anarchismo, libertarismo, agorismo, libero mercato, libero pensiero anarchismo, libertarismo, agorismo, libero mercato, libero pensiero tarantula | Il Cannocchiale blog
.
Annunci online

Aglio e Anarchia
post pubblicato in Libertà e Mercato, il 14 febbraio 2012

Amore, aglio e anarchia

Luigi Corvaglia

 

        

    

     
      Karl Kraus, uno dei più brillanti autori di quelle condensazioni semantiche note come aforismi, scrisse che “Un aforisma non è mai una verità: o è una mezza verità o è una verità e mezzo.” E’ l’aforisma perfetto! Vi si ritrova il senso, l’arguzia, il paradosso, la mezza verità e, ovviamente, la verità e mezzo. Ma la definizione migliore è forse quella di Nilt Ejam: “un aforisma è molto sfizio in poco spazio”. Esatto. Senza il gusto del bon mot o di una iperbole, una locuzione rimane un’osservazione, si mantiene al livello di semplice riflessione. Il successo degli aforismi risiede invece nel grottesco e nel paradosso oppure nella grande capacità condensativa di ampi principi filosofici e morali. Oscar Wilde, splendida mente di libertario, ne fece un’arte producendo schizzi di autocompiaciuta fatuità (“Amo molto parlare di niente. È la sola cosa su cui so tutto.” ) e umoristiche sentenze sulla virtù del vizio (“La moderazione è una cosa fatale. Nulla ha più successo dell'eccesso.").Nell’ambito del pensiero politico c’è un’idea che più di ogni altra si può gloriare di molti arguti aforismi: l’anarchismo. Ciò va detto ad onore dei pensatori anarchici, in grado di condensare principi e saperi in formule che, occupando poco spazio, producono molto sfizio. “L’anarchia è ordine”, ad esempio. Il motto, il cui gusto è nell’apparente paradosso, si deve all’uomo che per primo osò definirsi “anarchico” in senso positivo, cioè Pierre J. Proudhon. E chi non conosce lo slogan, sempre del tipografo di Becancon, “la proprietà è un furto”? La frase è sfiziosa, appunto, non c’è alcun dubbio, è breve e contiene una dose di verità che va dalla mezza unità all’unità e mezza. A disonore degli anarchici, però, va detto che molto spesso dei loro autori non conoscono più degli aforismi. Così ci sono sedicenti partigiani dell’anarchismo, alcuni perfino in grado di leggere e   scrivere, che sono convinti, sulla scorta di tale affermazione, che Proudhon fosse avverso al libero scambio. Qualche altro, capace di far di conto, sa che, venticinque anni dopo aver regalato alla storia ed ai fabbricanti di T-shirt quel motto, il francese si è prodotto in un’apologia della proprietà privata. Quest’ultimi, forti di tali rudimentali conoscenze, sono gli artefici della balzana teoria per cui esisterebbero due Proudhon l’uno contro l’altro armati corrispondenti al giovane anti-proprietarista e al maturo liberista. Questa gente può ben discorrere col personaggio dell’aforisma di Wilde, quello che ama parlare di niente, perché è l’unica cosa di cui sa  tutto. Pazienza. Se si fossero presi la briga di leggere qualche riga avrebbero capito che nel 1840 [1] l’autore rispondeva alla domanda “Che cos’è la proprietà?” e lo faceva da giusnaturalista, negando, proprio in quanto tale, l’idea che questa fosse un diritto naturale, concludendo che è invece un atto d’abuso e un pilastro dello sfruttamento. Nel 1865[2] non è avvenuto un cambio di prospettiva, ma di metodo. Lasciamo parlare il diretto interessato:
l’unica cosa che sappiamo della proprietà e per la quale possiamo distinguerla dal possesso è che essa è assoluta e abusiva; benissimo: appunto nel suo assolutismo, e nei suoi abusi, per non dire peggio, che dobbiamo cercare i suoi fini.[3]
“I suoi fini”. L’approccio non è più ontologico, bensì interessato all’utile. Poiché lo Stato, secondo e maggior pilastro dello sfruttamento, rappresenta un abuso ancora più grande, la piena sovranità che l’individuo ha su una porzione di materia può svolgere per questi una funzione difensiva. La proprietà è un contrappeso all’abuso statale. Proudhon, insomma, aveva già individuato con largo anticipo i rischi connessi ad una totale abolizione della proprietà privata. Tutto qui. Aveva perfino anticipato Ludwig Von Mises nell’evidenziare come senza libero mercato fosse impossibile definire il valore dei beni e provvedere alla loro allocazione, tutti problemi sui quali ogni tentativo di interrogare i devoti degli aforismi ottiene un cambio del discorso, magari un altro aforisma. Ci sono persone che confondono libero mercato e capitalismo. Quelle stesse persone che sembrano scandalizzarsi davanti a questa difesa della proprietà in funzione anti-statale, non si scompongono affatto davanti alla difesa dello Stato in funzione anti-capitalistica operate da alcune star dell’anarchismo internazionale come Noam Chomsky [4] o Hakim Bey. [5] Che accanto a quelle liberale e socialista nell'anarchismo esistesse anche un'anima statalista è acquisizione nuova e concetto che, oltre ad essere più tollerato del proprietarismo, gode anche del pregio dell'originalità.
        Un’altra formula di successo si deve a Michail Bakunin e ha per oggetto il precario equilibrio nel quale dimostrano di trovarsi i primi due principi della triade rivoluzionaria, Libertà, Eguaglianza e Fraternità, dacché la grande Madre del secolo dei Lumi partorì i loro tre figli bastardi: liberalismo, socialismo e anarchismo. Dice il russo:
La libertà senza il socialismo porta al privilegio, all’ingiustizia; e il socialismo senza la libertà porta alla schiavitù e alla brutalità.
Difficile dargli torto. Fra promesse marxiste di addio al regno delle necessità e promesse capitalistiche di libertà sempre meglio distribuite, l’unica profezia ad essersi avverata è quella dell’anarchico russo. Se, però, ci si riflette, si capisce come il mantenere questo equilibrio presupponga quello che Rocker definì “socialismo volontario”. In effetti, Bakunin è un collettivista, per quanto rigetti la centralizzazione e salvaguardi la proprietà dei frutti del lavoro individuale. La questione, dal punto di vista logico, si pone esattamente nel solco di ciò che lo psicologo Paul Watzlawick ha definito “confusione fra aglio e amore”[6]. Dice, infatti, la moglie delusa al marito: “se tu mi amassi veramente, mangeresti volontariamente l’aglio”. Il problema non è l’aglio o il socialismo, che possono piacere come no, ma che si pretenda da coloro i quali non apprezzano l’uno, l’altro o entrambi, che non solo si facciano somministrare la cosa in oggetto, ma lo facciano anche con piacere. E’ da chiarire che l’ingiunzione paradossale, cioè la pretesa d’imperio di qualcosa che dovrebbe essere spontaneo, è considerata una delle forme più patogene di comunicazione. Dietro questo noto aforisma, sulla cui assoluta veridicità in termini descrittivi nulla si può obiettare, è sottesa, invece, a livello prescrittivo, proprio la più estrema delle variazioni sul tema della confusione fra amore e aglio, cioè l’esortazione a comportarsi spontaneamente. Bakunin dice: “desideriamo la libertà e l’uguaglianza!”. Desideriamo l’aglio! Del resto, siccome “nessun uomo può emanciparsi altrimenti che emancipando con lui tutti gli uomini che lo circondano”, egli ordina ad ogni altro uomo “sii libero”, cioè, contraddittoriamente, “non farti ordinare nulla”.
             I due giganti dell’anarchismo, Proudhon e Bakunin, passarono molte notti a bere bicchieri di tè e tazze di caffè (i cultori degli aforismi sapranno che l’agitatore russo lo voleva “nero come la notte, dolce come l’amore, caldo come l’inferno”) e litigare proprio sui metodi di realizzazione della società libera. Il francese vedeva un’auto-organizzazione fra individui e gruppi diversi e compositi che avrebbe eroso gradualmente gli spazi della statualità, il russo una rivoluzione violenta che avrebbe sostituito la società della diseguaglianza con una nuova società senza classi (“La passione per la distruzione è anche una passione creativa”). Questa sorta di “socialismo volontario”, che in Petr Kropotkin diviene vero e proprio comunismo anarchico, necessita del presupposto di una antropologia benigna e caratterizza un po’ tutto l’anarchismo classico. Questo può quindi essere considerarato una laicizzazione del cristianesimo. Infatti, mentre i due primi elementi della triade rivoluzionaria, Libertà e Eguaglianza, si pretendono “diritti”, la Fratellanza è un imperativo etico, e su un imperativo etico si fonda niente più che una religione. Poteva ben dire Nietzsche che l’anarchismo è “platonismo per i poveri” (altro splendido aforisma). Questa concezione, oltre ad essere incongruente dal punto di vista logico, dimostra molte cose. La prima è che l’apparente equidistanza fra liberalismo e socialismo che lo slogan bakuniniano sembra palesare in superficie, si rivela assolutamente fallace, visto un netto sbilanciamento verso il collettivismo[7]. A dimostrazione del paradosso, il fatto che anche il rivoluzionario di Prjamuchino ha da proporre una sua triade rivoluzionaria, quella degli strumenti atti a  produrre la libertà nel socialismo e il socialismo nella libertà: “veleno, cappio e coltello”. A tal proposito ci viene in soccorso per mettere in evidenza l’aporia di questo ragionamento, l’aforisma dell’anarchico ultra-liberista David Friedman:
Ci sono solo tre modi per indurre gli altri a fare ciò che vuoi: l’amore, la forza, lo scambio.[8]
L’amore, di certo, funziona, ma, come la volontaria auto-somminitrazione di aglio, non può imporsi. Funziona solo con coloro i quali l’aglio già lo gradiscono. La forza funziona anch’essa. Veleno, cappio e coltello hanno gestito il mondo per tutto l’ ancient regime e, nei paesi in cui la proprietà è stata eliminata, anche oltre. Non si può comunque definire “anarchica” la condizione di infilare l’aglio giù per il gargarozzo ai recalcitranti. Rimane solo lo scambio, cioè l'accordo per cui A  acconsente ad aiutare B a realizzare il suo scopo se questi aiuta  A a realizzare il suo. L’idea che gli scopi e i gusti possano essere diversi non è, però, accettabile per chi ritiene che la felicità sociale stia in una ricetta uniforme e indiscutibile: aglio per tutti. Bakunin rigetta lo scambio e persegue i primi due sistemi, il primo, insufficiente, il secondo, incongruente.
George Orwell ha puntato bene su questo aspetto facendo anche notare la stretta connessione fra “amore” e “forza” quando ha scritto
L’opinione pubblica è meno tollerante di qualsiasi sistema di leggi. Quando gli esseri umani sono governati da un potere che impone loro di “non fare” questo o quello, possono concedersi una certa dose di eccentricità; quando sono governati, almeno in teoria, dall’ “amore” e dalla “ragione, l’individuo è sotto una continua pressione intesa a ottenere che si comporti e pensi esattamente come tutti gli altri[9].
Questa coercizione morale, vera forza che si impone sugli individui, che Bakunin, entro certi limiti, e Kropotkin, in toto, sembrano accettare, dimostra che una società senza stato non è necessariamente una società libera. Così, schiere di cultori dell’aforisma potranno anche mandare a memoria la verità e mezza contenuta nell’esortazione bakuniniana “Vuoi rendere impossibile per chiunque opprimere un suo simile? Allora, assicurati che nessuno abbia il potere”, ma si scorderanno che la comunità, lo collettività sono comunque un potere.
E’ qui che Proudhon viene fuori nella sua straordinaria attualità. Scevro da entusiasmo profetico, libero da abiti messianici, insensibile al fascino della fine della storia, egli propone un autogestione che si realizza mediante libere associazioni e liberi contratti. Qui non si cade, quindi, nella confusione fra amore e aglio. La società così concepita risulta costituita da una rete di liberi accordi mediante cui i singoli e le associazioni operaie (mutualismo), ma anche i gruppi sociali e gli enti locali (federalismo), si collegano fra loro regolando i propri interessi in piena autonomia. Proudhon abbraccia, cioè, la terza opzione proposta da Friedman, lo scambio. Aglio per chi lo vuole, alito fresco per gli altri.
Riguardo, poi, all'idea di costruire il comunismo sulla "fratellanza", Proudhon affermava che è come pretendere di "costruire la casa a partire dall'abbaiono". 
        Qualche conoscitore di aforismi non totalmente sprovveduto potrebbe, sulla scorta delle evidenziate comuni basi fra la concezione mutualista appena descritta e il liberalismo, ardire ad alzare la mano e denunciare in Proudhon uno sbilanciamento esattamente opposto rispetto a quello di Bakunin. Ciò sarebbe terribile ai suoi occhi, perché denunciare un ethos liberale implica denunciarne il “liberismo” e, tutti lo sanno nella sua classe, il liberalismo è "sfruttamento capitalistico". Il liberismo “estremo”, che poi sarebbe l'unico vero liberismo, infatti, è l’anarco-capitalismo di Murray Rothbard, una sorta di moloch per gli anarchici "di sinistra"[10]. Questo anarchico del primo banco però, potrebbe far bella figura solo in una classe differenziale. Infatti, l’equilibrio fra libertà e eguaglianza non viene da Proudhon ricercato in una statica sintesi fra i due elementi in antitesi, bensì, appunto, in un equilibrio dinamico, una tensione costante e irrisolvibile. La vita è così. Solo le cose morte sono date e finite. La miglior metafora è quella dell’equilibrista la cui asta si muove in su e in giù in modi apparentemente casuali, ma invece dettati dalle sempre mutevoli contingenze e che, se fossero fissati in anticipo, farebbero rovinare a terra il funambolo. Nessuna palingenesi. "Le antinomie - diceva Proudhon - non si risolvono più di quanto non si distruggano le polarità opposte di una pila elettrica". L’ “autogoverno dei produttori” costituisce, quindi,  un socialismo pluralista decentralizzato, cioè un sistema di equilibri in cui ognuno ottiene gli stessi vantaggi in compenso degli stessi servigi. Un sistema essenzialmente “egualitario” e “liberale”. Anni dopo sarà Francesco Saverio Merlino a esprimersi in termini simili. Il socialismo, diceva Merlino, è la condizione di eguaglianza nell’accesso al credito ed ai mezzi di produzione senza che i “capitalisti”, intesi qui come una casta politica innervata allo stato, impediscano la libera concorrenza e producano monopoli legali e rendite parassitarie. E’ questa un’ottica in cui il socialismo non è affatto rovesciamento del liberalismo, bensì suo superamento.[11] Con buona pace dei fautori dello sbilanciamento.  Le stesse cose poteva dire nel suo Paese, e con minor scandalo, il direttore di “Liberty”, Benjamin Tucker, anarchico statunitense tenacemente attaccato alla sua definizione di "socialista”. 
          Quanto all’anarco-capitalismo rothbardiano, un'ideologia politica che propone l'abolizione dello Stato e la sua sostituzione col libero mercato, il fatto che questi filo-capitalisti considerino Proudhon un nobile riferimento non implica la totale comunanza di vedute. E’ chiarissimo che l’anarco-capitalismo ribalta la concezione della proprietà del francese. Quest'ultimo, considerandola un abuso, la concepisce come un mezzo. I fini sono quelli di garantire la libertà e l'equità.  Quelli, gli anarcocapitalisti "ortodossi", considerandola un diritto naturale, della sua difesa fanno  un fine. Nella concezione libertarian, infatti, la sacralità attribuita alla proprietà comporta conseguenze discutibili per cui, se un monopolio nasce da una proprietà legittimamente acquisita o se il proprietario costituisce sulla base di legittime acquisizioni un dominio illiberale (volesse, cioè, obbligare tutte le pertinenze umane della sua proprietà - ad esempio gli individui che compongono la popolazione della sua città privata - ad una dieta a base di aglio), esso andrebbe comunque difeso dall’eventuale gruppo di “banditi” che ritenesse di ricostituire condizioni di maggiore equità. Questo "liberismo" si è scollato dal "liberalismo" e corre da solo. La parentela fra la visione mutualista di derivazione proudhoniana e l’anarco-capitalismo “classico” è, quindi, non strettissima. Ne è un esempio il seguente stralcio di un neo-mutualista contemporaneo, Kevin Carson,  esponente dell' "ala sinistra" di quella galassia "liberale" che viene  stigmatizzata come amica del capitale da coloro i quali, nutriti ad aforismi, continuano a confondere libero mercato e capitalismo:
Il capitalismo, venuto su come una nuova società di classe direttamente dalla vecchia società di classe del Medioevo, è stato fondato su un atto di rapina, tanto massiccio quanto la precedente conquista feudale della terra. E 'stato sostenuto fino ad oggi dall’ intervento dello Stato che continua a proteggere il suo sistema di privilegi, senza il quale la sua sopravvivenza sarebbe inimmaginabile.[12]
Questi periodi  sembrano estrapolati da un pamphlet di uno qualunque degli attivisti che si disperdono lungo lo spettro che va dal comunismo anarchico più retrò all’insurrezionalismo più à la page. Tutta gente che prende sul serio la frase del buon vecchio dandy “La moderazione è una cosa fatale. Nulla ha più successo dell'eccesso”. Eppure, i noti ripetitori di aforismi, che non sempre si vergognano di accompagnarsi ad esponenti della destra identitaria più retriva e xenofoba, cui sono accumunati dall’odio per la globalizzazione liberale e per la modernità borghese[13], palesano spesso un atteggiamento di scandalo dinanzi a chi si pone con mente aperta e disposizione sperimentale a maneggiare la scottante materia del libero scambio. Chiunque si confronti col pensiero liberale, più che eretico è un paria, un intoccabile colpevole di abiuria. Un’enciclopedia online ha coniato a tal fine la definizione di pseudoanarchico. E’, insomma,  un revisionista, quando non un anarco-capitalista sotto mentite spoglie. Questi pretenzoli dell' A cerchiata devono aver letto qualche aforisma critico di Noam Chomsky[14] ignorando che il noto linguista si definisce comunque “fondato nel pensiero liberale delle origini”. 
          Insomma, i libertari sembrano talvolta distribuire patenti di anarchismo in base all’aderenza delle altrui dichiarazioni con il proprio bagaglio di aforismi. Talvolta, addirittura, con la ortodossia - in termini aforistici, s’intende - delle loro frequentazioni. Sulla logica di questo tipo di giudizi è lecito nutrire qualche dubbio. Mefistofele, che Goethe vuole “parte di quella forza che persegue costantemente il male e realizza sempre il bene”, non si potrebbe certo definire personaggio dalle buone frequentazioni. Dove alloggia lui sono rare. Ma da quello zolfo, dice il grande tedesco, vengono buone cose. Da notare, piuttosto, che Giuda Iscariota frequentava, si dice, persone irreprensibili.
       In conclusione, se si abbandonasse qualche catechismo polveroso, si potrebbe anche azzardare qualche ardita idea. “E' ricercando l'impossibile che l'uomo ha sempre realizzato il possibile”. E’ di Bakunin.
 

 [1] Proudhon, P.G., Che cos’è la proprietà, Laterza, Bari, 1978
[2] Proudhon, P.G., La teoria della proprietà, Seam, Roma, 1998
 
[3] Cit. in Terglia, E., PropriSetà e anarchia in Proudhon, Edizioni La baronata, Lugano, 2007, pag. 19
 
[4] L’ideale anarchico, qualunque sia la sua forma, ha sempre aspirato, per definizione, verso uno smantellamento del potere statale. Io condivido questo ideale. Eppure, esso entra spesso in conflitto diretto con i miei obiettivi immediati, che sono di difendere, ossia rinforzare certi aspetti dell’autorità dello Stato. Oggi, nel quadro della nostra società, credo che la strategia degli anarchici sinceri debba essere di difendere certe istituzioni dello Stato contro gli assalti che subiscono, pur sforzandosi di costringerle ad aprirsi a una partecipazione popolare più ampia ed effettiva. (http://www.ecn.org/contropotere/press/298.htm )
 
[5] Bey’s anti-globalization ideology goes as far as to set up a facile opposition between globalization (‘sameness’) and the nation-state (‘difference’???). Bey states: “Like religion, the State has simply failed to ‘go away’ — in fact, in a bizarre extension of the thesis of ‘Society against the State,’ we can even reimagine the State as an institutional type of ‘custom and right’ which Society can wield (paradoxically) against an even more ‘final’ shape of power — that of ‘pure Capitalism.’” (http://theanarchistlibrary.org/HTML/Anonymous__The_Continuing_Appeal_of_Nationalism_among_Anarchists.html )
 
[6]  Watzslavick, P., Istruzioni per rendersi infelici, Feltrinelli, Milano, 1984,
 
[7] Su tali aspetti, autori libertari capaci di andare oltre gli aforismi hanno puntato la loro attenzione critica. Michel Onfray, ad esempio, scrive:
Bakunin si differenzia da Marx per i soli mezzi, non per i fini. Nei due pensatori si ritrova lo stesso sacrificio alla teleologia, all’ottimismo, la stessa credenza hegeliana nella possibilità di una fine e di un compimento della storia, un’identica comunione nell’odio per la proprietà privata ereditato da Rousseau, dal quale entrambi prendono in prestito la loro critica della modernità, il loro ridicolo discredito gettato sulla tecnica. Ambedue credono all’uomo totale, liberato dalle sue alienazioni per il semplice fatto di muoversi in una società senza classi. Conosciamo la storia (“La politica del ribelle”, ponte delle Grazie, 1998, Milano, pag. 92)
Massimo La Torre, da parte sua, dice
Duole dirlo, ma in Bakunin si ritrova una critica della democrazia e del parlamentarismo simile a quella antimoderna e antiegualitaria del romanticismo politico. (Ragionare, discutere, agire pubblicamente, negoziare (II)
"Una Città"n. 88 , Settembre 2000
 
[8] Friedman, D., L’ingranaggio della libertà, Liberilibri, Macerata, 1997, pag. 36
 
[9] Cit. in Woodcock, G., L’anarchia. Storia delle idée e dei movimenti libertari, Feltrinelli, Milano, 1977, pag. 73
 
[10] Rothbard, M., Per una nuova libertà. Il manifesto libertario, Liberilibri, Macerata, 1996
 
[11] Merlino, F. S. , Pro e contro il socialismo, Esposizione critica dei principi e dei sistemi socialisti, Milano, 1987, p. 41
 
[12] Cit. in Sheldon, R., Libertarian Left. Free-market anti-capitalism, the unknown ideal, American Conservative,http://www.amconmag.com/blog/libertarian-left
 
[13] Fraqueille, M., A destra di Porto Alegre, in Libertaria, 1-2004, 24-37
 
[14][Ad esempio “L'anarcocapitalismo, secondo me, è un sistema dottrinale che, se mai implementato, porterebbe a forme di tirannia e oppressione che hanno pochi uguali nella storia dell'umanità”
La gioia disarmante
post pubblicato in Storia delle Idee, il 11 luglio 2007

 La gioia disarmante
di Luigi Corvaglia

estratto da Ripensare l'anarchia (Lulu, 2007),
scaricabile  al link http://stores.lulu.com/store.php?fStoreID=1069152

                                                                Veri pirati noi siam,
                                                       contro il sistema lottiam,
                                                         ci esercitiamo a scuola
                                                              a far la faccia dura
                                                               per fare più paura


                                       Da una canzonetta del secolo scorso

La volontà di impotenza

Cos’hanno in comune Bakunin, Kropotkin, Proudhon, Tolstoj, Chomsky, Goodman, Malatesta e - mi si perdoni l’improvvisa caduta - Bonanno? Il solito sapientino in prima fila ha già alzato la mano. “Sono tutti anarchici!”. Come al solito, i primi della classe conoscono le risposte. I primi della classe sono degli idioti. Confondono quantità di nozioni e qualità delle conoscenze. I primi della classe conoscono le risposte; quelli veramente in gamba, magari, no. Però conoscono le domande. Certo. Sono tutte persone che si sono definite anarchiche. In superficie, sono accumunate da una etichetta. Più in profondità, però, balza una incommensurabile differenza, un apparentemente incompatibile approccio alla vita e agli uomini. Come conciliare gli evangelici proclami tolstoiani con la furia iconoclastica bakuniniana? E l’autonomia dell’intellettuale Goodman, che si limita a tracciare il limite della sua acquiescenza al potere, con la rivoluzione ruspante di Malatesta (“i fucili v’arimme date, i curtieddhi i ttinite; si vulite facite, sinnò vve futtite”)? E la democrazia “liberal” e beneducata di Chomsky come fa a quagliare con la pulsione pantaclastica di Bonanno? In effetti, l’ editore siciliano, più noto alle cronache che ai manuali, è posto “fra cotanto senno” solo perché permette, confrontato ai teorici dell’anarchismo che usiamo definire “classico”, di creare una retta che abbia ai suoi opposti due tipi psicologici apparentemente antitetici, in modo da farne una osservazione antropologica comparata. Ad un polo, il mutuo appoggio e l’autogestione, l’epitome dell’ecumenismo socialista , all’altro, questo personaggio scivolato fuori da I Demoni di Dostoveskij che ci permette di cogliere, nonostante la diversità formale, l’ immutabilità nel tempo di alcune categorie psicologiche. Come ogni primo della classe, Alfredo Maria Bonanno, plurilaureato, conosce le risposte. Come ogni primo della classe, ha molte idee, ma confuse.

Kropotkin, buon diavolo, a differenza del citato rivoluzionario siculo, aveva poche idee, ma chiare. Una era che esistesse una essenzialità umana e che questa fosse benigna; da qui la tendenza al mutuo appoggio, legge dettata dalla “autorità naturale”, mentre gli elementi egoistici e competitivi sarebbero stati frutto delle condizioni di vita sotto l’autorità, questa artificiale, dello Stato. L’altra – le idee, alla fine, erano solo due - che l’anarchismo fosse l’applicazione delle conoscenze scientifiche, positive, all’uomo, in modo da ricondurlo alla condizione “naturale”. Idee semplici e belle. Peccato che fossero sbagliate. Eppure, gran parte dell’anarchismo “classico” si struttura intorno a questo nucleo, in fondo, ottimista e romantico, che attribuisce alle “leggi naturali” il ruolo di faro che regolamenta la convivenza degli uomini, quando la benda dell’autorità artificiale dello Stato non arrivi a produrre la cecità. “Gli anarchici sono dei santi”, diceva il mai troppo compianto Leo Ferrè. No. A predicare un manicheismo che vede un regno contaminato, nel quale siamo immersi nel presente, contrapposto ad una nuova Gerusalemme incontaminata nel futuro, più che santi, si è preti.

Nietzsche, che dei preti non aveva la minima stima, ci farebbe notare un paradosso. Direbbe che la convivenza ordinata e razionale degli uomini nella condizione di natura kropotkiniana è apollinea. Lo Stato, portando il disordine nell’ordine naturale, è dionisiaco. Lo Stato genera anarchia! La rivoluzione mira ad abbattere lo Stato e instaurare l’ordine naturale! Nietzsche direbbe anche un’altra cosa; anzi, l’ha detta. Come ci ricorda Saul Newman, giovane teorico del post-anarchismo, il baffone riteneva che dietro ogni esaltazione dell’amore e dell’umiltà, dietro ogni “moralità da schiavi” ci fosse nient’altro che il risentimento (“… risentimento. Questa pianta fiorisce quanto mai splendida tra gli anarchici”, scrisse in Genealogia della morale[1]). Anticipando alcune delle concezioni psicoanalitiche che avrebbero ammorbato il novecento, Nietzsche affermava che l’esaltazione dei deboli e dell’amore fraterno, tipica del cristianesimo e del socialismo, è frutto dell’impotenza e della paura che da questa deriva, nonché dall’invidia della potenza altrui. Poiché io temo che il mio vicino possa colpirmi, gli dico che lo amo. Se fossi più forte gli mostrerei apertamente il mio disprezzo. La volontà di potenza, davanti alla coscienza dell’impotenza, si trasforma in un desiderio di universale impotenza. Avrebbero iniziato gli Ebrei, mossi dal risentimento, dall’odio scaturito dall’impotenza, a rovesciare il senso dei valori, utilizzando le attribuzioni positive (bello, buono, ecc.), inizialmente inventate dall’aristocrazia per definire se stessa contro la feccia dei miserabili, a loro stessi, i deboli[2]. Questo è lo spirito cristiano. Risentimento. Questo è il socialismo, questo l’anarchismo. Preti. E la rivoluzione? Per il tenero Kropotkin, la rivoluzione aveva il fine di assicurare che a nessuno rimanesse nemmeno un tanto che gli permettesse di sfruttare un altro uomo. La parola d’ordine è “espropriazione”. In La conquista del pane[3], il principe russo si occupava di come ripartire la produzione a tutti gli uomini, a ciascuno secondo i suoi bisogni. A ciascuno secondo i suoi bisogni? Per Nietzsche, questa è pura follia. Contano dunque i bisogni e non le persone? C’è equivalenza fra gli individui? Inconcepibile.

Chi, invece, gode delle simpatie del pensatore che, si dice, impazzì vedendo picchiare un povero cavallo? Si sa, un uomo che, scevro da abiti ipocritamente monacali, privo di missioni di amore e insensibile alla moralità, astuto e determinato dica, come Re Lear prossimo alla follia, “Farò delle cose (Quali, ancora non so) ma saranno il terrore del mondo.”

Leggiamo, invece, ora, alla luce di quanto abbiamo detto, alcune chicche estratte dall’opera del nostro contemporaneo teorico della insurrezione “fai da te”. In un noto pamphlet dalla punteggiatura più anarchica del contenuto, intitolato La gioia armata[4], così parlò Alfredo Maria Bonanno:

I rivoluzionari sono gente pia. La rivoluzione no.

Questo è un quasi plagio di Max Stirner (“gli atei sono gente pia”) -, autore che Nietzche stimava al punto che temeva che un giorno qualcuno avrebbe potuto dire che lo aveva plagiato – per definire lo stesso concetto. In altri termini, che il rivoluzionario classico, che vuole sostituire una organizzazione con un’altra, è uno stupido religioso. A conferma, ipse dixit:

Il cristianesimo e i movimenti rivoluzionari si danno la mano attraverso la storia. Bisogna soffrire per conquistare il paradiso o per acquisire la coscienza di classe che porterà alla rivoluzione.

Allora, ci sarebbe da chiedersi quali fini dovrebbe avere la rivoluzione e come andrebbe condotta. Il nostro non ci fa attendere. La ricetta – c’è poco da fare, tutti hanno una ricetta – pare che sia quella di sostituire la sofferenza, l’etica del sacrificio e del lavoro con il gioco e la gioia. Qualche primo della classe potrà dire che non è una novità, che lo aveva già detto quel buontempone di Marcuse. Vero, però la concezione di trastullo che il matamoros della Trinacria palesa è un filino più varia dell’erotismo antiproduttivo del francofortese:

Ci si nausea delle riunioni, delle letture dei classici, delle inutili manifestazioni, delle discussioni teoriche che spaccano il capello in quattro, delle distinzioni all’infinito, della monotonia e dello squallore di certe analisi politiche. A tutto ciò si preferisce far l’amore, fumare, ascoltare musica, camminare, dormire, ridere, giocare, uccidere i poliziotti, spezzare le gambe ai giornalisti, giustiziare i magistrati, far saltare in aria le caserme dei carabinieri.

Dev’essere stato un bambino interessante. Ognuno ha diritto ad un hobby, diceva il protagonista di “I sabotatori” di E. Abbey. Sia chiaro che chi scrive non manifesta sconcerto o è solito fare la vergine violata davanti a proclami rivoluzionari. Come disse il grande marciatore, nonché nuotatore, di Pechino, la rivoluzione non è un pranzo di gala e non si fa in guanti bianchi. Bisognerebbe, però, intendersi sul concetto e sulle finalità della rivoluzione. Mentre per il buon Kropotkin la rivoluzione mirava a costruire un nuovo assetto in cui “si tragga profitto dall’iniziativa del lavoratore e del contadino e dei loro gruppi[5]” A quanto pare, la gioia armata, oltre che mezzo, è già anche fine:

La rivoluzione sarà sempre e soltanto negazione del lavoro, affermazione della gioia. Ogni tentativo di imporre l’idea di un lavoro “solo lavoro”, senza sfruttamento, di un lavoro “autogestito”, di un lavoro in cui lo sfruttato si riappropria della totalità del processo produttivo, è una mistificazione. (…) Spenta la lotta, l’autogestione è solo la gestione del proprio sfruttamento.

Il gioco non è un “trastullo”, ma un’arma di lotta.

La gioia è mortale all’interno dello spettacolo del capitale.

Pensate che meravigliosa esplosione di gioia, che grande salto creativo in avanti, che straordinario scopo “privo di scopo”(…) gioia in azione.

Così, criticando la pericolosa carica di autoritarismo che è insita in quei barbosi che fanno la rivoluzione senza gioia, Alfredo Maria ironizza:

Un bel mattino, nel corso di una manifestazione pacifica, autorizzata dalla questura, quando i poliziotti cominciano a sparare, la struttura reagisce, anche i compagni sparano, i poliziotti cadono. Anatema! La manifestazione era pacifica. Essendo scaduta nella guerriglia spicciola, deve esserci stata una provocazione. (…) Sbrigati compagno, spara subito sul poliziotto, sul magistrato, sul padrone, prima che una nuova polizia te lo impedisca. Sbrigati a dire di no prima che una nuova repressione ti convinca che dire di non è insensato e pazzesco e che è giusto che accetti l’ospitalità dei manicomi. Sbrigati ad attaccare il capitale, prima che una nuova ideologia te lo renda sacro. Sbrigati a rifiutare il lavoro, prima che qualche nuovo sofista ti dica, ancora una volta, che “il lavoro rende liberi”. Sbrigati a giocare. Sbrigati ad armarti.

Fermiamoci un attimo a riflettere. Se si limitasse a leggere quanto riportato qui, Nietzsche porrebbe la sua poco aggraziata faccia nell’espressione del ghigno di chi, al fondo di un fastidio – qui si propaganda di destabilizzare l’ordine imposto dai vincitori da parte della plebaglia, dei deboli - , riesce a provare anche simpatia, sicuramente molta di più di quanta ne aveva mostrata per il pretume kropotkiniano. Qui, c’è, è evidente per chiunque la voglia vedere, una concezione fortemente “aristocratica”, sotto molti punti di vista. Intanto, i vincitori della moderna società capitalistica non sono gli “uomini nobili” vagheggiati come “tiranni-artisti” dal tedesco, ma dei volgari piccoli uomini coalizzati in strutture di forza, sulla base del volgare denaro, in grado di vincere anche contro i “migliori”. Del resto, lo stesso pensatore di Lutzen riteneva lo Stato “una terribile tirannia, un macchinario repressivo e implacabile”. In secondo luogo, aristocratico, appunto da tiranno-artista, è il disprezzo del colto nichilista per la moralità comune. Nietzsche diceva che dire “non fare ad altri quello che non vuoi che vanga fatto a te” comporta la folle concezione che esista una “equivalenza fra le mie azioni e le tue”. Le sofferenze dei piccoli uomini non contano nulla se permettono l’espressione di un grande uomo. Così, “a ciascuno secondo i suoi bisogni” è una follia tanto per l’alemanno ispiratore, suo malgrado, del nazismo, quanto per il catanese, ispiratore, ben contento, dell’insurrezionalismo as we know it. Non esiste equivalenza, le azioni non si contabilizzano, gli uomini non si pesano. Scrive sempre Bonanno:

Uccidendo un poliziotto, non si pesano le sue responsabilità, non si aritmizza lo scontro di classe. Non ci si programma una visione del rapporto tra movimento rivoluzionario e sfruttatori. Si risponde, sul piano immediato, ad un’esigenza che si è venuta a strutturare all’interno del movimento rivoluzionario, un’esigenza che tutte le analisi e tutte le giustificazioni di questo mondo, da sole, non avrebbero mai potuto imporre. Questa esigenza è l’attacco del nemico, dello sfruttatore, dei suoi servi.

Questo ci porta ad un altro aspetto gradevole per il vecchio Friederick, cioè l’esaltazione di uno spirito vitale bastante a sé e che gode della propria “potenza”; lo stesso discorso vale per il disprezzo per la canaille costituita dalla massa dei “brutti e degli informi”, questi animali bipedi piegati dall’etica del lavoro e recitanti la parte assegnatagli nello “spettacolo del capitale”. E qui non c’è ideale apollineo. Il baccanale orgiastico, mezzo e fine, è pura dionisicità. Non ci sono da instaurare nuovi ordini, secondo la logica antistatale, ma eterno disordine, vitale incertezza contro la morte dell’organizzazione utile al capitale ed alla cristallizazione di classi di potere. Anche questo abbracciare l’incertezza sarebbe piaciuta a Nietzsche, che consigliava “Costruite le vostre case alle falde del Vesuvio!” (Non che non sia stato ascoltato…).

In definitiva, si ritrova in questo catechista immorale molto dell’ Ubermensch nietzsciano: è in grado di accettare la vita nella sua interezza caotica e irrazionale, con spirito dionisiaco e gioioso, è capace di reggere alla “morte di Dio” (anzi, la ricerca), cioè l’annullamento di tutti i valori morali tradizionali. Ma, attenzione, che spirito dionisiaco significa affermazione della vita, quindi volontà di potenza. Volontà di potenza? Ma non si parlava di anarchismo e lotta al potere? E qui casca l’asino.

La gaia incoscienza

Ci viene in soccorso Saul Newman[6]. Lo studioso inglese sottolinea l’aspetto manicheo di tutte le idee radicali. Se, nell’anarchismo, l’uomo (razionale), e la società (razionale ed autosufficiente), è in opposizione netta al potere e allo Stato (immorali e irrazionali), è ovvio che l’idea fondante è che individuo e società siano incontaminati dal potere. C’è un luogo sede del potere ed uno sede della rivolta. Ma già Bakunin parlava di un “principio di potere”, cioè di un desiderio innato di potere in ogni individuo, e lo stesso Kropotkin affermava che “gli uomini sono innamorati dell’autorità”. Il mondo libero dal potere è minacciato dal desiderio di potere latente in ogni individuo. Le categorie essenzialiste (l’uomo è morale e razionale, ad esempio), non possono essere imposte senza la radicale esclusione di altre identità. Newman ci ricorda che questa esclusione, questo taglio di bisturi, è un atto di potere. Il potere ritorna attraverso le strutture dell’esclusione stessa. Bene, è proprio questo tentativo di escludere il potere da sé e dagli altri che Nietzsche metteva in connessione con quel “risentimento” da cui si era partiti, ricordate? Il primo della classe annuisce. Ma il potere non ha un luogo. Il potere non ha un centro. Il potere – diceva Foucault[7] – è dappertutto. Il potere non è “macrofisico”, con un suo centro individuabile (quale lo Stato o il “Capitale”), ma “microfisico”, interstiziale, rizomatica metastasi non resecabile chirurgicamente. Il potere è un rapporto di forze nei quali si è tutti avviluppati, anche nella nostra quotidianità. Siamo tutti oppressi e oppressori, a cominciare da quando facciamo la spesa al supermarket. Bonanno, da primo della classe, avrà una risposta e, probabilmente, sarà quella di far saltare il supermarket. Gioiosamente, si intende. Ma non si pone domande. Una buona domanda potrebbe essere “è possibile sottrarsi al potere?”. Foucault, il libertario, è chiaro: il potere “è il modo di azione sulle azioni degli altri”, cioè l’effetto di una azione sull’azione di qualcun’ altro. Quindi, finché viviamo e agiamo, no, non possiamo eliminare il potere. Far saltare il supermarket è semplicemente una delle forze in azione in un groviglio di azioni che hanno effetti su altre azioni. E’ volontà di potenza che si gioca la sua carta in competizione con le altre volontà di potenza. Questo concetto dell’equilibrio fra pretese ricorda, paradossalmente, il concetto di “mercato della forza” caro ai giuristi di orientamento anarco-capitalista – “il primo mercato è quello della forza” -, cioè dei liberali-liberisti estremi che godono di tutto il disprezzo disponibile dei missionari della palingenesi quali il Bonanno. E’ chiaro che nelle sacrestie delle cattedrali antiautoritarie non si diffonde la coscienza di un fatto essenziale. Eppure Foucault lo ha ribadito spesso. In poche parole, una cosa è il “potere”, cioè il modo in cui le nostre azioni producono effetti sugli altri e le loro azioni, in quell’equilibrio di pretese ed aspettative che poi è base del “diritto”, e altra cosa è la “dominazione”. Il libero flusso di relazioni di potere, il “mercato” concorrenziale dei nostri poteri, può cristallizzarsi, condensarsi, sclerotizzarsi in masse tumorali fisse dando luogo a relazioni gerarchiche statiche e non più cangianti al mutare degli equilibri autopoietici. La dominazione è il potere concentrato. Il potere fluido, costituito dalle nostre piccole capacità offensive, si costituisce in un “monopolio” dalle immani potenzialità offensive, in grado anche di espropriarci di quel minimo di potere che prima avevamo. Lo Stato, secondo Foucault, è l’assemblaggio di diverse relazioni di potere che si cristallizzano affossando, potremmo dire, la concorrenzialità del mercato di pretese. Mentre per gli anarchici il potere deriva dallo Stato, per Foucault lo Stato deriva dal potere. E’ la cristallizazione del potere in forma di dominazione. Quando gli anarchici combattono il potere, combattono anche se stessi e rischiano di imporre un altro tipo di potere, quando si accaniscono contro i rapporti di dominazione stanno invece, appropriatamente, ricreando il “mercato”. Ma questo comporta il desiderare il proprio potere e quello degli altri, forze edoniche e dionisiache (l’uomo è “macchina desiderante”, dirà Deleuze) da riassettarsi in continui rinegoziabili giochi d’equilibrio. E’ sulla base di simili processi logici che le correnti più laiche dell’anarchismo, da Proudhon in poi, hanno ritenuto che la libera scelta sia il fine dell’azione libertaria e che questa libera scelta sia possibile solo in una condizione che, per estensione, chiamiamo “di mercato”. Far saltare il supermercato, Bonanno non lo sa, rientra proprio in una logica di mercato, non è funzionale alla lotta al potere, ma potrebbe avere un senso nella lotta alla dominazione, per quanto molto di meno di azioni meno scoppiettanti, più articolate e più precise. Il mercato comporta ogni tipo di opzione, compresa la non azione e il boicottaggio. Anche i centri sociali occupati sono nel mercato.

Dura da mandar giù una denuncia di “liberismo” per uno che, come Bonanno, si è sognato un altro essenzialismo umano – quando ci libereremo di questi etichettatori e psicologi improvvisati? – caratterizzato dal “bisogno di comunismo”. Mica solo quello. Nelle pagine di Bonanno si trovano altri esilaranti psicologismi, come il “bisogno di non lavoro”. Cioè, non la scelta del comunismo e quella del non lavoro, che sono opzioni sempre possibili in una logica mercatista, ma proprio i bisogni di queste buone cose. Buone per lui, è chiaro. Ma se una cosa è un bisogno “naturale” (di nuovo..), si impone da sé. Il naturale, razionale, apollineo si impone sul dionisiaco, anche se appare il contrario. Metafisica. I rivoluzionari sono gente pia. Preti. Partire da assunti di base necessitanti non può che forgiare missionari. Ed ecco che, nonostante la formale differenza fra la palingenesi romantica e pantaclastica del nostro e lo spirito comunitaristico di Kropotkin, pseudo-psicologo anch’egli, scopritore del “bisogno di mutuo appoggio”[8], si palesa agli occhi dei più attenti – che non sono necessariamente i primi della classe - lo stesso marchio di fabbrica dell’utopismo. Ovunque, infatti, si parta da indubitabili verità “naturali”, essenzialistiche, che non necessitano di dimostrazione, sarà facile individuare l’origine dei mali e i relativi rimedi e subito qualcuno deciderà di intervenire a salvare il mondo con azioni chirurgiche non richieste. Preti. Alla fine, l’Oltre-uomo anarchico che avrebbe acceso le speranze di Nietzsche, si rivela un coattivo sacerdote della palingenesi comunista, un attore della liturgia del risentimento, un catechista della volontà di potenza, si gioiosa e apparentemente dionisiaca, ma finalizzata, incongruentemente, alla religione comunista, un culto apollineo e razionale come un qualunque mutuo appoggio. Nietzsche avrebbe sputato su un simile ibrido.

I missionari mi piace vederli, come nei fumetti, bollire nel pentolone dei cannibali. Mangiamoci i missionari, compagni! Mangiamoci gli autoritari dell’antiautoritarismo che vogliono una “reductio ad unum” dell’enorme varietà del possibile e dello sperimentabile. Abbasso i cultori del “naturale” e dell’apollineo. Mangiamoci i missionari dell’unica Verità. Scegliamoci le nostre verità dal bancone delle fiere del possibile senza limiti. Spariamo ai preti alla fine dei nostri baccanali. Apriamo le porte ad un mondo in cui Dio è morto. Viva l’uomo. Abbasso i primi della classe.



[2] I miserabili soltanto sono buoni, solo i poveri, gl’impotenti, gli umili sono buoni, i sofferenti, gli indigenti, gli infermi, i deformi sono anche gli unici devoti, gli unici uomini pii, per i quali soli esiste una beatitudine – mentre invece voi, voi nobili e potenti, siete per l’eternità i malvagi, i crudeli, i lascivi, gl’insaziati, gli empi, e sarete anche eternamente gli sciagurati, i maledetti, i dannati! (Nietzsche, Genealogia della morale)

[3] Kropotkin, P., The Conquest of Bread, Elephant Editions, London, 1990

[4] Bonanno, A. M., La gioia armata Ed. di Anarchismo, Catania, 1977 (passim)

[5] In Cesare E. Araldi, L’essenza dell’anarchia, Ipazia, Catania, 1979, pagg. 57-58

[7] Foucault, M., Microfisica del potere. Interventi politici, Einaudi, Torino, 1977

[8] Ma questo, almeno, con la denominazione di bisogno di “attaccamento” è stato dimostrato, per quanto convivente con quello di “agonismo”.

Sfoglia marzo        settembre
il mio profilo
tag cloud
links
calendario
cerca