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Il bonobo e l'anarchico
post pubblicato in Cultura, il 25 aprile 2014

di luigi Corvaglia

pubblicato su A - rivista anarchica, n. 388, Aprile 2014

Lo scimpanzé è di destra, il bonobo è di sinistra. Si sa. Lo scimpanzé, machista, aggressivo e intollerante dello straniero, è il classico portatore della mentalità Law and Order. Il bonobo no. Questa scimmia antropomorfa, che vive in una pacifica società matriarcale e che regola le questioni col sesso piuttosto che con la guerra, è l’idolo della nuova sinistra etologica. Tra l’altro, pare che non si faccia problemi di orientamento sessuale. E’ curioso quali connessioni improbabili possa attivare la lettura pressoché simultanea di libri diversissimi. Un esempio di ciò sono proprio le riflessioni sugli animali umanizzati che mi si sono prodotte dalla presentazione “sinottica” di tre testi. Il primo è quello del primatologo olandese Frans de Waal (Il bonobo e l’ateo. In cerca di umanità fra i primati, Raffaello Cortina editore, Milano, 2013), il secondo, uno dei tanti libri del sociologo polacco Zygmunt Bauman (Modus vivendi. Inferno e utopia del mondo liquido, Bari, Laterza, 2007) e, l'ultimo, un manuale di psicoterapia (S. Sassaroli, R. Lorenzini, G.M. Ruggiero(a cura di), Psicoterapia cognitiva dell’ansia, Raffaello Cortina, Milano, 2006). Triade azzardata, lo so. Fatto è che il sociologo della società liquida, Bauman, cita Isahia Berlin che, a sua volta, riprende Archiloco. Quest’ ultimo scrisse una favola intitolata "La volpe e il riccio" la cui morale è che, per quanto si possano conoscere molte vie e molti trucchi, come la volpe, nulla si può contro una sola idea che funziona (quella del riccio). Berlin propone una rilettura del testo di Archiloco finalizzata a caratterizzare e dividere in due gruppi gli scrittori e i pensatori più famosi della storia, ma, in fondo, gli uomini tutti. Platone, così, sarebbe un esponente della squadra dei “ricci”. Questi sono coloro i quali “riferiscono tutto a una visione centrale, a un sistema più o meno coerente e articolato, con regole che li guidano a capire, a pensare e a sentire – un principio ispiratore, unico e universale, il solo che può dare un significato a tutto ciò che essi sono e dicono». Sanno una cosa sola, ma è quella giusta, direbbe Archiloco. Sono guidati dall' etica del principio, direbbe, invece, il buon vecchio Max Weber. Si tratta di quel modo di agire che nasce da principi giusti a-priori e si preoccupa poco degli esisti dell'azione. In parole povere, il tipo di ragionamento di quel chirurgo che disse che l'operazione era perfettamente riuscita, ma il paziente era deceduto. Ci sono poi le “volpi”, come Aristotele. Questi non hanno certezze assolute e le loro azioni non sono unificate da un principio morale o estetico. Sono, insomma, pragmatici, talvolta incongruenti e, quindi probabilmente più propensi ad agire in base all' etica della responsabilità, cioè giudicando l' appropriatezza di una azione a posteriori, sulla base dei risultati. Berlin definisce “monismo” la prima condizione psicologica, quella del riccio, e “pluralismo” la seconda”, quella della volpe. Egli non esita a dare al monismo la responsabilità di tutte le feroci dittature che hanno funestato il XX secolo. Il monismo è fede in un principio, quindi è popperianamente infalsificabile, è certezza. La certezza diviene sempre zelo messianico. Lo zelo messianico produce cataste di cadaveri. Un comportamento da scimpanzé, diciamolo. Non solo perché strettamente legato all'intolleranza, ma perché connesso perfino con la territorialità. Ed eccoci alla psicologia. Berlin stesso, del resto, aveva già instaurato un parallelismo tra monismo, che è ricerca d’unità e sicurezza, e agorafobia, che è ricerca di un luogo chiuso e rassicurante. Il monista è chi cerca la sicurezza. Come l'agorafobico. Questi diffida dell'aria aperta e chiede porte chiuse (salvo lamentare mancanza d'aria). Al contrario, il pluralismo soffre di claustrofobia. Chiede aria, porte aperte, luce. Il pluralista sperimenta nuove idee e nuove soluzioni. Ciò lo porta ad essere molto più tollerante. Quello di cui l’umanità abbisogna, dunque, probabilmente, non è unità, perfezione, certezza, bensì scetticismo, pluralità, vale a dire incertezza e claustrofobia. Meno scimpanzé e più bonobo. Si, perché il bonobo è claustrofobico.

 

 Ansia sociale: Ipocondria securitaria a agorafobia liquida

 

La paura implica prudenza. Il mio manuale di psicologia definisce "strategia iperprudenziale" quel comportamento che i sociologi scoprono solo ora. Esiste, infatti, un chiarissimo correlato di massa fra agorafobia di interesse clinico e i comportamenti da angoscia sociale contemporanea. Bauman ne fa il tema del suo libro. La società contemporanea è “ossessionata” dal problema della sicurezza. Gli occidentali contemporanei hanno strutturato dei circoli viziosi tali da produrre una mole di rituali compulsivi a carattere assicurativo e preventivo di chiara marca ossessiva. Eppure, il sociologo Robert Castel lo dice chiaramente nella sua analisi sull’ angoscia sociale: “viviamo senza dubbio –perlomeno nei paesi sviluppati – nelle società più sicure finora mai conosciute”. Gli individui più viziati di ogni tempo, invece, approcciano l’informazione mediatica con lo stesso spirito con cui un ipocondriaco legge un testo di patologia medica. Vi trova tutte le ragioni per sentirsi vicino all'olocausto. Terrorismo islamista, immigrazione clandestina, microcriminalità, sono tutti segni del dramma prossimo ed ineluttabile. Il bisogno di controllo che l’ansioso percepisce è basato su un’ idea di fondo irrazionale, cioè che, oltre che utile, possedere il controllo sia doveroso e, soprattutto, possibile. Si legge nel manuale che“ciò che determina la patologia non è il desiderio di controllare“per quanto possibile” l’andamento delle cose, ma la certezza di poterlo fare” . Se ne deduce che, se non si riesce a raggiungere la certezza, si ritiene giocoforza che il problema sia il non essersi applicati abbastanza oppure la propria incapacità.L’effetto sarà quindi l’aumento del controllo con aumento della frustrazione e dell’ansia. Scrive a proposito dell'ansia sociale Z. Bauman, che psicologo non è, che “L’acuta e inguaribile esperienza dell’insicurezza è un effetto collaterale della convinzione che la sicurezza assoluta sia raggiungibile,con le giuste capacità e con uno sforzo adeguato (“si può fare”,“possiamo farcela”). E così, se viene fuori che non cela si è fatta, l’insuccesso si può spiegare soltanto con un atto malvagio e malintenzionato. In questo dramma, un cattivo ci dev’essere”. L’effetto è l’aumento del controllo con aumento della frustrazione e dell’ansia. la sovrapponibilità dell'osservazione del sociologo a quella dello psicologo è totale. Qui, in più, c’è la costruzione di quelle che in criminologia si chiamano le “nuove classi pericolose” (immigrati extracomunitari, soprattutto). Come si ottiene,dunque, protezione da tutto ciò? Chiudendosi, separandosi. L'ipocondria securitaria sfocia nell'agorafobia sociale. L’alienazione urbana della Los Angeles descrittaci anni fa da Davis (M.Davies, L’agonia di Los Angeles, Datanews, 1994) come vero laboratorio della medievalizzazione dei tessuti metropolitani, con tanto di cittadelle indipendenti, ponti levatoi, bravi prezzolati e telecamere ad ogni angolo a definire l’avverarsi della distopia del “panoptikon”, è ormai dilagata al resto delle metropoli. San Paolo del Brasile ne è uno degli esempi più eclatanti, ma la parcellizzazione armata è processo dal quale nessuna città è immune. I muri e l'orientamento delle telecamere distinguono “noi” da “loro”, dividono l’ordine dalla natura selvaggia. Si tratta di una spinta verso delle comunità di simili,allontanamento agorafobico dall’ alterità esterna e, al contempo,rinuncia all’ interazione interna, riducendosi l’interno ad essere un blob uniformato e indifferenziato. La “comunità degli identici” è una polizza assicurativa contro i rischi del plurale, della polifonia del mondo esterno, ma anche, ci ricorda Berlin, assicurazione di eccesso di zelo. Ad esempio, zelo nell’allontanare,in base allo ius excludendi alios connesso alla proprietà.

 

Anarco-ricci fra inferno e utopia

 

In Italia certo sedicente “anarcocapitalismo” secessionista, commistione di reazione e rivoluzione, di autodeterminazione western e culto identitario, è l’ espressione strapaesana di questi fermenti metropolitani. Qui gli spazi da delimitare diventano quelli di indefinite “nazioni per consenso” (concetto mutuato dall'ultimo, contraddittorio, Rothbard), compattate artificialmente dalla provinciale paura agorafobica. “Mixofobia” è il termine utilizzato da Zygmunt Bauman per definire questa reazione “iperprudenziale” per gestire l’ingestibile, ossia la connaturata diversità dell’umano. Una utopia, come tutte le utopie destinata a produrre molte infelicità, come ben sa l’agorafobico. La mixofobia, quindi, è l’agorafobia del mondo liquido ,di quel mondo, cioè, in cui la velocità dei processi è tale da impedire la cristallizzazione dei fatti sociali in dati strutturali, in cui le modalità sono cangianti e inafferrabili e nel quale sono venute meno le agenzie collettive di sicurezza (welfare state ecc.). Che a produrre tale forma di “chiusura a riccio”- – espressione che qui è proprio il caso di usare- sia un aggregato di individui che si rifanno alla cultura "libertarian” è decisamente paradossale, visto che questa si propone quale forma estrema e compiuta dell'idea “liberale”, un'idea, cioè, che si fonda proprio sul confronto e la libera sperimentazione in assenza di verità universali. Proprio la cultura liberale, intesa come ethos, ha prodotto, con la caduta degli assoluti, “le società più sicure di sempre” di cui parla Castel. E la globalizzazione di cui cantano le lodi è lo stesso fenomeno da cui si difendono. Dimentichi del passato da volpe, i nostri “libertari” si palesano quali ricci ben colmi di aculei e si fanno cartina di tornasole della deriva liberale. Significativo, ed estremamente esplicativo, notare che, al suo primo affacciarsi, sul finire degli anni settanta, il libertarismo di mercato italiano si presentava con una rivista intitolata Claustrofobia. Al suo ripresentarsi, il think thank anarco-capitalista ha propagandato il proprio pensiero, orgogliosamente politicamente scorretto, da una rivista denominata Enclave...

 

La reazione allo stato di cose prodotte dalla modernità, infatti, può essere di tipo regressivo o progressivo. Nel primo caso, si può cadere in una romantica nostalgia per un mondo premoderno in cui la comunità era la sicura cornice dell’attività umana. Vi rientralo stesso Bauman, col suo disdegno dell’individualismo “moderno”e la sua fiducia nel socialismo, ma, paradossalmente, e per gli stessi motivi, anche una parte non piccolissima dell’anarchismo.

Poi c’è il sistema della volpe (e,un po', del bonobo).Quello del pluralismo, del meticciato, del confronto, della libera sperimentazione. Questa è l’opzione, in senso lato, libertaria. Intendo sotto questa etichetta una concezione trasversale che contiene ogni pensare “liquido”, nemico, cioè, della scelerotizzazione, e che può ritrovarsi nell'ethos anarchico come in quello liberale delle origini. I nostri anarcocapitalisti “paleolibertari” (così si chiamano), pur affermando di richiamarsi a quell'ethos - sia in quanto“anarchici”, sia in quanto “liberali” -, rischiano spesso di utilizzare la prima delle due scelte proposteci da Italo Calvino nel suo Le città invisibili:

 

Due modi ci sono per non soffrire. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e sapere riconoscere chi e cosa, in mezzo all’ inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

 

Affiancare secessionismo para-leghista, mixofobia, urbanistica securitaria privata, rivolta fiscale e integralismo cattolico è sicuramente la scelta di diventare parte dell'inferno. Forse di alimentarlo. La seconda opzione spetta a chi non vuole contribuire a questa causa. Coloro, poi, che vogliono sostituire all'inferno il paradiso seguendo scrupolosamente il loro catechismo non fanno che denunciare il loro monismo. Hanno una soluzione sola, ma è quella giusta,quindi essi sono l'inferno. Ricci e volpi possono non essere così riconoscibili al primo sguardo. E fino a pochi anni fa il bonobo era considerato una specie di scimpanzé.

Una madre può solo sbagliare.
post pubblicato in Cultura, il 19 marzo 2011

Una madre può solo sbagliare.

(Ovvero come dimostrare la mia patologia).

 

Luigi Corvaglia

   

 “Vive la difference!”, dicono i francesi quando gli si fa notare che fra uomo e donna esiste solo una piccolissima differenza. Gli psicoanalisti non sembrano pensarla così. Scrive, ad esempio,  Violaine Guèritault [1] che “Freud concepiva la donna come una brutta copia dell’uomo, completamente e inesorabilmente ottenebrata da complesso di castrazione”.  Non esagera. La condizione della donna, infatti, per il padre della psicoanalisi, è indelebilmente condizionata dal desiderio inappagato del pene, che la descrive e la identifica quale oggetto incompleto. Colpa della “difference”. Scrive Lacan che “il sesso femminile ha un carattere di assenza, di vuoto, di cavità, che lo rende meno desiderabile di quello maschile”[2]. Non mi sento troppo lacaniano riguardo quest’ultima affermazione. Voglio comunque sottolineare che la dannazione dell’assenza, per la psicodinamica, comporta ben altri ed irrimediabili guasti oltre il non gradimento di Lacan per la vagina. E’, infatti, dogma di fede psicoanalitica che è proprio alla mancanza del fallo che si deve lo scarso contributo femminile “alle scoperte e alla invenzioni della civiltà”[3]. Madame Curie era probabilmente afflitta da un complesso di mascolinità. Sempre l’idea di una mannaia primordiale delle parti basse comporta l’ “ostile animosità delle donne nei confronti dell’ uomo” così come il loro “scarso senso di giustizia e il prevalere dell’invidia nella vita psichica” che, si sa, sono inconfutabili ed universali verità. Non si pensi, però, che la psicoanalisi ortodossa ritenga  la donna sempre seconda nella competizione con l’uomo. Assolutamente no. Per esempio, nel taglio e nel cucito è inutile che l’uomo si provi a mettersi  a confronto con le mutilate. Non c’è sfida. Le donne, infatti, sono imbattibili nell’arte tessile a causa dell’ “invidia del pene” e della vergogna per la sua  mancanza. La tendenza al cucito, infatti, nasce proprio dall’esigenza di creare dei tessuti per coprire l’orrida ferita, il vuoto dopo il furto [4]. Il discorso, è il caso di dire, non fa una piega.

E il desiderio di maternità? Sembra piuttosto chiaro a chiunque non si faccia legare dai lacciuoli del pensiero logico, pardòn, cosciente,  che si tratti nient’altro che di una sostituzione. Basta scambiare il bambino con il pene ed il gioco è fatto. In altri termini, una donna vuole un figlio per rimpiazzare un pene che non avrà mai. Francoise Dolto, che per decenni è stata la psicoanalista più rispettata di Francia, quindi del mondo, lo ha chiarito, del resto, molto pene, ehm, bene (sapete come sono questi lapsus..). La Dolto, infatti, scrive che alla scoperta della menomazione, la bambina capisce che sarà madre. Ecco, allora, che gioca con le bambole. Nelle sue parole, “La bambola è, per la bambina, il feticcio del pene mancante”. Del resto, il padre, che spesso si sente messo da parte dalla madre di suo figlio  a favore di questi, ha la sensazione “che il feto riesca a possedere la donna in modo più profondo e più a lungo di quanto egli potrà mai fare nel coito[5]”. E’ qui che emerge in tutta la sua virulenza la perversione materna. La madre preferisce giocare col suo pene piuttosto che con quello del suo uomo. L’atteggiamento materno, infatti, altro non è se non un modo mascherato di manifestazione del proprio potere tramite la manipolazione del feticcio. Ciò, tra l’altro, avviene con grave danno per lo sviluppo del figlio:

 Una donna non può essere “materna”, e quindi dare perché si sviluppi, se non quando vive una relazione soddisfacente con il padre di suo figlio [6].

  Per fortuna, il padre riesce talvolta a salvare il bambino, riuscendo a rompere il rapporto preferenziale madre-figlio e divenendo modello per la crescita e lo sviluppo di quest’ultimo.

Insomma, per sfuggire all’angoscia del vuoto inguinale, la donna necessita di diventare madre. Eppure, scrive Freud, proprio quando la donna diventa madre, diventa nevrotica. “Qualunque cosa facciate, signora, sbaglierete!”, avrebbe decretato il vecchio rivolgendosi ad una giovane ed attonita madre. La sentenza era stata emessa. Da quel giorno fu chiaro che tutto quanto di negativo potesse accadere nella famiglia, la causa si sarebbe dovuta cercare in quell’essere monco, in quell’uomo incompleto. Si inaugurò la stagione del senso di colpa delle madri. Schematizza Gérard Zwang, nel tentativo di mostrare che in psicoanalisi non c’è via di scampo,  che se il  bambino è molto coccolato, lo si  rafforza nella libido incestuosa e nel narcisismo, ritardando la formazione del SUPER IO. Se, invece, si è rigidi nell’educazione, la madre è definita “castrante” e fa insorgere un SUPER IO eccessivo. Se l’attaccamento alla madre è troppo forte, favorirà l’omosessualità del ragazzo. Ma qui anche un padre troppo bonario, comunque, impedirà che si sviluppi l’identificazione col genitore maschio, favorendo anch’egli l’omosessualità. Al contrario, un’educazione fatta di sanzioni e affettività condizionata porta guai. Infatti, la sculacciata incrosta la libido sulle parti posteriori, il che spiega il legame fra omosessualità e paranoia, e la minaccia di sottrazione d’amore provoca un doloroso trauma che aggrava il masochismo primario (o secondario). Una madre che tende a sminuire il bambino lo spingerà verso l’omosessualità. Quella che ostacola la sessualità della figlia, invece, la renderà ribelle al marito. Simile la binarietà per l’allattamento ( se il bambino viene allattato al seno, il legame con la madre sarà difficile da sradicare e, quindi, traumatico lo svezzamento; se invece sarà allattato col biberon, non potrà strutturare la sua fase orale a contatto col seno materno e tutta la sua vita futura sarà segnata da questa frustrazione) o la localizzazione della culla (in camera con i genitori, porta all’assistere alla “scena primaria” – il sesso fra i genitori - e la vista della menomazione del sesso materno farà cadere il bambino nell’ “angoscia di castrazione”; se il bambino dorme in camera sua, patirà la separazione e capirà che quella donnaccia lo tradisce col padre). Non c’è scampo. Come la fai, la sbagli. Ciò permette una lettura a posteriori in grado di spiegare a ritroso ogni cosa. Se un omosessuale ha avuto genitori rigidi è colpa loro, se aveva genitori troppo affettuosi, è colpa loro. Non è possibile smentire una teoria siffatta.

Sono stati, comunque,  gli adepti del culto analitico  posteriori a Freud a perfezionare la colpevolizzazione dei genitori e, soprattutto, della madre. Il primo posto in quest’opera se la contendono Frieda Reichmann, cui si deve il concetto di “madre schizofrenogena” che ebbe il suo quarto d’ora di celebrità, e Bruno Bettelheim, il quale, prima di essere smascherato come un impostore e seviziatore di infanti [7], fu il guru della teoria dell’autismo infantile causato dalle madri. Quest’ultimo, scrisse nel suo libro La fortezza vuota:

 In questo libro, io sostengo, dall’inizio alla fine, che il fattore che fa precipitare il bambino nell’autismo è il desiderio dei suoi  genitori che egli non esista [8].

  Il vero problema, però, sarebbe che le madri vorrebbero fare dei loro figli dei figli “perfetti”. Osserva, infatti, J. Louise Despert, parlando della teoria di Bettelheim,

 Queste madri iperintellettuali e anaffettive, spiegava, cercano la pienezza nelle sfere intellettuali piuttosto che nei contatti umani [9].

 Poco importa, quindi, che queste madri appaiano normali, anzi, spesso, brillanti e sinceramente affettuose coi propri figli. In psicoanalisi è efficace strumento autoconfimatorio tanto osservare quel che si vede, se ciò  combacia con le proprie teorie, quanto, se ciò che si osserva contrasta con la costruzione ideologica freudiana, affermare che ciò che si vede è solo una copertura di ciò che non si vede, ma che si sa ben descrivere come qualcosa che conferma la teoria. J. Edgar Hooder, il fondatore dell’FBI, quando aveva deciso di mettere sotto controllo il telefono di una persona accusata di sovversione, usava preparare due profili, uno dal titolo ‘sovversivo’ – nel caso in cui le conversazioni ascoltate fossero compromettenti – e un altro intitolato ‘sovversivo astuto’– nel caso in cui non lo fossero. E’ un meccanismo efficiente ed implacabile. Perfino la scoperta, fatta dopo il suo suicidio, che Bettelheim fosse un millantatore, un imbroglione, un falsificatore di dati scientifici e un violento proprio con i bambini, non sembra aver scosso la fiducia nella sua teoria. Infatti, alcune sue frasi hanno campeggiato a lungo su un cartellone nell’asilo comunale frequentato da mia figlia. Come una religione, o un delirio, la psicoanalisi è teoria plastica e impermeabile alla critica.

Più sopra si è visto, facendo riferimento all’educazione genitoriale, come qualunque sia lo stile scelto, esista l’inghippo, rendendo, di fatto, inutile ogni discorso in merito. Ora, invece, quest’altro aspetto relativo alla  impossibilità di falsificare la teoria è realmente esemplare del culto fideistico, come chiaramente espresso da Karl Popper. Questi, avvicinatosi in gioventù al marxismo, alla psicoanalisi freudiana, poi alla psicologia analitica di Adler, a un certo punto cominciò ad avvertire che  

 ….queste altre tre teorie, pur atteggiandosi a scienze, erano di fatto più imparentate con i miti primitivi che con la scienza e assomigliavano più all'astrologia che all'astronomia. Riscontrai che i miei amici, ammiratori di Marx, Freud e Adler, erano colpiti da alcuni elementi comuni a queste teorie e soprattutto dal loro apparente potere esplicativo. Esse sembravano in grado di spiegare praticamente tutto ciò che accadeva nei campi cui si riferivano. Lo studio di una qualunque di esse sembrava avere l'effetto di una conversione o rivelazione intellettuale, gli occhi su una nuova verità, preclusa ai non iniziati. Una volta dischiusi in questo modo gli occhi, si scorgevano ovunque delle conferme: il mondo pullulava di verifiche della teoria. Qualunque cosa accadesse, la confermava sempre. La sua verità appariva perciò manifesta; e, quanto agli increduli, si trattava chiaramente di persone che non volevano vedere la verità manifesta, che si rifiutavano di vederla, o perché era contraria ai loro interessi di classe, o a causa delle loro repressioni tuttora 'non analizzate' e reclamanti ad alta voce un trattamento analitico. L'elemento più caratteristico di questa situazione mi parve il flusso incessante di conferme, di osservazioni che 'verificavano' le teorie in questione; e proprio questo punto veniva costantemente sottolineato dai loro seguaci. [10]

  Più oltre si racconta un episodio accadutogli personalmente con Adler:  

 Una volta, nel 1919, gli riferii di un caso che non mi sembrava particolarmente adleriano, ma che egli non trovò difficoltà ad analizzare nei termini della sua teoria dei sentimenti di inferiorità, pur non avendo nemmeno visto il bambino. Un po' sconcertato gli chiesi come poteva essere così sicuro. 'A causa della mia esperienza di mille casi simili' egli rispose; al che non potei trattenermi dal commentare: ”e con quest'ultimo, suppongo, la sua esperienza vanta milleuno casi”. [11]

 Insomma, la teoria si conferma da sola. In definitiva, una teoria che non può essere falsificata, perché “si scorgono ovunque delle conferme”, perchè “qualunque cosa accada, la teoria si conferma sempre”, come le intercettazioni di Hoover confermano sempre la sovversione,  spiega praticamente tutto, quindi non spiega niente. Per essere valida, una teoria deve consentire in linea di principio di derivare conseguenze falsificabili. Ciò che non è falsificabile in potenza, non è neppure verificabile. E’ verificabile la sovversività del sovversivo “astuto”? E’ forse falsificabile un precetto di fede? Forse che l’analisi spettrometrica di un’ostia consacrata può invalidare il “fatto” che questo sia corpo e sangue di Gesù? Ecco perché la transustanziazione non è una teoria scientifica, ma un articolo di fede, mentre quella della terra piatta era un’ottima teoria scientifica, perché potenzialmente – e poi di fatto – falsificabile dalle evidenze contrarie. Affermazioni come “le donne cuciono per nascondere la mancanza del pene” o “il fattore che fa precipitare il bambino nell’autismo è il desiderio dei suoi  genitori che egli non esista” non sono dotate di questa potenziale falsificabilità.  Come fare a criticare la psicoanalisi se ogni critico è visto come “persona che non vuole vedere la verità manifesta a causa delle sue repressioni tuttora 'non analizzate' e reclamanti ad alta voce un trattamento analitico”? Come nel delirio paranoico, ogni confutazione conferma la teoria da confutare! Delle osservazioni psicoanalitiche, infatti,  Popper scrisse che

 Non c'era alcun comportamento umano immaginabile che potesse contraddirle. Ciò non significava che Freud e Adler non vedessero correttamente certe cose: personalmente non ho dubbi che molto di quanto essi affermano ha una considerevole importanza, e che potrà svolgere un suo ruolo un giorno, in una scienza psicologica controllabile. Ma questo non significa che le 'osservazioni cliniche', che gli analisti ingenuamente consideravano come conferme delle loro teorie, di fatto confermino quest'ultime più di quanto facessero le conferme quotidiane riscontrate dagli astrologi nella loro pratica [12] . 

 Mi sento quindi di confortare le mamme. Fino a che qualcosa di più dell’altezzosità che vuol bastare a se stessa non riuscirà a dimostrare che un bambino è un pene – ovvero fintanto che  le “dimostrazioni” saranno infalsificabili come la sovversione del “sovversivo astuto”– non dovranno preoccuparsi. Poco importa se, con questa disquisizione tesa a negare la validità epistemologica della teoria, secondo i processi logici psicodinamici, avrò dimostrato la mia "repressione" non ancora "analizzata" che "reclama un trattamento analitico". Del resto, come diceva con leggera ironia l’ “apostata” psicoanalitico  Woody Allen: "Ho lavorato a lungo col dottor Freud. Poi abbiamo litigato sul concetto di invidia del pene. Lui voleva limitarlo alle donne…." 


1. Gueritault V., Madri sempre colpevoli, in AA.VV., Il libro nero della psicoanalisi, a cura di C. Meyer, Fazi Editore, 2006, pag. 342

2. Lacan J., lezione del 21 marzo 1956, in Il seminario. Libro III. Le psicosi (1955-56), a cura di G. Contri, Einaudi, Torino, 1985

3. Freud S., Il tabù della verginità, in Contributi alla psicologia della vita amorosa (1910-1917), in Opere, vol. VI, Milano, Einaudi, 1974, pag. 445

4. Gueritault V., op.cit., pag. 343

5. Dolto F., Les Chemins de de l'éducation, Parigi, Gallimard, 1994, p.69

6. ibidem

7. Pollak R., Bettelheim l'impostore, in AA.VV., Il libro nero della psicoanalisi, a cura di C. Meyer, Fazi Editore, 2006, pp. 363-373

8. Bettelheim B., La fortezza vuota. l'autismo infantile e la nascita del sé, Garzanti, Milano, 1976

9. Despert J. L., Reflections on Early Infantile Autism, citato in Gueritault V., op.cit., pag.355

10.Popper K.R., Congetture e confutazioni, trad. it. di G. Pancaldi, Il Mulino, Bologna, 1972, pagg. 63-66

11. ibidem

12. Popper K.R., Postscritto alla Logica della scoperta scientifica, Saggiatore, Milano, 1984, Vol. I: Il realismo e lo scopo della scienza.


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L'anarchia. Un approccio pestilenziale
post pubblicato in Cultura, il 30 marzo 2008

 L'anarchia. Un approccio pestilenziale
Recensione del nuovo lavoro di Colin Ward

di Luigi Corvaglia

 
Colin Ward



Robert Wolff, autore la cui unica ragione di menzione risiede nel merito storico di essere stato il primo difensore “accademico” dell’idea anarchica, trova stranamente posto fra i personaggi citati nel libello di Colin Ward appena pubblicato da Eleuthera, L’ Anarchia. Un approccio essenziale. Quest’operetta che rende onore al suo sottotitolo per essere, appunto, smilza, essenziale, schematica, vorrebbe essere una sorta di Bignami dell’anarchismo, utile per un primo approccio del profano alle concezioni anarchiche. Ciò che stupisce, però, è il livello qualitativo di un’opera che, pur avendo così limitati fini e delimitati confini, imbarazza quanto a semplificazioni ed imprecisioni, soprattutto considerando la statura dell’autore, uno dei più celebrati anarchici contemporanei. L’architetto inglese, infatti, riesce a citare appena un gigante come Malatesta, liquida l’individualismo, senza neppure nominare, che dire, Armand, afferma di non aver mai letto Stirner (“l’ho sempre trovato incomprensibile”, pag. 79) ma di averne un pregiudizio basato su una lettura nietzschiana. Non solo, nel suo compendio, Ward appiattisce il problema penitenziario al luogo comune borghese che accoglie un’idea essenzialista del crimine (“il carcere non fa nulla per ridurre il numero di reati”, con tanto di citazione del Segretario di Stato di Margaret Tatcher, pag. 61) e riduce il programma anarchico ad un federalismo che esalta l’Europa delle Regioni dei movimenti, spesso destroidi, che rivendicano diritti secessionisti in seno ai parlamenti sovranazionali (pag. 103). In compenso, cita l’incolpevole Wolff. Il bello è che lo fa assolutamente a sproposito, assimilandolo all’anarco-capitalismo, corrente di pensiero che l’autore sembra conoscere quanto chi scrive conosce il sanscrito. Ora, poche cose si possono dire del povero Wolff, non trattandosi di un pensatore ma di un divulgatore, ed una di queste, al limite, è che il suo anarchismo è un po’ annacquato da ipotesi di democrazia (diretta?) elettronica. Farne un apologeta dell’anarchismo di mercato o anche semplicemente un esponente dell’indirizzo individualistico, però, è francamente delirante. Significa, ad esempio, ignorare che questo autore minore del pensiero libertario si è definito “in politica anarchico, in religione ateo, in economia marxista”. Uno così, nei club anarco-capitalisti non lo farebbero neppure entrare. Quei clubs, quegli ambienti che tanto autore liquida affermando, con inappropriato snobismo, essere popolati da “accademici, non attivisti sociali" la cui "inventiva sembra limitarsi a fornire le basi ideologiche a un capitalismo mercantile libero da ogni vincolo” (pag. 88). Bene, se critiche la teorizzazione anarco-capitalista merita – e le merita - queste sono ben altre rispetto a quelle evidenziate da Ward (e che sarebbero condivise dal “marxista” Wolff..) e che fanno del pensiero libertarian esclusivamente una sorta di baluardo a difesa dei privilegi delle classi dominanti, una sorta di esagerazione del “liberismo” attuale, oggi fortunamente frenato dalle benefiche strutture dello Stato (si arriva a dire anche questo...). Che poi l’autore vanti Proudhon, Warren, Spooner, Tucker e altri apologeti del libero scambio rientra solo fra le contraddizioni di questo  autore che appare ormai confuso e che pure, in apertura del suo prescindibilissimo volumetto, scriveva “nell’evoluzione delle idee politiche, l’anarchismo può essere visto come una elaborazione estrema sia del liberalismo che del socialismo, e le diverse correnti del pensiero anarchico possono essere correlate all’enfatizzazione dell’una o dell’altra” (pag. 9). Ward, enfatizza, secondo lui, il socialismo, e ritiene, come la buona maggioranza degli anarchici di specchiato pedigree “di sinistra”, di possedere quella superiore moralità che permette e quasi impone di ergersi a censore di chi manifesta opzioni meno assolutiste, anche quando ciò è palesemente falso, come nel caso di Wolff, e anche quando la purezza incontaminata che si intende difendere dalle infiltrazioni liberali è una sciapita versione d’anarchismo doroteo, quella che può trovare la ragione della non affermazione dell’idea anarchica nel fatto che, in passato, “una minoranza di anarchici” ritenne praticabile l’uccisione di monarchi e dittatori (pag. 19). Che tristezza vedere l’anarchismo dibattersi fra la destroide Scilla  del conservatorismo morale pseudo-liberale dell’anarco-capitalismo e la sinistra doppia Cariddi  rappresentata dall’ impotentia coeundi dell’anarchismo pseudo-intellettuale da salotto, da una parte,  e dal priapismo troglodita dell’insurrezionalismo, dall'altra.




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interculturale? Meglio intercul
post pubblicato in Cultura, il 27 dicembre 2007
 

I pericoli dell'identarismo
di René Lourau

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Interculturale è una di quelle parole che faranno ridere o, al contrario, arrabbiare i nostri discendenti. I filosofi di servizio (statale), se ne esisteranno ancora, spiegheranno il contesto lessicale, il miserabile stato politico e intellettuale che era il nostro e nel quale tale parola era utilizzata: proprio come oggi ci spiegano che questo o quel concetto, in Friedrich Nietzsche o in Martin Heidegger e in altri pensatori controrivoluzionari, devono essere compresi e ammirati per la maggior gloria dell'istituzione filosofica. Infatti, per avere il coraggio di usare la parola interculturale bisogna prima di tutto ammettere che il concetto di cultura, ambivalente e polisemico, guazzabuglio buono per i discorsi elettorali, è un universale che fa obbligatoriamente parte di una virtuosa politica sociale. La virtù consiste nell'imporre un valore universale e dunque assai fragile: il rispetto dell'altro in quanto completamente estraneo e probabilmente insopportabile, ma che si deve far finta di sopportare per essere politicamente corretti. Mi piacerebbe qui in breve dimostrare che il razzismo, anche nella sua variante dell'antirazzismo, è prodotto dal rifiuto di analizzare le implicazioni di parole come culturale, transculturale, multiculturale, interculturale. Riferendomi all'uso francese di sociocul per socioculturale, mi permetto di proporre il neologismo, relativamente traducibile in altre lingue latine, di intercul. In entrambi i casi, suggerisco che l'intellighenzia "progressista" accetti con grande piacere ma in totale incoscienza di farsi sodomizzare dall'universalità assolutamente indolore e inefficace di un concetto.

L'ambiguità dell'universalismo

È con le migliori intenzioni del mondo che gli intellettuali rivendicano il rispetto dell'originalità di ogni cultura diversa dalla loro. Senza accumulare dati storici, ricordiamo soltanto il caso di Lucien Lévy-Bruhl, l'antropologo francese che, nei primi quarant'anni del ventesimo secolo, credeva di fare opera progressista analizzando le idee e il modo di vivere delle popolazioni esotiche per mezzo di nozioni come mentalità inferiore o prelogica. Nelle sue intenzioni, si trattava di riconoscere i popoli colonizzati nella loro identità mentale e culturale di primitivi, identità diversa dalla nostra, e tuttavia assolutamente rispettabile nella sua estraneità. È soltanto alla fine della sua vita, quando la logica mentalità tedesca permette al nazismo di sviluppare le sue concezioni culturali ultrarazziste e lui stesso rischia di finire, come altri ebrei, in campo di concentramento, che il vecchio antropologo rinnega le sue opinioni e sconfessa all'improvviso la gloria che i suoi libri gli avevano procurato. Riconosce che i primitivi non sono più prelogici di noi, o che noi non siamo meno prelogici di loro, e arriva a negare ogni valore scientifico alla nozione di primitivo. I suoi quaderni, diario di ricerca in vista della stesura di una ritrattazione che non avrà il tempo di scrivere, attestano questa felice, anche se tardiva, presa di coscienza. Queste note saranno pubblicate molto tempo dopo la morte dell'autore. Ancora più tardi, in unfamoso Discorso sul colonialismo, lo scrittore e uomo politico antillano Aimé Césaire, parlando del colonialismo europeo, dirà assai giustamente che non abbiamo ancora smesso di rimasticare il vomito di Adolf Hitler. La fede incrollabile della stragrande maggioranza degli europei nell'universalità dei loro valori, sia cognitivi (culturali e scientifici) sia morali e politici, è un fenomeno attuale oggi come al tempo di Lévy-Bruhl. A partire da questo universalismo, che può declinarsi in un tiepido relativismo, tutte le varianti del razzismo (e certe varianti accanitamente esclusive di antirazzismo) sono possibili. Le rare sfuriate di qualche antropologo contro i criteri del dominio europeo (per esempio, nella Francia contemporanea, Robert Jaulin) sono certo accolte con cortese interesse ma non rallentano affatto il processo della pace bianca che sta alimentando o mascherando l'etnocidio (La pace bianca. Introduzione all'etnocidio, 1970). Nuovo o arcaico, il colonialismo consiste innanzitutto nell'imporre agli altri (e in primo luogo nell'imporre a se stessi) delle categorie di pensiero considerate culturalmente e scientificamente più giuste di quelle delle altre culture. Ora, come sganciarsi da questa credenza, da questa convinzione? La posta in gioco non è forse, al di là delle buone intenzioni umaniste, quella di rifare l'intelletto umano made in Europe? L'intercul intraeuropeo o più precisamente intraoccidentale (dato che il continente americano colonizzato resta un prolungamento dell'Europa) qui non ci interessa. L'intercul italo-tedesco o anglo-francese costituisce un settore a parte, non trascurabile per studiare le tendenze xenofobe, ma meno pertinente nei confronti di questioni planetarie. Con un'unica riserva: ai margini di quell'entità fittizia che è l'Europa, i resti dell'antico impero ottomano nei Balcani, riattivando i conflitti storici fra due monoteismi, mettono in luce un'interferenza fra xenofobia e razzismo. L'elemento religioso, con tutte le manipolazioni di cui può essere oggetto, torna in primo piano in un'epoca, la nostra, in cui l'islam si risveglia in Asia come in Africa o in Europa. Infatti è nella globalità planetaria soggetta a vasti flussi migratori che bisogna ormai valutare le forze, i conflitti e le eventuali coabitazioni di ciò che individuiamo come culture. I localismi, i comunitarismi, i nazionalismi regionali, statali o intrastatali, pur battendosi contro l'universalismo di tipo europeo trapiantato negli Stati Uniti, si lanciano intanto nella mondializzazione come modalità di gestione e modo di vivere: l'indiscutibile egemonia del capitalismo neoliberale alimenta la contraddizione fra locale e globale. La globalità del mondialismo capitalista accetta il localismo, ma a condizione che quest'ultimo rispetti i criteri finanziari del Fondo monetario internazionale. D'altro canto, il localismo accetta lo standard di vita mondialista e capitalista, ma a condizione che il mondialismo rispetti le particolarità che costituiscono l'autonomia locale. Per rendere le cose ancora più complesse, l'universalismo europeo, sopravanzato dalla sua estensione americana, oppone resistenza e può eventualmente aiutare i paesi più minacciati dall'imperialismo Usa a preservare la loro identità (è il caso, fra l'altro, dell'America latina...).

I pericoli dell'identitarismo

L'universalismo di origine europea forse non è più l'ostacolo maggiore a una coabitazione non razzista fra il Nord e il Sud. Più pericoloso potrebbe essere l'identitarismo, perché alimenta sia il mondialismo che il localismo. L'identitarismo, malattia senile dell'universalismo? "Sia maledetto chi si ritiene libero di ridefinire secondo i propri termini il modo in cui l'altro abita questo mondo, anche a costo di tollerarlo, e persino di rimpiangere l'innocenza che lui stesso ha perduto", esclama Isabelle Stengers nel suo saggio Per farla finita con la tolleranza (1997). Questa maledizione di una europea potrebbe essere scagliata da un ex-colonizzato. Pur condannando implicitamente la consuetudine universalista all'europea (vedi Lévy-Bruhl), Stengers estende all'attuale complesso planetario, sia localista che mondialista, il rimprovero di pensare secondo una logica binaria, non contraddittoria, identitarista: la bella logica che noi abbiamo ereditato da Aristotele. Non c'è concetto più povero, più penoso, di quello d'identità. È operativo solo per l'informatica, gli schedari amministrativi e quelli della polizia, le carte d'identità o i passaporti. A è A; io sono cristiano, o ebreo, o mussulmano, o milanese, o parigino e così via: cosa c'è di più terribilmente antisociale e di più intellettualmente stupido di queste equazioni identitariste? Per l'identitarista, la sua identità non deve affatto rischiare di essere alterata dall'esistenza dell'altro. Ora, non c'è socialità, intra o interculturale, senza alterazione del cosiddetto "io": il quale non è altro che una valigia mal chiusa piena di identificazioni cieche. Tutta un'antropologia è implicata nell'universalismo e nell'identitarismo. Questa antropologia identitaria deriva dal modello che l'antichità greca ha lasciato in eredità all'Occidente definito "cristiano": la logica sociale è innanzitutto quella della divisione del lavoro fra padroni e schiavi, cittadini e non cittadini, lavoratori intellettuali e manuali. La filosofia ilomorfica (che distingue forma e materia) esercita ancora una notevole influenza sulle nostre menti. Essa presuppone un'ontologia dell'individuo ben sviluppato e perfettamente compiuto, forma eletta che domina idealmente la materia, umanità che domina la natura, logica scientifica avente il controllo delle altre logiche in nome delle vittorie tecnologiche dell'Occidente. Un'altra logica, che privilegia non l'individuo ideale ma il processo d'individuazione sempre aleatorio e incompiuto, può contribuire al progetto di rifare l'intelletto umano. Il processo che costruisce sia gli esseri naturali e umani sia le entità tecniche, subisce un riduzionismo se ci si accontenta della logica binaria, con le sue due sovrane operazioni di deduzione e d'induzione. Materializzazione finale di questa logica, l'informatica, nata dai bisogni del complesso militare-industriale e ormai entrata nelle nostre case e nelle nostre abitudini quotidiane, come a suo tempo la televisione, non può che rafforzare e anzi legittimare l'esclusione del terzo su cui si fonda la logica binaria. Ed è proprio grazie a questa esclusione che funzionano gli pseudouniversalismi razzisti e spesso, purtroppo, gli pseudouniversalismi antirazzisti. Lavorando sull'opposizione binaria fra il generale e il particolare, la deduzione e l'induzione, a diversi livelli e con diverse modalità, perseguono ed eliminano il terzo termine, il singolare. Privilegiando il generale (l'universale) di una legge, di un assioma, di un postulato, la deduzione seleziona i particolari che le si confanno ed elimina tutti quelli che, per la loro singolarità, non sono conformi al modello. Dal canto suo, l'induzione, che pure scarta meno particolari perché ha bisogno di un congruo numero di particolari per trarre delle conclusioni generali, respinge, o meglio rifiuta di vedere quelle particolarità che potrebbero essere singolarità.

La razionalità dello zero o uno

Tale logica, che mi permette di "catturare" sul computer, più comodamente di un tempo, il testo che sto scrivendo, è certo la conseguenza tecnologica della scienza occidentale, scienza che funziona magnificamente a condizione di eliminare ciò che costituisce l'insostituibile singolarità delle nostre vite: la contraddizione, la temporalità, l'emozione e il sentimento (il desiderio, l'amore...). È curioso constatare che le menti più aperte si rifiutano di esaminare la natura e le funzioni sociali del nuovo oggetto tecnico costituito dal computer, mentre quelle stesse menti sono perfettamente in grado di comprendere gli sconvolgimenti indotti in passato nella divisione del lavoro sociale dal passaggio dalla corteccia, dall'argilla o dalla pietra alla pergamena, alla scoperta della carta, all'invenzione della stampa con le sue successive trasformazioni, dal passaggio dalla penna d'oca al pennino di metallo, poi alla stilografica con serbatoio d'inchiostro, all'invenzione della stenografia, alla diffusione della macchina da scrivere... Senza dimenticare, nel campo delle telecomunicazioni in generale, la comparsa del telegrafo, del telefono, della radio, della televisione, delle reti di comunicazione istantanea come Internet e così via. Se insisto fin troppo su questi fenomeni, è proprio perché al di là di ogni dibattito filosofico sulla tecnologia, la nostra vita quotidiana ci autorizza a valutare gli ambiti sociali della conoscenza e a interrogarci sulla logica che trionfa sia nei progressi tecnologici che nelle forme di dominio del Nord sul Sud. In entrambi i casi agisce la logica identitaria, binaria, esclusiva, che raggiunge l'apice del successo con l'adozione della coppia di cifre 0.1. L'altro (lo zero o l'uno) non deve assolutamente alterarci: deve essere eliminato. Impossibile simbolizzare meglio la vittoria dell'identificazione attraverso l'esclusione. Non mi nascondo che la trasformazione profonda della logica occidentale, a meno che non resti allo stato di "generosa" utopia, esige un considerevole sforzo intellettuale da parte nostra e un'attenzione molto acuta nei confronti di quei fenomeni, eventi e processi che sono o saranno, prima che sia troppo tardi, gli analizzatori della nostra logica mortifera.

Traduzione di Grazia Regoli




permalink | inviato da tarantula il 27/12/2007 alle 12:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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