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Panarchia. Una idea dimenticata
post pubblicato in Pagine Classiche, il 14 agosto 2005

Max Nettlau


Panarchia

Una idea dimenticata del 1860

(1909)

 

 
Per lungo tempo sono stato affascinato dall’idea di come sarebbe stupendo se finalmente, nel pensiero della gente sul succedersi di istituzioni politiche e sociali, la fatale parola “uno dopo l’altro” fosse sostituita con quell’altra molto semplice e chiara “simultaneamente.”
“Abbasso lo Stato!” e “Solo sulle macerie dello Stato ...” esprimono emozioni e desideri di molti ma sembra che solo l’affermazione meno passionale “Separazione dallo Stato” (vedi il numero 2 della rivista “Sozialist”) può trovare concreta realizzazione.

Quando appare una nuova intuizione scientifica, allora coloro che la condividono vanno semplicemente avanti per la loro strada, senza cercare di persuadere i professori stagionati che non hanno alcuna intenzione di adottarla o di forzarli ad accettare le nuove idee oppure di eliminarli dalla faccia della terra.
Senza alcuna forzatura, questi rimarranno indietro, la considerazione scientifica verso di loro calerà e verrà meno - a patto che il nuovo metodo sia estremamente valido. Invero, in molti casi, la cattiveria e la stupidità metteranno molti ostacoli sulla strada della nuova idea. Questo è il motivo per cui dure lotte dovranno essere combattute per una tolleranza reciproca senza condizioni, fino a quando in cui essa sarà attuata. Solo da quel momento in poi ogni cosa procederà in maniera automatica, la scienza fiorirà e avanzerà, in quanto la condizione necessaria per qualsiasi progresso, vale a dire la libertà di sperimentare e fare ricerca, è stata realizzata.

In nessun caso si dovrebbe tentare di “porre ogni cosa sotto un unico controllo.” Persino lo stato non è riuscito in questo intento. I socialisti e gli anarchici si sono svincolati dal suo potere. E anche noi antistatisti non avremo alcuna possibilità di successo in un tentativo simile,
perché le persone che sono a favore dello stato esistono (sono una componente effettiva della nostra realtà). A parte ciò, ci converrebbe non dover trascinare, all’interno della nostra libera società, uno stato in decomposizione che continua a sopravvivere.
Il problema che ci si pone di frequente: “Quale comportamento si dovrebbe tenere nei confronti dei reazionari che sono refrattari alla libertà?” sarebbe quindi risolto in maniera molto semplice. Essi possono conservare il loro Stato per tutto il tempo che vogliono. Ma, per quanto ci riguarda, ciò non avrebbe alcuna importanza per noi. Lo stato avrebbe su di noi lo stesso potere che potrebbero avere le idee di una setta di eccentrici che non suscitano alcun interesse. Questo si verificherà, prima o poi. La libertà si farà strada, dappertutto.

Una volta, mentre eravamo in un battello sul lago di Como, un’insegnante di Milano salì con una scolaresca. Ella voleva che tutti i ragazzi si mettessero seduti per cui passava da un gruppo all’altro ordinando loro di sedersi. Ma, non aveva fatto in tempo a voltarsi da un’altra parte che la maggior parte dei componenti il gruppo era di nuovo alzati e ogniqualvolta ella riteneva di averli tutti sotto controllo e di avere esaurito il suo compito, li trovava di nuovo in piedi e in movimento, in maniera disordinata come al principio. Invece di arrabbiarsi spazientita, la giovane donna incominciò a ridere di sé stessa e della sua pretesa di autorità e lasciò i ragazzi in pace. A quel punto la maggior parte di essi si sedette di propria iniziativa.

Questo è solo un esempio molto semplice che mostra come ogni cosa lasciata a sé stessa, senza interferenze esterne, si risolverà per il meglio.
Di conseguenza e per inciso: prima che l’idea della tolleranza reciproca nelle vicende politiche e sociali possa essere accettata, la cosa migliore da farsi è prepararsi ad essa - mettendola in pratica nella nostra vita quotidiana e nel nostro modo di pensare. Invece quanto spesso noi agiamo in maniera opposta alla tolleranza?
Queste parole intendono mostrare quanto io sia attratto da questa idea e voglio comunicare ad altri il mio entusiasmo nell’aver scoperto un testo dimenticato di un pioniere di questa idea della tolleranza, una idea di cui non si parla molto nella nostra letteratura anarchica. Anche perché il movimento anarchico si è trovato immischiato in una lotta contro la sua volontà.

Sto riferendomi all’articolo “PANARCHIA” di P.E. De Puydt apparso nella “REVUE TRIMESTRIELLE” (Brussels), Luglio 1860, pagine 222-245. L’autore che mi era del tutto ignoto e di cui non mi sono curato di saperne di più per non guastare la stima che ho delle sue idee, si colloca probabilmente in disparte dai movimenti sociali. Nonostante ciò egli ha una visione chiara e lucida di quanto l’attuale sistema politico, in base al quale TUTTI devono sottomettersi ad un governo, costituito in base alle decisioni di una maggioranza, cozzi contro le esigenze di base della libertà. Pur senza identificarmi con le sue proposte, o pretendendo di presentarle in maniera compiuta, voglio riassumere le sue idee e citare alcuni passaggi.

Il lettore si sentirà più prossimo a queste idee se sostituirà nella sua mente la parola “governo” che il nostro autore usa di continuo, con l’espressione “organizzazione sociale” soprattutto tenendo conto del fatto che egli proclama la coesistenza di tutte le forme di governo fino ad includere “anche l’AN-ARCHIA del Signor Proudhon”, ognuna applicata a coloro che mostrano un interesse reale per essa.
L’autore dichiara di essere a favore degli insegnamenti di politica economica che sostengono il “LAISSEZ-FAIRE, LAISSEZ PASSER” (la Scuola di Manchester della libera concorrenza senza intervento dello stato).
Non esistono mezze verità. Da ciò egli ne deriva che la legge della libera concorrenza, LAISSEZ-FAIRE, LAISSEZ PASSER, non si applica solo alle relazioni industriali e commerciali ma dovrebbe essere introdotta anche nella sfera politica.
Alcuni affermano che vi è troppa libertà, altri che non ve ne è abbastanza. In realtà, quella che manca è la libertà fondamentale, quella proprio di cui ognuno ha bisogno, la libertà di essere liberi o di non esserlo, in base alla propria scelta personale.
Ognuno decide al riguardo in maniera personale e dal momento che vi sono tante opinioni quanti sono gli esseri umani, quello che ne risulta è il miscuglio noto sotto il nome di politica. La libertà di un partito è la negazione della libertà degli altri. Il migliore governo possibile non opera mai in sintonia con la volontà di tutti. Vi sono vincitori e vinti, tiranni in nome delle leggi presenti e ribelli in nome della libertà futura.
Intendo io proporre il mio personale sistema? Niente affatto! Io sono a favore di tutti i sistemi, vale a dire di tutte le forme di governo che trovano seguaci.
Ogni sistema è come un blocco di appartamenti in cui il proprietario e i maggiori locatari godono dei locali migliori e si sentono a loro agio. Gli altri, per i quali non vi è spazio sufficiente, sono scontenti. Io odio i violenti che vogliono distruggere così come odio i tiranni che vogliono imporre. Coloro che sono insoddisfatti dovrebbero trovare sfogo, ma senza distruggere l’edificio. Quello che a loro non piace, potrebbe andar bene ai loro vicini.
Dovrebbero allora emigrare per cercare per sé stessi, in qualche parte del mondo, un altro governo?
Niente affatto.
Né dovrebbero essere inviati da un luogo all'altro secondo le loro opinioni politiche.
“Io voglio che essi continuino la loro vita in coesistenza con tutti gli altri, dovunque si trovino o dovunque uno intenda stabilirsi, in base alle sue esigenze, ma senza lotte, come fratelli, rimanendo ognuno libero di esprimere le proprie idee e soggetto solo a quei poteri che egli ha direttamente eletto o accettato”.

Ritorniamo in argomento. “Nulla si sviluppa e dura se non è basato sulla libertà. Nulla di ciò che esiste perdura e funziona con successo tranne che attraverso il libero gioco di tutte le sue parti. Altrimenti vi sarà perdita di energia attraverso continue frizioni, rapida usura degli ingranaggi, ripetute rotture e incidenti. Perciò io chiedo che singolarmente tutti i componenti della società umana (individui) dispongano della libertà di associarsi con altri secondo la loro scelta e affinità, operando solo in armonia con le loro capacità, in altre parole, godendo dell’assoluto diritto di scegliere la società politica nella quale essi vogliono vivere e dipendendo solo da essa”.

Attualmente i repubblicani cercano di rovesciare l’attuale forma di Stato al fine di attuare il loro ideale di Stato. Essi sono combattuti come nemici da tutti i monarchici e da coloro che non condividono quell’ideale. Secondo la concezione del nostro autore invece, si dovrebbe procedere in una maniera simile a come si fa per la separazione legale o per il divorzio nelle relazioni familiari. Egli avanza una simile possibilità di disunione anche nel campo politico, una scelta che non danneggerebbe alcuno.
Vuole qualcuno separarsi politicamente? Nulla di più semplice che andare per la propria strada, ma senza calpestare i diritti e le opinioni di altri che, dal canto loro, dovrebbero solo fare un po’ di spazio lasciando a costoro la piena libertà di realizzare il proprio sistema.

In pratica sarebbe sufficiente disporre di un ufficio del registro. In ogni municipalità si aprirebbe un ufficio per l’APPARTENENZA POLITICA degli individui ai loro GOVERNI. Le persone adulte si registrerebbero secondo le loro preferenze, nella lista della monarchia, della repubblica o di qualsiasi altro orientamento. Da qual momento in poi essi non sarebbero più amministrati dal sistema governativo degli altri.
Ogni sistema si organizza autonomamente, ha i suoi propri rappresentanti, leggi, giudici, tasse, senza preoccuparsi se vi sono due o dieci altre organizzazioni simili una accanto all’altra. Per quanto riguarda le dispute che dovessero sorgere tra questi organismi sarà sufficiente ricorrere a tribunali arbitrali come si fa tra persone amiche.

Probabilmente vi saranno molte materie in comune tra tutti gli organismi, che possono essere risolte attraverso accordi reciproci come si sono sviluppate, ad esempio, le relazioni tra i cantoni Svizzeri o tra gli Stati Americani nell’ambito della loro federazione.
Vi saranno persone che non vogliono far parte di alcuno di questi organismi. Essi possono diffondere le loro idee e cercare di aumentare il numero dei loro sostenitori fino a quando non abbiano raggiunto un livello necessario per gestire un bilancio, vale a dire per pagarsi una propria amministrazione che istituisca i servizi che essi richiedono e li gestisca nella maniera da essi voluta. Fino a quel momento essi dovrebbero appartenere ad uno degli organismi di governo già esistenti. Questo per motivi essenzialmente finanziari.

La libertà deve essere così estesa che deve includere anche il diritto a non essere liberi. Per cui, clericalismo e assolutismo per coloro che desiderino ciò.
Vi sarà libera competizione tra sistemi governativi. I governi dovranno cambiare radicalmente per assicurarsi seguaci e utenti. L’unico sforzo richiesto è una semplice dichiarazione presso l’ufficio locale dell’Appartenenza Politica e, senza nemmeno cambiarsi la vestaglia e le pantofole, si potrà passare dalla repubblica alla monarchia, dal parlamentarismo all’autocrazia, dall’oligarchia alla democrazia o persino all’anarchia del signor Proudhon, a discrezione personale.

“Sei insoddisfatto del tuo governo? Prendine un altro che ti vada bene” – senza insurrezione o rivoluzione e senza alcun disordine – semplicemente recandoti all’Ufficio dell’Appartenenza Politica. I vecchi governi possono continuare ad esistere fino a quando la libertà di sperimentare, qui proposta, porterà al loro declino e caduta. Una sola cosa si richiede: la libertà di scegliere. Libera scelta, concorrenza – queste saranno, un giorno, le insegne del mondo politico.

Non c’è il rischio che tutto ciò porti ad un caos indescrivibile?
Ognuno dovrebbe solo richiamare alla memoria i tempi quando ci si scannava l’un l’altro nelle guerre di religione. Che cosa è avvenuto di quegli odi mortali? Il progresso dello spirito umano li ha spazzati via come fa il vento con le ultime foglie d’autunno. Le diverse religioni, nel cui nome si bruciavano e si torturavano le persone, ora coesistono pacificamente, l’una accanto all’altra. E soprattutto là dove parecchie fedi religiose convivono, ognuna di esse è più che mai interessata alla propria dignità e alla propria purezza. Ciò che è stato possibile in quella sfera, nonostante tutti gli ostacoli, non sarebbe ugualmente possibile nell’ambito politico?

Al giorno d’oggi, dal momento che i governi esistono solo escludendo qualsiasi altro potere, ogni partito domina dopo aver sottomesso i suoi oppositori e la maggioranza opprime la minoranza; è quindi inevitabile che le minoranze, coloro che sono oppressi, rumoreggino e intrighino e aspettino solo il momento adatto per la vendetta, per conquistare alla fine il potere. Ma quando ogni coercizione è abolita, quando ogni persona adulta ha, in ogni momento, una assoluta libertà di scelta per tutto ciò che lo concerne, allora ogni scontro che non porta ad alcun risultato diventerà impossibile.

Quando i governi sono soggetti al principio della libera sperimentazione, alla libera concorrenza, essi automaticamente si daranno da fare per diventare migliori e più efficienti.
Niente più distacco, altezzosità, che nascondono il loro vuoto. Il successo per essi dipenderà interamente dal fare meglio e a costo minore degli altri. Le energie attualmente perse in maneggi infruttuosi, in dissidi e resistenze, saranno indirizzate in maniera unitaria verso il fine di promuovere il progresso e la felicità degli esseri umani, in modi straordinari e non ancora esplorati.

All’obiezione che, dopo tutti questi esperimenti con governi di ogni tipo, si ritornerà alla fine ad un unico governo, quello migliore, l’autore fa notare che, anche se questo fosse il caso, tale accordo generale sarebbe stato raggiunto attraverso il libero gioco di tutte le forze. Ma ciò potrebbe avvenire solo in un futuro molto lontano, “quando la funzione di governare, per comune sentire, è ridotta alla sua più semplice espressione”. Nel frattempo, le persone hanno idee differenti e costumi così vari che solo una molteplicità di governi è possibile.

Una persona vuole una vita piena di esperienze eccitanti e di lotte, un’altra desidera la tranquillità, un’altra ancora ha bisogno di incoraggiamento e aiuto, una quarta, un tipo geniale, non tollera alcuna guida. Uno vorrebbe una repubblica fatta di sottomissione e rinunce, un altro desidera la monarchia assoluta con la sua pompa e il suo splendore. L’oratore vuole un parlamento, la persona silenziosa invece è contro tutto questo blaterare. Vi sono cervelli forti e menti deboli, persone ambiziose e gente semplice che si contenta di poco. Vi sono altrettanti caratteri quante sono le persone, altrettanti bisogni quante sono le differenti nature. Come si potrebbero soddisfare tutti con un’unica forma di governo? Le persone appagate saranno sempre una minoranza. Persino un governo perfetto troverebbe chi vi si oppone.

Nel sistema proposto, invece, tutte le divergenze non sarebbero altro che dissapori familiari, aventi come soluzione ultima il divorzio. I governi sarebbero in concorrenza tra di loro e coloro che si associano ai governi sarebbero del tutto leali in quanto esisterebbe piena concordanza tra il governo scelto e le loro idee.
Come si organizzerebbero tutte queste persone?
Io credo nel “potere sovrano della libertà di far sorgere la pace tra le persone”. Non posso certo prevedere il giorno e l’ora in cui tutto ciò avverrà. La mia idea è come un seme gettato al vento. Chi in passato avrebbe pensato all’avvento della libertà di coscienza e chi la metterebbe in discussione al giorno d’oggi?

Per la realizzazione pratica dell’idea si potrebbe, ad esempio, fissare in un anno il periodo minimo di appartenenza ad una forma di governo. Ogni gruppo terrà il registro e saprà come entrare in contatto con i propri aderenti, come fa una chiesa rispetto ai propri fedeli o una società per azioni nei confronti dei suoi azionisti.

Questa coesistenza di vari governi porterà forse ad un flusso enorme di burocrati e ad un corrispondente spreco di energie?
Questa obiezione è importante; ad ogni modo, quando un tale eccesso fosse avvertito, si troverebbe una soluzione. Solo gli organismi davvero efficienti sopravvivranno, gli altri deperiranno progressivamente per mancanza di sostenitori.

Le classi dirigenti e i partiti attualmente dominanti saranno favorevoli a tale proposta?
Sarebbe nel loro interesse che lo fossero.
Essi sarebbero meno forti potendo fare affidamento su un numero minore di aderenti, ma tutti i sostenitori volontari si piegherebbero completamente alla volontà dei governi. Non ci sarebbe bisogno di alcuna coercizione nei confronti dei soggetti, di nessun soldato, di nessun gendarme, di nessun poliziotto. Non ci sarebbero né congiure né usurpazioni. Ognuno e nessuno sarebbero legittimi.

Potrebbe accadere che un governo andasse in liquidazione e, in una fase successiva, qualora riuscisse a trovare altri sostenitori, ritornerebbe sulla scena attraverso un semplice atto costitutivo, come avviene per una società per azioni. La piccola quota versata per la registrazione dovrebbe essere sufficiente per finanziare gli uffici dell’Appartenenza Politica. Sarebbe un meccanismo così semplice che anche un bambino riuscirebbe a gestirlo, e nonostante la sua semplicità risponderebbe a tutti i bisogni.
È così semplice ed efficace che sono convinto nessuno ne vorrà sapere. L’essere umano essendo così com’è …

Lo stile e il modo di ragionare dell’autore, De PUYDT, mi ricordano in parte AMSELM BELLEGARRIGUE, come ci è apparso nei suoi numerosi articoli nel quotidiano di Toulouse del 1849, “Civilization”.
Idee simili, specialmente per quanto concerne le tasse, sono state formulate in epoca succesiva e nel corso di alcuni anni da AUBERON HERBERT (tassazione volontaria).
Il fatto che tale proposta appaia molto più plausibile a noi di quanto non sia apparsa ai lettori del 1860, dimostra che almeno qualche progresso è stato compiuto.
L’aspetto importante è di dare a questa idea il TIPO DI ESPRESSIONE CHE CORRISPONDE AI SENTIMENTI E ALLE ESIGENZE ATTUALI e di prepararci per la sua REALIZZAZIONE.
È la riflessione su quali iniziative intraprendere che mancava nel ragionamento freddo e pacato di questo autore isolato del 1860.
Non potrebbe essere questo l’aspetto che renderebbe oggi la discussione di questi temi molto più promettente e ricca di sviluppi futuri?




permalink | inviato da il 14/8/2005 alle 15:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il Liberismo nell'Internazionale
post pubblicato in Pagine Classiche, il 2 giugno 2005

Il liberismo nell'Internazionale

di Camillo Berneri

Il testo della famosa lettera che Berneri scrisse a Rivoluzione Liberale, la rivista di P. Gobetti.



     Caro
Gobetti,

    m'è accaduto più volte, trovandomi a discutere delle mie idee con persone colte, di dover constatare, per le domande rivoltemi e per le obbiezioni mossemi, che il movimento anarchico, che pure fa parte, e non piccola, della storia del socialismo, è o semi-ignorato o malamente conosciuto. Non mi sono, quindi, stupito, leggendo l'articolo del prof. Gaetano Mosca sul materialismo storico, nel vedere annoverato tra i socialisti utopisti il Proudhon, che rimarrebbe mortificato nel vedersi posto a braccetto con quel Blanc, che egli saettò con la più aspra ironia per aver posto "l'Eguaglianza a sinistra, la Libertà a destra e la Fratellanza in mezzo, come il Cristo fra il buono e il cattivo ladrone".

    Per escludere il Proudhon dagli scodellatori della zuppa comunista, basterebbe la critica alla formula, che divenne poi il credo Krapotkintano "da ciascuno secondo le sue forze ed a ciascuno secondo i suoi bisogni", formula che egli chiama una casuistica avvocatesca, poiché non vede chi potrà fare la valutazione delle capacità e chi sarà giudice dei bisogni. (Cfr. L'Idée générale de la Révolution au dix-neuviéme siécle. - Garnier, Paris, 1851, p. 108).

    L'errore in cui è caduto il Mosca è interessante, poiché dimostra come sia sfuggito a molti studiosi della storia del socialismo questa verità: che il collettivismo dell'Internazionale ebbe un valore essenzialmente critico. Fatto che è stato negato anche da alcuni anarchici, come da L. Fabbri, che sostiene essere l'anarchismo "tradizionalmente e storicamente socialista" in quanto ha per base della sua dottrina economica "la sostituzione della proprietà socializzata alla proprietà individuale" (cfr. Lettere ad un socialista; Pensiero - 1910, n. 14, p. 213).

    Basta una rapida scorsa alla storia della Iª Internazionale per smentire questa affermazione. L'Internazionale nacque in Francia, nell'atmosfera ideologica del mutualismo proudhoniano, e, come dice Marx in una sua lettera relativa al Congresso di Ginevra (1866), non aveva, nel suo primo tempo, espressa alcuna idea collettivista né comunista. Il rapporto Longuet nel Congresso di Losanna (1867) dimostra che Proudhon dominava ancora. E tale dominio si riscontra nel Congresso di Bruxelles (1868), in cui, tuttavia, si affacciò l'idea collettivista, ma in modo generico e limitata alla proprietà fondiaria e alle vie di comunicazione. La collettivizzazione affermata nel IV Congresso, quello di Basilea (1869), fu limitata al suolo. L'influenza praudhoniana, dunque, è parallela all'anti-comunismo e all'anti-collettivismo.

    Al collettivismo aderirono Bakounine e seguaci; ma vedendo in esso più che un progetto di forma economica, una formula di negazione della proprietà capitalista. Bakounine era entusiasta di Proudhon. Egli (Cfr. Oeuvres, I, 13-26-29) esalta il liberismo nord-americano [non erano ancora sorti i trusts], e dice "La libertà dell'industria e del commercio è certamente una gran cosa, ed è una delle basi essenziali della futura alleanza internazionale fra tutti i popoli del mondo". E ancora: "I paesi d'Europa ove il commercio e l'industria godono comparativamente della più grande libertà, hanno raggiunto il più alto grado di sviluppo". L'entusiasmo per il liberismo non gli impedisce di riconoscere che fino a quando esisteranno i governi accentrati e il lavoro sarà servo del capitale "la libertà economica non sarà direttamente vantaggiosa che alla borghesia". In quel direttamente vi è una seconda riserva. Infatti egli vedeva nella libertà economica una molla di azione per la classe borghese, che egli afferma essere ingiusto considerare estranea al lavoro (Cfr. Oeuvres, I, pp. 30 e segg.), e non poteva non riconoscere la funzione storica del capitalismo attivo. Interessanti sono anche i motivi delle simpatie del B. per il liberalismo nord-americano, poiché ci spiegano che cosa egli intendesse per proprietà.

    Il B. fa presente che il sistema liberista nord-americano "attira ogni anno centinaia di migliaia di coloni energici, industriosi ed intelligenti", e non si impressiona punto all'idea che costoro divengano, o tentino divenire, proprietari.

    Anzi, si compiace che vi siano coloni che emigrano nel Far West e vi dissodino la terra, dopo essersela appropriata, e nota che "la presenza di terre libere e la possibilità per l'operaio di diventare proprietario, mantiene i salari ad una notevole altezza ed assicura l'indipendenza del lavoratore" (Cfr. Oeuvres, I, 29).

    La concezione del valore energetico della proprietà, frutto del proprio lavoro, è la nota fondamentale della ideologia economica del B. e dei suoi più diretti seguaci. Tra questi Adhémar Schwitzguébel, che nei suoi scritti (Cfr. Quelques écrits, a cura di J. Guillaume, Stock, Paris, pagina 40 e seguenti) sostiene che l'espropriazione rivoluzionaria deve tendere a concedere ad ogni produttore il capitale necessario a far valere il suo lavoro. La dimostrazione storica dell'anti-comunismo bakunista sta nel fatto che le tendenze comuniste nell'Internazionale italiana trionfarono nel 1867, quando l'attività del Bakounine era quasi interamente sospesa (Cfr. Introd. del Guillaume alle Oeuvres de B., p. XX) e nel fatto che in Spagna, ove l'Alleanza aveva piantato profonde radici, perdura una corrente anarchica collettivista in senso bakunista. 


  Se il collettivismo dell'Internazionale fosse stato compreso dal Mazzini non ci sarebbe stato il fenomeno della sua critica anti-comunista. Così criticava il Mazzini: "L'Internazionale è la negazione di ogni proprietà individuale, cioè di ogni stimolo alla produzione... Chi lavora e produce, ha diritto ai frutti del suo lavoro: in ciò risiede il diritto di proprietà... Bisogna tendere alla creazione d'un ordine di cose in cui la proprietà non possa più diventare un monopolio, e non provenga nel futuro che dal lavoro". Saverio Friscia, nella "Risposta di un internazionalista a Mazzini", (pubblicata sopra il giornale bakunista L'Eguaglianza di Girgenti, e ripubblicata dal Guillaume, che la trova superba e l'approva toto corde [Cfr. Oeavres de B., vol. VI, pp, 137-140]) rispondeva: "Il socialismo non ha ancora detto la sua ultima parola; ma esso non nega ogni proprietà individuale. Come lo potrebbe, se combatte la proprietà individuale (leggi: capitalista) del suolo, per la necessità che ogni individuo abbia un diritto assoluto di proprietà su ciò che ha prodotto? Come lo potrebbe se l'assioma "chi lavora ha diritto ai frutti del suo lavoro", costituisce una delle basi fondamentali delle nuove teorie sociali?". E dopo aver analizzato le critiche del Mazzini, esclama: "Ma non è questo del puro socialismo? Che cosa volevano Leroux e Proudhon, Marx e Bakunin, se non che la proprietà sia il frutto del lavoro? E il principio che ogni uomo deve essere retribuito in proporzione alle sue opere, non risponde forse a quell'ineguaglianza di attitudini e di forze ove il socialismo vede la base dell'eguaglianza e della solidarietà umana?". 


 In questa risposta del Friscia è netta l'opposizione della proprietà per tutti alla proprietà monopolistica di alcuni; il principio dell'eguaglianza relativa (economica); ed in fine il principio dello stimolo al lavoro rappresentato dalla ricompensa proporzionata, automaticamente, alle opere.

    Non pensi, caro Gobetti, che potrebbe essere utile, su R. L., una serie di studi sul liberalismo economico nel socialismo? Credo colmerebbe una grande lacuna e leverebbe di mezzo molti e vecchi equivoci. Credo ne risulterebbe, fra le tante cose interessanti, questa verità storica: essere stati gli anarchici, in seno all'Internazionale, i liberali del socialismo. Storicamente, cioè nella loro funzione di critica e di opposizione al comunismo autoritario e centralizzatore, lo sono tutt'ora.

Tuo C. BERNERI.




permalink | inviato da il 2/6/2005 alle 9:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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