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Dialogo con un venditore d'almanacchi
post pubblicato in Libertà e Mercato, il 10 marzo 2015

Dialogo con un venditore d'almanacchi 

Lettera aperta a Piergiorgio Odifreddi su comunismo e libero mercato.


di Luigi Corvaglia


Lo ammetto. Ho simpatia per gli antipatici. Lo so, è un paradosso. Ma, sapete, rientrando nella categoria oggetto di tale etichettamento, mi sento affratellato a un particolare sottogruppo di antipatici. Non quelli che si sono meritati tale definizione in virtù di caratteristiche fisiche, caratteriali o comportamentali, bensì quelli che stimolano nei più reazioni di fastidio a causa di una supposta tendenza a strafare dal punto di vista intellettuale. I famosi “tuttologi”. Questi, si dice, possono pretendere di sentenziare sui più svariati ambiti dello scibile solo grazie ad una cospicua dose di presunzione. E’ chiaro, per noi diversamente simpatici, che qui stia parlando l’invidia per le nostre esagerate virtù. Certo, qualcuno è più tuttologo degli altri, quindi più indisponente. Per farla breve, a me il “matematico impertinente” Piergiorgio Odifreddi è sempre stato molto simpatico. Il personaggio mostra, nella sua poliedricità rinascimentale, di saper maneggiare una gran quantità di conoscenze in ambiti che vanno dalla matematica – sua professione - alla fisica e alle altre scienze, ma anche alla logica, la letteratura, l’ arte, la filosofia e la religione. In questo ultimo ambito, ad esempio, si è distinto quale divulgatore di concezioni ateiste dimostrandosi anche attento esegeta della Bibbia.

Esiste però un problema. Infatti, i tuttologi di questa fattispecie hanno la tendenza a creare collegamenti trasversali fra quelle quattro o cinque materie in cui si muovono a menadito e altre che solo la prosopopea che li contraddistingue li illude di maneggiare. Agli adoratori della dea Ragione, infatti, capita talvolta di sovrastimare la quota di detta divina qualitá che li pervade. Come nel dogma della transustanziazione (di cui il matematico indisponente spessa parla), sembra che il rituale dello studio scientifico permetta al prete razionalista di mutare, tramite la semplice introduzione di pochi elementi di positivismo, la substantia di qualunque sentenza per renderla “scientifica”, lasciandone però immutata la forma irrazionale. Bene, Odifreddi palesa perfettamente tale habitus in varie occasioni. Voglio qui soffermarmi su un suo scritto in cui tale pratica di imposizione delle mani dello scienziato pretende di dare incontrovertibile razionalità a quella che è la sua passione politica. Ma come? Giustificare una passione con la ragione?! Si. Esatto. Quando uno é cosí scienziato anche il sentimento é scientifico. Lo si vede benissimo in un suo articolo. Il lavoro in questione è datato, ma si ha ragione di credere che rispecchi ancora le opinioni dell’autore. Il titolo del sagace saggio è “Capitalismo e comunismo. Da che parte sta la scienza?”. La scienza non lo so, ma Odifreddi sta dalla parte dei rossi. Niente di male, sia chiaro. Ciò che invece mi sembra discutibile è la pretesa alchemica di trasformare in oro della logica alcune frattaglie concettuali di minor nobiltà. Una buona capacità cognitiva, peró, non è la pietra filosofale. Fatto sta che per Odifteddi il comunismo é scientificamente validato e superiore a qualunque altra idea. Prima di passare ad esaminare gli esempi di tale logica, è utile notare che il primo a parlare di scientificità del marxismo fu lo stesso Marx che mostrava appunto sufficienza nei confronti del “socialismo utopistico” degli anarchici. Sennonché la pretesa scientificità del paradigma marxista era basata su concetti illogici quali il valore-lavoro e la fiducia irrazionale sul “compimento della storia” dovuta alla zavorra a-scientifica dello storicismo hegeliano. Ci aspettiamo, allora, che l’aggiornamento ai tempi nostri della dimostrazione della razionalità socialista comporti delle correzioni. La statura scientifica dell’autore dovrebbe farcelo sperare.

L' upgrade dovrà basarsi su qualcosa di molto più valido, altrimenti il Piergiorgio si dimostrerebbe uno antipatico senza motivo. Non sono sicuro che abbia dimostrato di continuare a meritarsi la mia simpatia grazie ad una motivata presopopea. Infatti, con consueta arguzia, il professor Odifreddi porta si delle spiegazioni, ma non basate sull' implacabile logica, bensì sul placabilissimo entusiasmo di alcuni slogans. Si, avete capito bene. Non argomentazioni, slogan. Eh, ma letti alla luce di varie discipline scientifiche, peró! Infatti ogni grido di guerra é estrapolato, nella mente dell'autore, da una disciplina. Vediamo:


Odifreddi si appella innanzitutto alla Filosofia:


Il comunismo pensa in termini di classi, privilegiando quella dei diseredati (in special modo, il proletariato); il capitalismo si interessa degli individui, privilegiando i ricchi (primi fra tutti gli industriali).



Già questa prima affermazione contiene molto di luogo comune e poco di scientifico. Ad ogni modo, dopo aver azzardato che questa contrapposizione è riproposta dalla dicotomia idealismo tedesco-empirismo inglese (?), non è in alcun modo spiegato perché sarebbe meglio pensare in termini collettivo-tedeschi piuttosto che anglo-individuali; mancanza rilevante, sia in considerazione del fatto che il pur coltissimo autore ignora che l’ individualismo metodologico è ormai accettato quale inconfutabile verità anche dai “marxisti analitici” (no bull-shit marxism), sia perché, a voler seguire semplificazioni di analogo tenore, si potrebbe ricordare che la Germania ha prodotto il nazismo (ovvero, il nazionalsocialismo) e la perfida Albione la democrazia. E’ evidente che, a differenza che in matematica, nel parlare il matematico utilizzi i termini in modo poco rigoroso, per cui non si capisce chi sia il capitalista, cioè se solo un fautore del libero mercato o un ricco imprenditore dedito al furto del plus-valore. Ad ogni modo, l’autore tradisce una poco scientifica concezione organicistica affermando che “il comunismo vuole” una certa cosa, mentre “il capitalismo si interessa” ad un’altra. E’ contraddittorio (non solo per un logico) affermare che una concezione che giustamente si definisce centrata sull’individuo e la sua sovranità “si interessa” ai ricchi. Non esiste il capitalismo come unità pensante, è una astrazione che cela i singoli capitalisti, persone che si muovono sulla base di incentivi personali e che non sono certo animate da un sogno di edificazione di una società che privilegi questa o quella “classe”. Se disegno esiste, non è di una entità definita “capitalismo”. Ad ogni modo, è ben diverso giudicare un’azione o una dottrina a partire dalle intenzioni o dai risultati. Ammesso e non concesso che il capitalismo, inteso come sistema di libero mercato, privilegi i ricchi, ciò non è programmatico ( a meno che dietro l’etichetta “capitalismo” il buon Odifreddi non intenda definire, con poca rigorosa estensione, non un sistema di libero scambio, ma il regime politico-affaristico che preme al fine di perpetuare la sperequazione economica proprio tramite il soffocamento del libero mercato). Se, invece, è programmatica l’attenzione per il povero nel comunismo, l’esito della pratica comunista ci pare totalmente diverso rispetto alle intenzioni. E’ interessante notare che Odifreddi giudica il comunismo a partire dai buoni propositi e non dagli effetti (evidentemente frutto di non ortodossa applicazione di formule scientifiche), mentre giudichi il capitalismo in modo assolutamente inverso, cioè a partire da quelli che ritiene esserne gli esiti nefasti.


Si passa quindi ad appellarsi alla Logica. Piergiorgio insegna in una Università della Repubblica una materia che si chiama proprio “Logica”, quindi ne capisce. Dice:


il comunismo vuole cambiare il mondo, e perseguire dunque il progresso; il capitalismo si accontenta invece di capire il mondo, e combatte per la conservazione.



Affermazione molto discutibile. Discutiamone. Non esiste progresso se non nato dal confronto. Il libero confronto delle idee, ad esempio. Il comunismo vorrebbe imporre il monopolio ideatico, sempre ad esempio. In tal senso, il comunismo è fortemente conservatore, perché vuole conservare l’assetto di potere, limitare la circolazione di nuove idee, ecc. Ma niente di ciò che regge fra le creazioni umane nasce per imposizione esogena. Lingue, cucina, usi e costumi, diritto consuetudinario, ecc. Tutto ciò è autopoietico. Ovviamente vi rientrano anche i sistemi di scambio fra merci, dato che il mercato anticipa di molto lo stato. Bisogna ricordare, anzi, che l’economista Von Hayek, pensatore che si farebbe fatica a definire un progressista, è autore di un noto saggio intitolato, guarda un po', proprio “Perché non sono conservatore”. Egli è stato criticato in quanto descrive l’evoluzione per libero confronto in termini chiaramente darwinistici, cioè basati sulla sopravvivenza del mezzo e del sistema più adatto in un processo autopoietico senza sosta. Shumpeter, dal canto suo, ha centrato la sua opera sullo sviluppo prodotto dal capitalismo sotto forma di nuovi beni, nuove qualità, nuove tecnologie, nuovi materiali e fonti di approvvigionamento ecc. Altro che conservazione. Ma bisogna capire a quale conservazione e a quale progressoci riferiamo. In realtà, è proprio contro questo sviluppo di beni, tecnologie, materiali, ritenuto causa di disastri ecologici che, da sempre, i comunisti – che nei paesi del socialismo reale hanno prodotto statalmente i più grandi disastri ecologici – gli anarchici, i primitivisti e altra sinistra si battono da sempre.


Ma forse Odifreddi intendeva porre sotto il termine “progresso” esclusivamente il progresso economico ed esclusivamente quello di una classe, quella povera.

Questo ci porta alla necessità di discutere un’altra delle argomentazioni “scientifiche” portate da tanto illuminista, quella relativa all’ Economia, ma si tratta di un’ economia da salone da barba:



capitalismo e comunismo hanno obiettivi opposti e simmetrici per quanto riguarda la distribuzione della ricchezza: il primo pretende di far star meglio i ricchi, anche a costo di far star peggio i poveri; il secondo desidera arricchire i poveri, anche a costo di impoverire i ricchi.



Si dà per scontato che impoverire tutti i ricchi sia desiderabile. E’ chiaro, così dicendo, che si suppone che i ricchi lo siano per aver rubato ai poveri. In una società ingiusta e in un'economia gestito da oligarchie burocratiche e finanziarie è sicuramente vero. Anche se ragioniamo sulle appropriazioni originarie, si può convenire. Altrettanto vero se ragioniamo sulla scorta di un capitalismo inteso come braccio economico dello stato. Insomma, ridistribuire, che vuol dire sottrarre tramite il fisco, è azione moralmente giusta a partire dall'idea che i ricchi abbiano a loro volta rubato. Questa logica, però, denuncia l’ignoranza di due concetti. Il primo è che il mercato non è un “gioco a somma zero” in cui quello che io guadagno tu lo perdi e viceversa. Nello scambio fra due individui entrambi guadagnano qualcosa, altrimenti non si avrebbe scambio alcuno. Questo avviene anche quando oggetto di tale scambio sia la forza-lavoro. Che questo possa comportare il rischio di “sfruttamento” è più che vero, e motivo della mia dissonanza con la lettura dei cosiddetti Chicago boys (una scuola economica il cui più noto elemento fu Milton Friedman) e con l'anarco-capitalismo, ma il problema vero e fondamentale è nella sussistenza di forti sperequazioni economiche la cui causa è, non nella mancanza dell’intervento statale, ma proprio nella commistione fra apparato statale e economia, cioé affari e finanza. Commistione, questa, che è madre delle bolle speculative e delle concentrazioni economiche e di potere che schiacciano gli individui. Concentrazioni che difficilmente avrebbero tali caratteristiche in un mercato realmente libero. Pierre-Joseph Proudhon, Benjamin Tucker e Francesco Saverio Merlino, tre “socialisti”, da tre diverse angolazioni, hanno detto queste stesse cose, cioè che il socialismo non è antitesi del liberalismo, ma suo compimento.


Veniamo allora allo slogan "confermato" dalla Fisica:


Il comunismo persegue un’ideale di uguaglianza, in cui ciascuno dà secondo le proprie possibilità ed ottiene secondo i propri bisogni; il capitalismo cerca di mantenere e accrescere la diversità, in special modo fra chi produce e chi guadagna.



Mi sembra un ottimo slogan a favore del capitalismo. Primo, perché la concezione del “ciascuno fa quel che può, ma prende all he can eat è utopistica anziché no. Secondo, perché, essendo gli uomini tutti diversi - e in ciò risiede la ricchezza dell’umanità e il motivo di tutti i suoi progressi (che, lo abbiamo detto, derivano dal confronto) -, a livellarli non si avrebbe altro che una sterile staticità e una uniformazione ottenuta tramite il soffocamento e la mortificazione delle caratteristiche individuali. A voler giocare al gioco di Odifreddi – il gioco si chiama “ma quante ne so” – si può citare lo schema struttural-funzionalista di Merton che rappresenta una società armonica e funzionale solo se tutti perseguono conformisticamente gli stessi fini e tramite gli stessi mezzi. Che questo comporti la pace sociale è verissimo. Ma affermare, come Odifreddi afferma, che la società senza frizioni porti al progresso è risibile. Galilei sarebbe considerato disfunzionale nello schema mertoniano. Per inciso, gli struttural-funzionalisti utilizzavano quale esempio di tale società ideale la Cina Maoista. Piazza Tienammen è stata la dimostrazione tanto della non veridicità del conformismo funzionalista quanto della qualità persuasiva della retroazione del sistema per riportare alla uguaglianza. Quanto all’accrescere le diversità fra chi produce e chi guadagna, Odifreddi lo sa, se ha letto Marx, non è conveniente per gli stessi capitalisti.


Ma il bello inizia ora, con l’aumentare del tasso “scientifico”. E’ il turno delle Scienze Cognitive:



Il comunismo propone un’organizzazione della società basata sulla ragione; il capitalismo propone uno sviluppo basato sull’istinto.



Interessante argomento che poco ha a che vedere con le scienze cognitive (e con le scienzetout-court) e che finisce col produrre schematismi antropologici per cui “la lateralizzazione del cervello è dunque coinvolta nella determinazione del comportamento neuronale, in modo tale da riflettere (forse non solo per ironia della sorte) le tendenze politiche: gli individui “di sinistra” (in cui l’emisfero di sinistra abbia cioè la prevalenza) saranno più razionali e scientifici, quelli “di destra” più istintivi e artistici.”. Stranamente, però, la maggior parte degli artisti sono di sinistra e buona parte degli imprenditori sono molto razionali. Nel primo caso, la cosa è probabilmente dovuta alla apertura mentale di cui l’artista necessita per esplicare la propria libera creatività, nel secondo, nel calcolo e nell’ inventiva che chi investe e rischia deve necessariamente mettere in atto, certo, accanto anche all’istinto. Ad ogni modo, la fallacia e il pericolo dell’affermazione dell’impertinente matematico è nell’idea che esiste un sistema razionale perché “giusto” (o giusto perché razionale) . Ma questa è considerazione etica. Hume ci ricorda che una affermazione etica non può trasformarsi in prescrizione (la conclusione di un sillogismo può essere imperativa solo se lo sono anche le premesse) e Nozick che non esiste una società “perfetta” che accontenti tutti. E’ in nome di indimostrabili superiorità che si danno gli integralismi e le guerre di religione. Se qualcosa è realmente gradita a tutti, si impone da sola. Se una cosa è realmente oggettiva, non è necessario imporla. Diceva Voltaire che non esistono sette in geometria. Ma non è il caso di ricordarlo ad un matematico.


All’argomento della razionalità è strettamente legato anche lo slogan che l’autore fa supportare dall' Informatica:


il comunismo è a favore della pianificazione centrale; il capitalismo canta le lodi del libero mercato.



E’ chiaro che ciò esprime l’idea che il comunismo è razionale, perché pianifica. Pianificare significa ragionare. Cogito ergo pianifico. Invece, il libero mercato, in ragione appunto della propria libertà, non pensa, quindi è stupido. In realtà, il maggior tallone d’Achille dell’intelligenza del comunismo è proprio nell’idea di pianificazione. La pianificazione prevede conoscenza. Conoscenza dei bisogni, dei tassi di sostituzione marginale, di dove allocare le risorse ecc., tutte cose che nessun organismo, neppure onnisciente come Odifreddi o il platonico “governo dei custodi”, possiede. Tali conoscenze, invece, sono possedute, in frammenti, dai vari individui. Solo il sistema dei prezzi è un meccanismo perfetto per comunicare informazioni, conoscenza, velocemente e ovunque. Questo autopietico meccanismo conoscitivo è acefalo – cibernetico, professore - e non dotato di concretezza fisica. Risponde, cioè, alle stesse caratteristiche che, nella conclusione del suo bel libro,Perchè non possiamo essere cristiani, Odifreddi attribuisce, in un rigurgito di naturalismo, alla dea natura, al logos. Non antropomorfica divinità senziente e pensante ma semplice descrizione delle leggi che governano ed equilibrano l’universo. Insomma, in religione il matematico è ateo, in economia è pio.


Bene, ora è il momento delle Scienze politiche:


Il capitalismo si ritiene indissolubilmente legato alla democrazia rappresentativa, che produce un parlamento di cittadini; il comunismo si organizza in soviets, che esprimono le classi.



Anche questo non è male come slogan a favore del liberalismo (si noti come il termine “capitalismo” sia polisemantico per l’impertinente). In verità, in verità ci dice, però, che quello che può sembrare un vantaggio, cioè la democrazia, è uno svantaggio, perché la democrazia è una truffa. Per giungere a questa conclusione non avevo bisogno di Odifreddi. Egli cita il paradosso dell’elettore di Arrow che dimostra come le regole di Condorcet, normalmente utilizzate nel rito della celebrazione elettorale, sono assolutamente irrazionali, perché non consentono una scala di preferenze che rispecchi realmente quella espressa dagli elettori. Bene. A conoscenza di questo stato di cose, e di altri fatti, è da che ho l’ età della ragione che non voto. Non so come si comporti al riguardo Odifreddi, però, inquietantemente, questi scrive che Arrow ha dimostrato che “esiste solo un sistema che non presenti le stesse caratteristiche paradossali (…) questo solo sistema è la dittatura”. Forse anche a Odifreddi non piace votare..


Passiamo quindi alle Scienze Naturali:


Il comunismo – scrive il matematico - teorizza la rivoluzione come mezzo per la conquista del potere e la trasformazione radicale della società; il capitalismo contrappone il cambiamento graduale come espediente per la conservazione di entrambi.



Qui Odifreddi afferma che nella scienza moderna la discontinuità è l’ipotesi più in voga ( e si cita, fra le altre cose, quale paradigma epistemologico, solo quello di Kuhn, unico basato sul principio “dialettico” marxiano di tesi-antitesi-sintesi…). Non manca dotta citazione di Sofocle. Non capisco l’argomento. Forse ci si riferisce al concetto nichilista molto in voga nei circoli anarchici e di estrema sinistra per cui il sistema non si riforma ma si distrugge. Un’ottica, dunque, palingenetica. Si può esser d’accordo o meno, solo che non capisco in che modo la scienza, dalla fisica quantistica alla teoria delle catastrofi – entrambi esempi del professor Odifreddi – arrivi in soccorso all’idea palingenetica. La scienza, come l’etica, descrive, non prescrive. Qui, mi pare, neppure descrive nulla di ciò che riguarda gli esseri umani.


Ma il meglio l’autore non può che darlo sulla sua materia d’elezione: la Matematica. Qui, infatti, l’argomento è più logico e ben spiegato, per quanto abusato. Rifacendosi alla “teoria dei giochi”, ripropone il vecchio “dilemma del prigioniero”. Vale la pena di trascrivere parte del paragrafo:


Il dilemma si pone a due complici arrestati, a cui si presenta una triplice scelta: se uno dei due denuncia l’altro ma non viceversa, il delatore viene liberato ed il tradito viene condannato a 20 anni; se entrambi denunciano l’altro, ricevono 20 anni ciascuno; se nessuno denuncia l’altro, essi vengono condannati entrambi a 10 anni.

Un capitalista sceglierà di denunciare il complice, nella speranza di ottenere per sé il massimo vantaggio (la liberazione); un comunista sceglierà di non denunciare il complice, nella speranza di evitare tutti il male peggiore (la condanna a 20 anni). Fra due capitalisti, entrambi vengono condannati a 20 anni; fra due comunisti, entrambi vengono condannati a 10 anni; fra un capitalista ed un comunista, il primo va libero ed il secondo è condannato a 20 anni; in nessun caso entrambi sono liberati.



Due commenti:

- il primo è che prima l’autore descrive il capitalismo come un “gioco a somma zero”, poi, proprio quando utilizza l’esempio di un “gioco a somma diversa da zero”, quale è il mercato, cerca di utilizzarlo come arma impropria contro il concetto di mercato!

- Il secondo commento: questo è proprio un esempio di gioco di prestigio in cui si passa, senza che il pubblico se ne avveda, dalla “razionalità” all’ “istinto”, dalla a-valutatività scientifica al moralismo degli affetti. Ancora una volta, infatti, non si capisce il senso delle definizioni. Qui “capitalista” non è la persona che partecipa ad un sistema di produzione e libero scambio. C’è una connotazione morale che funge da gioco delle tre carte in cui tu credi di vedere una cosa e ne vedi un’altra. Lo schematismo prevede che “capitalista” sia sinonimo di carogna e “comunista” di samaritano. Vedete come il piano della ragione e quella del sentimento si mescolino. All' asetticità si mischia il giudizio morale. Il gioco, comunque, non mira in origine a dimostrare che una data idea politica è più adatta a non prendere fregature dagli altri. Descrive solo quella condizione hobbesiana di homo homini lupus per cui, in condizioni strategiche di tale fatta, è più probabile, per chiunque, dimostrasi egoisti a danno altrui, e alla fine anche proprio, perché la scelta più comune è quella della defezione di entrambi.

Ma questo avviene solo se il gioco è a singola presentazione, perchè, sempre in base alla logica del bene proprio, il gioco può comportare la cooperazione, un “altruismo a proprio favore”, se è a n-ripetizioni. Cioè, chi è costantemente immesso in dilemmi del prigioniero ha comportamenti differenti da quello esemplificato in questa artificiale situazione singola. Altrimenti i danni totali (i pay off negativi) di ripetute defezioni sono troppo alti e sconvenienti. Si impara, cioè, che la scelta “defezionate” (nel gioco, la delazione) non paga. Il mercato è appunto un gioco in cui la scelta di defezione non paga. Cioè, si immagini che io mi fido di tutti, e nessuno mi paga, oppure che uno mi paghi e io non gli fornisco un bene o una prestazione. Il mercato, se questa fosse la regola, non si manterrebbe un giorno. Se parliamo di “persona defezionante” e “persona cooperante” ci rendiamo conto che, nell’ambito del mercato, che è proprio un sistema per uscire da quel "dilemma del prigioniero" che è la vita tutta, il capitalista, qui inteso come persona disposta a scambiare, è il cooperante (altruista per egoismo), mentre il comunista, qui inteso come persona non disposta a scambiare, è il defezionante (egoista per altruismo). Dato, insomma, il problema di uscire da questa condizione di natura in cui si è immessi in dilemmi del prigioniero, esistono due soluzioni: il mercato e lo stato. Ma, come scrive Riccardo La Conca, “Mentre, tuttavia, lo stato cerca di superare il dilemma penalizzando la strategia della defezione, il mercato lo fa premiando la strategia della cooperazione. D'altra parte il mercato e lo stato cercano di ancorare i comportamenti dei giocatori individuali a parametri oggettivi che si suppone rappresentino l'interesse collettivo. Tuttavia i parametri del mercato - vale a dire i prezzi - si definiscono e si modificano in modo impersonale e si autoimpongono. Per converso, i parametri dello stato, vale a dire le leggi, non solo sono concepiti e modificati dagli esseri umani, ma devono altresì essere imposti da esseri umani. Il che significa che, mentre il mercato trasporta i giocatori da una situazione strategica a una situazione parametrica senza l'intervento di altri giocatori, lo stato riesce a effettuare questa operazione di trasporto solo mediante la creazione di altri giocatori, vale a dire coloro che gestiscono la macchina statale, che danno vita in questo modo a un nuovo tipo di gioco, un gioco in cui alcuni giocatori hanno un potere virtualmente illimitato di penalizzare gli altri - tutti gli altri e non necessariamente i defezionisti- e di premiare se stessi o i propri amici o i propri "clienti" (ai quali questi peculiari giocatori sono in grado di "vendere" qualsiasi tipo di privilegi)”.


Consiglio sempre ai tuttologi di evitare altri tuttologi, perché l'altrui "tuttismo" potrebbe essere piú lungo del suo e, come disse quello, "quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, l'uomo con la pistola é morto".

A questo punto, è giunto il momento di togliermi la maschera con cinematografico gesto: io la penso come Odifreddi! Anch’io vorrei un mondo in cui tutti fossero “compagni”! Cioè, mi piacerebbe che tutti fossero animati dallo stesso spirito di comunione e fratellanza e nessuno sfruttasse nessun altro, esattamente come vorrei i torrenti di latte e le fontane di vino di Montepulciano. Ma, come fa giustamente notare Odifreddi, “non solo il comunismo può funzionare come sistema universale, ma funziona soltanto se lo diventa”. Verissimo. Il comunismo puó funzionare. Bisognerebbe essere tutti genuinamente comunisti. Purtroppo, non tutti gli esseri umani sono dotati delle stesse qualità di sensibilità, cultura, intelligenza, disgusto per la mercificazione e banalizzazione della vita quotidiana, rigetto per l’agonismo e spirito fraterno che contraddistinguono me e Odifreddi. Tutte queste qualità sono, come il Dio di Pascal, sensibili al cuore e non all’intelletto, con buona pace dell’ esprit de geometrie che permea il provocatorio e arguto saggio del matematico. Ma i cuori sono diversi. Allora non resta che dare ascolto a David Friedman che ci ricorda che ci sono solo tre modi di indurre gli altri a comportarsi come noi vogliamo, cioè l'amore, la forza e lo scambio. L'amore funziona se tutti amiamo. Puó valere solo per gruppi piccoli di persone che si conoscono. Altrimenti si può scegliere fra le altre due. Ricordando, come sempre Friedman dice, che una società socialista con uomini perfetti – cioè, socialisti - funziona sicuramente meglio di una socieà imperfetta, come quella liberale, con uomini imperfetti, ma una società socialista con uomini imperfetti è peggio di una società liberale formata da uomini egualmente imperfetti. Insomma, é apprezzabile e condivisibile l' affermazione che il sole è più bello della pioggia ed é giusto raccomandarlo urbi et orbi, peró, per quanto sia "meglio indossare un bikini quando c’è il sole che un impermeabile quando piove”, beh, dice Friedman “Questa non è una buona ragione per non portare mai con sé l’ombrello”.

mindfucking
post pubblicato in Libertà e Mercato, il 14 ottobre 2008
Ideologia e mercato. Un'analisi psicologica.
di Luigi Corvaglia
 
Premessa: mindfucking

- Quando io uso una parola, - disse Humpty Dunty in tono d'alterigia, - essa significa ciò che appunto voglio che significhi: né più né meno.
- Il problema è, - disse Alice, - se voi potete dare alle parole tanti diversi significati.
- il problema è, - disse Humpty Dunty, - chi è il padrone....

 

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio

Alle parole, al contrario che ai numeri, possiamo dare il senso che vogliamo. Non è necessario frequentare persone che hanno avuto la sventura di essere definite psicotiche per rendersene conto. Si pensi all’espressione “guerra preventiva”. Una delle migliori strategie di "riprogrammazione" e "riforma del pensiero"  utilizzata da chi voglia far persuasione coercitiva (in slang, mindfucking) è proprio la ridefinizione del linguaggio. Tale ridefinizione, come superbamente messo in rilievo da Orwell, è un modo di ridefinire la realtà stessa. In 1984, in un totalitarismo in cui è contemplato lo “psicoreato”, gli inventori della “neolingua” mirano a “semplificare al massimo le possibilità di pensiero”. Coloro che aderiscono alla dottrina del Partito, nel romanzo di Orwell,  devono credere senza riserve a tre slogan: l'ignoranza è forza, la guerra è pace, la libertà schiavitù.
Esistono sicuramente forme “benigne” di inganno linguistico. La Groenlandia, “terra verde”, è una distesa di ghiacci, l’Oceano Pacifico è decisamente poco pacifico, il Capo di Buona Speranza è un posto che lascia invero poche speranze al navigatore. Qui il ribaltamento ha connotati, se vogliamo, chiaramente - e pertanto venialmente – truffaldini.
La benignità è nel fatto che basta sottoporre a verifica la nostra aspettativa di trovarci in una terra verde, in un mare placido o in una rilassante regata lungo costa con l’esperienza sul campo per invalidare l’idea precedente. Se sopravviviamo, sulla nostra mappa ci è facile annotare che il Capo di Buona Speranza è un posto consigliabile solo ai nemici con la buona speranza che ci lascino le penne. E’ ciò che Popper definiva “falsificabilità”. La nostra conoscenza procede appunto in questo modo. Ce lo spiega la psicologia cognitiva. La nitidezza della nostra visione del territorio aumenta aggiornando di continuo le mappe cognitive grazie alle "invalidazioni", cioè le prove empiriche a disconferma delle nostre idee precedenti. Ne deriva che il vero motore della conoscenza è l’errore. E’ l’errore che ci informa sulla non validità della nostra “mappa” e ci impone di rivederla. Detta diversamente, cioè con un personaggio de Il nome della rosa di U. Eco, “il dubbio è il nemico di ogni fede”, pertanto è il dubbio, non la certezza, la spinta di ogni ricerca, di ogni indagine. L’importante, quindi, è che le idee siano, almeno in potenza, invalidabili. Altrimenti la cosa diventa maligna e, in taluni casi, porta a vere metastasi cognitive. E’ il caso delle fedi religiose e politiche. Incluso l’anarchismo.


Ossimori falsi e ossimori veri

Kevin Carson,  individualista americano, definisce la propria visione politica, cioè una sorta di mutualismo di stampo proudhoniano, “libero mercato anti-capitalista”. A prima vista, soprattutto ad un europeo intriso di marxismo, la definizione può apparire un ossimoro. Come dire “Capo di Buona Speranza Negativa”. E invece no. Perché si abbia ossimoro è necessario che le due parti della definizione confliggano in termini concettuali. Cosa che si pone solo se ai termini “libero mercato” e “capitalismo” diamo delle connotazioni e non se ne diamo altre. Lo abbiamo detto, alle parole, come Humpty Dunty, possiamo dare il significato che vogliamo. Il problema qui, però, è che a inchiodare indelebilmente le etichette sui legni dove sono crocifissi i concetti è il martello delle ideologie. E le ideologie non sono propense a modificarsi neanche in base alle evidenze che potrebbero invalidarle. Le ideologie sono certe, non si discutono, non ammettono dubbi. Cioè, sulla scorta di quanto detto, non ammettono la crescita della conoscenza.
Galileo sapeva di poter dimostrare quanto diceva, se solo i preti avessero voluto guardare nel suo cannocchiale. Ma non vollero. Così, secondo una preponderante massa di critici del sistema economico vigente, libero mercato e capitalismo sarebbero pressoché sinonimi. Il motivo è che l’uno e l’altro vedono la proprietà privata – cioè il “furto” proudhoniano, l’ “appropriazione originaria” di Rousseau – quale base di effettualizzazione. Se si rigetta la proprietà - brutta, sporca, cattiva -, da rifiutarsi sono anche le sue conseguenze. Pensare ad un mercato anticapitalista è, dunque, uno “psicoreato”. Di cui, probabilmente, si è macchiato perfino Proudhon, che dello scambio fu un apologeta. Secondo, invece, i partigiani del liberismo duro e puro (esempio più compiuto gli "anarco-capitalisti" seguaci di Murray Rothbard), dirsi anti-capitalisti ed essere collettivisti è tutt’uno. Pertanto, persone come Carson – o lo scrivente – sono da contemplare nell’elenco dei socialisti per motivi di attitudine al  e di dignità.
Esistono molti argomenti logici atti a smontare queste semplicistiche concezioni, se gli interlocutori fossero disposti ad accrescere la loro conoscenza, a migliorare la propria mappa cognitiva. Ma, in genere, questi signori, mai sfiorati dall’ombra del dubbio, si palesano quali varie incarnazioni dei preti che rifiutarono di guardare nel cannocchiale di Galileo. Se ci guardassero vedrebbero che l’etichetta “libero mercato” descrive la concezione di autopoiesi, libero confronto e sperimentazione, sociale ed economica, che è cara ai libertari di ogni “obbedienza”. Il capitalismo, di contro, è termine storico che designa lo strutturarsi di un sistema sclerotizzato di sfruttamento grazie all’intervento statale nell’economia, cioè, non più come sistema autopoietico e cibernetico. In definitiva, il capitalismo è esattamente l’opposto del libero mercato. Lo diceva Korzibski in un abusato aforisma: la mappa non è il territorio e il nome non è la cosa designata. Sono i concetti vivi che scalciano una volta imbrigliati nelle etichette morte.
Un esempio storico renderà più chiara la distinzione.

Ode alla Grecia ( la storiella mi assolverà)

Con la rivoluzione del 1821 la Grecia si liberò della dominazione turca che si protraeva da circa quattro secoli. Estremamente interessante leggere una descrizione di quanto avvenne nella fase di "vuoto di potere" succedutosi alla cacciata degli ottomani. La gestione del territorio, infatti, fino ad allora in mano ai rappresentanti del potere ottomano, una volta cacciate le nobili famiglie turche che detenevano le terre presso le quali gli autoctoni lavoravano in condizioni di semi schiavitù, erano diventate res nullius.
Se in Oklahoma furono organizzate delle competizioni per accaparrarsi la terra durante la corsa all'Ovest, in Grecia, nella provincia dell'Elide, il problema della distribuzione della terra fu risolto dagli stessi abitanti dividendola in lotti e, come procedura per l'assegnazione, organizzando delle corse con i cavalli.
La cosa funzionava così: ogni famiglia esprimeva un cavaliere, e terminata la gara, il vincitore avrebbe scelto la porzione a lui più congeniale. Il secondo classificato sceglieva un altro lotto, e così via, fino che tutte le terre coltivabili non fossero state divise.
Le vedove e gli orfani, affinché anch'essi potessero avere una fonte di sostentamento, non dovevano attendere la fine della gara, in quanto le comunità avevano stabilito quali terre assegnargli in precedenza.
In questo modo, cioè in modo autopoietico, senza intervento esogeno e senza particolari frizioni, la vita prese un suo stabile ritmo, e i braccianti, per la prima volta dopo secoli, divennero “proprietari” delle terre che coltivavano. Il surplus di produzione che in pochi anni fu realizzato grazie alla fertilità della terra rese possibile l’inizio degli scambi con altre regioni e paesi stranieri. La vita procedeva tranquilla. L’amministrazione delle comunità affidata alle riunioni di rappresentanti non professionisti (capifamiglia, anziani, ecc.) e, cosa che dispiacerà ai fans di Hobbes, pur in totale assenza di polizia, gli atti di reciproca aggressività assolutamente limitati. Ma il giorno arrivò. Il governò centrale di Atene finalmente si diede una struttura, emanò le prime leggi, e formò un esercito nazionale. Il potere, in altri termini, si coagulò nella forma della dominazione. “Stato” è il termine che indica "chi ha il monopolio della forza su un dato territorio". La definizione è di Walter Benjamin. Una delle prime leggi emanate riguardava la nazionalizzazione delle terre. Procedura molto democratica. Infatti, durante la gloriosa guerra di Spagna, anche gli anarchici parteciparono al governo che emanò il decreto di collettivizzazione operaia del governo autonomo di Catalogna. “In nome del popolo greco”, tutte le terre divenivano proprietà dello stato.
Il primo compito dell'esercito ellenico neoformatosi fu di espropriare con la forza le terre ai contadini che nel frattempo le avevano lavorate. In nome del popolo, ovviamente.
Quelle stesse terre, poi, furono rivendute dal governo, e finirono in gran parte in mano ai grandi latifondisti dei quali il governo stesso era espressione ed emanazione. Qualche contadino riuscì a ricomprarsi la propria terra, ma le tasse che nel frattempo lo stato aveva imposto rendevano impossibile trarre guadagno dalla coltivazione diretta di piccole proprietà. Per tale motivo, questi dovettero subito rivendersele per ritornare a fare i braccianti. Ma ora i padroni non parlavano più turco, parlavano greco. Su queste basi è nato il moderno stato greco, liberale, democratico e capitalista (fino alla parentesi del regime militare).
Questa storia greca ha, come le favole del conterraneo Esopo, una morale. Questa storia istruisce. Non ci insegna certo che l'optimum sia l’arcadia agricolo-pastorale, la “buona selvatichezza” rousseauiana o simili romanticismi da salotto radical-chic. E’, infatti, una storia che riguarda una organizzazione sociale che è più "comunità" che "società", nel senso di Tonnies, con tutti i difetti connessi a ciò. Ciò non toglie che le vicende dell’anarchia greca offrono numerosi spunti di riflessione. Ad esempio, sembra che l' "ontogenesi" dello stato greco ricapitoli, per così dire, la "filogenesi" della statualità storica. In altri termini, rappresenti la replica a uso e consumo dei moderni dell'opera di conquista del territorio che generò il leviatano. Non già, quindi, di quella evoluzione darwiniana dalla selvaggia orda primordiale allo stato perfettamente evoluto che sarebbe avvenuta a seguito di un' improbabile accordo universale; cioè quella cosa che Rothbard definì ironicamente "l' immacolata concezione dello stato". Ciò che, però, più conta ai fini del nostro discorso è che la divisione dei “mezzi di produzione” e delle ricchezze non avveniva mediante atti violenti (i "mezzi politici" di cui parla Hoppenheimer), ma in base ad un comune accordo (i "mezzi economici"). Questo accordo si può, senza pudori, definire mercato, ma si ha estrema difficoltà a definirlo capitalismo. Non nel senso “volgare” del termine.
Con ciò, si ribadisce, non si vuol affatto dire che sia auspicabile un ritorno a forme sociali più semplificate e, quindi a sistemi di scambio meno soggetti allo “sfruttamento capitalistico”. No, le preferenze sono individuali e la società non fa che organizzarsi sulla base di queste. Solo il moralismo che contraddistingue chi è uso rifiutare di guardare nei cannocchiali può ardire di porsi a missionario che annunci questo o quel rigore. Di questa schiera fanno spesso parte gli anarchici classici, di tradizione socialista, i quali, invece, spacciano per alternative alle logiche di mercato situazioni comunque di mercato, solo più primitive, tipo il baratto, la compra-vendita equa e solidale, le autoproduzioni. Tutte queste cose, in realtà, sono piena espressione del libero scambio, cioè di un sistema basato su incentivi individuali. Si tratta di mercati, solo più piccoli e meno redditizi. Minor godimento, si deduce, minor peccato. E' un ragionamento tipico dei preti e dei moralisti. I moralisti, però, dovrebbero riflettere sul fatto che una comune in cui viga la gratuità rientra perfettamente nella logica di un “mercato” similmente inteso, perchè nata dal libero contratto.  Una comune di punkabbestia è un ottimo esempio di organizzazione di mercato. Il "mercato", infatti,  non è dotato di una moralità sua propria o addirittura di una  (im)moralità esogena impostogli; è bensì espressione dei valori dei singoli partecipanti al sistema. Non è, allora, il mercato il problema, ma il capitalismo.
Ad ogni modo, ciò che più dovrebbe richiamare la nostra attenzione è l'altro polo della questione, quello dello stato. Infatti, il primo gesto che lo stato appena formatosi ha compiuto è stato togliere le terre ai contadini che le coltivavano e il concederle ai ricchi protettori latifondisti, che con i loro mezzi avevano permesso la formazione della elite governativa. E le tasse, imposte dal governo centrale per il proprio mantenimento, hanno fatto in modo che non risultasse più vantaggioso per i piccoli proprietari il mantenimento dei loro limitati possedimenti. Ciò ha posto le basi per un’economia, quella che ha poi prodotto Onassis, che, per quanto più “arretrata” rispetto alla gran parte di quella dell’Occidente residuo, può dirsi di tipo capitalistico, anche se si ha difficoltà a definire “di libero mercato”. Messa così, si badi, sono anti-capitalisti anche i cosiddetti anarco-capitalisti. Insomma, il dato storico ricalca perfettamente il noto criterio che David Friedman utilizza per descrivere cosa è mercato e cosa no. E’ mercato qualunque situazione in cui le risorse vengono utilizzate in base a regole condivise – qualunque regola, inclusa la corsa coi cavalli – ed è non-mercato ogni situazione in cui il problema venga risolto con la forza. Quest’ultima opzione, dice Friedman, è talmente poco conveniente che “viene utilizzato solo da bambini piccoli e grandi nazioni”. Appunto.
La questione sulla quale questa storia ci invita a riflettere, in definitiva, è: favorisce di più il privilegio e l'accumulazione illegittima la libera contrattazione ( da sempre accusata di essere il terreno di coltura del "capitalismo da rapina") o la regolazione dell'economia sotto la tutela di organizzazioni sovrapersonali (teorici garanti dei "diritti" di tutti i "cittadini")? Si risponda tenendo conto che tale organizzazione potrà essere uno stato (liberal-democratico a proprietà privata diffusa o socialista a “capitalismo di stato”) o anche un governo su modello del "Comitato delle Milizie" spagnolo. Ognuno è libero, ovviamente, di pensarla come vuole, ma chi ritiene che la prima condizione sia auspicabile e la seconda deleteria persegue, senza contraddizione alcuna, un “libero mercato anti-capitalista”. Grazie di aver guardato nel cannocchiale.


Conclusioni: la realtà non è vera

"Abbiamo una regola. Marmellata domani e marmellata ieri, ma mai marmellata oggi." "Ma qualche volta ci deve essere il giorno della ‘marmellata oggi’," obiettò Alice. "No, no, impossibile," disse la Regina. "La marmellata è prevista a giorni alterni e oggi, sai, non è affatto giorno alterno, lo vedi da te."

 

 

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio

Alice al tè dei matti dice “è certamente la mia lingua ma io non la capisco”. Difatti, una povera organizzazione psichica, oltre a rendere le etichette, i “significanti”, di scarsa utilità nel definire i significati, comporta anche che la logica si sviluppi sulla base di sillogismi che hanno come premesse e come conclusioni sentenze fatue e discutibili. Sentenze espresse sulla base di “costrutti” poveri, direbbe George Kelly, fondatore del “costruttivismo cognitivo”. E sentenze povere generano mindfucking. Self-mindfucking. Come già detto, ci aveva avvertiti Korzibski. Non bastasse, ce lo ha poi ricordato Gregory Bateson. La mappa non è il territorio. Ogni essere vivente, nel conoscere la realtà, la costruisce. Naviganti nel mare magnum, viandanti nel paese delle meraviglie, noi tracciamo mappe col solo fine di costruirci uno spazio per orientarci e prevedere gli eventi. Non esistono mappe più vere di altre. Esistono però mappe migliori di altre. Esistono mappe più articolate, più ricche, che reggono meglio alle invalidazioni e riescono ad avere maggiore capacità predittiva. Che, continuando la metafora, non ci fanno perdere con troppa facilità. Ora, i costrutti sono binari. Bello e brutto, capitalismo e socialismo, libero mercato e pianificazione, individualismo-socialismo, razionalità e trascendenza, ecc. Un sistema di costrutti semplice avrà dei problemi davanti alle invalidazioni. Per un tizio convinto dell’esistenza del plusvalore, l’idea che sia più “socialista” il mercato dello stato è una invalidazione di un costrutto centrale, quello di "comunismo (buono)-capitalismo (cattivo)". E' quindi cognizione che si vorrebbe non incontrare, perchè se uno dei due poli cade,  non rimane che l’altro. Inaccetabile. E' una "dissonanza cognitiva" (Festinger). Come Bandler & Grinder dicono di chi si trova in queste impasse, “la difficoltà non sta nel fatto che essi effettuano la scelta sbagliata, ma che non hanno abbastanza scelte: non hanno un'immagine del mondo messa a fuoco con ricchezza". Gli Innuit (eschimesi) dispongono di circa duecento parole per definire la neve nelle sue diverse manifestazioni, le quali sfuggono a chi non ha tale elemento quale unico ambiente. La mappa dell’innuit non è più vera, è più adatta a orientarsi nel suo ambiente. Edward Konkin III, conosciuto per essere il fondatore della corrente anarco-capitalista nota come “agorismo”, descrive tre tipi di imprenditore: 1: l’imprenditore (buono), che corre rischi, innova, è vera forza produttrice e progressista; 2) il capitalista non statalista (neutrale), relativamente poco innovatore; 3) il capitalista statalista (cattivo) definito “il più grande male del regno politico”. Per questo teorico del libero mercato il capitalista è il più grande dei mali! Non siamo, quindi,  molto distanti dal pensiero del “socialista” Carson. Bene, quella di Konkin non sarà la ricchezza del dizionario Innuit alla voce "neve", ma è già ben più del costrutto elementare di imprenditore - sempre cattivo “a sinistra” e sempre buono “a destra” - generalmente utilizzato. La semplificazione del pensiero, si ricordi, era il fine della neolingua orwelliana. Sembra che il potere sia riuscito nel suo intento di semplificarci il pensiero.
La stessa nozione di "proprietà" può articolarsi ben più di quanto in uso presso le tribù che ne fanno totem o tabù. Ad esempio, Bud Spangler distingue, in buona compagnia, va detto,  fra "proprietà nel senso di un ingiusto stato privilegiato e proprietà nel senso del verificarsi di un fenomeno etico sostenuto da un ampio consenso" aggiungendo che la proprietà acquisita tramite libero scambio e sostenuta dal consenso dei partecipanti  "sarebbe difendibile grosso modo come si potrebbe difendere il “possesso” in un sistema di proprietà usufrutto", concludendo che  "Questa teoria della proprietà, (...) attualmente fornisce le basi per una rivoluzionaria redistribuzione della proprietà, da una plutocrazia alleata con lo stato, ai lavoratori" . Ecco, la plutocrazia alleata con lo stato è il capitalismo.
Preservare costrutti inadeguati, insomma, è possibile solo tramite l'utilizzo di strategie psicologiche atte a non subire invalidazioni. Queste sono l’elusione (“non ci guardo nel cannocchiale”), l’immunizzazione (“sarà una deformazione della lente”) o l’ostilità (“Il cannocchiale te lo sbatto in testa”). Crescere in complessità, invece, prevede la disponibilità all’esplorazione, la tendenza a mettere a rischio i proprio costrutti, invalidarli, creandone di nuovi più articolati, più comprensivi, più fini, che rendano le successive invalidazioni più rare e meno traumatiche. Significa, insomma, creare incessantemente sé stessi ed il mondo, anche a costo di dolorosi riaggiustamenti (gli “accomodamenti” di Piaget). Non è facile, certo, ma è il minimo che si possa chiedere a chi si definisca “libertario”. Altrimenti, diceva Korzibski - “Ci sono due modi di attraversare facilmente la vita: credere ad ogni cosa o dubitare di ogni cosa. Entrambi ci salvano
dal pensare.”
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