anarchismo, libertarismo, agorismo, libero mercato, libero pensiero anarchismo, libertarismo, agorismo, libero mercato, libero pensiero tarantula | Il Cannocchiale blog
.
Annunci online

Il bonobo e l'anarchico
post pubblicato in Cultura, il 25 aprile 2014

di luigi Corvaglia

pubblicato su A - rivista anarchica, n. 388, Aprile 2014

Lo scimpanzé è di destra, il bonobo è di sinistra. Si sa. Lo scimpanzé, machista, aggressivo e intollerante dello straniero, è il classico portatore della mentalità Law and Order. Il bonobo no. Questa scimmia antropomorfa, che vive in una pacifica società matriarcale e che regola le questioni col sesso piuttosto che con la guerra, è l’idolo della nuova sinistra etologica. Tra l’altro, pare che non si faccia problemi di orientamento sessuale. E’ curioso quali connessioni improbabili possa attivare la lettura pressoché simultanea di libri diversissimi. Un esempio di ciò sono proprio le riflessioni sugli animali umanizzati che mi si sono prodotte dalla presentazione “sinottica” di tre testi. Il primo è quello del primatologo olandese Frans de Waal (Il bonobo e l’ateo. In cerca di umanità fra i primati, Raffaello Cortina editore, Milano, 2013), il secondo, uno dei tanti libri del sociologo polacco Zygmunt Bauman (Modus vivendi. Inferno e utopia del mondo liquido, Bari, Laterza, 2007) e, l'ultimo, un manuale di psicoterapia (S. Sassaroli, R. Lorenzini, G.M. Ruggiero(a cura di), Psicoterapia cognitiva dell’ansia, Raffaello Cortina, Milano, 2006). Triade azzardata, lo so. Fatto è che il sociologo della società liquida, Bauman, cita Isahia Berlin che, a sua volta, riprende Archiloco. Quest’ ultimo scrisse una favola intitolata "La volpe e il riccio" la cui morale è che, per quanto si possano conoscere molte vie e molti trucchi, come la volpe, nulla si può contro una sola idea che funziona (quella del riccio). Berlin propone una rilettura del testo di Archiloco finalizzata a caratterizzare e dividere in due gruppi gli scrittori e i pensatori più famosi della storia, ma, in fondo, gli uomini tutti. Platone, così, sarebbe un esponente della squadra dei “ricci”. Questi sono coloro i quali “riferiscono tutto a una visione centrale, a un sistema più o meno coerente e articolato, con regole che li guidano a capire, a pensare e a sentire – un principio ispiratore, unico e universale, il solo che può dare un significato a tutto ciò che essi sono e dicono». Sanno una cosa sola, ma è quella giusta, direbbe Archiloco. Sono guidati dall' etica del principio, direbbe, invece, il buon vecchio Max Weber. Si tratta di quel modo di agire che nasce da principi giusti a-priori e si preoccupa poco degli esisti dell'azione. In parole povere, il tipo di ragionamento di quel chirurgo che disse che l'operazione era perfettamente riuscita, ma il paziente era deceduto. Ci sono poi le “volpi”, come Aristotele. Questi non hanno certezze assolute e le loro azioni non sono unificate da un principio morale o estetico. Sono, insomma, pragmatici, talvolta incongruenti e, quindi probabilmente più propensi ad agire in base all' etica della responsabilità, cioè giudicando l' appropriatezza di una azione a posteriori, sulla base dei risultati. Berlin definisce “monismo” la prima condizione psicologica, quella del riccio, e “pluralismo” la seconda”, quella della volpe. Egli non esita a dare al monismo la responsabilità di tutte le feroci dittature che hanno funestato il XX secolo. Il monismo è fede in un principio, quindi è popperianamente infalsificabile, è certezza. La certezza diviene sempre zelo messianico. Lo zelo messianico produce cataste di cadaveri. Un comportamento da scimpanzé, diciamolo. Non solo perché strettamente legato all'intolleranza, ma perché connesso perfino con la territorialità. Ed eccoci alla psicologia. Berlin stesso, del resto, aveva già instaurato un parallelismo tra monismo, che è ricerca d’unità e sicurezza, e agorafobia, che è ricerca di un luogo chiuso e rassicurante. Il monista è chi cerca la sicurezza. Come l'agorafobico. Questi diffida dell'aria aperta e chiede porte chiuse (salvo lamentare mancanza d'aria). Al contrario, il pluralismo soffre di claustrofobia. Chiede aria, porte aperte, luce. Il pluralista sperimenta nuove idee e nuove soluzioni. Ciò lo porta ad essere molto più tollerante. Quello di cui l’umanità abbisogna, dunque, probabilmente, non è unità, perfezione, certezza, bensì scetticismo, pluralità, vale a dire incertezza e claustrofobia. Meno scimpanzé e più bonobo. Si, perché il bonobo è claustrofobico.

 

 Ansia sociale: Ipocondria securitaria a agorafobia liquida

 

La paura implica prudenza. Il mio manuale di psicologia definisce "strategia iperprudenziale" quel comportamento che i sociologi scoprono solo ora. Esiste, infatti, un chiarissimo correlato di massa fra agorafobia di interesse clinico e i comportamenti da angoscia sociale contemporanea. Bauman ne fa il tema del suo libro. La società contemporanea è “ossessionata” dal problema della sicurezza. Gli occidentali contemporanei hanno strutturato dei circoli viziosi tali da produrre una mole di rituali compulsivi a carattere assicurativo e preventivo di chiara marca ossessiva. Eppure, il sociologo Robert Castel lo dice chiaramente nella sua analisi sull’ angoscia sociale: “viviamo senza dubbio –perlomeno nei paesi sviluppati – nelle società più sicure finora mai conosciute”. Gli individui più viziati di ogni tempo, invece, approcciano l’informazione mediatica con lo stesso spirito con cui un ipocondriaco legge un testo di patologia medica. Vi trova tutte le ragioni per sentirsi vicino all'olocausto. Terrorismo islamista, immigrazione clandestina, microcriminalità, sono tutti segni del dramma prossimo ed ineluttabile. Il bisogno di controllo che l’ansioso percepisce è basato su un’ idea di fondo irrazionale, cioè che, oltre che utile, possedere il controllo sia doveroso e, soprattutto, possibile. Si legge nel manuale che“ciò che determina la patologia non è il desiderio di controllare“per quanto possibile” l’andamento delle cose, ma la certezza di poterlo fare” . Se ne deduce che, se non si riesce a raggiungere la certezza, si ritiene giocoforza che il problema sia il non essersi applicati abbastanza oppure la propria incapacità.L’effetto sarà quindi l’aumento del controllo con aumento della frustrazione e dell’ansia. Scrive a proposito dell'ansia sociale Z. Bauman, che psicologo non è, che “L’acuta e inguaribile esperienza dell’insicurezza è un effetto collaterale della convinzione che la sicurezza assoluta sia raggiungibile,con le giuste capacità e con uno sforzo adeguato (“si può fare”,“possiamo farcela”). E così, se viene fuori che non cela si è fatta, l’insuccesso si può spiegare soltanto con un atto malvagio e malintenzionato. In questo dramma, un cattivo ci dev’essere”. L’effetto è l’aumento del controllo con aumento della frustrazione e dell’ansia. la sovrapponibilità dell'osservazione del sociologo a quella dello psicologo è totale. Qui, in più, c’è la costruzione di quelle che in criminologia si chiamano le “nuove classi pericolose” (immigrati extracomunitari, soprattutto). Come si ottiene,dunque, protezione da tutto ciò? Chiudendosi, separandosi. L'ipocondria securitaria sfocia nell'agorafobia sociale. L’alienazione urbana della Los Angeles descrittaci anni fa da Davis (M.Davies, L’agonia di Los Angeles, Datanews, 1994) come vero laboratorio della medievalizzazione dei tessuti metropolitani, con tanto di cittadelle indipendenti, ponti levatoi, bravi prezzolati e telecamere ad ogni angolo a definire l’avverarsi della distopia del “panoptikon”, è ormai dilagata al resto delle metropoli. San Paolo del Brasile ne è uno degli esempi più eclatanti, ma la parcellizzazione armata è processo dal quale nessuna città è immune. I muri e l'orientamento delle telecamere distinguono “noi” da “loro”, dividono l’ordine dalla natura selvaggia. Si tratta di una spinta verso delle comunità di simili,allontanamento agorafobico dall’ alterità esterna e, al contempo,rinuncia all’ interazione interna, riducendosi l’interno ad essere un blob uniformato e indifferenziato. La “comunità degli identici” è una polizza assicurativa contro i rischi del plurale, della polifonia del mondo esterno, ma anche, ci ricorda Berlin, assicurazione di eccesso di zelo. Ad esempio, zelo nell’allontanare,in base allo ius excludendi alios connesso alla proprietà.

 

Anarco-ricci fra inferno e utopia

 

In Italia certo sedicente “anarcocapitalismo” secessionista, commistione di reazione e rivoluzione, di autodeterminazione western e culto identitario, è l’ espressione strapaesana di questi fermenti metropolitani. Qui gli spazi da delimitare diventano quelli di indefinite “nazioni per consenso” (concetto mutuato dall'ultimo, contraddittorio, Rothbard), compattate artificialmente dalla provinciale paura agorafobica. “Mixofobia” è il termine utilizzato da Zygmunt Bauman per definire questa reazione “iperprudenziale” per gestire l’ingestibile, ossia la connaturata diversità dell’umano. Una utopia, come tutte le utopie destinata a produrre molte infelicità, come ben sa l’agorafobico. La mixofobia, quindi, è l’agorafobia del mondo liquido ,di quel mondo, cioè, in cui la velocità dei processi è tale da impedire la cristallizzazione dei fatti sociali in dati strutturali, in cui le modalità sono cangianti e inafferrabili e nel quale sono venute meno le agenzie collettive di sicurezza (welfare state ecc.). Che a produrre tale forma di “chiusura a riccio”- – espressione che qui è proprio il caso di usare- sia un aggregato di individui che si rifanno alla cultura "libertarian” è decisamente paradossale, visto che questa si propone quale forma estrema e compiuta dell'idea “liberale”, un'idea, cioè, che si fonda proprio sul confronto e la libera sperimentazione in assenza di verità universali. Proprio la cultura liberale, intesa come ethos, ha prodotto, con la caduta degli assoluti, “le società più sicure di sempre” di cui parla Castel. E la globalizzazione di cui cantano le lodi è lo stesso fenomeno da cui si difendono. Dimentichi del passato da volpe, i nostri “libertari” si palesano quali ricci ben colmi di aculei e si fanno cartina di tornasole della deriva liberale. Significativo, ed estremamente esplicativo, notare che, al suo primo affacciarsi, sul finire degli anni settanta, il libertarismo di mercato italiano si presentava con una rivista intitolata Claustrofobia. Al suo ripresentarsi, il think thank anarco-capitalista ha propagandato il proprio pensiero, orgogliosamente politicamente scorretto, da una rivista denominata Enclave...

 

La reazione allo stato di cose prodotte dalla modernità, infatti, può essere di tipo regressivo o progressivo. Nel primo caso, si può cadere in una romantica nostalgia per un mondo premoderno in cui la comunità era la sicura cornice dell’attività umana. Vi rientralo stesso Bauman, col suo disdegno dell’individualismo “moderno”e la sua fiducia nel socialismo, ma, paradossalmente, e per gli stessi motivi, anche una parte non piccolissima dell’anarchismo.

Poi c’è il sistema della volpe (e,un po', del bonobo).Quello del pluralismo, del meticciato, del confronto, della libera sperimentazione. Questa è l’opzione, in senso lato, libertaria. Intendo sotto questa etichetta una concezione trasversale che contiene ogni pensare “liquido”, nemico, cioè, della scelerotizzazione, e che può ritrovarsi nell'ethos anarchico come in quello liberale delle origini. I nostri anarcocapitalisti “paleolibertari” (così si chiamano), pur affermando di richiamarsi a quell'ethos - sia in quanto“anarchici”, sia in quanto “liberali” -, rischiano spesso di utilizzare la prima delle due scelte proposteci da Italo Calvino nel suo Le città invisibili:

 

Due modi ci sono per non soffrire. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e sapere riconoscere chi e cosa, in mezzo all’ inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

 

Affiancare secessionismo para-leghista, mixofobia, urbanistica securitaria privata, rivolta fiscale e integralismo cattolico è sicuramente la scelta di diventare parte dell'inferno. Forse di alimentarlo. La seconda opzione spetta a chi non vuole contribuire a questa causa. Coloro, poi, che vogliono sostituire all'inferno il paradiso seguendo scrupolosamente il loro catechismo non fanno che denunciare il loro monismo. Hanno una soluzione sola, ma è quella giusta,quindi essi sono l'inferno. Ricci e volpi possono non essere così riconoscibili al primo sguardo. E fino a pochi anni fa il bonobo era considerato una specie di scimpanzé.

Per farla finita con l'anarchismo agostiniano
post pubblicato in Libertà e Mercato, il 6 agosto 2013

Per farla finita con l'anarchismo agostiniano

 

di Luigi Corvaglia

pubblicato su A - Rivista Anarchica, 380 (Maggio 2013)

http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/?nr=380&pag=117.htm


Liberi. Sì, i degenti dell'ospedale di Qualcuno volò sul nido del cuculo erano liberi di andarsene. Quando McMurphy, il personaggio interpretato da Jack Nicholson, scoprì che la maggior parte dei degenti era in regime di ricovero volontario, ma non lasciava l'istituzione, comprese la lezione di Etienne de La Boétie: gli uomini si sottopongono volontariamente al potere. Jean-Paul Sartre e Albert Camus lo avevano detto che, pur in una istituzione diluita quale è la nostra società, gli uomini sono sempre liberi. Se così non fosse, nota Nico Berti nel suo ultimo libro, se insomma “gli uomini non fossero radicalmente liberi – cioè liberi alla radice – ogni idea di emancipazione umana sarebbe una semplice assurdità e l'anarchia, naturalmente, sarebbe la massima assurdità possibile e immaginabile”. Non è un caso che al battesimo della modernità un campione della reazione quale fu de Maistre si scagliasse proprio contro “la pazza asserzione: l'uomo è nato libero!”. È infatti questa idea, espressione di ciò che Max Weber definì il “disincanto”, a fondare il concetto di responsabilità individuale. Il lavoro di Berti parte appunto da questo presupposto per arrivare a cantare il requiem per la prospettiva rivoluzionaria quale mezzo per l'emancipazione umana. Le masse, infatti, non sono rivoluzionarie, perché hanno liberamente scelto di non esserlo. “Chi dà, allora, il diritto ai rivoluzionari di insorgere contro il volere della maggioranza delle persone?” Nessuno. Certo, qualcuno, come fece Giovanna D'Arco con la voce di Dio, può sempre ascoltare la Storia che gli sussurra nell'orecchio, perché “ogni pensare rivoluzionario è un pensare storicistico”. È quindi una forma di costruttivismo utopico che incarna un'anima totalitaria. Il problema, infatti, non è il metodo. Il problema è la forma della “società futura”. Se, infatti, si vagheggia una società nuova che universalizzi il bene supremo della libertà e si strutturi staticamente come luogo senza frizioni, è evidente che ci troviamo nell'ambito della prescrittività tipica della concezione democratico-giacobina. Questa si svolge sotto l'angosciante ombra di quella libertà positiva tesa alla realizzazione della pienezza delle potenzialità umane. È la secolarizzazione della tesi teologica di Agostino per cui l'uomo diviene veramente libero quando riesce a volere solo il Bene. Ma, come scriveva Berdjaev: “Ogni confusione e identificazione della libertà con il bene stesso e la perfezione equivale a negare la libertà, a riconoscere la via della violenza e della costrizione”. Anni fa, Thomas Ibanez aveva descritto un simile cortocircuito logico. “Volendo essere una teoria centrata sulla libertà – aveva scritto Ibanez –, l'anarchismo apre su una cultura che esige l'adesione di ognuno per poter esistere e che contesta la legittimità di tutto ciò che non è sé stessa”. L'anarchismo, in altre parole, sembra negare se stesso ed esitare in una cultura totalitaria. Vero, ma ad una condizione: che lo si faccia coincidere proprio con questa reductio ad unum, cioè con un progetto che, in nome del Bene, finisce col sacrificare il molteplice (cioè tutti gli spazi di libertas minor, come direbbe Agostino) al singolare (libertas maior). Monoteismo etico. Per molto tempo la libertas maior degli anarchici è stata il socialismo, nelle sue varie declinazioni. Il dilemma di Ibanez, altrimenti irrisolvibile, appare però illusorio se sostituiamo alla collettiva libertà democratica l'individuale autodeterminazione liberale. Immaginiamo una società che ricerchi solo la mancanza di costrizione, che risponda, cioè, ai criteri per la “società aperta” come descritta da Popper. Questa prevede una inversione di quello che Rawls definirebbe l'“ordine lessicale”, cioè la subordinazione dell'anticapitalismo ad un principio guida, la libertà. Che in tal caso sia facile uscire fuori dal paradosso di Ibanez lo dimostra chiaramente lo stesso Berti quando, a pag. 229, risponde ai critici della cultura liberale entro la quale egli ritiene si debba partire per attualizzare l'anarchismo. Per i detrattori del liberalismo anche questo è una forma di pensiero unico che finisce per creare una sorta di totalitarismo. “Come dire: anche il liberalismo ha un fondo antiliberale”. Ora, quando anche si desse l'improbabile condizione di una completa comunione di vedute, ciò non comporterebbe alcun totalitarismo, perché esso consiste, piuttosto, “in una uniformità coatta di vedute”. La libertà liberale, che è negativa, semplice mancanza di coercizione e, quindi, non prescrive, non può produrre esiti totalitari. Ce lo ricordava Rudolf Rocker: “molte strade portano alla dittatura dalla democrazia, nessuna dal liberalismo”. Insomma, qualcuno potrà ovviamente essere libero di essere socialista o mussulmano, “ma si è sempre nella più perfetta libertà anche di negare a questo qualcuno la libertà – la sua – di imporre coattivamente ad altri la sua fede.” Non più utopia, questa è, per dirla con Nozick, una “impalcatura per utopie” (cioè, politeismo etico). Insomma, visto in questi termini, il paradosso di Ibanez viene degradato a “gioco di parole”. Altrimenti torna Agostino. Poco importa, quindi, che leggendo il suo libro si abbia talvolta l'impressione che il critico dello storicismo descriva un andamento obbligato della storia (“Kant e McDonald's prima o poi arrivano dappertutto”) o che dalle pagine possa trasparire una fin troppo gioiosa “resa” alla razionalità strumentale del “capitalismo”. Chiunque fissasse la sua attenzione su questi aspetti si dimostrerebbe simile al tizio che guarda il dito piuttosto che la luna. Nell'analisi di Berti è presente un dubbio sensato e una domanda ineludibile: consegnato al cimitero delle idee l'agostinismo libertario, l'anarchismo può essere solo inveramento del liberalismo?

Ignorate questo articolo (II parte)
post pubblicato in Storia delle Idee, il 23 luglio 2009
 Ignorate questo articolo

(Istruzioni per il fallimento) 

di Luigi Corvaglia

II parte


2. Opposita sunt complementa

In un bel libro dal titolo “Come essere una perfetta madre ebrea” si legge il seguente consiglio: proponi a tuo figlio la scelta fra due camicie; appena lui ne avrà scelta una, tu digli: “l’altra non ti piace?”. Ecco, questa della alternativa fittizia è una delle trappole logiche messe in luce dalla cosiddetta “scuola di Palo Alto” quale una delle migliori tecniche di infelicitazione dell’essere umano. Le trappole logiche altro non sono se non delle strutture relazionali che non consentono di sfuggire ad una relazione malformata. Il figlio, infatti, rimane invischiato nel ricatto emozionale ed è incapace di scegliere.

Speculare l’errore opposto, quello della scelta fra opzioni che si suppone siano alternative e inconciliabili, quando l'alternativa è fittizia. Watzlawick, in “Sistemi per far ammattire” cita l’esempio del manifesto nazista che proponeva la scelta fra “nazionalsocialismo o caos bolscevico?”. Un ignoto vi attaccò un foglietto con su scritto “Erdapfel oder Kartoffel?”, traducendo la cosa nella scelta fra due  sinonimi per dire "patate". 

La nostra tendenza a semplificare il mondo, infatti, fa si che si vedano ovunque delle dicotomie. Archè e anarchè, Ordine a caos, “territorializzato” contro “nomade”, per rubare la terminologia a Deleuze e Guattari. Ma il mondo presenta più antinomie che dicotomie. Le antinomie, concetto logico che è al centro delle attenzioni della scuola psicologica di cui si sta parlando, sono caratterizzate dalla compresenza di due affermazioni contraddittorie, egualmente dimostrabili, in uno stesso procedimento logico o definizione. Esempio classico, il paradosso del mentitore (“I cretesi sono tutti bugiardi; credetemi, sono un cretese”). Le antinomie, laddove implichino delle ingiunzioni ("sii spontaneo", "ignora questo segnale") risultano in quei paradossi pragmatici di cui si  è trattato. Senza arrivare alle ingiunzioni paradossali, un caso chiarissimo di questa compresenza la troviamo nella “proprietà privata”, come esemplificato dalle due opere maggiori di P.J. Proudhon sull’argomento. In Che cos’è la proprietà, il tipografo francese afferma che essa “è un furto”; nella Quarta memoria sulla Proprietà, che questa “è libertà”. In effetti, se da un lato la proprietà esprime l’agibilità di spazi liberi ed esclusivi da parte del proprietario che fungono da contrappeso al potere dello Stato e/o della collettività, dall’altra costituisce un vulnus per la libertà del non proprietario. La pervasività del pensiero dicotomico, però, porta a valutare solo una delle affermazioni, quella più congruente con la propria ideologia, trasformando un’antinomia in una coppia di nuove dicotomie: proprietà contro oppressione e proprietà contro libertà. Questa classica contrapposizione fra liberisti e collettivisti, fra liberali e socialisti, si ripropone anche nell’ambito anarchico. Qui la dicotomia è fra anarchici di cultura anglosassone e liberale (J. Warren, L. Spooner, B. Tucker, P. Goodman) e anarco-comunisti (P. Kropotkin, N. Mackno, E. Goldman, E. Malatesta, ecc.). Esistono, infine, perfino i cosiddetti “anarco-capitalisti” (Rothbard, Friedman, ecc.), che della prima corrente si considerano il consequenziale approdo ma che finiscono col farsi partigiani di forme private di autorità, fino alla difesa dei monopoli economici e dello sfruttamento (di cui negano perfino il senso, quindi l’esistenza).

In realtà, sono ben poche le dicotomie che non siano poi riducibili a delle antinomie di base. Certo è che, accolta una errata dicotomia, si ottiene la ricaduta a cascata di questa iniziale distorsione su tutti i passaggi logici successivi, un errore sistematico noto come “bias”. Un esempio chiarisce benissimo la cosa. La buona maggioranza dei liberali, che della proprietà fanno pilastro ed architrave del loro pensiero, definiscono quella che proprio tale architrave terrebbe in piedi “libertà negativa”. Questa definizione significa che essi sono sensibili ad una “libertà da” un potere, cioè alla mancanza di oppressione, più che alla “libertà di”, ossia al possesso concreto di un potere (la socialista “libertà positiva”). Tali pensatori sono perlopiù giusnaturalisti, cioè vedono il diritto di proprietà radicato nelle “auto evidenti” leggi di natura; in tal modo, essi sacralizzano il diritto rendendolo intangibile. Eppure, così facendo, possono giungere a conclusioni paradossali, perché assolutamente contrarie alla stessa libertà negativa che dovrebbe guidarli. Ciò avviene, ad esempio, quando i già citati anarco-capitalisti, che del liberalismo si ritengono i più radicali e conseguenti partigiani, affermano che un proprietario legittimo che diventasse, con mezzi legali, proprietario di una nazione intera, potrebbe ben instaurarvi una dittatura e ciò continuerebbe a configurare una situazione “libertaria”. Un vero cortocircuito logico.

D’altro canto, tra le persone “di sinistra”, in particolare fra i marxisti e molti anarchici europei, notoriamente ostili al concetto di proprietà privata, perché fondamento del sistema di sfruttamentodell’uomo sull’uomo, la parola “mercato” evoca sensazioni sgradevoli, in quanto strettamente legata alla nozione di merce e consumo. Ma le parole sono solo parole, significanti non sempre correttamente legate ad un solo significato. Del resto, si tende a parlare di “capitalismo selvaggio” per descrivere un fenomeno, invece, tutt’altro che imperturbato, essendo fiorito e prosperato proprio all’ombra dello Stato (cui sono innervati i potentati economico-finanziari), e degli organismi internazionali sovrastatali. Si dovrebbe, piuttosto, parlare di capitalismo addomesticato. Sicché, se i “No Global” attaccano tali organismi, essi stanno inconsapevolmente facendo una battaglia liberista. Antinomie…

E’ bene, però, chiarire un equivoco: il concetto di mercato, al di là della semantica, non ha alcuna parentela esclusiva col mondo delle merci. Riguarda, invece, l’universo delle azioni umane in quanto tali. Se il mercato si chiama “mercato” è perché i primi ad occuparsene sono stati gli economisti con riferimento al mondo della produzione, allocazione e consumo delle merci. In realtà, questi studiarono un particolare sistema di regolazione autonoma delle azioni umane applicabile a qualunque tipo di interazione. Si pensi, ad esempio, all’ “economia del matrimonio” di Gary Becker o allo “scambio di pretese” che fonda l’anarchismo giuridico di Bruno Leoni. La formazione di una lingua non è frutto di un lavoro organizzato e centralizzato. E’, in tale ampio senso, un processo anarchico, cioè acefalo, autopoietico, quindi “di mercato”.

Altrove ho paragonato questa concezione di mercato al pantesismo. La religione sta al panteismo come l’economia sta al mercato. La visione che fu espressa da Baruch Spinoza nella immortale formula “Deus, sive Natura” (Dio, cioè la Natura) è quella di chi fa coincidere la divinità con le leggi dell’universo, con l’ordine, la razionalità, il Logos. E’ la descrizione del mondo come sistema. Così Il mercato è la descrizione di ciò che avviene autonomamente nei sistemi umani, inclusi quelli economici. Molti, invece, intendono il mercato come un’entità staccata, che agisce sulla società, una forma di “teismo” che obbliga alla scelta fra le due opzioni del seguace e dell’eretico (“l’altra non ti piace?”).

Il mercato così inteso, cioè quale logos, è, non solo anarchico (cioè “selvaggio” in senso proprio), ma anche l’unico sistema “democratico” di formazione indiretta di decisioni collettive (di “prezzi”, quindi di “norme”, in quanto il prezzo, come la norma, fissa il costo da sopportare per compiere una determinata azione) ed è coerente con l’individualismo metodologico. Si tratta di un sistema di pesi e contrappesi a sovranità concorrente. Vista in questi termini, è difficile immaginare qualcosa più “di sinistra” del mercato, in quanto questo permette la scelta autonoma, non è vincolante per nessuno e, quindi, ha rispetto per le minoranze e per i singoli individui dissenzienti. Pertanto, il “mercato”, incluso quello delle merci, è, insieme, un sistema generativo e conservativo (archè), ma anche non “territorializzato”, perché dinamico, privo di paletti rigidi (anarchè), quindi continuamente auto-rigenerativo. Qui, è bene ribadirlo, per mercato si intende il libero confronto e la libera sperimentazioni di alternative, nessuna aprioristicamente esclusa.

Interessante, invece, come siano spesso proprio i cosiddetti anarchici a vagheggiare una uniformità che è pura archè, nel senso deteriore. Tomàs Ibanez, un anarchico spagnolo, ha giustamente notato che l’esigenza anarchica di libertà sottende una “cultura implicitamente totalitaria” perché “In effetti, l’anarchismo esclude per principio che qualsiasi altra cultura possa essere preferibile alla cultura anarchica, poiché dall’istante in cui l’esigenza della libertà è posta come valore fondamentale, ogni opinione che implica una minore esigenza di libertà costituisce automaticamente e necessariamente una opzione meno legittima. Dato che la società anarchica rivendica il privilegio di essere la società della massima libertà, ne consegue che nessun’altra forma di società può esserle preferibile! Volendo essere una teoria centrata sulla libertà, l’anarchismo apre su una cultura che esige l’adesione di ognuno per poter esistere e che contesta la legittimità di tutto ciò che non è sé stessa”.

L’agognata società futura rischia di non essere più il “lume regolatore” di cui parlava Malatesta, ma la fine della storia. Infatti, dal cerchio non si esce, o si permette a tutti di fare ciò che si vuole (meta-mercato), incluso produrre e disporre dei beni prodotti (mercato delle merci), e in tal caso, non si darebbe società “perfetta”, oppure ciò non si permette, e allora non si darebbe società anarchica. In altri termini, un’organizzazione comunista, se vuol dirsi davvero non autoritaria, non può non ammettere il diritto di exit e la secessione individuale, consentendo la produzione separata e autonoma di forme organizzative alternative. Tuttavia, se così è, il comunismo anarchico finisce col negare sé stesso, consentendo il riprodursi del mercato e della concorrenza. Invischiati in questa impasse, inquadrate in questa cornice, acquistano maggior senso le osservazioni di Nico Berti su “destra” e “sinistra” (che può estremizzarsi nella scelta fra caos bolscevico e nazional-socialismo) , sulla collocazione, cioè, dell’anarchismo in rapporto a queste direttrici spaziali assurte a simbolo di posizioni filosofiche ed esistenziali. L’anarchismo non può che essere “oltre la destra e la sinistra”, perché l’una e l’altra sono accumunate da una logica di potere, cioè “esattamente da quella logica di parte, che, in quanto parte, vuole assumere la valenza di essere il tutto”. Questa stessa copertura totale, senza residui, questa medesima “reductio ad unum” che è ancora tutta imperniata sul principio di potere, sull’archè, è presente nella concezione dominante dell’anarchismo, carica di entusiasmo profetico, messianico e totalizzante.

CONTINUA

Metafisica e Economia
post pubblicato in Libertà e Mercato, il 29 dicembre 2008

 Metafisica e economia


di Luigi Corvaglia

Paul ErdosPaul Erdos

“La mia mente è libera!”. Quando un matematico riceveva questa comunicazione da Paul Erdos sapeva che la sua casa, al contrario, non sarebbe più stata libera per un pezzo. Infatti, di lì a poco vi si sarebbe piazzato lui, Erdos. La telefonata segnalava che era pronto a lavorare col proprietario di casa. Difficile immaginare una vita più anarchica di quella di questo ungherese, un genio assoluto della matematicache si teneva sveglio con le amfetamine per non perdersi neppure un’equazione e che fu in grado di risolvere rompicapi cui nessuno era riuscito ad avvicinarsi. Questi viveva, in effetti,  libero da qualsiasi schiavitù. Non aveva un lavoro, non aveva una donna (nel suo ricco vocabolario alternativo donna si diceva con “capo”), non aveva una casa. Era praticamente una sorta di barbone della matematica. I pochi soldi che guadagnava con le conferenze che teneva in giro per i cinque continenti, venivano regalati a chi ne aveva, secondo lui, più bisogno. Si faceva ospitare a casa dei più grandi matematici del mondo con i quali si dedicava alla risoluzione di astrusi teoremi. Annunciava, appunto, la sua disponibilità al lavoro congiunto con la formula “la mia mente è libera!”. Nel suo stile immaginifico, quando trovava una dimostrazione matematica di rara eleganza, usava dire “questa è scritta nel libro”. Si riferiva ad un ipotetico libro nel quale Dio aveva preventivamente scritto tutte le più belle leggi matematiche. La cosa interessante è che Erdos era ateo. Una mente libera quale quella che,  prima di bussare alle porte degli accademici, si faceva annunciare con la  formula appena descritta  ha infatti, la capacità di non confondere metafora e realtà. Erdos diceva “Dio” e intendeva “razionalità”, “capo” e intendeva “donna”, “schiavo” e intendeva “uomo”, “ypsilon” e intendeva “bambino”, “predicare” e intendeva “tenere una conferenza”. Per uno psichiatra tutto ciò sarebbe preoccupante. Una simile tendenza all’interpretazione letterale, così comune nella media cultura, rende da sempre inintellegibili le dichiarazioni di chi si pone mentalmente “oltre”. E’ il caso di Albert Einstein, il quale sta proprio in questi giorni rivivendo l’esperienza del “tiro della giacchetta” in due differenti direzioni da parte dei fautori di fronti contrapposti, quello dei credenti e quello degli atei e degli agnostici . Il più grande fisico dei tempi moderni scrisse: “Non ho trovato nessun termine migliore di “religiosa” per qualificare la fiducia nell’esistenza di una natura razionale della realtà” e, ancora, commentando la teoria quantistica proposta dal gruppo di Copenhagen, scrisse a Bohr la celeberrima frase “Dio non gioca a dadi” (Bohr, nel suo invito a smettere di  dire a Dio ciò che dovrebbe fare, rispose che “non solo gioca, ma bara”). Eppure, ancora in vita, Einstein dovette precisare, al fine di raffreddare gli entusiasmi di chi aveva inteso le sue affermazioni quali dichiarazioni di fede, quanto segue: “ Quella che mi è stata attribuita come convinzione religiosa era naturalmente una bugia, una bugia ripetuta in maniera sistematica. Non credo in un Dio personale e non l’ho mai nascosto, anzi l’ho detto a chiare lettere”. Sentenziò: “Sono un non credente profondamente religioso”. Religioso, appunto, come Erdos, che sbirciava nel libro di Dio.

Comprendere quello che a prima vista sembra un paradosso vuol dire capire che qui le affermazioni vengono pronunciate e lette su piani diversi. Esistono almeno tre livelli di fede in Dio. Viene, infatti, definita teismo la credenza in un Dio personale, creatore del cielo e della terra e che partecipa alla vita del mondo. Erdos definiva questo personaggio, cuore delle religioni istituzionali, il SF, che stava per “Sommo Fascista”. E’ invece nota come deismo la concezione di un Dio in disparte, un Ente Supremo da cui origina l’universo ma che non partecipa alle vicende del mondo. Secondo il biologo e divulgatore scientifico Richard Dawkins, il deismo sarebbe “una forma annacquata” di teismo. Come dire che il Sommo Fascista si è iscritto ad un partito parlamentare. La visione, invece, che fu espressa da Baruch Spinoza nella immortale formula “Deus, sive Natura” (Dio, cioè la Natura) è nota come panteismo. Si tratta di una concezione, generalmente immanentistica, che fa coincidere la divinità con le leggi dell’universo, con l’ordine, la razionalità, il Logos. Pitagora chiamava logon il rapporto fra grandezze misurabili attraverso la stessa unità di misura. L’ordine è logico, matematicamente logico. E’ probabilmente a qualcosa di simile che si riferivano Erdos e Einstein. Metaforicamente, le leggi naturali sono i pensieri di Dio. Secondo Dawkins, questo è “ateismo ornato”. Esistono dunque due qualità di atei. Quelli ornati e quelli disadorni. I primi utilizzano poetiche metafore, i secondi parlano in prosa. Ci sono, poi, due forme di credenti, quelli che credono e pregano un Dio onnipotente (SF) e quelli che si limitano a credere ad un Dio, un tempo necessario, ma oggi utile come il vecchio fonografo a tromba in salotto. 

°°°°°°°°

La gente non si limita e venerare entità divine. No. Riesce a dar consistenza e proiettarvici intenzionalità ad entità di pura fantasia o, ancora, a metafore. Talvolta venera pure quelle.  Alcuni esempi di culti alternativi sono quelli per la classe operaia, lo Stato, il partito, il capitalismo. Spostandoci dal terreno teologico e veleggiando, quindi, verso i lidi più secolari è possibile notare come la sostanza dei culti non muti granché. Mutano gli idoli, non i precetti, i riti, non i preti. Questo apre le porte di scenari colmi di curiosità e paradossi. Si prenda l’economia. Alcune persone, incluso l’autore di questo articolo, hanno avuto in questo ambito la stessa impudenza che Erdos e Spinoza ebbero in teologia. Quella di dichiarasi non credenti e religiosi, cioè socialisti a favore del libero scambio. E’ davvero così paradossale? Esaminiamo meglio la cosa. David Friedman, sostenitore della completa abolizione dello Stato, scrive con efficace ironia che

Lo Stato è la sorgente di ogni ordine. Con l'Anarchia non c'è Stato. Dunque l'Anarchia è caos. (QUOD ERAT DEMOSTRANDUM). A Washington non esista alcun piano che, a pagina sessantaquattro, preveda di "nutrire David"; deve dunque essere per caso che il lattaio mi lascia una bottiglia di latte sulla porta di casa. Deve essere per caso che al macellaio arrivi la carne fino al suo negozio, proprio là dove, quando mi serve della carne, per caso mi fermo. La mia vita è caos trasformato in miracolo; pronuncio una parola e la gente mi capisce,sebbene debba essere sconclusionata, poiché le parole non sono il prodotto di un programma statale.

Ciò che Friedman ci dice è che in economia non esiste ciò che i credenti definiscono “disegno intelligente”. Non c’è, in altri termini, alcun bisogno di teorizzare una entità, un Essere Supremo che conosca i bisogni dei singoli individui e decida di allocare le risorse in modo perfettamente ordinato. E, se ci fosse, sarebbe il Sommo Fascista di Erdos. In effetti, qualcuno si ha provato con piani quinquennali, esiti scadenti e piglio da divinità dispotica. Non c’è, insomma, una intelligenza organizzatrice centralizzata che spieghi la "irriducibile complessità" del mercato. Per i creazionisti ostili all'idea di evoluzione darwiniana solo una intelligenza organizzatrice può render conto della “irriducibile complessità” degli organismi viventi. Ciò renderebbe da rigettare l’idea dell’evoluzione darwiniana. Sarà, ma non c’è alcun “Intelligent design” (ripeto la definizione oggi à la page) in linguistica. Eppure le lingue sono complesse. Similmente, l’intero sistema economico è emerso da solo, in modo autopoietico e ciberrnetico. Si è sviluppato spontaneamente in maniera ordinata. Come gli idiomi, gli usi e costumi, il diritto consuetudinario, eccetera. Un processo che Joseph Shumpeter non ha avuto difficoltà a definire di “selezione naturale”. Eppure c’è qualcosa di strano. E’ il fatto che i fautori del disegno intelligente, cioè i creazionisti, si situano spesso fra i più accesi partigiani dell’economia di mercato. Infatti, in politica troviamo spesso dalla stessa parte, quella definita di "destra", tanto il "liberismo" economico quanto l'adesione ai valori e i dogmi della religione. E' noto, infatti, che negli USA, la destra repubblicana sia su queste posizioni. Ancora più strano è che, talvolta, i più radicali negatori del SF statale, cosiddetti e sedicenti "libertari", o "anarco-capitalisti",  sono, al contempo, incrollabili liberisti economici e feroci critici dell’evoluzionismo. E’ il caso dell’anarcocapitalismo di corrente paleolibertaria. Ci si riferisce al "libertarismo" di Murray Rothbard che coniuga liberismo integrale e  conservatorismo morale. Il perché certi cristianisti applichino, in barba al logon pitagorico, metri di misura differenti per valutare la medesima cosa -  cioè la probabilità di produzione spontanea di ordinata complessità - rimane un mistero insondabile. Questi signori sono evoluzionisti in economia e anti-evoluzionisti in biologia.

Non che in ambiente socialista siano da meno quanto ad uso parsimonioso della logica. Qui è facile trovare evoluzionisti in biologia e antievoluzionisti in economia.  Molte correnti socialiste e comuniste intendono il libero mercato ed il capitalismo quali enti reali che agiscono sulla società. Quasi il mercato trascendesse il mondo. Una forma di teismo che personifica l’agente degli scambi economici. Pertanto, proprio come satana è un acceso (!) e sincero teista, così comunisti e anarco-comunisti sono ferventi credenti nel “capitalismo”, il SF che organizza il mercato a danno dei diseredati. Si cominci col considerare che la citazione di Friedman proposta poco sopra dimostra che ciò che chiamiamo “mercato” altro non è se non la descrizione di un processo a-cefalo di produzione e allocazione di risorse. Quelle che chiamiamo “leggi” di mercato lo sono solo metaforicamente, come le equazioni sono i pensieri che Dio scrive nel libro a cui si riferiva Erdos. Non è trascendenza, è immanenza. Dicendo ciò, è facile intendere che i processi di confronto, di scambio, di sperimentazione, di scelta in base ad incentivi e così via includono ben altro che non la semplice la produzione e vendita di beni, investendo l’intera vita sociale degli individui, ognuno unico e dotato di personali idee e preferenze. La scelta del partner non avviene forse in base a personalissime idee ed altrettanto personali gusti ed incentivi? In tal senso, quello delle merci è solo uno dei tanti possibili “mercati”. Novelli Spinoza, diciamo Mercatus, sive Natura. Messa così, dire di credere nel mercato significa affermare di credere nelle leggi della natura. Una forma di poetico panteismo simile a quella utilizzata da Einstein, Erdos, Hawking. Non si confonda fisica con metafisica. Ma, ignaro della metafora, il prosaico accorrerà ad indicarci lo sfruttamento, l’ingiustizia economica, il neo-colonialismo neo-liberista. E farà bene. Queste aberrazioni ripugnano e fanno gridare, indignare e lottare gli uomini più degni di tale appellativo. Infatti, gli uomini degni hanno lottato e lottano. Senza le lotte dei movimenti socialisti non si sarebbe avuto alcun progresso democratico, nessun riconoscimento di diritto. Queste battaglie, però, non sono (non possono essere) dirette contro il "mercato", perchè questa è una etichetta che descrive il naturale svolgersi degli scambi. Sarebbe stato come se i bipedi decidessero di combattere contro la legge di gravità. Non esiste un mangiafuoco cattivo al di sopra a trascendere la società, perché l’economia è semplicemente un processo immanente di applicazione di mezzi non coercitivi a qualsiasi fine una persona si ponga, sia esso altruista quanto egoista. Non ci sono decisioni finali imposte con la forza, perché il mercato, cioè la natura, non è altro che la descrizione delle interazioni reciproche frutto delle decisioni di tutti gli individui della società. Si pensi ad una società costituita solo da individui quali Paul Erdos. Questi non tratteneva neppure i sui guadagni e non spendeva che il necessario per la sua frugale esistenza. Disse “Dei socialisti francesi hanno detto che la proprietà privata è un furto. Io penso che sia una seccatura". Il suo unico incentivo era la conoscenza delle formule e dei teoremi scritti nel libro. Se tutti fossero stati simili ad Erdos, ne sarebbe venuta fuori una società perfettamente in linea con la morale professata dal socialismo. Eppure sarebbe stata una chiarissima società di mercato. Infatti, sarebbe stata liberamente scelta dagli individui in base ai propri incentivi. Perfino una comune anarchica in cui vigesse la collettivizzazione dei beni sarebbe una società "di mercato", perchè liberamente scelta. Una società che, invece, vietasse lo scambio, la sperimentazione e il confronto, non solo annullerebbe la naturale autopoiesi, il continuo auto-costruirsi, divenendo quindi inefficiente, ma andrebbe a ledere la libertà di tutti coloro che, a differenza di Erdos, venissero attivati da incentivi differenti dalla matematica. La verità è che, se ben guardiamo, tutte le aberrazioni di cui siamo atterriti spettatori, dalla crisi economica attuale, ai garage dove bambini cuciono scarpe che non calzeranno mai, alle disastrose ricadute ecologiche dell’attività economiche sono storture dovute proprio alla creazione di una casta di monopolisti ostili al libero scambio. Questa insana pianta è frutto dell’innesto del potere politico al corpo sociale, quindi all'economia. La masnada governativa innestata ai potentati economici da sempre fa da guardiano degli interessi dei dominanti contro i dominati. E' a questa realtà, tutt'altro che amica del "libero mercato", che andrebbe attribuita, se proprio vogliamo,  l'etichetta, generalmente utilizzata in senso dispregiativo, di "capitalismo". Vista così, libero mercato e capitalismo sono posizioni opposte! Tornando ad utilizzare le stantie etichette topografiche di destra e sinistra, potremmo azzardare di dire che il capitalismo,  è di "destra" ed il mercato di "sinistra". Meglio sarebbe, però, parlare di governo imposto dall'alto (capitalismo, SF) e autogoverno (libero confronto).  Infatti, nel capitalismo il mercato è libero solo quando conviene al potere economico (deregulations, abbattimento delle garanzie, ecc.), ma assolutamente regolamentato quando conviene agli sfruttatori che così sia. In un libero mercato gli stati salverebbero le banche?  Si potrebbero immaginare giganteschi investimenti privati in “grandi opere” senza curarsi né, del rientro economico nè dell'opinione dei residenti dei territori che queste devastano? La risposta è no. Probabilmente nel vocabolario di Erdos alla voce “cittadino” era scritto “suddito”. La coagulazione dei singoli poteri in forme di dominazione, come disse Foucault, non è il motivo per togliere il potere a tutti (i socialisti si rileggano Proudhon e capiranno) ma quello di garantirlo a tutti. C’è poco di più socialista. Lo dissero anche i socialisti Benjamin Tucker e Francesco Saverio Merlino. Poi qualcuno sarà sempre libero di darmi dell’ "anarcocapitalista". Non importa. La mia mente è libera.

Sfoglia agosto        giugno
il mio profilo
tag cloud
links
calendario
cerca