'autore, da una disciplina. Vediamo:


Odifreddi si appella innanzitutto alla Filosofia:


Il comunismo pensa in termini di classi, privilegiando quella dei diseredati (in special modo, il proletariato); il capitalismo si interessa degli individui, privilegiando i ricchi (primi fra tutti gli industriali).



Già questa prima affermazione contiene molto di luogo comune e poco di scientifico. Ad ogni modo, dopo aver azzardato che questa contrapposizione è riproposta dalla dicotomia idealismo tedesco-empirismo inglese (?), non è in alcun modo spiegato perché sarebbe meglio pensare in termini collettivo-tedeschi piuttosto che anglo-individuali; mancanza rilevante, sia in considerazione del fatto che il pur coltissimo autore ignora che l’ individualismo metodologico è ormai accettato quale inconfutabile verità anche dai “marxisti analitici” (no bull-shit marxism), sia perché, a voler seguire semplificazioni di analogo tenore, si potrebbe ricordare che la Germania ha prodotto il nazismo (ovvero, il nazionalsocialismo) e la perfida Albione la democrazia. E’ evidente che, a differenza che in matematica, nel parlare il matematico utilizzi i termini in modo poco rigoroso, per cui non si capisce chi sia il capitalista, cioè se solo un fautore del libero mercato o un ricco imprenditore dedito al furto del plus-valore. Ad ogni modo, l’autore tradisce una poco scientifica concezione organicistica affermando che “il comunismo vuole” una certa cosa, mentre “il capitalismo si interessa” ad un’altra. E’ contraddittorio (non solo per un logico) affermare che una concezione che giustamente si definisce centrata sull’individuo e la sua sovranità “si interessa” ai ricchi. Non esiste il capitalismo come unità pensante, è una astrazione che cela i singoli capitalisti, persone che si muovono sulla base di incentivi personali e che non sono certo animate da un sogno di edificazione di una società che privilegi questa o quella “classe”. Se disegno esiste, non è di una entità definita “capitalismo”. Ad ogni modo, è ben diverso giudicare un’azione o una dottrina a partire dalle intenzioni o dai risultati. Ammesso e non concesso che il capitalismo, inteso come sistema di libero mercato, privilegi i ricchi, ciò non è programmatico ( a meno che dietro l’etichetta “capitalismo” il buon Odifreddi non intenda definire, con poca rigorosa estensione, non un sistema di libero scambio, ma il regime politico-affaristico che preme al fine di perpetuare la sperequazione economica proprio tramite il soffocamento del libero mercato). Se, invece, è programmatica l’attenzione per il povero nel comunismo, l’esito della pratica comunista ci pare totalmente diverso rispetto alle intenzioni. E’ interessante notare che Odifreddi giudica il comunismo a partire dai buoni propositi e non dagli effetti (evidentemente frutto di non ortodossa applicazione di formule scientifiche), mentre giudichi il capitalismo in modo assolutamente inverso, cioè a partire da quelli che ritiene esserne gli esiti nefasti.


Si passa quindi ad appellarsi alla Logica. Piergiorgio insegna in una Università della Repubblica una materia che si chiama proprio “Logica”, quindi ne capisce. Dice:


il comunismo vuole cambiare il mondo, e perseguire dunque il progresso; il capitalismo si accontenta invece di capire il mondo, e combatte per la conservazione.



Affermazione molto discutibile. Discutiamone. Non esiste progresso se non nato dal confronto. Il libero confronto delle idee, ad esempio. Il comunismo vorrebbe imporre il monopolio ideatico, sempre ad esempio. In tal senso, il comunismo è fortemente conservatore, perché vuole conservare l’assetto di potere, limitare la circolazione di nuove idee, ecc. Ma niente di ciò che regge fra le creazioni umane nasce per imposizione esogena. Lingue, cucina, usi e costumi, diritto consuetudinario, ecc. Tutto ciò è autopoietico. Ovviamente vi rientrano anche i sistemi di scambio fra merci, dato che il mercato anticipa di molto lo stato. Bisogna ricordare, anzi, che l’economista Von Hayek, pensatore che si farebbe fatica a definire un progressista, è autore di un noto saggio intitolato, guarda un po', proprio “Perché non sono conservatore”. Egli è stato criticato in quanto descrive l’evoluzione per libero confronto in termini chiaramente darwinistici, cioè basati sulla sopravvivenza del mezzo e del sistema più adatto in un processo autopoietico senza sosta. Shumpeter, dal canto suo, ha centrato la sua opera sullo sviluppo prodotto dal capitalismo sotto forma di nuovi beni, nuove qualità, nuove tecnologie, nuovi materiali e fonti di approvvigionamento ecc. Altro che conservazione. Ma bisogna capire a quale conservazione e a quale progressoci riferiamo. In realtà, è proprio contro questo sviluppo di beni, tecnologie, materiali, ritenuto causa di disastri ecologici che, da sempre, i comunisti – che nei paesi del socialismo reale hanno prodotto statalmente i più grandi disastri ecologici – gli anarchici, i primitivisti e altra sinistra si battono da sempre.


Ma forse Odifreddi intendeva porre sotto il termine “progresso” esclusivamente il progresso economico ed esclusivamente quello di una classe, quella povera.

Questo ci porta alla necessità di discutere un’altra delle argomentazioni “scientifiche” portate da tanto illuminista, quella relativa all’ Economia, ma si tratta di un’ economia da salone da barba:



capitalismo e comunismo hanno obiettivi opposti e simmetrici per quanto riguarda la distribuzione della ricchezza: il primo pretende di far star meglio i ricchi, anche a costo di far star peggio i poveri; il secondo desidera arricchire i poveri, anche a costo di impoverire i ricchi.



Si dà per scontato che impoverire tutti i ricchi sia desiderabile. E’ chiaro, così dicendo, che si suppone che i ricchi lo siano per aver rubato ai poveri. In una società ingiusta e in un'economia gestito da oligarchie burocratiche e finanziarie è sicuramente vero. Anche se ragioniamo sulle appropriazioni originarie, si può convenire. Altrettanto vero se ragioniamo sulla scorta di un capitalismo inteso come braccio economico dello stato. Insomma, ridistribuire, che vuol dire sottrarre tramite il fisco, è azione moralmente giusta a partire dall'idea che i ricchi abbiano a loro volta rubato. Questa logica, però, denuncia l’ignoranza di due concetti. Il primo è che il mercato non è un “gioco a somma zero” in cui quello che io guadagno tu lo perdi e viceversa. Nello scambio fra due individui entrambi guadagnano qualcosa, altrimenti non si avrebbe scambio alcuno. Questo avviene anche quando oggetto di tale scambio sia la forza-lavoro. Che questo possa comportare il rischio di “sfruttamento” è più che vero, e motivo della mia dissonanza con la lettura dei cosiddetti Chicago boys (una scuola economica il cui più noto elemento fu Milton Friedman) e con l'anarco-capitalismo, ma il problema vero e fondamentale è nella sussistenza di forti sperequazioni economiche la cui causa è, non nella mancanza dell’intervento statale, ma proprio nella commistione fra apparato statale e economia, cioé affari e finanza. Commistione, questa, che è madre delle bolle speculative e delle concentrazioni economiche e di potere che schiacciano gli individui. Concentrazioni che difficilmente avrebbero tali caratteristiche in un mercato realmente libero. Pierre-Joseph Proudhon, Benjamin Tucker e Francesco Saverio Merlino, tre “socialisti”, da tre diverse angolazioni, hanno detto queste stesse cose, cioè che il socialismo non è antitesi del liberalismo, ma suo compimento.


Veniamo allora allo slogan "confermato" dalla Fisica:


Il comunismo persegue un’ideale di uguaglianza, in cui ciascuno dà secondo le proprie possibilità ed ottiene secondo i propri bisogni; il capitalismo cerca di mantenere e accrescere la diversità, in special modo fra chi produce e chi guadagna.



Mi sembra un ottimo slogan a favore del capitalismo. Primo, perché la concezione del “ciascuno fa quel che può, ma prende all he can eat è utopistica anziché no. Secondo, perché, essendo gli uomini tutti diversi - e in ciò risiede la ricchezza dell’umanità e il motivo di tutti i suoi progressi (che, lo abbiamo detto, derivano dal confronto) -, a livellarli non si avrebbe altro che una sterile staticità e una uniformazione ottenuta tramite il soffocamento e la mortificazione delle caratteristiche individuali. A voler giocare al gioco di Odifreddi – il gioco si chiama “ma quante ne so” – si può citare lo schema struttural-funzionalista di Merton che rappresenta una società armonica e funzionale solo se tutti perseguono conformisticamente gli stessi fini e tramite gli stessi mezzi. Che questo comporti la pace sociale è verissimo. Ma affermare, come Odifreddi afferma, che la società senza frizioni porti al progresso è risibile. Galilei sarebbe considerato disfunzionale nello schema mertoniano. Per inciso, gli struttural-funzionalisti utilizzavano quale esempio di tale società ideale la Cina Maoista. Piazza Tienammen è stata la dimostrazione tanto della non veridicità del conformismo funzionalista quanto della qualità persuasiva della retroazione del sistema per riportare alla uguaglianza. Quanto all’accrescere le diversità fra chi produce e chi guadagna, Odifreddi lo sa, se ha letto Marx, non è conveniente per gli stessi capitalisti.


Ma il bello inizia ora, con l’aumentare del tasso “scientifico”. E’ il turno delle Scienze Cognitive:



Il comunismo propone un’organizzazione della società basata sulla ragione; il capitalismo propone uno sviluppo basato sull’istinto.



Interessante argomento che poco ha a che vedere con le scienze cognitive (e con le scienzetout-court) e che finisce col produrre schematismi antropologici per cui “la lateralizzazione del cervello è dunque coinvolta nella determinazione del comportamento neuronale, in modo tale da riflettere (forse non solo per ironia della sorte) le tendenze politiche: gli individui “di sinistra” (in cui l’emisfero di sinistra abbia cioè la prevalenza) saranno più razionali e scientifici, quelli “di destra” più istintivi e artistici.”. Stranamente, però, la maggior parte degli artisti sono di sinistra e buona parte degli imprenditori sono molto razionali. Nel primo caso, la cosa è probabilmente dovuta alla apertura mentale di cui l’artista necessita per esplicare la propria libera creatività, nel secondo, nel calcolo e nell’ inventiva che chi investe e rischia deve necessariamente mettere in atto, certo, accanto anche all’istinto. Ad ogni modo, la fallacia e il pericolo dell’affermazione dell’impertinente matematico è nell’idea che esiste un sistema razionale perché “giusto” (o giusto perché razionale) . Ma questa è considerazione etica. Hume ci ricorda che una affermazione etica non può trasformarsi in prescrizione (la conclusione di un sillogismo può essere imperativa solo se lo sono anche le premesse) e Nozick che non esiste una società “perfetta” che accontenti tutti. E’ in nome di indimostrabili superiorità che si danno gli integralismi e le guerre di religione. Se qualcosa è realmente gradita a tutti, si impone da sola. Se una cosa è realmente oggettiva, non è necessario imporla. Diceva Voltaire che non esistono sette in geometria. Ma non è il caso di ricordarlo ad un matematico.


All’argomento della razionalità è strettamente legato anche lo slogan che l’autore fa supportare dall' Informatica:


il comunismo è a favore della pianificazione centrale; il capitalismo canta le lodi del libero mercato.



E’ chiaro che ciò esprime l’idea che il comunismo è razionale, perché pianifica. Pianificare significa ragionare. Cogito ergo pianifico. Invece, il libero mercato, in ragione appunto della propria libertà, non pensa, quindi è stupido. In realtà, il maggior tallone d’Achille dell’intelligenza del comunismo è proprio nell’idea di pianificazione. La pianificazione prevede conoscenza. Conoscenza dei bisogni, dei tassi di sostituzione marginale, di dove allocare le risorse ecc., tutte cose che nessun organismo, neppure onnisciente come Odifreddi o il platonico “governo dei custodi”, possiede. Tali conoscenze, invece, sono possedute, in frammenti, dai vari individui. Solo il sistema dei prezzi è un meccanismo perfetto per comunicare informazioni, conoscenza, velocemente e ovunque. Questo autopietico meccanismo conoscitivo è acefalo – cibernetico, professore - e non dotato di concretezza fisica. Risponde, cioè, alle stesse caratteristiche che, nella conclusione del suo bel libro,Perchè non possiamo essere cristiani, Odifreddi attribuisce, in un rigurgito di naturalismo, alla dea natura, al logos. Non antropomorfica divinità senziente e pensante ma semplice descrizione delle leggi che governano ed equilibrano l’universo. Insomma, in religione il matematico è ateo, in economia è pio.


Bene, ora è il momento delle Scienze politiche:


Il capitalismo si ritiene indissolubilmente legato alla democrazia rappresentativa, che produce un parlamento di cittadini; il comunismo si organizza in soviets, che esprimono le classi.



Anche questo non è male come slogan a favore del liberalismo (si noti come il termine “capitalismo” sia polisemantico per l’impertinente). In verità, in verità ci dice, però, che quello che può sembrare un vantaggio, cioè la democrazia, è uno svantaggio, perché la democrazia è una truffa. Per giungere a questa conclusione non avevo bisogno di Odifreddi. Egli cita il paradosso dell’elettore di Arrow che dimostra come le regole di Condorcet, normalmente utilizzate nel rito della celebrazione elettorale, sono assolutamente irrazionali, perché non consentono una scala di preferenze che rispecchi realmente quella espressa dagli elettori. Bene. A conoscenza di questo stato di cose, e di altri fatti, è da che ho l’ età della ragione che non voto. Non so come si comporti al riguardo Odifreddi, però, inquietantemente, questi scrive che Arrow ha dimostrato che “esiste solo un sistema che non presenti le stesse caratteristiche paradossali (…) questo solo sistema è la dittatura”. Forse anche a Odifreddi non piace votare..


Passiamo quindi alle Scienze Naturali:


Il comunismo – scrive il matematico - teorizza la rivoluzione come mezzo per la conquista del potere e la trasformazione radicale della società; il capitalismo contrappone il cambiamento graduale come espediente per la conservazione di entrambi.



Qui Odifreddi afferma che nella scienza moderna la discontinuità è l’ipotesi più in voga ( e si cita, fra le altre cose, quale paradigma epistemologico, solo quello di Kuhn, unico basato sul principio “dialettico” marxiano di tesi-antitesi-sintesi…). Non manca dotta citazione di Sofocle. Non capisco l’argomento. Forse ci si riferisce al concetto nichilista molto in voga nei circoli anarchici e di estrema sinistra per cui il sistema non si riforma ma si distrugge. Un’ottica, dunque, palingenetica. Si può esser d’accordo o meno, solo che non capisco in che modo la scienza, dalla fisica quantistica alla teoria delle catastrofi – entrambi esempi del professor Odifreddi – arrivi in soccorso all’idea palingenetica. La scienza, come l’etica, descrive, non prescrive. Qui, mi pare, neppure descrive nulla di ciò che riguarda gli esseri umani.


Ma il meglio l’autore non può che darlo sulla sua materia d’elezione: la Matematica. Qui, infatti, l’argomento è più logico e ben spiegato, per quanto abusato. Rifacendosi alla “teoria dei giochi”, ripropone il vecchio “dilemma del prigioniero”. Vale la pena di trascrivere parte del paragrafo:


Il dilemma si pone a due complici arrestati, a cui si presenta una triplice scelta: se uno dei due denuncia l’altro ma non viceversa, il delatore viene liberato ed il tradito viene condannato a 20 anni; se entrambi denunciano l’altro, ricevono 20 anni ciascuno; se nessuno denuncia l’altro, essi vengono condannati entrambi a 10 anni.

Un capitalista sceglierà di denunciare il complice, nella speranza di ottenere per sé il massimo vantaggio (la liberazione); un comunista sceglierà di non denunciare il complice, nella speranza di evitare tutti il male peggiore (la condanna a 20 anni). Fra due capitalisti, entrambi vengono condannati a 20 anni; fra due comunisti, entrambi vengono condannati a 10 anni; fra un capitalista ed un comunista, il primo va libero ed il secondo è condannato a 20 anni; in nessun caso entrambi sono liberati.



Due commenti:

- il primo è che prima l’autore descrive il capitalismo come un “gioco a somma zero”, poi, proprio quando utilizza l’esempio di un “gioco a somma diversa da zero”, quale è il mercato, cerca di utilizzarlo come arma impropria contro il concetto di mercato!

- Il secondo commento: questo è proprio un esempio di gioco di prestigio in cui si passa, senza che il pubblico se ne avveda, dalla “razionalità” all’ “istinto”, dalla a-valutatività scientifica al moralismo degli affetti. Ancora una volta, infatti, non si capisce il senso delle definizioni. Qui “capitalista” non è la persona che partecipa ad un sistema di produzione e libero scambio. C’è una connotazione morale che funge da gioco delle tre carte in cui tu credi di vedere una cosa e ne vedi un’altra. Lo schematismo prevede che “capitalista” sia sinonimo di carogna e “comunista” di samaritano. Vedete come il piano della ragione e quella del sentimento si mescolino. All' asetticità si mischia il giudizio morale. Il gioco, comunque, non mira in origine a dimostrare che una data idea politica è più adatta a non prendere fregature dagli altri. Descrive solo quella condizione hobbesiana di homo homini lupus per cui, in condizioni strategiche di tale fatta, è più probabile, per chiunque, dimostrasi egoisti a danno altrui, e alla fine anche proprio, perché la scelta più comune è quella della defezione di entrambi.

Ma questo avviene solo se il gioco è a singola presentazione, perchè, sempre in base alla logica del bene proprio, il gioco può comportare la cooperazione, un “altruismo a proprio favore”, se è a n-ripetizioni. Cioè, chi è costantemente immesso in dilemmi del prigioniero ha comportamenti differenti da quello esemplificato in questa artificiale situazione singola. Altrimenti i danni totali (i pay off negativi) di ripetute defezioni sono troppo alti e sconvenienti. Si impara, cioè, che la scelta “defezionate” (nel gioco, la delazione) non paga. Il mercato è appunto un gioco in cui la scelta di defezione non paga. Cioè, si immagini che io mi fido di tutti, e nessuno mi paga, oppure che uno mi paghi e io non gli fornisco un bene o una prestazione. Il mercato, se questa fosse la regola, non si manterrebbe un giorno. Se parliamo di “persona defezionante” e “persona cooperante” ci rendiamo conto che, nell’ambito del mercato, che è proprio un sistema per uscire da quel "dilemma del prigioniero" che è la vita tutta, il capitalista, qui inteso come persona disposta a scambiare, è il cooperante (altruista per egoismo), mentre il comunista, qui inteso come persona non disposta a scambiare, è il defezionante (egoista per altruismo). Dato, insomma, il problema di uscire da questa condizione di natura in cui si è immessi in dilemmi del prigioniero, esistono due soluzioni: il mercato e lo stato. Ma, come scrive Riccardo La Conca, “Mentre, tuttavia, lo stato cerca di superare il dilemma penalizzando la strategia della defezione, il mercato lo fa premiando la strategia della cooperazione. D'altra parte il mercato e lo stato cercano di ancorare i comportamenti dei giocatori individuali a parametri oggettivi che si suppone rappresentino l'interesse collettivo. Tuttavia i parametri del mercato - vale a dire i prezzi - si definiscono e si modificano in modo impersonale e si autoimpongono. Per converso, i parametri dello stato, vale a dire le leggi, non solo sono concepiti e modificati dagli esseri umani, ma devono altresì essere imposti da esseri umani. Il che significa che, mentre il mercato trasporta i giocatori da una situazione strategica a una situazione parametrica senza l'intervento di altri giocatori, lo stato riesce a effettuare questa operazione di trasporto solo mediante la creazione di altri giocatori, vale a dire coloro che gestiscono la macchina statale, che danno vita in questo modo a un nuovo tipo di gioco, un gioco in cui alcuni giocatori hanno un potere virtualmente illimitato di penalizzare gli altri - tutti gli altri e non necessariamente i defezionisti- e di premiare se stessi o i propri amici o i propri "clienti" (ai quali questi peculiari giocatori sono in grado di "vendere" qualsiasi tipo di privilegi)”.


Consiglio sempre ai tuttologi di evitare altri tuttologi, perché l'altrui "tuttismo" potrebbe essere piú lungo del suo e, come disse quello, "quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, l'uomo con la pistola é morto".

A questo punto, è giunto il momento di togliermi la maschera con cinematografico gesto: io la penso come Odifreddi! Anch’io vorrei un mondo in cui tutti fossero “compagni”! Cioè, mi piacerebbe che tutti fossero animati dallo stesso spirito di comunione e fratellanza e nessuno sfruttasse nessun altro, esattamente come vorrei i torrenti di latte e le fontane di vino di Montepulciano. Ma, come fa giustamente notare Odifreddi, “non solo il comunismo può funzionare come sistema universale, ma funziona soltanto se lo diventa”. Verissimo. Il comunismo puó funzionare. Bisognerebbe essere tutti genuinamente comunisti. Purtroppo, non tutti gli esseri umani sono dotati delle stesse qualità di sensibilità, cultura, intelligenza, disgusto per la mercificazione e banalizzazione della vita quotidiana, rigetto per l’agonismo e spirito fraterno che contraddistinguono me e Odifreddi. Tutte queste qualità sono, come il Dio di Pascal, sensibili al cuore e non all’intelletto, con buona pace dell’ esprit de geometrie che permea il provocatorio e arguto saggio del matematico. Ma i cuori sono diversi. Allora non resta che dare ascolto a David Friedman che ci ricorda che ci sono solo tre modi di indurre gli altri a comportarsi come noi vogliamo, cioè l'amore, la forza e lo scambio. L'amore funziona se tutti amiamo. Puó valere solo per gruppi piccoli di persone che si conoscono. Altrimenti si può scegliere fra le altre due. Ricordando, come sempre Friedman dice, che una società socialista con uomini perfetti – cioè, socialisti - funziona sicuramente meglio di una socieà imperfetta, come quella liberale, con uomini imperfetti, ma una società socialista con uomini imperfetti è peggio di una società liberale formata da uomini egualmente imperfetti. Insomma, é apprezzabile e condivisibile l' affermazione che il sole è più bello della pioggia ed é giusto raccomandarlo urbi et orbi, peró, per quanto sia "meglio indossare un bikini quando c’è il sole che un impermeabile quando piove”, beh, dice Friedman “Questa non è una buona ragione per non portare mai con sé l’ombrello”.

Per farla finita con l'anarchismo agostiniano
post pubblicato in Libertà e Mercato, il 6 agosto 2013

Per farla finita con l'anarchismo agostiniano

 

di Luigi Corvaglia

pubblicato su A - Rivista Anarchica, 380 (Maggio 2013)

http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/?nr=380&pag=117.htm


Liberi. Sì, i degenti dell'ospedale di Qualcuno volò sul nido del cuculo erano liberi di andarsene. Quando McMurphy, il personaggio interpretato da Jack Nicholson, scoprì che la maggior parte dei degenti era in regime di ricovero volontario, ma non lasciava l'istituzione, comprese la lezione di Etienne de La Boétie: gli uomini si sottopongono volontariamente al potere. Jean-Paul Sartre e Albert Camus lo avevano detto che, pur in una istituzione diluita quale è la nostra società, gli uomini sono sempre liberi. Se così non fosse, nota Nico Berti nel suo ultimo libro, se insomma “gli uomini non fossero radicalmente liberi – cioè liberi alla radice – ogni idea di emancipazione umana sarebbe una semplice assurdità e l'anarchia, naturalmente, sarebbe la massima assurdità possibile e immaginabile”. Non è un caso che al battesimo della modernità un campione della reazione quale fu de Maistre si scagliasse proprio contro “la pazza asserzione: l'uomo è nato libero!”. È infatti questa idea, espressione di ciò che Max Weber definì il “disincanto”, a fondare il concetto di responsabilità individuale. Il lavoro di Berti parte appunto da questo presupposto per arrivare a cantare il requiem per la prospettiva rivoluzionaria quale mezzo per l'emancipazione umana. Le masse, infatti, non sono rivoluzionarie, perché hanno liberamente scelto di non esserlo. “Chi dà, allora, il diritto ai rivoluzionari di insorgere contro il volere della maggioranza delle persone?” Nessuno. Certo, qualcuno, come fece Giovanna D'Arco con la voce di Dio, può sempre ascoltare la Storia che gli sussurra nell'orecchio, perché “ogni pensare rivoluzionario è un pensare storicistico”. È quindi una forma di costruttivismo utopico che incarna un'anima totalitaria. Il problema, infatti, non è il metodo. Il problema è la forma della “società futura”. Se, infatti, si vagheggia una società nuova che universalizzi il bene supremo della libertà e si strutturi staticamente come luogo senza frizioni, è evidente che ci troviamo nell'ambito della prescrittività tipica della concezione democratico-giacobina. Questa si svolge sotto l'angosciante ombra di quella libertà positiva tesa alla realizzazione della pienezza delle potenzialità umane. È la secolarizzazione della tesi teologica di Agostino per cui l'uomo diviene veramente libero quando riesce a volere solo il Bene. Ma, come scriveva Berdjaev: “Ogni confusione e identificazione della libertà con il bene stesso e la perfezione equivale a negare la libertà, a riconoscere la via della violenza e della costrizione”. Anni fa, Thomas Ibanez aveva descritto un simile cortocircuito logico. “Volendo essere una teoria centrata sulla libertà – aveva scritto Ibanez –, l'anarchismo apre su una cultura che esige l'adesione di ognuno per poter esistere e che contesta la legittimità di tutto ciò che non è sé stessa”. L'anarchismo, in altre parole, sembra negare se stesso ed esitare in una cultura totalitaria. Vero, ma ad una condizione: che lo si faccia coincidere proprio con questa reductio ad unum, cioè con un progetto che, in nome del Bene, finisce col sacrificare il molteplice (cioè tutti gli spazi di libertas minor, come direbbe Agostino) al singolare (libertas maior). Monoteismo etico. Per molto tempo la libertas maior degli anarchici è stata il socialismo, nelle sue varie declinazioni. Il dilemma di Ibanez, altrimenti irrisolvibile, appare però illusorio se sostituiamo alla collettiva libertà democratica l'individuale autodeterminazione liberale. Immaginiamo una società che ricerchi solo la mancanza di costrizione, che risponda, cioè, ai criteri per la “società aperta” come descritta da Popper. Questa prevede una inversione di quello che Rawls definirebbe l'“ordine lessicale”, cioè la subordinazione dell'anticapitalismo ad un principio guida, la libertà. Che in tal caso sia facile uscire fuori dal paradosso di Ibanez lo dimostra chiaramente lo stesso Berti quando, a pag. 229, risponde ai critici della cultura liberale entro la quale egli ritiene si debba partire per attualizzare l'anarchismo. Per i detrattori del liberalismo anche questo è una forma di pensiero unico che finisce per creare una sorta di totalitarismo. “Come dire: anche il liberalismo ha un fondo antiliberale”. Ora, quando anche si desse l'improbabile condizione di una completa comunione di vedute, ciò non comporterebbe alcun totalitarismo, perché esso consiste, piuttosto, “in una uniformità coatta di vedute”. La libertà liberale, che è negativa, semplice mancanza di coercizione e, quindi, non prescrive, non può produrre esiti totalitari. Ce lo ricordava Rudolf Rocker: “molte strade portano alla dittatura dalla democrazia, nessuna dal liberalismo”. Insomma, qualcuno potrà ovviamente essere libero di essere socialista o mussulmano, “ma si è sempre nella più perfetta libertà anche di negare a questo qualcuno la libertà – la sua – di imporre coattivamente ad altri la sua fede.” Non più utopia, questa è, per dirla con Nozick, una “impalcatura per utopie” (cioè, politeismo etico). Insomma, visto in questi termini, il paradosso di Ibanez viene degradato a “gioco di parole”. Altrimenti torna Agostino. Poco importa, quindi, che leggendo il suo libro si abbia talvolta l'impressione che il critico dello storicismo descriva un andamento obbligato della storia (“Kant e McDonald's prima o poi arrivano dappertutto”) o che dalle pagine possa trasparire una fin troppo gioiosa “resa” alla razionalità strumentale del “capitalismo”. Chiunque fissasse la sua attenzione su questi aspetti si dimostrerebbe simile al tizio che guarda il dito piuttosto che la luna. Nell'analisi di Berti è presente un dubbio sensato e una domanda ineludibile: consegnato al cimitero delle idee l'agostinismo libertario, l'anarchismo può essere solo inveramento del liberalismo?

Elogio di Pilato
post pubblicato in Storia delle Idee, il 10 agosto 2010
 Elogio di Pilato
Ovvero, della nobile arte del lavarsene le mani



di Luigi Corvaglia

1.
Voto Barabba. L’altro non mi convince

Tra le cose sicure, la più sicura è il dubbio
Bertold Brecht


Alcuni personaggi storici sono condannati ad essere ricordati in eterno come esempi poco gratificanti, magari per presunti atti sconvenienti da loro commessi o per questioni assolutamente secondarie della loro biografia. Caligola, ad esempio, è ricordato come il matto che avrebbe nominato senatore un cavallo e tutti associano l’imperatore Vespasiano ad alcuni ineleganti ma utili arredi urbani. Il generale Cambronne, poi, è noto agli scolari come uno avvezzo al turpiloquio. Su nessuno, però, si esercita lo stesso sprezzo morale che si applica a colui che fu governatore di Giudea negli anni narrati dai Vangeli: Ponzio Pilato. Lui si lavò le mani. Neanche dell’Imperatore Nerone che, secondo la leggenda, suonava la lira mentre Roma bruciava, si sottolineano le pecche umane e politiche come di chi ebbe la sventura di rappresentare l’Impero in quella landa mediorientale intorno al 30 DC. Quest’uomo gode di pessima stampa. La tradizione, infatti, ne ha fatto l’esempio per antonomasia dell’insipienza e della pavidità di colui che non prende posizione permettendo così il perpetrarsi dell’ingiustizia. Ma è veramente così? Il primo a porre la questione in altri termini è stato un filosofo del Diritto, Hans Kelsen. Il massimo esponente del positivismo giuridico ha scritto che la narrazione del processo a Gesù di Nazareth “assurge a tragico simbolo dell’antagonismo fra assolutismo e relativismo”
[1]. L’assolutismo del Cristo, il relativismo di Pilato. Certo, il governatore non può essere definito un campione della libertà, è comunque un agente dell’imperialismo romano e, quindi, un assolutista politico, ma, dal punto di vista etico e religioso, in quanto politeista, è molto tollerante. La scenetta narrata dall’evangelista Giovanni, del resto, è sublime e quasi umoristica nel presentare il confronto fra il tono ironico del governatore di Roma e la seriosità del Cristo. Questi, sicuro del fatto suo quanto può esserlo il figlio di Dio, risponde come se non fosse in grado di cogliere altro oltre il piano letterale delle parole del romano. “Sei tu, così, il re dei Giudei?”, chiede sarcastico Pilato, convinto di avere a che fare con un povero pazzo. “Tu lo dici che io sono re – risponde il nazareno – per questo io sono nato e per questo sono venuto al mondo: per rendere testimonianza della Verità. Chiunque è dalla Verità ascolta la mia voce”. Qui lo scettico Pilato, con lo stesso fare ironico chiede “Che cos’è la Verità?”; è una domanda retorica alla quale Il nazareno sembra comunque tentato a rispondere. Pilato non lo sa cosa sia la Verità, questa Verità in cui sembra ciecamente credere l’uomo innanzi a lui. Egli è scettico e relativista. Si affida pertanto, con perfetta coerenza, alla volontà popolare, rimettendo la decisione alla più pura procedura democratica: la democrazia diretta. Rivolgendosi ai Giudei, dice “io non vedo in lui nessuna colpa”. E’ piuttosto evidente che, da tollerante e fallibilista, Pilato è disposto a salvare chi crede in cose in cui lui non crede. Infatti dice “Voi avete l’usanza che vi rilasci uno in occasione della Pasqua. Volete dunque che vi liberi il re dei Giudei?”. Il popolo era di un altro avviso. Tifava un certo Barabba, il quale compare nel Vangelo solo a questo punto (“Barabba poi era un ladro”), nel senso che la questione non fu messa in origine come una scelta fra i due. Semplicemente, alla proposta di Pilato, i Giudei dissero “Non lui, Barabba”. Questo noto episodio è sicuramente un validissimo argomento contro la democrazia. Lo è, però, soprattutto per chiunque sia convinto che l’uomo crocefisso fosse realmente il Figlio di Dio e che questi portasse la Verità. Altrimenti, la scelta effettuata dai Giudei quando si trovarono davanti alla prospettiva di salvare un bislacco messia come tanti che circolavano per la regione oppure un tizio inviso al potere imperiale romano e, come sembra[2] da alcune fonti, combattente contro l’occupazione imperiale, appare piuttosto razionale.
Ciò che motiva Pilato a non prendere posizione è proprio la mancanza di imperativi assoluti, mancanza che è la vera fonte della tolleranza. Ha scritto, infatti, Kelsen che la procedura dell’affidamento al popolo può apparire discutibile solo alla condizione “di essere così sicuri della nostra verità politica da imporla, se necessario, con il sangue e con le lacrime, di essere così sicuri della nostra verità, come lo era, della sua, il Figlio di Dio”[3]. In altre parole, chi è guidato da imperativi categorici e Verità uniche, incontrovertibili e superiori è, giocoforza, portato ad imporre la sua visione “con il sangue e con le lacrime”. Del resto, se gli altri sbagliano e non colgono l’importanza del bene che gli portiamo, quale remora potremo mai avere nel fargli del male, visto che sarà fatto in nome del bene? I seguaci di Cristo ce ne hanno dato ampia conferma per secoli. Chi, di contro, se ne lava le mani, lungi dal manifestare necessariamente pavidità e qualunquismo, fornisce garanzia di tolleranza e pacifica convivenza. Semplificando molto, nel primo caso, direbbe Popper, si hanno le “società chiuse”, nel secondo le “società aperte”. Per meglio chiarire, si provi, a mo’ d’esempio, ad avvicinare a uno dei due prototipi qui utilizzati, cioè Gesù e Pilato, i seguenti personaggi storici raggruppati in due gruppi così strutturati: Gruppo A: Stalin, Hitler, Osama Bin Laden, Castro, Pinochet, Mussolini, Ho Chi Min, Mao, Bush; gruppo B: Voltaire, Gandhi, Bruno, Locke, Lessing, Arendt, Russell, Salvemini. Quale dei due gruppi, indipendentemente dalla qualità del messaggio, appare più connotato dalla sicurezza circa la superiorità etica della propria visione e dalla contestuale necessità di imporla? Quale, invece, da scetticismo, rispetto e tolleranza? Appare chiaro, se liberiamo la mente dalla nebbia emotiva, che la risposta alla domanda “chi è più affine, quanto a logica, al Cristo e chi più a Pilato?” riserva grosse sorprese alle persone non abituate alla riflessione. Ciò, ovviamente, non riguarda la qualità dell’idea. Ben si sa, infatti, che il Cristo porta un messaggio di amore e fratellanza molto diverso dal delirio hitleriano (che pure tanto deve al Vangelo di Giovanni…). Il nucleo del discorso non sta tanto in quali idee vengono sostenute, ma in come vengono sostenute. Possiamo eufemisticamente dire che le idee sostenute con più “entusiasmo” sono quelle considerate dogmi e, in quanto tali, indimostrabili nella loro pretesa di Verità assoluta. Esempio massimo, le idee religiose, ma anche le ideologie politiche. Del resto, i concetti dimostrabili non necessitano di grande sforzo per imporsi; lo sforzo è necessario per convincere gli altri solo dell’ indimostrabile, che poi è, generalmente, il fatto che noi siamo meglio di loro. Infatti, diceva Voltaire, non esistono sette in Geometria. La geometria si dimostra, la transustanziazione no.

2. Simpatia per il diavolo


Ed ero in giro quando Gesù Cristo
ha avuto il suo momento di dubbio e dolore
ho dannatamente assicurato che Pilato
lavasse le sue mani e sigillasse il suo destino
The Rolling Stones (“Sympathy for the Devil”, 1969)

Il diavolo, si dice, è colui che instilla il dubbio. Eppure, da quanto detto si trae la conclusione che libertà e tolleranza si ergono proprio sul dubbio, cioè sulla coscienza della fallibilità del giudizio umano. Chi ama la libertà non porta idee infallibili, imperativi etici, religiosi, morali, politici. Chi ama la libertà non porta la Verità. Chiunque si fa portatore di verità assolute non ama la libertà. Come la scienza fornisce più informazioni su ciò che non è piuttosto che su ciò che è, definendo lo stato delle conoscenze in corso come verità temporanee, così l’amante della libertà non dice “questo è vero”, ma, piuttosto, con Bertrand Russell, “sono incline a pensare che nelle attuali circostanze questa sia probabilmente l’opinione migliore”[4].
Riprendendo il confronto fra monoteismo e politeismo esemplificato dall’esempio di Gesù e Pilato, ed allargandolo oltre gli angusti limiti religiosi, possiamo dire che la libertà si fonda sul politeismo dei valori. Molte le conseguenze di questo assunto. La prima e più importante è che chiunque sogni una società perfetta è un totalitario. La società perfetta, infatti, può ritenersi tale perché basata su indiscutibili perfezioni, cioè su dogmi circa la superiorità di un certo assetto sociale, etico ed economico su un altro. E’, pertanto, una forma di monoteismo. Perfino la democrazia, se diventa sacralizzazione della volontà delle maggioranze, può diventare fanatica e pericolosa per chi non si allinea. E’ successo con i seguaci di Rousseau sotto Robespierre, ma anche nell’ Inghilterra di Cromwell. Una fede assoluta nella sovranità popolare rende impossibile la sovranità popolare. Nella vecchia Unione Sovietica le massime di Karl Marx erano talmente indiscutibili da contribuire al modo con cui i genetisti concepivano le pratiche per migliorare la produzione di frumento. Marx era la Verità. Il messia. La verità storica, invece, ci parla del disastro dell’agricoltura sovietica. Paul Claudel scrisse che “quando l’uomo tenta di immaginare per gli altri il paradiso sulla terra, il risultato immediato è un molto rispettabile inferno”. Perché? Perché l’aspirazione al bene supremo è anelito che induce a ciò che Paul Watzslavick definisce “ipersoluzione”, cioè un’azione, di cui si suppone la funzione salvifica, da parte degli individui più svegli e nell’interesse di un’’umanità tanto bisognosa d’aiuto quanto ottusa”[5]. Il problema è che il migliore dei mondi possibili lo è, non in assoluto e oggettivamente, ma soggettivamente. Trasportare il soggettivo al generale prevede prevede il sacrificio del singolo al totale, cioè il sangue e le lacrime di cui parlava Kelsen. Robert Nozick, in “Anarchia, Stato, utopia”, stila un elenco di nomi, fra i quali Wittgenstein, Elizabeth Taylor, Bertrand Russell, Allen Ginsburg, Thoureau, Picasso, Mosè, Einstein, Hugh Hefner, Henry Ford, Socrate, Lenny Bruce, Buddha, Frank Sinatra, Colombo, Freud, Ayn Rand, Thomas Edison, Kropotkin e vari altri, più “voi e i vostri genitori”[6]. Dopo di che chiede al lettore di immaginare che tutti costoro vivano in una qualunque delle utopie immaginate nel corso dei secoli. Quale potrebbe essere la società perfetta valida per tutte queste persone così differenti? Ci sarebbe la proprietà privata? Ci sarebbe una religione? Quale? Più fedi? E il matrimonio? Monogamico o poligamico? Nozick conclude dicendo “L’idea che ci sia una risposta composita migliore di ogni altra a tutte queste domande, una società in cui tutti possano vivere nel modo migliore, mi parrebbe incredibile”[7]. Ne consegue la necessità di una società da costituirsi come “impalcatura per utopie”, cioè “un posto in cui la gente è libera di associarsi volontariamente per perseguire e tentare di attuare la propria visione di una vita bella in una comunità ideale, ma in cui nessuno può imporre agli altri la propria visione utopistica”[8]. Politeismo, dunque.
C’è chi potrà pensare che quanto imputato alle utopie, cioè l’intrinseco totalitarismo, sia cosa che non tocchi quella che, per definizione, si basa sulla lotta all’autorità: l’anarchia. Nulla di più sbagliato. Se, infatti, per anarchia si intende una società nuova che universalizzi il bene supremo della libertà e si strutturi staticamente come luogo senza frizioni, la totalitarietà del discorso resta intatta. In tale accezione di anarchia, per quanto la buona maggioranza di chi si definisce anarchico non si avveda del paradosso, è sempre valido ciò che scriveva Berdjaev: “Ogni confusione e identificazione della libertà con il bene stesso e la perfezione equivale a negare la libertà, a riconoscere la via della violenza e della costrizione. Un bene per forza non è più un bene, ma degenera in male”[9]. Il “bene per forza”, la virtù imposta, infatti, è più adatta a preti e messia. E’ monoteismo. Chiameremo questa concezione “anarchismo naif”. Se ne avvede più di un anarchico meno ingenuo. Fra questi, Thomas Ibanez, il quale descrive lucidamente il cortocircuito logico in cui cade il libertarismo che intende ridurre ad una le infinite forme dell’esistenza. Scrive: “dall’istante in cui l’esigenza della libertà è posta come valore fondamentale, ogni opinione che implica una minore esigenza di libertà costituisce automaticamente e necessariamente una opzione meno legittima.[10]” In effetti, non si può che etichettare come ingenue visioni che usano definirsi “comunismo anarchico”, “collettivismo anarchico”, “primitivismo anarchico” e altri ossimori. Infatti, l’aggettivo che si associa all’anarchia, ponendo dei limiti, di fatto, riduce le possibilità di estrinsecazione completa di opzioni diverse e contraddice l’idea di fondo, l’anarchia, appunto, che non prevede limiti di sorta. Come dice Ibanez, ““Volendo essere una teoria centrata sulla libertà, l’anarchismo apre su una cultura che esige l’adesione di ognuno per poter esistere e che contesta la legittimità di tutto ciò che non è sé stessa”[11]. Questa teorizzazione monoteista non sembra cedere alle tentazioni luciferine del dubbio. Altri, come Faust, hanno maggior dimestichezza col signore delle tenebre. Proudhon, per esempio. Per il francese ogni tentativo di ridurre alla singolarità una pluralità è atto ostile alla libertà. A cominciare dalle antinomie. La sintesi di coppia antinomica è artificiale o mortale e, in ogni caso, negazione della libertà: «L’antinomia non si risolve. È questo il vizio fondamentale del sistema di Hegel», egli scrive. Così, «i termini antinomici non si risolvono più di quanto non si distruggano i poli opposti d’una pila elettrica»[12]. Fra le antinomie, quelle tra proprietà privata e proprietà collettiva, tra socializzazione e individualismo. Un altro grande del pensiero e dell’azione anarchica, Errico Malatesta, che pure si è sempre definito “comunista”, ma nel senso fallibilista che diceva Russell (cioè dell’uomo “incline a pensare che nelle attuali circostanze questa sia probabilmente l’opinione migliore”), si espresse in modo da dimostrare un atteggiamento tutt’altro che naif. Egli scrisse: “Si può dunque preferire il comunismo, o l’individualismo, o il collettivismo, o qualsiasi altro immaginabile sistema e lavorare con la propaganda e con l’esempio al trionfo delle proprie aspirazioni; ma bisogna guardarsi bene, sotto pena di un sicuro disastro, dal pretendere che il proprio sistema sia il sistema unico e infallibile, buono per tutti gi uomini, in tutti i luoghi e in tutti i tempi, e che si debba far trionfare altrimenti che con la persuasione che viene dall’evidenza dei fatti”[13].  Discorso degno di Ponzio Pilato, così vicino al fallibilismo empirista e al pluralismo e così lontano dall’inconsapevole fascismo di tanti poveri cristi dell’anarchia.



[1] Kelsen, H., La democrazia, Il Mulino, Bologna, pag. 452

[2] il verso 16 del capitolo 27 del Vangelo secondo Matteo dice a riguardo di Barabba:

"il quale era stato messo in carcere in occasione di una sommossa scoppiata in città e di un omicidio"

Se prendiamo in considerazione, invece, il vangelo di Marco (15, 7) troviamo l’espressione:

"Un tale chiamato Barabba si trovava in carcere, insieme ai ribelli che nel tumulto avevano commesso un omicidio".

[3] Ibidem, pag. 266

[4] Russell, B., Il mio pensiero, Newton Compton, Roma, 1997, pag. 473

[5] Watzslavick, P., Di bene in peggio, Feltrinelli, Milano, 1998

[6] Nozick, R., Anarchia, Stato, Utopia, Le Monnier, Firenze, 1981, pag. 329

[7] Ibidem, pag. 330

[8] ibidem

[9] Berdjaev, N., La concezione di Dostoevskij, Einaudi, Roma, 1945

[10] Ibanez, T., Questa idea si coniuga all’imperfetto, su “Volontà”, n. 3-4, 12/1996, pp. 271-279

[11] Ibidem

[12] In Bancal, J., Proudhon, pluralisme et autogestion, Aubier, Parigi, 1970, t. I, pp. 106 sgg., 112 sg.; t. II, pp. 45, 170

[13] Malatesta, E., Qualche considerazione sul regime della proprietà dopo la rivoluzione, in “Il Risveglio”, 30 Novembre 1929

Metafisica e Economia
post pubblicato in Libertà e Mercato, il 29 dicembre 2008

 Metafisica e economia


di Luigi Corvaglia

Paul ErdosPaul Erdos

“La mia mente è libera!”. Quando un matematico riceveva questa comunicazione da Paul Erdos sapeva che la sua casa, al contrario, non sarebbe più stata libera per un pezzo. Infatti, di lì a poco vi si sarebbe piazzato lui, Erdos. La telefonata segnalava che era pronto a lavorare col proprietario di casa. Difficile immaginare una vita più anarchica di quella di questo ungherese, un genio assoluto della matematicache si teneva sveglio con le amfetamine per non perdersi neppure un’equazione e che fu in grado di risolvere rompicapi cui nessuno era riuscito ad avvicinarsi. Questi viveva, in effetti,  libero da qualsiasi schiavitù. Non aveva un lavoro, non aveva una donna (nel suo ricco vocabolario alternativo donna si diceva con “capo”), non aveva una casa. Era praticamente una sorta di barbone della matematica. I pochi soldi che guadagnava con le conferenze che teneva in giro per i cinque continenti, venivano regalati a chi ne aveva, secondo lui, più bisogno. Si faceva ospitare a casa dei più grandi matematici del mondo con i quali si dedicava alla risoluzione di astrusi teoremi. Annunciava, appunto, la sua disponibilità al lavoro congiunto con la formula “la mia mente è libera!”. Nel suo stile immaginifico, quando trovava una dimostrazione matematica di rara eleganza, usava dire “questa è scritta nel libro”. Si riferiva ad un ipotetico libro nel quale Dio aveva preventivamente scritto tutte le più belle leggi matematiche. La cosa interessante è che Erdos era ateo. Una mente libera quale quella che,  prima di bussare alle porte degli accademici, si faceva annunciare con la  formula appena descritta  ha infatti, la capacità di non confondere metafora e realtà. Erdos diceva “Dio” e intendeva “razionalità”, “capo” e intendeva “donna”, “schiavo” e intendeva “uomo”, “ypsilon” e intendeva “bambino”, “predicare” e intendeva “tenere una conferenza”. Per uno psichiatra tutto ciò sarebbe preoccupante. Una simile tendenza all’interpretazione letterale, così comune nella media cultura, rende da sempre inintellegibili le dichiarazioni di chi si pone mentalmente “oltre”. E’ il caso di Albert Einstein, il quale sta proprio in questi giorni rivivendo l’esperienza del “tiro della giacchetta” in due differenti direzioni da parte dei fautori di fronti contrapposti, quello dei credenti e quello degli atei e degli agnostici . Il più grande fisico dei tempi moderni scrisse: “Non ho trovato nessun termine migliore di “religiosa” per qualificare la fiducia nell’esistenza di una natura razionale della realtà” e, ancora, commentando la teoria quantistica proposta dal gruppo di Copenhagen, scrisse a Bohr la celeberrima frase “Dio non gioca a dadi” (Bohr, nel suo invito a smettere di  dire a Dio ciò che dovrebbe fare, rispose che “non solo gioca, ma bara”). Eppure, ancora in vita, Einstein dovette precisare, al fine di raffreddare gli entusiasmi di chi aveva inteso le sue affermazioni quali dichiarazioni di fede, quanto segue: “ Quella che mi è stata attribuita come convinzione religiosa era naturalmente una bugia, una bugia ripetuta in maniera sistematica. Non credo in un Dio personale e non l’ho mai nascosto, anzi l’ho detto a chiare lettere”. Sentenziò: “Sono un non credente profondamente religioso”. Religioso, appunto, come Erdos, che sbirciava nel libro di Dio.

Comprendere quello che a prima vista sembra un paradosso vuol dire capire che qui le affermazioni vengono pronunciate e lette su piani diversi. Esistono almeno tre livelli di fede in Dio. Viene, infatti, definita teismo la credenza in un Dio personale, creatore del cielo e della terra e che partecipa alla vita del mondo. Erdos definiva questo personaggio, cuore delle religioni istituzionali, il SF, che stava per “Sommo Fascista”. E’ invece nota come deismo la concezione di un Dio in disparte, un Ente Supremo da cui origina l’universo ma che non partecipa alle vicende del mondo. Secondo il biologo e divulgatore scientifico Richard Dawkins, il deismo sarebbe “una forma annacquata” di teismo. Come dire che il Sommo Fascista si è iscritto ad un partito parlamentare. La visione, invece, che fu espressa da Baruch Spinoza nella immortale formula “Deus, sive Natura” (Dio, cioè la Natura) è nota come panteismo. Si tratta di una concezione, generalmente immanentistica, che fa coincidere la divinità con le leggi dell’universo, con l’ordine, la razionalità, il Logos. Pitagora chiamava logon il rapporto fra grandezze misurabili attraverso la stessa unità di misura. L’ordine è logico, matematicamente logico. E’ probabilmente a qualcosa di simile che si riferivano Erdos e Einstein. Metaforicamente, le leggi naturali sono i pensieri di Dio. Secondo Dawkins, questo è “ateismo ornato”. Esistono dunque due qualità di atei. Quelli ornati e quelli disadorni. I primi utilizzano poetiche metafore, i secondi parlano in prosa. Ci sono, poi, due forme di credenti, quelli che credono e pregano un Dio onnipotente (SF) e quelli che si limitano a credere ad un Dio, un tempo necessario, ma oggi utile come il vecchio fonografo a tromba in salotto. 

°°°°°°°°

La gente non si limita e venerare entità divine. No. Riesce a dar consistenza e proiettarvici intenzionalità ad entità di pura fantasia o, ancora, a metafore. Talvolta venera pure quelle.  Alcuni esempi di culti alternativi sono quelli per la classe operaia, lo Stato, il partito, il capitalismo. Spostandoci dal terreno teologico e veleggiando, quindi, verso i lidi più secolari è possibile notare come la sostanza dei culti non muti granché. Mutano gli idoli, non i precetti, i riti, non i preti. Questo apre le porte di scenari colmi di curiosità e paradossi. Si prenda l’economia. Alcune persone, incluso l’autore di questo articolo, hanno avuto in questo ambito la stessa impudenza che Erdos e Spinoza ebbero in teologia. Quella di dichiarasi non credenti e religiosi, cioè socialisti a favore del libero scambio. E’ davvero così paradossale? Esaminiamo meglio la cosa. David Friedman, sostenitore della completa abolizione dello Stato, scrive con efficace ironia che

Lo Stato è la sorgente di ogni ordine. Con l'Anarchia non c'è Stato. Dunque l'Anarchia è caos. (QUOD ERAT DEMOSTRANDUM). A Washington non esista alcun piano che, a pagina sessantaquattro, preveda di "nutrire David"; deve dunque essere per caso che il lattaio mi lascia una bottiglia di latte sulla porta di casa. Deve essere per caso che al macellaio arrivi la carne fino al suo negozio, proprio là dove, quando mi serve della carne, per caso mi fermo. La mia vita è caos trasformato in miracolo; pronuncio una parola e la gente mi capisce,sebbene debba essere sconclusionata, poiché le parole non sono il prodotto di un programma statale.

Ciò che Friedman ci dice è che in economia non esiste ciò che i credenti definiscono “disegno intelligente”. Non c’è, in altri termini, alcun bisogno di teorizzare una entità, un Essere Supremo che conosca i bisogni dei singoli individui e decida di allocare le risorse in modo perfettamente ordinato. E, se ci fosse, sarebbe il Sommo Fascista di Erdos. In effetti, qualcuno si ha provato con piani quinquennali, esiti scadenti e piglio da divinità dispotica. Non c’è, insomma, una intelligenza organizzatrice centralizzata che spieghi la "irriducibile complessità" del mercato. Per i creazionisti ostili all'idea di evoluzione darwiniana solo una intelligenza organizzatrice può render conto della “irriducibile complessità” degli organismi viventi. Ciò renderebbe da rigettare l’idea dell’evoluzione darwiniana. Sarà, ma non c’è alcun “Intelligent design” (ripeto la definizione oggi à la page) in linguistica. Eppure le lingue sono complesse. Similmente, l’intero sistema economico è emerso da solo, in modo autopoietico e ciberrnetico. Si è sviluppato spontaneamente in maniera ordinata. Come gli idiomi, gli usi e costumi, il diritto consuetudinario, eccetera. Un processo che Joseph Shumpeter non ha avuto difficoltà a definire di “selezione naturale”. Eppure c’è qualcosa di strano. E’ il fatto che i fautori del disegno intelligente, cioè i creazionisti, si situano spesso fra i più accesi partigiani dell’economia di mercato. Infatti, in politica troviamo spesso dalla stessa parte, quella definita di "destra", tanto il "liberismo" economico quanto l'adesione ai valori e i dogmi della religione. E' noto, infatti, che negli USA, la destra repubblicana sia su queste posizioni. Ancora più strano è che, talvolta, i più radicali negatori del SF statale, cosiddetti e sedicenti "libertari", o "anarco-capitalisti",  sono, al contempo, incrollabili liberisti economici e feroci critici dell’evoluzionismo. E’ il caso dell’anarcocapitalismo di corrente paleolibertaria. Ci si riferisce al "libertarismo" di Murray Rothbard che coniuga liberismo integrale e  conservatorismo morale. Il perché certi cristianisti applichino, in barba al logon pitagorico, metri di misura differenti per valutare la medesima cosa -  cioè la probabilità di produzione spontanea di ordinata complessità - rimane un mistero insondabile. Questi signori sono evoluzionisti in economia e anti-evoluzionisti in biologia.

Non che in ambiente socialista siano da meno quanto ad uso parsimonioso della logica. Qui è facile trovare evoluzionisti in biologia e antievoluzionisti in economia.  Molte correnti socialiste e comuniste intendono il libero mercato ed il capitalismo quali enti reali che agiscono sulla società. Quasi il mercato trascendesse il mondo. Una forma di teismo che personifica l’agente degli scambi economici. Pertanto, proprio come satana è un acceso (!) e sincero teista, così comunisti e anarco-comunisti sono ferventi credenti nel “capitalismo”, il SF che organizza il mercato a danno dei diseredati. Si cominci col considerare che la citazione di Friedman proposta poco sopra dimostra che ciò che chiamiamo “mercato” altro non è se non la descrizione di un processo a-cefalo di produzione e allocazione di risorse. Quelle che chiamiamo “leggi” di mercato lo sono solo metaforicamente, come le equazioni sono i pensieri che Dio scrive nel libro a cui si riferiva Erdos. Non è trascendenza, è immanenza. Dicendo ciò, è facile intendere che i processi di confronto, di scambio, di sperimentazione, di scelta in base ad incentivi e così via includono ben altro che non la semplice la produzione e vendita di beni, investendo l’intera vita sociale degli individui, ognuno unico e dotato di personali idee e preferenze. La scelta del partner non avviene forse in base a personalissime idee ed altrettanto personali gusti ed incentivi? In tal senso, quello delle merci è solo uno dei tanti possibili “mercati”. Novelli Spinoza, diciamo Mercatus, sive Natura. Messa così, dire di credere nel mercato significa affermare di credere nelle leggi della natura. Una forma di poetico panteismo simile a quella utilizzata da Einstein, Erdos, Hawking. Non si confonda fisica con metafisica. Ma, ignaro della metafora, il prosaico accorrerà ad indicarci lo sfruttamento, l’ingiustizia economica, il neo-colonialismo neo-liberista. E farà bene. Queste aberrazioni ripugnano e fanno gridare, indignare e lottare gli uomini più degni di tale appellativo. Infatti, gli uomini degni hanno lottato e lottano. Senza le lotte dei movimenti socialisti non si sarebbe avuto alcun progresso democratico, nessun riconoscimento di diritto. Queste battaglie, però, non sono (non possono essere) dirette contro il "mercato", perchè questa è una etichetta che descrive il naturale svolgersi degli scambi. Sarebbe stato come se i bipedi decidessero di combattere contro la legge di gravità. Non esiste un mangiafuoco cattivo al di sopra a trascendere la società, perché l’economia è semplicemente un processo immanente di applicazione di mezzi non coercitivi a qualsiasi fine una persona si ponga, sia esso altruista quanto egoista. Non ci sono decisioni finali imposte con la forza, perché il mercato, cioè la natura, non è altro che la descrizione delle interazioni reciproche frutto delle decisioni di tutti gli individui della società. Si pensi ad una società costituita solo da individui quali Paul Erdos. Questi non tratteneva neppure i sui guadagni e non spendeva che il necessario per la sua frugale esistenza. Disse “Dei socialisti francesi hanno detto che la proprietà privata è un furto. Io penso che sia una seccatura". Il suo unico incentivo era la conoscenza delle formule e dei teoremi scritti nel libro. Se tutti fossero stati simili ad Erdos, ne sarebbe venuta fuori una società perfettamente in linea con la morale professata dal socialismo. Eppure sarebbe stata una chiarissima società di mercato. Infatti, sarebbe stata liberamente scelta dagli individui in base ai propri incentivi. Perfino una comune anarchica in cui vigesse la collettivizzazione dei beni sarebbe una società "di mercato", perchè liberamente scelta. Una società che, invece, vietasse lo scambio, la sperimentazione e il confronto, non solo annullerebbe la naturale autopoiesi, il continuo auto-costruirsi, divenendo quindi inefficiente, ma andrebbe a ledere la libertà di tutti coloro che, a differenza di Erdos, venissero attivati da incentivi differenti dalla matematica. La verità è che, se ben guardiamo, tutte le aberrazioni di cui siamo atterriti spettatori, dalla crisi economica attuale, ai garage dove bambini cuciono scarpe che non calzeranno mai, alle disastrose ricadute ecologiche dell’attività economiche sono storture dovute proprio alla creazione di una casta di monopolisti ostili al libero scambio. Questa insana pianta è frutto dell’innesto del potere politico al corpo sociale, quindi all'economia. La masnada governativa innestata ai potentati economici da sempre fa da guardiano degli interessi dei dominanti contro i dominati. E' a questa realtà, tutt'altro che amica del "libero mercato", che andrebbe attribuita, se proprio vogliamo,  l'etichetta, generalmente utilizzata in senso dispregiativo, di "capitalismo". Vista così, libero mercato e capitalismo sono posizioni opposte! Tornando ad utilizzare le stantie etichette topografiche di destra e sinistra, potremmo azzardare di dire che il capitalismo,  è di "destra" ed il mercato di "sinistra". Meglio sarebbe, però, parlare di governo imposto dall'alto (capitalismo, SF) e autogoverno (libero confronto).  Infatti, nel capitalismo il mercato è libero solo quando conviene al potere economico (deregulations, abbattimento delle garanzie, ecc.), ma assolutamente regolamentato quando conviene agli sfruttatori che così sia. In un libero mercato gli stati salverebbero le banche?  Si potrebbero immaginare giganteschi investimenti privati in “grandi opere” senza curarsi né, del rientro economico nè dell'opinione dei residenti dei territori che queste devastano? La risposta è no. Probabilmente nel vocabolario di Erdos alla voce “cittadino” era scritto “suddito”. La coagulazione dei singoli poteri in forme di dominazione, come disse Foucault, non è il motivo per togliere il potere a tutti (i socialisti si rileggano Proudhon e capiranno) ma quello di garantirlo a tutti. C’è poco di più socialista. Lo dissero anche i socialisti Benjamin Tucker e Francesco Saverio Merlino. Poi qualcuno sarà sempre libero di darmi dell’ "anarcocapitalista". Non importa. La mia mente è libera.

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