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Donne e diritti
post pubblicato in Analisi delle Democrazie, il 13 giugno 2014

di Luigi Corvaglia


Nazionalsocialismo o caos bolscevico?”. Così era scritto. Non ci rimase bene la sbirraglia della Gestapo quando al loro bel manifesto propagandistico sui benefici del nazismo fu allegato un foglietto apocrifo. Sotto la grande scritta di quella che doveva apparire come una domanda retorica qualcuno si era infatti premurato di affiggere un volantino su cui era scritto “Erdapfel oder Kartoffel?”, cioè “patate o patate”? Ecco. Benché Proudhon abbia affermato che le antinomie sono la vera struttura del sociale, l'aggregato di bipedi ai quali mi pregio di appartenere sembra operare una lettura della complessità basata su contrapposizioni che si rivelano illusorie. Due totalitarismi, insomma, andrebbero inclusi in una medesima categoria e contrapposti alla democrazia. Nel campo ideologico questa fallacia, nota come “illusione di alternative” si presenta ad ogni piè sospinto. Si usa, in altri termini, leggere Il mondo con lenti che sono solo apparentemente bipolari; eppure sono in grado di creare un manicheismo che è matrice dei più gravi fraintendimenti. Tanto premetto al fine di evitare almeno le più scontate delle reazioni alla mia dichiarazione di profonda ostilità alle cosiddette battaglie per la difesa dei “diritti” delle donne effettuata chiedendo il soccorso alla forza dello stato. Sia chiaro, non posso certo impedire a chicchessia di etichettare la cosa come “maschilismo” , ma si sappia che ciò sarà possibile solo sulla scorta del ragionamento in base al quale è maschilismo ciò che si oppone al “femminismo”. In realtà, io credo che maschilismo e femminismo non siano una coppia di opposti più di quanto non lo siano le patate e le patate. Premetto ancora che ritengo in media gli uomini peggiori delle donne. Sono bastardi, fedifraghi, bugiardi, competitivi e opportunisti in percentuali ben maggiori. Il fatto è che posso fare questa affermazione senza timore di essere coperto da vituperi da parte di qualche conspecifico del mio sesso o da una qualche associazione che raduna primati forniti di genitali esterni al fine di difenderne i supposti “diritti”. Tutti sappiamo, invece, che chiunque mettesse in fila un similare elenco di pessime qualità in riferimento alle donne dovrebbe cominciare a temere per la propria incolumità. Qualcosa questo dovrà pur significare. Molte cose, forse. Di certo una di queste è che, come diceva Oscar Wilde, alcuni esseri umani sono “più uguali” di altri; già,  ma quello che rende un supposto “diritto” tale è la sua universalità, altrimenti cessa di essere un diritto e diventa un privilegio. Noi uomini lo sappiamo bene, visto che di privilegi abbiamo goduto a lungo. Ora, è bene chiarirci sul fatto che non esiste qualcosa come i “diritti” in senso oggettivo. I diritti sono delle aspettative che ci si attende vengano soddisfatte perché una specifica società le ha rese ragionevoli e consone al proprio senso di giustizia. Ma giustizia è equità. Se si è tutti uguali si “deve” essere trattati in modo uguale. Per questo si dice che tutti hanno i medesimi “diritti”. Se nella mia società ognuno ha il diritto di non essere discriminato per il proprio sesso, non dovrà esserlo né in quanto donna, né in quanto uomo. Il discorso fila. Peccato che, nonostante la continua geremiade femminile sul permanere delle discriminazioni nei confronti delle donne anche nelle nostre avanzate società occidentali, dei privilegi di cui ormai esse godono è difficile tenere il conto. Ciò grazie agli strumenti che ci vengono venduti come la garanzia di equo trattamento: legislazione e diritto. Cominciamo dal diritto di famiglia. Nella quasi totalità dei casi di separazione e divorzio le donne si tengono la casa e i figli, mentre il marito viene sbattuto per strada e, per sovrapprezzo, si pretende da questo poveraccio di dover permettere alla ex consorte lo stesso tenore di vita di prima. Equità, si diceva.      

      Vogliamo parlare del diritto penale? Una delle parole feticcio del nuovo secolo è stalking. Si dà per scontato che la vittima dello stalking sia sempre donna. L'art. 612 bis sugli atti persecutori chiarisce perfettamente che se inviassi qualche mazzo di rose alla donna di cui fossi innamorato commetterei un atto che si configura come una condotta criminale qualora questa donna affermasse di ricavare un disagio psichico o esistenziale dal fatto di ricevere tali omaggi floreali (cioè, nel caso in cui non le piacessi). Infatti, non esiste alcun criterio oggettivo per definire una molestia, ma solo quello soggettivo della vittima. Infatti, se la donna ricambiasse il mio amore, anche venti mazzi al giorno non costituirebbero alcun reato. A decidere se il reato sussiste o no è la destinataria delle attenzioni. E' dai tempi della caccia alle streghe, quando l'accusa si basava sulla dichiarazione di maleficio subito da parte della vittima, che non avveniva una cosa simile. Eppure gli apologeti dello “stato di diritto” affermano che di questo il principio fondamentale sarebbe quello che vuole che le norme penali siano caratterizzate da una descrizione della condotta criminosa quanto più oggettiva e precisa. Ciò al fine di ridurre al minimo gli spazi di discrezionalità nella valutazione dei fatti. Gli spazi di discrezionalità rischiano di creare categorie protette e categorie maledette. Ciò che è certo è che l'arma della denuncia per stalking viene ormai agitata, esclusivamente dalle donne, nei confronti dei coniugi al fine di ottenere condizioni più vantaggiose nei procedimenti di separazione. L'apoteosi dell' idiozia, però, è l'imperante ultima moda in fatto di luoghi comuni, cioè la l' “emergenza femminicidio”. Il concetto è molto trendy: il mondo si sarebbe riempito di uomini intenzionati ad uccidere le donne. Nonostante il martellamento mediatico che ha favorito la promulgazione di una raffazzonata legge inserita nel nostro ordinamento penale, la notizia è falsa. Non esiste nulla di simile ad una “emergenza femminicidio”, almeno non più di quanto esista una emergenza biondicidio (che riguarda i biondi), calvicidio (calvi), miopicidio (miopi), ecc. E' ovvio che finché esisteranno gli omicidi verrà uccisa una percentuale di biondi, di calvi, di miopi e, quindi, anche di donne. Insomma, gli uomini sono molto più violenti delle donne e commettono la stragrande maggioranza degli omicidi. Il fatto è che i sessi sono solo due, quindi che ci siano molti uomini che uccidono anche donne appare ovvio. Cionostante, il rapporto fra maschi e femmine vittime di omicidio è di sette a tre. Inoltre, il numero di donne uccise non è mai cresciuto negli ultimi vent'anni né in senso assoluto né relativo. Poiché poi per femminicidio si intende, non l'uccisione di una donna da parte di un uomo, bensì l'uccisione di una donna perché donna, le percentuali risultano veramente risibili. Non esiste alcuna emergenza femminicidio. Però esiste la legge sul femminicidio. Una vera mostruosità logica prima che giuridica. Si prevede l'aggravante per i casi di relazione affettiva con una vittima donna. In altri termini, il marito che uccide la moglie commette un atto più grave della moglie che uccide il marito. Equità, si diceva. Sempre gli entusiasti del diritto, nel cui novero non trovo posto, sanno bene che un reato deve essere punito avendo a riferimento l’azione compiuta e non la qualità della vittima. Appare del tutto impropria una scala nella gravità dei delitti in base alla riprovazione ideologica del fatto piuttosto che all' incidenza sociale del fatto stesso. L'ennesima concessione alla prepotenza della dominante cultura della misandria, ossia dell'odio politicamente corretto verso l'universo maschile. Ora, avvalorare e implementare la supposta lotta per la parità dei diritti delle donne mediante l'intervento coattivo dello stato è masochistico e delirante, non solo per gli uomini, ma per tutti coloro i quali hanno a cuore una società libera ed equa.


Far valere i propri "diritti" chiedendo di farli imporre dallo stato è come pretendere che a scuola non ci rubino le merendine perché abbiamo un fratello maggiore manesco e bullo che le merendine le ruba lui agli altri. Forse le merendine non ce le ruberanno, ma certo quello che guadagneremo non si chiama nè rispetto nè simpatia.  Perfino i devoti del rito elettorale saranno stati sfiorati da questa idea recandosi alle urne per le elezioni Regionali o Europee nell'attuale dominio del “politically correct”. Non si può più scegliere i propri “rappresentanti” perché li si considera validi, ma tenendo conto anche del sesso al fine di “garantire una adeguata rappresentanza femminile”. E questo non avviene solo in quel mercato delle vacche che è la politica, ma è obbligo di legge perfino nei consigli di amministrazione delle società quotate in borsa. Ecco che l'idiozia passa dalla condizione di tara sociale a totalitarismo, da fisiologica, ma democratica, inadeguatezza cognitiva a dittatura dell'imbecillità! Allora perché non immaginare una quota per i gay? Vogliamo discriminarli rispetto alle donne? Poi una quota per i trans, una per i transgender, una per i bisex e via così seguendo tutte le declinazioni della sessualità. E i calvi? Li vogliamo discriminare? I bassi? Gli islamici? Gli indù? Quelli con la erre moscia? E perché questa cosa deve valere solo per la rappresentanza politica? Se vogliamo veramente utilizzare la forza per falsare il gioco a favore di una categoria protetta dobbiamo immaginare delle quote rosa nei concorsi della pubblica amministrazione, per la scelta del medico di base, eccetera. E se qualcuno pretendesse le “quote azzurre” per l'insegnamento nella scuola dell'infanzia? Insomma, dai salotti mediatici ai postriboli politici non si fa che ciarlare di “meritocrazia” e poi si propone quale strumento di “emancipazione” l'idea di incommensurabile imbecillità dell'obbligo della “parità di genere”, una offesa al merito, alla libertà e anche alle donne. Una donna dotata di un minimo di orgoglio e di dignità dovrebbe sentirsi umiliata dall' aver conquistato uno scranno o una poltrona, non per i propri riconosciuti meriti, ma solo perché portatrice di utero. Non solo. La “parità di genere” nella sua realizzazione pratica si concretizza come tutti sappiamo: in politica, si reclutano donne a caso, senza guardare a meriti, competenze, volontà per non far saltare le liste; nei consigli di amministrazione siedono solo donne appartenenti alla famiglia del maggior azionista. Questo, non perché una società maschilista e fallocratica impedisca alle donne di candidarsi o di pretendere di fare impresa, ma perché, rispetto agli uomini, sono molte di meno le donne che vogliono o possono permettersi di partecipare alla vita politica ed imprenditoriale. Una società libera o anche solo sufficientemente liberale si basa sulla volontaria scelta degli individui e il loro libero arrangiamento. Non è creando recinti di protezione per panda che le donne raggiungeranno la parità nella rappresentanza politica o societaria. Soprattutto, non è la parità nella rappresentazione a garantire di vivere in una società libera, avanzata e democratica. Altrimenti il paese più emancipato del mondo sarebbe il Rwanda, visto che la nazione africana guida la classifica dei paesi a più alta percentuale di donne in parlamento: ben il 63% del totale! Gli USA, il paese in cui le donne sono più ricche e potenti, ed uno di quelli in cui sono più libere ed emancipate, hanno solo il 17% di donne al Congresso. Probabilmente hanno cose più degne di cui occuparsi.

In conclusione, è ora di finirla con tutti i piagnistei e col femminismo peloso (in tutti i sensi...). E' progressismo di retroguardia. E' liberazione carceraria. Soprattutto, è ora di finirla con gli stucchevoli luoghi comuni che sono i mantra della nostra era di idiozia supponente. Sono i teoremi che costituiscono l'ambiente culturale entro il quale avviene la devastazione della libertà e della democrazia di cui abbiamo detto sopra. Non esiste alcuna superiorità morale della donna. Si, perché anche con l' ex angelo del focolare si ripropone il mito delle maggior virtù dell'oppresso già visto all'opera in favore dei popoli colonizzati. Molti sono i parrucchieri, tante le maestrine, tantissime le conduttrici di talk show per casalinghe tutt'altro che emancipate a diffondere il verbo. Pare che la pretesa delle donne di forzare gli steccati di questa fantasmatica forza di fallodotati sia avvalorata non solo da ragioni di giustizia, ma anche, e forse soprattutto, dal fatto che le donne gestirebbero meglio società e cosa pubblica. Esse non sono violente e guerrafondaie come l'uomo, esse danno la vita, sono sensibili, sanno fare più cose insieme, sono più efficienti e meno competitive. Insomma fate governare le donne e il mondo diventerà un paradiso di efficienza e di pace. Sarà, ma le donne che conosco io sono in uno stato di tale insofferenza delle proprie consimili che dichiarerebbero una guerra al giorno. Farebbero un deserto pur di averla vinta sulla vicina o per vendicarsi di un sottinteso che un uomo non sarebbe mai riuscito a comprendere. Datele il potere assoluto e saranno giorni amari. Esattamente come quando lo date agli uomini. Il potere non ha sesso. Insomma, si tratta della differenza fra Erdapfel (patate) e Kartoffel (patate).



SCIOPERO!
post pubblicato in Analisi delle Democrazie, il 12 luglio 2009



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Appunti di psicopatologia per corpi liquidi
post pubblicato in Analisi delle Democrazie, il 12 luglio 2008
 Appunti di
psicopatologia
per corpi
                liquidi

di Luigi Corvaglia


Ipocondria securitaria

Incertezza vuol dire paura. La paura implica prudenza. "Strategia iperprudenziale" si definisce in psicologia cognitiva quel comportamento che i sociologi scoprono solo ora. Esso consiste nel costruire, davanti all’intollerabilità dell’incertezza, un illusorio controllo separando nettamente l’ambiente considerato minaccioso da un luogo psicologico e fisico su cui si ipotizza di avere un controllo totale. Presupposto di tale processo patologico, quindi, è la percezione di incertezza. Non solo l'incertezza prodotta dalla minaccia, ma perfino l'incertezza della proprie capacità di contrastarla. L’ipocondriaco, infatti,  si percepisce perennemente a rischio di morte, non perché sia certo di esser malato, ma perché non tollera di non possedere la certezza di non esserlo. L’ossessivo ritiene di dover ripetere continuamente il proprio rituale rassicurativo, non perché sia certo che se non si attiene scrupolosamente al protocollo autoprescrittosi succederà l’irreparabile, ma perché non tollera di non essere certo di aver fatto tutto quanto necessario per evitare che ciò che teme si verifichi. I non ipocondriaci e i non ossessivi si prendono, in genere, crudelmente gioco di queste sofferenze. Ciò denota, nella popolazione "non clinica" una consapevolezza della non funzionalità di questi processi psicologici e comportamentali. A livello sociale, invece, questa consapevolezza sembra diluirsi (termine adatto per una società che ora si definisce "liquida"). La società contemporanea è “ossessionata” dal problema della sicurezza. Gli occidentali contemporanei hanno strutturato dei circoli viziosi psico-comportamentali tali da produrre una mole di rituali compulsivi a carattere assicurativo e preventivo di chiara marca ossessiva. Eppure, il sociologo Robert Castel lo dice chiaramente nella sua analisi sull’angoscia sociale: “viviamo senza dubbio – perlomeno nei paesi sviluppati – nelle società più sicure finora mai conosciute”. Gli individui più viziati di ogni tempo, invece,  approcciano l’informazione mediatica con lo stesso spirito con cui un ipocondriaco legge un testo di patologia medica. Terrorismo islamista, immigrazione clandestina, statistiche sulla microcriminalità, sono tutti segni del dramma prossimo ed ineluttabile. In questa ipocondria di massa tali segni sono equivalenti ai borborigmi, alle macchie sulla pelle, agli sbandamenti e alle tachicardie dell’ipocondriaco clinico. Sono i “dati oggettivi” negativi di cui si necessita per contrastare ben altri dati oggettivi positivi  (negatività clinica, “numero oscuro” criminologico, criminalità dei colletti bianchi, ecc.). L’ansioso attua, quindi, una strategia di prudenza estrema che, lungi dal produrre rassicurazione, comporta un aumento delle sue ansia. Castel sembra descrivere lo stesso processo quando afferma che, a livello sociale, ciò che produce l’angoscia non è “l’assenza di protezione, ma piuttosto il loro rovescio: la loro ombra, proiettata in un universo sociale che si è organizzato attorno a una richiesta senza fine di protezioni o attorno una travolgente ricerca di sicurezza”. La sovrapponibilità è totale. Il bisogno di controllo che l’ansioso percepisce è basato su un’ idea di fondo irrazionale, cioè che, oltre che utile, possedere il controllo sia doveroso e, soprattutto, possibile. Si legge in un recente testo di psicologia clinica: “ciò che determina la patologia non è il desiderio di controllare “per quanto possibile” l’andamento delle cose, ma la certezza di poterlo fare” (S.Sassaroli, R. Lorenzini, G.M. Ruggiero (a cura di), Psicoterapia cognitiva dell’ansia, Raffaello Cortina, 2006, pag. 134). Se ne deduce che, se un individuo provvisto di tale teoria del mondo si rende conto di non riuscire a raggiungere la certezza, ritiene giocoforza che il problema sia suo, perché non si applica abbastanza oppure perchè è incapace. L’effetto sarà quindi l’aumento del controllo con aumento della frustrazione e dell’ansia. Scrive Z. Bauman, che psicologo non è, che “L’acuta e inguaribile esperienza dell’insicurezza è un effetto collaterale della convinzione che la sicurezza assoluta sia raggiungibile, con le giuste capacità e con uno sforzo adeguato (“si può fare”, “possiamo farcela”). E così, se viene fuori che non ce la si è fatta, l’insuccesso si può spiegare soltanto con un atto malvagio e malintenzionato. In questo dramma, un cattivo ci dev’essere” ( Z. Bauman, Modus vivendi, Inferno e utopia del mondo liquido, Laterza, 2007, pag. 63). L’effetto è l’aumento del controllo con aumento della frustrazione e dell’ansia. la sovrapponibilità dell'osservazione del sociologo a quella dello psicologo è totale. Qui, in più, c’è la costruzione di quelle che in criminologia si chiamano le “nuove classi pericolose” (immigrati extracomunitari, soprattutto).
La strategia iperprudenziale, in definitiva,  si manifesta in tre tipi di processi: percettivi, cognitivi e comportamentali. In altri termini: "sto attento", "ci penso sempre" ed "evito". La continua scansione dell’ambiente caratterizza il primo processo: attenzione e memoria selettiva (individuale e mediatica) fanno percepire l’ambiente sempre più minaccioso. Nel secondo processo rientra la fissazione cognitiva sul pericolo, cioè la valutazione positiva della preoccupazione (rimuginio dell’ansioso), pena il rischio di essere sopraffatti dalla disgrazia o malattia o orda barbarica. Ciò aumenta l’ansia. I processi comportamentali, invece, consistono nell’evitare luoghi, persone, circostanze in cui si teme che l’evento pericoloso possa verificarsi. Ben nota conseguenza dei disturbi di panico, questo processo prende il nome di agorafobia.

Agorafobia per un mondo liquido

Il tema dell’agorafobia induce a una riflessione di particola interesse se si ricorda che già Isahia Berlin, noto per la celeberrima distinzione fra libertà positiva e libertà negativa, aveva azzardato un paragone “clinico” al riguardo. Alla luce della metafora, ripresa da Archiloco,  del riccio (che egli immaginava monista, cioè fautore del pensiero unico) e della volpe (supposta pluralista), Berlin instaurava un parallelismo tra monismo, che è ricerca d’unità e sicurezza, e agorafobia, che è ricerca di un luogo chiuso e rassicurante. Il monista è chi cerca la sicurezza, è l'agorafobico. Questi si ubriaca d’ossigeno e chiede porte chiuse. Al contrario, il pluralismo soffre di claustrofobia, cioè fugge o mal tollera una condizione di conformismo e di ristagno intellettuale. Il claustrofobico chiede aria, porte aperte, luce. Berlin non ha esitato a dare al monismo la responsabilità di tutte le feroci dittature che hanno funestato il XX secolo. La fede, popperianamente infalsificabile, è certezza. La certezza diviene zelo messianico. Lo zelo messianico produce cataste di cadaveri. Le fedi uccidono. Ciò di cui l’umanità abbisogna, dunque, non è unità, perfezione, certezza, bensì scetticismo, pluralità, vale a dire incertezza e claustrofobia. Ciò detto, torniamo a considerare l’ossessione securitaria. Data l’incontrollabilità del plurale, del “non territorializzato” e del “nomade” (secondo le suggestive definizioni di Deleuze e Guattari) , la strategia di prudenzialità abnorme tende a costruire pacchetti unitari, colonie di sicurezza caratterizzate dal monismo, dall’uniformità, dallo statico. E a definire chiari confini fra tale ambito controllato e tutto ciò che ne è fuori. L’ansioso teme le novità, perché non previste dal proprio protocollo e tutto ciò che non rientra nel pacchetto sicuro è, senza graduazione alcuna, assolutamente pericoloso. E’ un pensiero dicotomico. La dicotomia è fra ordine – sempre artificiale, improbabile e temporaneo - e (costitutiva) entropia.

L’evitamento agorafobico è completo quando gli spazi fisici di sicurezza sono limitati a quelli familiari mentre quelli fuori da detti confini sono fuggiti o affrontati con disagio o solo se accompagnati da persone di fiducia (familiari o amici, nel caso clinico individuale, forze dell’ordine, nell’agorafobia sociale). Esiste un chiarissimo correlato di massa, un isomorfismo lampante, fra agorafobia di interesse clinico e i comportamenti da angoscia sociale contemporanea. Si tratta, insomma, della tendenza in atto alla separazione fisica. L’alienazione urbana della Los Angeles descrittaci anni fa da Davis (M. Davies, L’agonia di Los Angeles, Datanews, 1994) come vero laboratorio della medievalizzazione dei tessuti metropolitani, con tanto di cittadelle indipendenti, ponti levatoi, bravi prezzolati dai proprietari e telecamere ad ogni angolo a definire l’avverarsi della distopia del “panoptikon”, è ormai dilagata al resto delle metropoli. San Paolo del Brasile ne è uno degli esempi più eclatanti, ma la parcellizzazione armata è processo dal quale nessuna città è immune. I fossati, le palizzate distinguono “noi” da “loro”, dividono l’ordine dalla natura selvaggia. Si tratta di una spinta verso delle comunità di simili, allontanamento agorafobico dall’alterità esterna e, al contempo, di rinuncia all’interazione interna, riducendosi l’interno ad essere un blob uniformato e indifferenziato. La “comunità degli identici” è una polizza assicurativa contro i rischi del plurale, della polifonia del mondo esterno, ma anche, ci ricorda Berlin, assicurazione di eccesso di zelo. Ad esempio, zelo nell’allontanare, in base allo ius excludendi alios connesso alla proprietà. In Italia, certo secessionismo “padano”, commistione di reazione e rivoluzione, di autodeterminazione western e culto identitario destroide, è l’ espressione strapaesana di questi fermenti metropolitani. Qui gli spazi da delimitare diventano quelli di indefinite “nazioni per consenso” uniformate dal compattamento artificiale delle paure agorafobiche delle province minacciate dalla globalizzazione. “Mixofobia” è il termine utilizzato da Zygmunt Bauman per definire questa reazione “iperprudenziale” per gestire l’ingestibile, ossia la connaturata diversità dell’umano. Una utopia, come tutte le utopie destinata a produrre molte infelicità, come ben sa l’agorafobico. La mixofobia, quindi, è l’agorafobia del mondo liquido , di quel mondo, cioè, in cui la velocità dei processi è tale da impedire la cristallizzazione dei fatti sociali in dati strutturali, in cui le modalità sono cangianti e inafferrabili e in cui sono venute meno le agenzie collettive di sicurezza (welfare state ecc.).
Ora, la reazione allo stato di cose prodotte dalla modernità può essere di tipo regressivo o progressivo. Nel primo caso, si può cadere in una romantica nostalgia per un mondo premoderno in cui la comunità era la sicura cornice dell’attività umana. Vi rientra lo stesso Bauman, col suo disdegno dell’individualismo “moderno” e la sua fiducia nel socialismo, ma, paradossalmente, anche gran parte dell’anarchismo che, con le sue utopie di uniformità e i suoi miti primitivisti, si trova nella sua stessa trincea contro il medesimo nemico (il "mercato"), visioni entrambe dimentiche del fatto che le comunità premoderne erano in perenne ostilità e diffidenza nei confronti dell’esterno, come le città private odierne che essi aborrono. Si scordano  che proprio lo scambio e il confronto hanno prodotto “le società più sicure mai conosciute” di cui parla Castel. Certo, non questo scambio, non questo mercato capitalistico asservito agli interessi dei monopolisti di stato, ma il libero scambio. Insomma, l'ipotesi anti-individualistica è un altro monismo.  Duespecie di riccio. Quindi due forme di utopismo. Poi c’è il sistema della volpe. Quello del pluralismo, del meticciato, dello scambio, della libera sperimentazione. Molti supposti “libertari” si stupiranno di sapere che è l’opzione liberale. Lo stupore deriva dall’abitudine che l'uomo contemporaneo, consumatore di mass media, ha  nel vedere affiancato l’aggettivo "liberale" ad aogni sorta di nefandezza, dai vari piccoli Cesare e piccoli Bonaparte del liberismo di stato (se non, addirittura, al leghismo di cui sopra), alla neo-colonizzazione del terzo e quarto mondo, alle peggiori catastrofi sociali ed ambientali,  più che a Proudhon o a Ernesto Rossi. Eppure è proprio questa idea "individualistica", nella sua forma pura e originaria, l’opzione pluralista, quella che non separa, la claustrofobia. Ma ogni pensiero ha la sua patologia, come si è detto del liberalismo. Ora,  il liberalismo, nella sua forma più estrema e, in teoria, più compiuta,  arriva a teorizzare l’abolizione dello Stato stesso. Nel pensiero anarchico, infatti, convergono tanto l'afflato socialista quanto l'ethos liberale, ma i diversi anarchici hanno enfatizzato ora l'uno o l'altra anima.  Eppure, fra quanti in teoria dovrebbero rappresentare  l'epitome del liberalismo antistatale, a ben vedere, ben pochi sembrano mossi da un  reale impeto alla lotta contro le totalità del monolite monista e agorafobico; il più delle volte ne sono i più fieri partigiani. Esistono, infatti, anarchici, a loro dire,  di matrice liberale. Eppure,  una insanabile cesura divide questi anarco-capitalisti seguaci di Murray Rothbard, che vorrebbero sostituire lo stato con libereo mercato, dagli anarchici storici che pur enfatizzarono la linea liberale del pensiero antistatale (Proudhon, Merlino, Berneri, Spooner, ecc.). I primi rischiano spesso di utilizzare la prima delle due scelte proposteci da Italo Calvino nel suo Le città invisibili:

Due modi ci sono per non soffrire. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e sapere riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

La seconda è la prospettiva di un Paul Goodman, anarchico e liberale, la prima è quella del cosiddetto paleolibertarismo, corrente anaarco-capitalista, che, in Italia, affianca secessionismo padano, mixofobia, teorizzazione dell’urbanistica securitaria privata, rivolta fiscale e integralismo cattolico. Ricci e volpi possono non essere così riconoscibili al primo sguardo. Significativo, ed estremamente esplicativo, notare che, al suo primo affacciarsi, sul finire degli anni settanta, il libertarismo di mercato si presentava con una rivista intitolata Claustrofobia. Oggi, il think thank anarco-capitalista propaganda il proprio pensiero politicamente scorretto da una rivista denominata Enclave…..




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Siamo uomini o corsari?
post pubblicato in Analisi delle Democrazie, il 29 dicembre 2006

Siamo uomini o corsari?

Aporie criminologiche

 

Luigi Corvaglia

 

La via della libertà non si persegue rendendo sempre più comodi i letti delle prigioni

 

Ernst Bloch

 

 

 

      Se, come ricordava Bertrand Russell,  il vero problema è che le persone intelligenti sono piene di dubbi, mentre ad essere sicuri sono sempre gli imbecilli, la nostra epoca di mass culture non rischia di essere ricordata come un trionfo dell’intelletto. La sicurezza fondamentalista da cui muovono molti discorsi è figlia di quella che Weber chiamava l’ “etica del principi”, i ragionamenti a-prioristici cui contrapponeva l’etica dei risultati  o “della responsabilità”. Le cosiddette “scienze dell’uomo” sono le più esposte al rischio di produrre, sulla base di affermazioni figlie della weberiana etica dei principi, fiumi di luoghi comuni e di retorica già pronti per l’amplificazione mass-mediatica. Non fa eccezione la criminologia.  

      Secondo la ben nota definizione di Becker, ad esempio, “criminale è chi viene definito tale con successo”. Questa fortunata formula, ormai luogo  comune della cosiddetta “criminologia critica”, ha l’indubbio merito di sintetizzare e rendere efficacemente l’idea del crimine e di chi lo commette come non sostanziali e non oggettivabili al di fuori di un contesto che ne produca il senso. Affermare che questa concezione è fulcro di un diluvio retorico relativista e riduzionista è asserire senza dubbio il vero ma, al contempo,  manca l’obiettivo di invalidare la realtà che essa veicola. D’altro canto, fronteggiarle concezioni eziologiche della criminalità di carattere sociologico o psicologico significa contrapporre alla supposta banalità di un labelling approach  così inteso ben più sterili  riduzioni ed esporsi a maggior rischio retorico. E’ esperienza comune e quotidiana di ogni fruitore dei mass media, infatti, sentire pontificare maistre-a-penser e bottegai – senza apprezzabili variazioni di grado nella finezza delle argomentazioni - su cause e rimedi della criminalità che assumono le varie sfumature che vanno dalla “tolleranza zero” verso i delinquenti, visti come tipi antropologici e psicologici definiti, al recupero delle aree degradate e senza lavoro, passando per il paternalismo normalizzatore della retorica della “riabilitazione” del deviante. Similmente, quando si tratta di individuare focolai ed untori del morbo delle supposte epidemie di criminalità che a ondate più o meno regolari costituiscono il tema delle emergenze sociali, ben pochi dimostrano di sottoporre a critica alcune idee vincenti della propaganda mediatica che individua con facilità nuove classi pericolose  Il comune sentire, la psicologia del common sense  è permeata da quegli stessi schemi e stereotipi “monistici” e ingenui, da quelle stesse causalità lineari che hanno contraddistinto la criminologia classica e, come questa, è animata dalla fiducia che modificare dei dati di fatto (le cause) serva a eliminare altri dati di fatto (i crimini). Così, se i riformatori e i “progressisti” producono discorsi uniformati verso il basso dagli inconsapevoli echi della “teoria ecologica” o delle cosiddette “teorie del conflitto”, il minimo comun denominatore che informa di sé le varie forme della conservazione è la riproposizione dello schemino scolastico di Merton che, duole dirlo, è il maggior contributo dello struttural-funzionalismo alla sociologia della devianza. In ogni caso, la oggettivazione del crimine è data per scontata. Il crimine esiste, ha delle cause individuabili ed alla società è demandato il compito di trovare i modi per eliminare il primo agendo su queste ultime. La logica sottesa rimane quella della “difesa sociale”. In tale ottica,  crimine e criminale sono elementi dannosi per la società, pertanto l'intervento penale si giustifica quale reazione difensiva di una maggioranza "normale" di fronte ad una minoranza di "diversi" e di "pericolosi". Che la patologia sia individuale o sociale poco cambia o importa.

      E’ indubbio merito del pensiero marxista aver denunziato la fallacia di una concezione ontologicamente data di criminalità, insensibile alle dinamiche conflittuali della società, mostrando  invece il carattere contingente della devianza, la quale riflette nient’altro che gli esiti di detta conflittualità. Il diritto non cala dal cielo ma da una parte del corpo sociale, nello specifico, dalla classe dominante. Ne consegue, secondo la lettura marxista, che i beni giuridici, gli interessi che questo diritto dello stato (“comitato d’affari della borghesia”) tutela siano gli interessi della classe dominante. Pertanto, la individuazione dei comportamenti criminali è funzionale al mantenimento dei rapporti di potere dati. Magistrale, a tal proposito, per efficacia e chiarezza espositiva, quanto il giovane Marx, redattore della Gazzetta Renana, scrive a proposito della legge sui “furti di legna”. Questo “crimine” era perpetrato  dai contadini poveri che raccoglievano la legna che cadeva dai carri, e sarebbe quindi andata comunque perduta,  che attraversavano le grandi distese dei latifondi. La legge prevedeva che a sottoporre all’arresto i “criminali” potessero essere gli stessi guardiani forestali prezzolati dal latifondista. Nota Marx: “Questa logica, che trasforma il dipendente del proprietario forestale in una autorità statale, trasforma l’autorità statale in un dipendente del proprietario”.  La devianza, quindi, è la semplice trasgressione di norme, ma la natura di queste norme è eminentemente politica e contingente. E’ su tali basi concettuali che la criminologia radicale produrrà la politicizzazione della labelling theory. Del resto, come avrebbe messo in luce Sutherland, non tutti i crimini e non tutti i criminali vengono considerati tali, non tutti quelli così definiti vengono perseguiti. Il noto concetto di “numero oscuro”, per anni fulcro della nuova criminologia, ha rappresentato quasi una sorta di “memento”, di voce della coscienza che ricorda all’indagatore del sociale il suo peccato originale. Uccidere qualcuno per strada, si diceva, è un omicidio facilmente riconoscibile, ma avvelenare lentamente mediante sofisticazioni alimentari o inquinamento industriale, o ancora le morti bianche sul lavoro  non sono atti che vanno a rimpolpare le statistiche sulla criminalità. Analogamente, lo stesso atto riconosciuto, sia esso un omicidio o un furto, presenta, a seconda dell’attore che lo inscena, notevoli differenze nella risposta sociale. Ciò è all’origine di quella “immunità differenziale” di cui si è a lungo parlato nei circoli più esclusivi della sinistra criminologica. Che detta immunità avesse connotati classisti, che fosse cioè correlata allo status ed al censo, è stato motivo di denuncia da parte della criminologia orientata a sinistra. Né andrebbe dimenticato, però, come invece fanno, nella loro apologia dello stato, proprio i fini dicitori di detti salotti,  che lo stesso atto, se compiuto da agenti statali o su licenza governativa è assolutamente legittimo, mentre se commesso da un singolo concorrente privo di patente statale è un illecito criminale. Dice Szasz, esponente libertarian, cioè della forma più estrema di quel pensiero liberale e liberista che è la perfetta antitesi del marxismo, che vendere alcune sostanze fa diventare spacciatori, venderne altre fa diventare stimati esponenti delle camere di commercio. Probabilmente la miglior metafora di questa situazione ce la fornisce la vecchia distinzione fra pirati e corsari. I primi erano dei tagliagola che assaltavano e derubavano le navi, i secondi dei tagliagola che assaltavano e derubavano le navi delle nazioni avverse e con la autorizzazione del proprio stato (la “patente di corsa”) . I primi potevano, come capitan Kidd, finire appesi e divorati vivi dai corvi per fini di “difesa sociale” ad opera delle benevole strutture dello stato, i secondi potevano ricevere onori e riconoscimenti per esser parte delle benevole strutture dello stato. Fulgido esempio di questa seconda specie fu Sir Francis Drake[1].

      E’, però, a causa della assunzione di principi difficilmente falsificabili, nel senso di Popper, che entrambe le correnti di pensiero arrivano a dei cortocircuiti che finiscono per inficiare, nella conclusione pratica, quanto espresso in premessa. Circa la prospettiva marxista, ciò che non convince è la prospettiva estremamente soggettivistica (come già espresso dallo stesso Lemert, fondatore della scuola dell’etichettamento) per una dottrina che nega l’esistenza dell’individuo sganciato dalla società[2]. Per quanto riguarda le scuole criminologiche e, soprattutto, le pratiche politiche ispirate ad un certo neo-liberismo, colpisce, al contrario, la scarsa attenzione per l’individuo in una concezione che afferma l’inesistenza della società se non come aggregato di singole identità autonome.  

Due esempi renderanno il senso di quanto appena espresso e aggiungeranno ulteriori elementi di critica. Il primo riguarda la “criminologia attuariale” (secondo la felice definizione di Alessandro De Giorgi) che sta acquistando sempre più credito nel mondo anglosassone. Senza scomodare il solito Foucault e il suo concetto di “società disciplinare”, alla quale ora sarebbe succeduta la “società del controllo”, è indubbio che l’idea di un allentarsi della pressione dell’autorità sugli individui con l’evoluzione della società è un esempio di quei luoghi comuni dai quali era partito il nostro excursus. Così come agli assicuratori l’utilizzo della matematica attuariale serve a suddividere i clienti in fasce di rischio, cioè a gestire collettività determinate per trasformare il rischio in denaro, così la montante visione prodotta da un neo-liberismo criminologico, improntato alla logica costi-benefici, tendono a individuare classi di rischio criminale per definire i criteri di intervento più “produttivi”. Principale esemplare di prodotti “assicurativi” di tal fatta è rappresentato dal Floud Report presentato in Gran Bretagna nel 1981. L’ipotesi prospettata è quella di individuare categorie di soggetti in modo tale da calibrare le risposte delle corti in base al “carico di rischio”.  La gravità di una condanna, quindi, dipenderà non dall’entità del reato o dalla pericolosità individuale del reo, bensì dal livello stimato di pericolosità della classe a cui appartiene, del gruppo in cui è inserito. Che la classe di rischio finisca sempre per coincidere con quella sociale è notazione forse superflua. La logica è che, ad esempio,  uno spacciatore di strada, magari clandestino, integrato in una rete di altri spacciatori, è altamente pericoloso e merita una protective sentence, cioè una pena indeterminate, sine fine, cioè perdurante finchè dura la “pericolosità sociale”. Un ricco rampollo dell’industria che sia sorpreso a spacciare nei salotti buoni in compagnia di altolocati amici, essendo scarsamente pericoloso socialmente, merita una ordinary sentence. Quello che era il memento critico di  Sutherland, da errore di compilazione e di lettura delle statistiche, diviene degno operare.  L’immunità differenziale viene istituzionalizzata. Tale tipo di logica viene riproposta nel 1996 dal rapporto Kemshall per la valutazione della pericolosità ai fini della concessione della probation. Ciò che più è da notare, in una ottica che pure dovrebbe mettere l’individuo al centro dei propri interessi, la scomparsa dell’individuo “deviante”, sostituito da astrazioni e compattamenti statistici, e la scarsa importanza attribuita tanto  ai fattori motivanti (in una non esplicita adozione della concezione della “scelta razionale”) quanto ai processi di creazione sociale del crimine.

     Il secondo esempio riguarda la celebre teoria delle “finestre rotte” proposta da Kelling e Wilson nel 1982. Sulla base della nozione molto common sense che  un territorio urbano degradato e lasciato a se stesso è più probabilisticamente collegato al manifestarsi di trasgressioni, l’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani ha decretato il suo piano di “tolleranza zero” che aveva quale prerequisito il recupero della metropoli al decoro urbano e la repressione delle trasgressioni minime. Fra queste ultime, il dipingere graffiti, dormire nella metropolitana, l’elemosina aggressiva, il viaggiare sui mezzi pubblici senza biglietto, ecc. La retorica della tolleranza zero ha fatto gridare al miracolo. Si rimanda al testo di De Giorgi per una critica dell’efficacia reale del piano perpetrato da Giuliani, che risulta più che altro una montagna (di retorica) che ha partorito un topolino, ma è opportuno qui segnalare ciò che è “costato” -  visto  che in tali termini ci si esprime – in termini di invalidazione di diritti. Nel 1996 Amnesty International pubblica un rapporto sulla brutalità del New York City Police Department cui Giuliani aveva concesso grossi poteri discrezionali per arresti e perquisizione. Dal 1994, anno di adozione del piano, le richieste di risarcimento per danni causati da perquisizioni sono aumentate del 50%, le denuncie per abusi di vario genere del 41%, i risarcimenti per violenza quasi raddoppiati nel giro di pochi anni e, soprattutto sono aumentate dal 1993 al 1994 di ben il 53% i civili deceduti in modo “sospetto” durante custodia di polizia e, nello stesso periodo, incrementato del 35% il numero di civili uccisi durante operazioni di polizia. Il rapporto di Amnesty  mette in risalto poi le pratiche razziste del NYCPD e l’esistenza di un codice omertoso all’interno delle “forze dell’ordine”. Ne consegue che la soppressione di piccoli “reati”, ammesso che graffitare, chiedere l’elemosina e ripararsi in metropolitana lo siano, è stata operazione portata avanti mediante quelli che, secondo una logica coerentemente “liberale” e giusnaturalista, sono da considerarsi crimini gravi. In definitiva, il rischio è che si debba aver più paura dei corsari che dei pirati.   

 

 


[1] Il pensiero liberale ultrà definito “anarco-capitalismo”, sulla scorta della difesa ad oltranza dell’individuo, arriva ad affermare che “Lo Stato commette abitualmente omicidio di massa chiamandolo guerra, o talvolta eliminazione dei sovversivi; lo Stato pratica la schiavitù nelle proprie forze militari, e la chiama coscrizione; vive giustifica la propria esistenza attraverso la pratica della rapina chiamata tassazione (…) A differenza di tutti gli altri pensatori, di sinistra, di destra e di centro, il libertario si rifiuta di dare allo stato la licenza morale di commettere azioni che quasi tutti considerano immorali, illecite e criminali se commesse da privati” (Murray Rothbard).   Si noti che, per quanto quest’ultima concezione possa a prima vista apparire come una estremizzazione della visione relativista da cui è partita la nostra indagine, al punto da sovrapporsi a concezioni tipicamente anarchiche “di sinistra”, nella visione libertarian viene a cadere proprio quell’elemento di contingenzialità del crimine che riassume qui una sua oggettività e sostanzialità indifferente alla cornice. Proprio perché partono dalla individuazione di inviolabili diritti naturali, quelli descritti da Locke, questi giusnaturalisti campioni del liberismo possono centrare sul “principio di non aggressione” che da detti diritti discende la loro critica all’autorità dello Stato. Dato, cioè, un oggettivo e sostanziale crimine, ovvero l’aggressione, diventa assolutamente indifferente se a metterla in atto sia un privato o uno Stato.

[2] Ma ad invalidare la concezione della New Criminology radicale (Taylor, Walton, Young, ecc.) sono  soprattutto lo scarso rigore scientifico e la romanticizzazione della devianza cui si attribuisce sempre e comunque  una funzione rivoluzionaria contro il sistema capitalistico. T. Platt, dimostrando di accogliere una concezione sostanzialistica del crimine, afferma che i veri crimini da combattere sono “l’imperialismo, il razzismo, il capitalismo, il sessismo e gli altri schemi di sfruttamento che danno il loro contributo alle miserie umane”. Fatto è che, su tali presupposti, ci si dovrebbe aspettare i tassi più alti di devianza e ostilità al sistema nella working class. I dati empirici, invece, dimostrano che è proprio in quella classe che allignano gli atteggiamenti più conservatori e reazionari, la xenofobia, l’accettazione della gerarchia, il favore per la pena di morte, ecc. 




permalink | inviato da il 29/12/2006 alle 9:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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