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La gioia disarmante
post pubblicato in Storia delle Idee, il 11 luglio 2007

 La gioia disarmante
di Luigi Corvaglia

estratto da Ripensare l'anarchia (Lulu, 2007),
scaricabile  al link http://stores.lulu.com/store.php?fStoreID=1069152

                                                                Veri pirati noi siam,
                                                       contro il sistema lottiam,
                                                         ci esercitiamo a scuola
                                                              a far la faccia dura
                                                               per fare più paura


                                       Da una canzonetta del secolo scorso

La volontà di impotenza

Cos’hanno in comune Bakunin, Kropotkin, Proudhon, Tolstoj, Chomsky, Goodman, Malatesta e - mi si perdoni l’improvvisa caduta - Bonanno? Il solito sapientino in prima fila ha già alzato la mano. “Sono tutti anarchici!”. Come al solito, i primi della classe conoscono le risposte. I primi della classe sono degli idioti. Confondono quantità di nozioni e qualità delle conoscenze. I primi della classe conoscono le risposte; quelli veramente in gamba, magari, no. Però conoscono le domande. Certo. Sono tutte persone che si sono definite anarchiche. In superficie, sono accumunate da una etichetta. Più in profondità, però, balza una incommensurabile differenza, un apparentemente incompatibile approccio alla vita e agli uomini. Come conciliare gli evangelici proclami tolstoiani con la furia iconoclastica bakuniniana? E l’autonomia dell’intellettuale Goodman, che si limita a tracciare il limite della sua acquiescenza al potere, con la rivoluzione ruspante di Malatesta (“i fucili v’arimme date, i curtieddhi i ttinite; si vulite facite, sinnò vve futtite”)? E la democrazia “liberal” e beneducata di Chomsky come fa a quagliare con la pulsione pantaclastica di Bonanno? In effetti, l’ editore siciliano, più noto alle cronache che ai manuali, è posto “fra cotanto senno” solo perché permette, confrontato ai teorici dell’anarchismo che usiamo definire “classico”, di creare una retta che abbia ai suoi opposti due tipi psicologici apparentemente antitetici, in modo da farne una osservazione antropologica comparata. Ad un polo, il mutuo appoggio e l’autogestione, l’epitome dell’ecumenismo socialista , all’altro, questo personaggio scivolato fuori da I Demoni di Dostoveskij che ci permette di cogliere, nonostante la diversità formale, l’ immutabilità nel tempo di alcune categorie psicologiche. Come ogni primo della classe, Alfredo Maria Bonanno, plurilaureato, conosce le risposte. Come ogni primo della classe, ha molte idee, ma confuse.

Kropotkin, buon diavolo, a differenza del citato rivoluzionario siculo, aveva poche idee, ma chiare. Una era che esistesse una essenzialità umana e che questa fosse benigna; da qui la tendenza al mutuo appoggio, legge dettata dalla “autorità naturale”, mentre gli elementi egoistici e competitivi sarebbero stati frutto delle condizioni di vita sotto l’autorità, questa artificiale, dello Stato. L’altra – le idee, alla fine, erano solo due - che l’anarchismo fosse l’applicazione delle conoscenze scientifiche, positive, all’uomo, in modo da ricondurlo alla condizione “naturale”. Idee semplici e belle. Peccato che fossero sbagliate. Eppure, gran parte dell’anarchismo “classico” si struttura intorno a questo nucleo, in fondo, ottimista e romantico, che attribuisce alle “leggi naturali” il ruolo di faro che regolamenta la convivenza degli uomini, quando la benda dell’autorità artificiale dello Stato non arrivi a produrre la cecità. “Gli anarchici sono dei santi”, diceva il mai troppo compianto Leo Ferrè. No. A predicare un manicheismo che vede un regno contaminato, nel quale siamo immersi nel presente, contrapposto ad una nuova Gerusalemme incontaminata nel futuro, più che santi, si è preti.

Nietzsche, che dei preti non aveva la minima stima, ci farebbe notare un paradosso. Direbbe che la convivenza ordinata e razionale degli uomini nella condizione di natura kropotkiniana è apollinea. Lo Stato, portando il disordine nell’ordine naturale, è dionisiaco. Lo Stato genera anarchia! La rivoluzione mira ad abbattere lo Stato e instaurare l’ordine naturale! Nietzsche direbbe anche un’altra cosa; anzi, l’ha detta. Come ci ricorda Saul Newman, giovane teorico del post-anarchismo, il baffone riteneva che dietro ogni esaltazione dell’amore e dell’umiltà, dietro ogni “moralità da schiavi” ci fosse nient’altro che il risentimento (“… risentimento. Questa pianta fiorisce quanto mai splendida tra gli anarchici”, scrisse in Genealogia della morale[1]). Anticipando alcune delle concezioni psicoanalitiche che avrebbero ammorbato il novecento, Nietzsche affermava che l’esaltazione dei deboli e dell’amore fraterno, tipica del cristianesimo e del socialismo, è frutto dell’impotenza e della paura che da questa deriva, nonché dall’invidia della potenza altrui. Poiché io temo che il mio vicino possa colpirmi, gli dico che lo amo. Se fossi più forte gli mostrerei apertamente il mio disprezzo. La volontà di potenza, davanti alla coscienza dell’impotenza, si trasforma in un desiderio di universale impotenza. Avrebbero iniziato gli Ebrei, mossi dal risentimento, dall’odio scaturito dall’impotenza, a rovesciare il senso dei valori, utilizzando le attribuzioni positive (bello, buono, ecc.), inizialmente inventate dall’aristocrazia per definire se stessa contro la feccia dei miserabili, a loro stessi, i deboli[2]. Questo è lo spirito cristiano. Risentimento. Questo è il socialismo, questo l’anarchismo. Preti. E la rivoluzione? Per il tenero Kropotkin, la rivoluzione aveva il fine di assicurare che a nessuno rimanesse nemmeno un tanto che gli permettesse di sfruttare un altro uomo. La parola d’ordine è “espropriazione”. In La conquista del pane[3], il principe russo si occupava di come ripartire la produzione a tutti gli uomini, a ciascuno secondo i suoi bisogni. A ciascuno secondo i suoi bisogni? Per Nietzsche, questa è pura follia. Contano dunque i bisogni e non le persone? C’è equivalenza fra gli individui? Inconcepibile.

Chi, invece, gode delle simpatie del pensatore che, si dice, impazzì vedendo picchiare un povero cavallo? Si sa, un uomo che, scevro da abiti ipocritamente monacali, privo di missioni di amore e insensibile alla moralità, astuto e determinato dica, come Re Lear prossimo alla follia, “Farò delle cose (Quali, ancora non so) ma saranno il terrore del mondo.”

Leggiamo, invece, ora, alla luce di quanto abbiamo detto, alcune chicche estratte dall’opera del nostro contemporaneo teorico della insurrezione “fai da te”. In un noto pamphlet dalla punteggiatura più anarchica del contenuto, intitolato La gioia armata[4], così parlò Alfredo Maria Bonanno:

I rivoluzionari sono gente pia. La rivoluzione no.

Questo è un quasi plagio di Max Stirner (“gli atei sono gente pia”) -, autore che Nietzche stimava al punto che temeva che un giorno qualcuno avrebbe potuto dire che lo aveva plagiato – per definire lo stesso concetto. In altri termini, che il rivoluzionario classico, che vuole sostituire una organizzazione con un’altra, è uno stupido religioso. A conferma, ipse dixit:

Il cristianesimo e i movimenti rivoluzionari si danno la mano attraverso la storia. Bisogna soffrire per conquistare il paradiso o per acquisire la coscienza di classe che porterà alla rivoluzione.

Allora, ci sarebbe da chiedersi quali fini dovrebbe avere la rivoluzione e come andrebbe condotta. Il nostro non ci fa attendere. La ricetta – c’è poco da fare, tutti hanno una ricetta – pare che sia quella di sostituire la sofferenza, l’etica del sacrificio e del lavoro con il gioco e la gioia. Qualche primo della classe potrà dire che non è una novità, che lo aveva già detto quel buontempone di Marcuse. Vero, però la concezione di trastullo che il matamoros della Trinacria palesa è un filino più varia dell’erotismo antiproduttivo del francofortese:

Ci si nausea delle riunioni, delle letture dei classici, delle inutili manifestazioni, delle discussioni teoriche che spaccano il capello in quattro, delle distinzioni all’infinito, della monotonia e dello squallore di certe analisi politiche. A tutto ciò si preferisce far l’amore, fumare, ascoltare musica, camminare, dormire, ridere, giocare, uccidere i poliziotti, spezzare le gambe ai giornalisti, giustiziare i magistrati, far saltare in aria le caserme dei carabinieri.

Dev’essere stato un bambino interessante. Ognuno ha diritto ad un hobby, diceva il protagonista di “I sabotatori” di E. Abbey. Sia chiaro che chi scrive non manifesta sconcerto o è solito fare la vergine violata davanti a proclami rivoluzionari. Come disse il grande marciatore, nonché nuotatore, di Pechino, la rivoluzione non è un pranzo di gala e non si fa in guanti bianchi. Bisognerebbe, però, intendersi sul concetto e sulle finalità della rivoluzione. Mentre per il buon Kropotkin la rivoluzione mirava a costruire un nuovo assetto in cui “si tragga profitto dall’iniziativa del lavoratore e del contadino e dei loro gruppi[5]” A quanto pare, la gioia armata, oltre che mezzo, è già anche fine:

La rivoluzione sarà sempre e soltanto negazione del lavoro, affermazione della gioia. Ogni tentativo di imporre l’idea di un lavoro “solo lavoro”, senza sfruttamento, di un lavoro “autogestito”, di un lavoro in cui lo sfruttato si riappropria della totalità del processo produttivo, è una mistificazione. (…) Spenta la lotta, l’autogestione è solo la gestione del proprio sfruttamento.

Il gioco non è un “trastullo”, ma un’arma di lotta.

La gioia è mortale all’interno dello spettacolo del capitale.

Pensate che meravigliosa esplosione di gioia, che grande salto creativo in avanti, che straordinario scopo “privo di scopo”(…) gioia in azione.

Così, criticando la pericolosa carica di autoritarismo che è insita in quei barbosi che fanno la rivoluzione senza gioia, Alfredo Maria ironizza:

Un bel mattino, nel corso di una manifestazione pacifica, autorizzata dalla questura, quando i poliziotti cominciano a sparare, la struttura reagisce, anche i compagni sparano, i poliziotti cadono. Anatema! La manifestazione era pacifica. Essendo scaduta nella guerriglia spicciola, deve esserci stata una provocazione. (…) Sbrigati compagno, spara subito sul poliziotto, sul magistrato, sul padrone, prima che una nuova polizia te lo impedisca. Sbrigati a dire di no prima che una nuova repressione ti convinca che dire di non è insensato e pazzesco e che è giusto che accetti l’ospitalità dei manicomi. Sbrigati ad attaccare il capitale, prima che una nuova ideologia te lo renda sacro. Sbrigati a rifiutare il lavoro, prima che qualche nuovo sofista ti dica, ancora una volta, che “il lavoro rende liberi”. Sbrigati a giocare. Sbrigati ad armarti.

Fermiamoci un attimo a riflettere. Se si limitasse a leggere quanto riportato qui, Nietzsche porrebbe la sua poco aggraziata faccia nell’espressione del ghigno di chi, al fondo di un fastidio – qui si propaganda di destabilizzare l’ordine imposto dai vincitori da parte della plebaglia, dei deboli - , riesce a provare anche simpatia, sicuramente molta di più di quanta ne aveva mostrata per il pretume kropotkiniano. Qui, c’è, è evidente per chiunque la voglia vedere, una concezione fortemente “aristocratica”, sotto molti punti di vista. Intanto, i vincitori della moderna società capitalistica non sono gli “uomini nobili” vagheggiati come “tiranni-artisti” dal tedesco, ma dei volgari piccoli uomini coalizzati in strutture di forza, sulla base del volgare denaro, in grado di vincere anche contro i “migliori”. Del resto, lo stesso pensatore di Lutzen riteneva lo Stato “una terribile tirannia, un macchinario repressivo e implacabile”. In secondo luogo, aristocratico, appunto da tiranno-artista, è il disprezzo del colto nichilista per la moralità comune. Nietzsche diceva che dire “non fare ad altri quello che non vuoi che vanga fatto a te” comporta la folle concezione che esista una “equivalenza fra le mie azioni e le tue”. Le sofferenze dei piccoli uomini non contano nulla se permettono l’espressione di un grande uomo. Così, “a ciascuno secondo i suoi bisogni” è una follia tanto per l’alemanno ispiratore, suo malgrado, del nazismo, quanto per il catanese, ispiratore, ben contento, dell’insurrezionalismo as we know it. Non esiste equivalenza, le azioni non si contabilizzano, gli uomini non si pesano. Scrive sempre Bonanno:

Uccidendo un poliziotto, non si pesano le sue responsabilità, non si aritmizza lo scontro di classe. Non ci si programma una visione del rapporto tra movimento rivoluzionario e sfruttatori. Si risponde, sul piano immediato, ad un’esigenza che si è venuta a strutturare all’interno del movimento rivoluzionario, un’esigenza che tutte le analisi e tutte le giustificazioni di questo mondo, da sole, non avrebbero mai potuto imporre. Questa esigenza è l’attacco del nemico, dello sfruttatore, dei suoi servi.

Questo ci porta ad un altro aspetto gradevole per il vecchio Friederick, cioè l’esaltazione di uno spirito vitale bastante a sé e che gode della propria “potenza”; lo stesso discorso vale per il disprezzo per la canaille costituita dalla massa dei “brutti e degli informi”, questi animali bipedi piegati dall’etica del lavoro e recitanti la parte assegnatagli nello “spettacolo del capitale”. E qui non c’è ideale apollineo. Il baccanale orgiastico, mezzo e fine, è pura dionisicità. Non ci sono da instaurare nuovi ordini, secondo la logica antistatale, ma eterno disordine, vitale incertezza contro la morte dell’organizzazione utile al capitale ed alla cristallizazione di classi di potere. Anche questo abbracciare l’incertezza sarebbe piaciuta a Nietzsche, che consigliava “Costruite le vostre case alle falde del Vesuvio!” (Non che non sia stato ascoltato…).

In definitiva, si ritrova in questo catechista immorale molto dell’ Ubermensch nietzsciano: è in grado di accettare la vita nella sua interezza caotica e irrazionale, con spirito dionisiaco e gioioso, è capace di reggere alla “morte di Dio” (anzi, la ricerca), cioè l’annullamento di tutti i valori morali tradizionali. Ma, attenzione, che spirito dionisiaco significa affermazione della vita, quindi volontà di potenza. Volontà di potenza? Ma non si parlava di anarchismo e lotta al potere? E qui casca l’asino.

La gaia incoscienza

Ci viene in soccorso Saul Newman[6]. Lo studioso inglese sottolinea l’aspetto manicheo di tutte le idee radicali. Se, nell’anarchismo, l’uomo (razionale), e la società (razionale ed autosufficiente), è in opposizione netta al potere e allo Stato (immorali e irrazionali), è ovvio che l’idea fondante è che individuo e società siano incontaminati dal potere. C’è un luogo sede del potere ed uno sede della rivolta. Ma già Bakunin parlava di un “principio di potere”, cioè di un desiderio innato di potere in ogni individuo, e lo stesso Kropotkin affermava che “gli uomini sono innamorati dell’autorità”. Il mondo libero dal potere è minacciato dal desiderio di potere latente in ogni individuo. Le categorie essenzialiste (l’uomo è morale e razionale, ad esempio), non possono essere imposte senza la radicale esclusione di altre identità. Newman ci ricorda che questa esclusione, questo taglio di bisturi, è un atto di potere. Il potere ritorna attraverso le strutture dell’esclusione stessa. Bene, è proprio questo tentativo di escludere il potere da sé e dagli altri che Nietzsche metteva in connessione con quel “risentimento” da cui si era partiti, ricordate? Il primo della classe annuisce. Ma il potere non ha un luogo. Il potere non ha un centro. Il potere – diceva Foucault[7] – è dappertutto. Il potere non è “macrofisico”, con un suo centro individuabile (quale lo Stato o il “Capitale”), ma “microfisico”, interstiziale, rizomatica metastasi non resecabile chirurgicamente. Il potere è un rapporto di forze nei quali si è tutti avviluppati, anche nella nostra quotidianità. Siamo tutti oppressi e oppressori, a cominciare da quando facciamo la spesa al supermarket. Bonanno, da primo della classe, avrà una risposta e, probabilmente, sarà quella di far saltare il supermarket. Gioiosamente, si intende. Ma non si pone domande. Una buona domanda potrebbe essere “è possibile sottrarsi al potere?”. Foucault, il libertario, è chiaro: il potere “è il modo di azione sulle azioni degli altri”, cioè l’effetto di una azione sull’azione di qualcun’ altro. Quindi, finché viviamo e agiamo, no, non possiamo eliminare il potere. Far saltare il supermarket è semplicemente una delle forze in azione in un groviglio di azioni che hanno effetti su altre azioni. E’ volontà di potenza che si gioca la sua carta in competizione con le altre volontà di potenza. Questo concetto dell’equilibrio fra pretese ricorda, paradossalmente, il concetto di “mercato della forza” caro ai giuristi di orientamento anarco-capitalista – “il primo mercato è quello della forza” -, cioè dei liberali-liberisti estremi che godono di tutto il disprezzo disponibile dei missionari della palingenesi quali il Bonanno. E’ chiaro che nelle sacrestie delle cattedrali antiautoritarie non si diffonde la coscienza di un fatto essenziale. Eppure Foucault lo ha ribadito spesso. In poche parole, una cosa è il “potere”, cioè il modo in cui le nostre azioni producono effetti sugli altri e le loro azioni, in quell’equilibrio di pretese ed aspettative che poi è base del “diritto”, e altra cosa è la “dominazione”. Il libero flusso di relazioni di potere, il “mercato” concorrenziale dei nostri poteri, può cristallizzarsi, condensarsi, sclerotizzarsi in masse tumorali fisse dando luogo a relazioni gerarchiche statiche e non più cangianti al mutare degli equilibri autopoietici. La dominazione è il potere concentrato. Il potere fluido, costituito dalle nostre piccole capacità offensive, si costituisce in un “monopolio” dalle immani potenzialità offensive, in grado anche di espropriarci di quel minimo di potere che prima avevamo. Lo Stato, secondo Foucault, è l’assemblaggio di diverse relazioni di potere che si cristallizzano affossando, potremmo dire, la concorrenzialità del mercato di pretese. Mentre per gli anarchici il potere deriva dallo Stato, per Foucault lo Stato deriva dal potere. E’ la cristallizazione del potere in forma di dominazione. Quando gli anarchici combattono il potere, combattono anche se stessi e rischiano di imporre un altro tipo di potere, quando si accaniscono contro i rapporti di dominazione stanno invece, appropriatamente, ricreando il “mercato”. Ma questo comporta il desiderare il proprio potere e quello degli altri, forze edoniche e dionisiache (l’uomo è “macchina desiderante”, dirà Deleuze) da riassettarsi in continui rinegoziabili giochi d’equilibrio. E’ sulla base di simili processi logici che le correnti più laiche dell’anarchismo, da Proudhon in poi, hanno ritenuto che la libera scelta sia il fine dell’azione libertaria e che questa libera scelta sia possibile solo in una condizione che, per estensione, chiamiamo “di mercato”. Far saltare il supermercato, Bonanno non lo sa, rientra proprio in una logica di mercato, non è funzionale alla lotta al potere, ma potrebbe avere un senso nella lotta alla dominazione, per quanto molto di meno di azioni meno scoppiettanti, più articolate e più precise. Il mercato comporta ogni tipo di opzione, compresa la non azione e il boicottaggio. Anche i centri sociali occupati sono nel mercato.

Dura da mandar giù una denuncia di “liberismo” per uno che, come Bonanno, si è sognato un altro essenzialismo umano – quando ci libereremo di questi etichettatori e psicologi improvvisati? – caratterizzato dal “bisogno di comunismo”. Mica solo quello. Nelle pagine di Bonanno si trovano altri esilaranti psicologismi, come il “bisogno di non lavoro”. Cioè, non la scelta del comunismo e quella del non lavoro, che sono opzioni sempre possibili in una logica mercatista, ma proprio i bisogni di queste buone cose. Buone per lui, è chiaro. Ma se una cosa è un bisogno “naturale” (di nuovo..), si impone da sé. Il naturale, razionale, apollineo si impone sul dionisiaco, anche se appare il contrario. Metafisica. I rivoluzionari sono gente pia. Preti. Partire da assunti di base necessitanti non può che forgiare missionari. Ed ecco che, nonostante la formale differenza fra la palingenesi romantica e pantaclastica del nostro e lo spirito comunitaristico di Kropotkin, pseudo-psicologo anch’egli, scopritore del “bisogno di mutuo appoggio”[8], si palesa agli occhi dei più attenti – che non sono necessariamente i primi della classe - lo stesso marchio di fabbrica dell’utopismo. Ovunque, infatti, si parta da indubitabili verità “naturali”, essenzialistiche, che non necessitano di dimostrazione, sarà facile individuare l’origine dei mali e i relativi rimedi e subito qualcuno deciderà di intervenire a salvare il mondo con azioni chirurgiche non richieste. Preti. Alla fine, l’Oltre-uomo anarchico che avrebbe acceso le speranze di Nietzsche, si rivela un coattivo sacerdote della palingenesi comunista, un attore della liturgia del risentimento, un catechista della volontà di potenza, si gioiosa e apparentemente dionisiaca, ma finalizzata, incongruentemente, alla religione comunista, un culto apollineo e razionale come un qualunque mutuo appoggio. Nietzsche avrebbe sputato su un simile ibrido.

I missionari mi piace vederli, come nei fumetti, bollire nel pentolone dei cannibali. Mangiamoci i missionari, compagni! Mangiamoci gli autoritari dell’antiautoritarismo che vogliono una “reductio ad unum” dell’enorme varietà del possibile e dello sperimentabile. Abbasso i cultori del “naturale” e dell’apollineo. Mangiamoci i missionari dell’unica Verità. Scegliamoci le nostre verità dal bancone delle fiere del possibile senza limiti. Spariamo ai preti alla fine dei nostri baccanali. Apriamo le porte ad un mondo in cui Dio è morto. Viva l’uomo. Abbasso i primi della classe.



[2] I miserabili soltanto sono buoni, solo i poveri, gl’impotenti, gli umili sono buoni, i sofferenti, gli indigenti, gli infermi, i deformi sono anche gli unici devoti, gli unici uomini pii, per i quali soli esiste una beatitudine – mentre invece voi, voi nobili e potenti, siete per l’eternità i malvagi, i crudeli, i lascivi, gl’insaziati, gli empi, e sarete anche eternamente gli sciagurati, i maledetti, i dannati! (Nietzsche, Genealogia della morale)

[3] Kropotkin, P., The Conquest of Bread, Elephant Editions, London, 1990

[4] Bonanno, A. M., La gioia armata Ed. di Anarchismo, Catania, 1977 (passim)

[5] In Cesare E. Araldi, L’essenza dell’anarchia, Ipazia, Catania, 1979, pagg. 57-58

[7] Foucault, M., Microfisica del potere. Interventi politici, Einaudi, Torino, 1977

[8] Ma questo, almeno, con la denominazione di bisogno di “attaccamento” è stato dimostrato, per quanto convivente con quello di “agonismo”.

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