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Note sugli ultimi giorni della psichiatria
post pubblicato in Psiche e Libertà, il 25 settembre 2012

Luigi Corvaglia

 

  1. Cronaca di una morte mai annunciata

 

 

Gli psichiatri hanno un termine specifico per questo

e io ho un termine specifico per gli psichiatri

 

Charles Bukowsky

 

      Che un cuore infranto ed un infarto appartengano a categorie diverse, la prima frequentata dagli autori di canzonette, la seconda dai cardiologi, è lampante. Eppure, secondo Thomas Szasz, la psichiatria non farebbe altro che confondere il piano della metafora con quello della realtà, il cuore infranto con l’infarto. La “malattia mentale”, secondo lo psichiatra appena scomparso, altro non sarebbe, infatti, che una “metafora” per descrivere un disordine comportamentale. La morte del maggior critico dei fondamenti morali e scientifici della psichiatria, avvenuta proprio nel pieno di una fase di offuscamento dell’immagine di questa disciplina e mentre in Italia si assiste a spinte regressive che mettono a rischio perfino la L. 180, è un ulteriore occasione per riflettere sulle criticità alla base di questa crisi. Certo, l’idea di una carenza di “scientificità” non è nuova. Già nell’Ottocento, con i suoi acidi aforismi, Karl Kraus contribuì a consolidare l’immortale luogo comune che vede il rapporto fra gli psichiatri e i matti analogo a quello che intercorre “tra una follia concava ed una convessa”. Con occhi moderni, va riconosciuto, il vecchio alienista contemporaneo di Kraus ci appare realmente come un personaggio pittoresco. Disciplina neonata, priva di solide basi scientifiche e di strumenti che non fossero empirici in modo, talvolta, grottesco, la psichiatria asiliare sembra, tanto al profano quanto all’iniziato ai misteri della psiche, la pratica di un culto primitivo. Le cose sono cambiate. Infatti, ora appare tale solo agli iniziati, coscienti della arretratezza della loro disciplina. Un ritardo in confronto agli ambiti biomedici nella produzione di evidenze sulla validità della diagnosi e degli strumenti diagnostici, come anche sull’efficacia e sicurezza dei trattamenti, di cui la comunità scientifica di riferimento è ben consapevole. Il resto della popolazione, definito spesso “opinione pubblica”, invece, mentre assisteva all’avvento di farmaci specifici e ascoltava nuove diagnosi dal suono scientifico, vedeva sparire tanto i vistosi mezzi di contenzione quanto gli aberranti luoghi concentrazionari, sciogliendo così le riserve su metodi, razionalità e ruolo della psichiatria. Ciò non ha cambiato di molto lo stereotipo del folle concavo, ma ha permesso, dopo il lungo inverno delle lotte anti istituzionali, in cui lo psichiatra “tradizionale” era l’agente del potere borghese, quella trentennale primavera in cui non c’è stato campo che non sia stato impollinato dal sapere dello psichiatra e dello psicologo clinico. Un sapere avalutativo, apolitico, asettico come ogni sapere scientifico. Le cose, però, negli ultimi anni stanno cambiando. Nell'epoca della rete telematica, una frangia più interessata dell'opinione pubblica accede a luoghi di diffusione e confronto di informazioni sulla psichiatria, che pur nello spesso carente rigore, permettono di far filtrare fuori dalla ristretta cerchia degli addetti ai lavori alcune criticità pronte per essere ulteriormente volgarizzate.

      Nell’incessante flusso e riflusso della risacca culturale, quindi, la psichiatria si ritrova talvolta a cavalcare l’onda, altre volte a spiaggiare, ora arenandosi dolcemente, ora infrangendosi rovinosamente sugli scogli dello “spirito dei tempi”. Così, se oggi gli psichiatri sono una razza a rischio di estinzione, come insinuato da Heinz Katschnig quando ha attivato un acceso dibattito su World Psychiatry[1], un paio di anni fa, è perché la psichiatria si è incagliata nelle secche della propria incoerenza interna e nella debolezza del proprio statuto scientifico, piuttosto che schiantatasi contro una radicale critica esterna come quella che, alcuni decenni prima, avrebbe trasformato questa provocazione nella buona novella in grado di ingenerare l’entusiasmo di una vasta area culturale. Tutt’altro. Mai prima nella storia la psichiatria e le scienze psicologiche hanno goduto di un raggio d’azione e di una rispettabilità talmente vaste come nel periodo appena trascorso. Gli “esperti”, psichiatri, ma anche psicologi,  intasano da anni i mass media per discettare con egual competenza e serietà dell’ultimo efferato omicidio in famiglia come dello stress di ritorno dalle ferie.  E’ proprio in questa ipertrofia che è possibile individuare le fragilità di un gigante artificiale, gonfiato, vincente ma malato. Vincente all'esterno, come un atleta dopato, ma cosciente, all'interno, dei propri limiti. E’ necessario, allora considerare su cosa si è basata, a partire dagli anni ’80, la riscossa della psichiatria ufficiale. Il primo elemento è stata la definitiva adozione del sistema diagnostico categoriale del DSM-III. L’arbitrarietà e la vaghezza delle vecchie diagnosi psichiatriche sono state sostituite da un modello neo-kraepliniano oggettivo, che distingue in modo netto le categorie patologiche fra loro - e dalla “normalità” - in base alla presenza o meno di sintomi elencati in apposite liste. Il secondo elemento è stato la nuova attenzione, dopo una lunga stagnazione, dell’industria farmaceutica al campo degli psicofarmaci, soprattutto quello degli antipsicotici e degli antidepressivi. Rinnovati investimenti e una nuova logica di marketing hanno permesso di introdurre sul mercato una serie di nuovi presidi terapeutici per la gestione, non solo delle gravi patologie “psicotiche”, ma anche di tutta una serie di disturbi precedentemente oggetto quasi esclusivo della psicoterapia e di molti altri mai contemplati prima (timidezza, sindrome pre-mestruale, ecc.). Ciò ha portato al dilagare di un consumo non più minoritario e marginale, ma diffuso e naturale, talvolta, perfino à la page (come avvenne negli USA con il Prozac ®) e ad inaugurare, in certe realtà culturali dell’Occidente, la stagione della “psicocosmesi”.

      Questi stessi fattori, che si sono rivelati, all'esterno, un potente volano per il recupero di immagine “scientifica” di una disciplina in grado ora di effettuare diagnosi dotate della medesima affidabilità di quella di altre branche mediche e in possesso di strumenti terapeutici efficaci, però, sembrano aver soffocato, rendendole asfittiche, le altre qualità (dialogiche, di lettura fenomenologica, ecc.) che costituivano l’immagine e l’identità dello psichiatra, innescandone la crisi. Soprattutto, ne ha fatto le spese la psicopatologia, intesa come studio ed interpretazione delle funzioni psichiche basata su assunti teorici, sostituita dalla descrizione e da una categorizzazione che si suppone avalutativa. Ma, come fa notare Borgna, rispondendo involontariamente alla domanda di Katschnig, senza psicopatologia la stessa sopravvivenza della psichiatria non può che venir meno[2]. Utilizzando una suggestione del cinema di Bergman, si può dire che è proprio sul valore della diagnosi che la psichiatria si gioca la fatale partita a scacchi con la morte.

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2. la vertigine della lista

 

 

gli animali si dividono in

(a) appartenenti all'Imperatore,

(b) imbalsamati,

(c) ammaestrati,

(d) lattonzoli,

(e) sirene,

(f) favolosi,

(g) cani randagi,

(h) inclusi in questa classificazione,

(i) che s'agitano come pazzi,

(j) innumerevoli,

(k) disegnati con un pennello finissimo di pelo di cammello,

(l) eccetera,

(m) che hanno rotto il vaso,

(n) che da lontano sembrano mosche.

 

Jorge Luis Borges (da L'idioma analitico di John Wilkins)

 

 

      Karl Kraus lo aveva detto: “una delle malattie più diffuse è la diagnosi”. Di certo, però, non immaginava quanto gli psichiatri si sarebbero dimostrati cagionevoli e proni al dilagare di questo malanno. La prima edizione del DSM, nel 1952, elencava 112 disturbi mentali. Nel 1968, il DSM-II ne elencava 163. La terza edizione, nel 1980, contemplava 224 disturbi che diventano 253 nella versione “rivista” (DSM-III-R) di sette anni dopo. Il record attuale lo detiene il DSM-IV, ancora in vigore in versione DSM-IV-TR, che, nel 1994, porta la somma a 374 disturbi. Numeri che ci appariranno ridicoli non appena sarà ufficializzato il “rivoluzionario” DSM5 (la prima rivoluzione è nel passaggio dal numero romano a quello arabo). Tale crescita esponenziale delle etichette diagnostiche può essere letta come misura del progresso di una scienza che produce un continuo affinamento diagnostico. Esistono altre letture. La già evocata “opinione pubblica”, per esempio, nella sua frangia più avvertita, ha cominciato da qualche anno a guardare con sospetto tale proliferare di diagnosi che sta cagionando un nuovo calo delle quotazioni della professione, vista sempre più come una esercizio di fabbricazione di ragioni della propria sussistenza. I più malevoli mettono ciò in relazione con gli interessi dell’industria farmaceutica. Se tale esplosione tassonomica nuoce all’immagine pubblica, bisogna almeno chiedersi se giova alla pratica clinica. Fatto è che l’aumento della finezza nella diagnosi ha senso nel momento in cui a tale conquistata tipicità corrisponde una analoga elettività di trattamento o una differenziazione sulla base di specifiche eziologie. In realtà, tutti gli studi epidemiologici rigorosi hanno dimostrato che la suddivisione nelle varie categorie è assolutamente artificiosa, che l’inquadramento dei vari disturbi in specifici capitoli nulla ha a che vedere con una comune eziologia e che non è neppure di alcun ausilio nell’orientare il trattamento. Insomma, il DSM ha ridotto la psicodiagnosi alla pratica di estrarre etichette da “un inventario rapsodico di quadri clinici privi di un’autentica giustificazione epistemologica”[3]. Soprattutto, è evidente che la reale distribuzione del disagio psichico nella popolazione non avviene per “pacchetti discreti” ben distinti fra loro e dalla “normalità”, bensì sperimentata lungo una dimensione continua. Ciò comporta un’ampia sovrapposizione fra “categorie” e una forte discrezionalità nel definire, a questo punto, una soglia fra esperienze “normali” e “patologiche”. Ma discrezionalità e scientificità non concordano granché. E’ qui il paradosso della psichiatria ai tempi della “medicina basata sulle evidenze”. Da un lato, infatti, nulla nella teorie psichiatriche e psicoterapiche – ad eccezione, in parte, della psicoterapia cognitiva – presenta le caratteristiche di falsificabilità necessarie perché se ne possa parlare come di teorie scientifiche, dall’altro, l’ approccio diagnostico ateorico nato per garantire i crismi della scientificità, si risolve in una zavorra proprio per il conseguimento dei criteri base di questa scientificità. Le ragioni di ciò sono molteplici. In primo luogo, la conquista dell’affidabilità, che si concretizza unicamente nella possibilità che due o più clinici indipendenti si trovino d’accordo sulla definizione diagnostica di un dato “disturbo”, va qui a discapito dell’altro fondamentale valore scientifico, quello della validità. In altri termini, si è d’accordo sull’appartenenza di un dato soggetto ad una categoria, ma non c’è accordo su cosa realmente significhi essere inclusi in quella categoria[4]. Insomma, il tasto della diagnosi è dolente, per differenti ragioni, all'interno come all'esterno. Lo è per il pubblico profano che, scoprendo che l'inclusione delle categorie diagnostiche nel manuale DSM avviene mediante un voto per alzata di mano, comprende che le “diagnosi” dello psichiatra non hanno alcuna assimilabilità a quelle del cardiologo citato da Szasz. L'infarto non viene escluso dal novero degli eventi patologici per consenso della maggioranza, come avvenuto nel DSM a proposito dell'omosessualità, e non ha un atteggiamento ondivago come quello del “disturbo narcisistico di personalità”, che entra ed esce dalla bozza del DSM5[5].    

      C’è poi un’evidenza sottaciuta ma fondamentale per mettere in luce le aporie di una diagnosi basata sulla semplice presenza di segni “non tematizzati”. Questa evidenza ha due facce in opposizione. Infatti, da una parte, non è necessario che siano presenti tutti i criteri previsti dal DSM per poter vivere un disagio, dall’altra, la presenza di tutti i criteri non riesce a garantire l’esistenza di un disagio soggettivo o oggettivo. Il primo dato apre il delicato problema dei “disturbi sottosoglia”. Nell’edizione DSM-IV TR è stata proposta l'applicazione a queste condizioni sub-cliniche dell'etichetta “disturbo non altrimenti specificato”. Ciò le fa quindi passare, di fatto, allo stato di condizioni “cliniche”, alimentando il continuo fiorire di patologie degne di trattamento, incrementando la già notevole frammentazione dei quadri diagnostici ed alimentando le perplessità di chi vede nell’esplosione di diagnosi l’attività di una scienza pervasiva ed autoavvalorantesi.

      La seconda faccia della questione è ancora più degna di riflessione. Studi epidemiologici hanno fatto emergere la sorprendente realtà che fenomeni psicopatologici quali disturbi del pensiero o allucinazioni, che si riterrebbero tali da indurre a diagnosi particolarmente pesanti sono presenti in gruppi non trascurabili della popolazione generale senza che ciò causi alcun disagio o compromissione della vita sociale e lavorativa. E’ allora chiaro che la sola definizione su base descrittiva non è sufficiente a spiegare la “malattia” e, tanto meno, la disabilità. Altri fattori, di carattere soggettivo, interpretativo, ma anche sociali, culturali, giocano, quindi,  un ruolo enorme. Le “malattie” mentali concepite come categorie sono allora, forse, se non metafore reificate, cristallizzazioni linguistiche che definiscono più una discrasia, una frizione fra elementi soggettivi e socio-culturali, che non oggettivi malfunzionamenti individuali ovunque e comunque validi.  Invece, il riduzionismo introdotto dalla diagnosi categoriale orizzontale del DSM comporta, giocoforza, l’adozione di uno speculare riduzionismo, quello di un operazionismo radicale che sfocia nell’appiattimento sul modello medico, in cui ogni diagnosi è oggettiva e ha una causa riconosciuta o riconoscibile. Non è un caso che le neuroscienze, dotate oggi di sofisticati strumenti di indagine della funzionalità cerebrale, abbiano preso vigore dal nuovo corso della psichiatria, attivando la ricerca delle alterazioni biochimiche e neurofunzionali sottese delle differenti patologie. Al contempo, però, ne hanno messo in luce le intrinseche debolezze[6]. E’ paradossale, ancora una volta, allora, osservare che questa psichiatria mono-causale si troverebbe in difficoltà tanto nell’eventualità in cui l’indagine delle neuroscienze riuscisse a scoprire i substrati fisici di ogni quadro patologico - nel qual caso si ridurrebbe alla ancillare condizione di “neuroscienza clinica” -, quanto in quello in cui il suo paradigma positivista venisse disconfermato. Così, mentre qualcuno immagina per la psichiatria un “destino a scomparsa”, perché il chiarimento eziopatogenetico trasferirà tutte le sindromi oggi concettualizzate in termini fenomenologico-clinici alla neurologia[7], altri, come in tutti i periodi di forte materialismo, si lanciano in luoghi comuni di un vago idealismo antipositivista che sa di metafisica in salsa psicodinamica (o viceversa). Due voci della stessa crisi[8].

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3 . Una scienza normale?

 

 

Una medicina è una sostanza che,

iniettata in un ratto, produce un articolo.

Arthur Bloch

 

      “Chiedi a tre psichiatri e otterrai quattro risposte”. Non è la battuta di un paziente deluso, ma quanto esprime il direttore dell’Istituto di Psichiatria Sociale di Vienna, Heinz Katschnig, sulla rivista della World Psychiatric Association[9]. Egli cita questo luogo comune che avvalora l’aforisma del suo concittadino Kraus sulla follia concava degli psichiatri e chiarisce, ancora una volta, quale ne sia l’immagine pubblica. Katschnig dice che il pubblico ha ragione e afferma che fra le sfide interne che la psichiatria deve affrontare per garantirsi un futuro c’è quella della carente coerenza interna. Se una base comune di conoscenze rappresenta il nucleo che definisce l'identità di una professione, ne deriva che la divisione fra professionisti ad orientamento biologista, psicodinamico, relazionale e così via, fa si che questi non condividano la medesima idea di sé stessi e del loro operare. Ogni approccio ha il proprio corpus di conoscenze, le proprie riviste, i propri congressi e i rapporti fra i loro esponenti sono più orientati all'anatema che non alla discussione ed al reciproco arricchimento. Ne sono esempi paradigmatici le citate querelles fra fautori e detrattori del sistema diagnostico DSM e fra organicisti e psicologisti, suddivisi nelle diverse confessioni minori. Dall'esterno, cioè dai loggioni occupati dal pubblico informato più volte evocato, ma, ancor di più, dalla platea dalla quale osservano gli studiosi della scienza, lo spettacolo appare misero. Ciò può avvenire esclusivamente a causa dello scarso status scientifico di ognuna di queste correnti. Le dispute non avvengono laddove i fatti siano chiari e definiti. Voltaire diceva che “non esistono sette in geometria”. Ma le scienze dell'uomo – e la psichiatria lo è – non sono la geometria. Purtoppo. E per fortuna. Purtroppo, perché sterili arroccamenti e atrofie culturali sono i risultati di vere e proprie guerre di religione. Un articolo del farmacologo Silvio Garattini su una delle riviste della Società Italiana di Psichiatria[10] ci dà l'occasione di comprendere lo stato dell'arte e di notare come in psichiatria si possa litigare anche sul più “geometrico” degli argomenti, cioè l’efficacia dei farmaci.  Il direttore dell'Istituto “Mario Negri”, in definitiva, ha avuto l'ardire di affermare che la psicofarmacologia non ha prodotto alcun valido contributo dagli anni '50 ad oggi e che lo spostamento operato dai prescrittori verso i farmaci spacciati per nuovi, ma con, più o meno, lo stesso meccanismo d'azione dei vecchi (per quanto più costosi), non ha prodotto alcun miglioramento per i pazienti, vedendo l'unica motivazione nel traino del mercato, nelle strategie di marketing. La piccata reazione, sulle stesse pagine, di un noto rappresentante della psichiatria accademica italiana è indice di un clima conflittuale che non può non trapelare all'esterno della comunità scientifica, alimentando le perplessità del pubblico informato, ed è paradigmatica della rivoluzione copernicana avvenuta in psichiatria: un farmacologo che smonta la psicofarmacologia ed uno psichiatra che la difende! Si è giustamente notato che trent'anni prima la disputa sarebbe avvenuta a parti invertite[11]0. Per qualcuno questi sono i segni della fine. Ma forse sbaglia. Forse la chiamata all’ ecumenismo che Mario Maj fa in risposta alla apocalittica ipotesi di Katschnig degli psichiatri quali razza in estinzione non è la scontata difesa d’ufficio che appare ad una prima lettura. Scrive il presidente della Associazione Mondiale di Psichiatria (WPA):

L’esistenza di una componente biologica, psicologica e sociale nella nostra disciplina non è una debolezza, ma una prova della sua particolare natura integrativa e dovrebbe essere percepita, presentata e promossa come tale. Piuttosto che denigrarsi e combattersi l’un l’altro, i sostenitori delle varie prospettive dovrebbero mirare alla creazione di una sinergia e all’arricchimento reciproco. La dialettica è la benvenuta, ma il fanatismo distruttivo dev’essere scoraggiato (piuttosto che applaudito, come sfortunatamente spesso succede)[12]

 

Parole senz’altro sensate, che, una volta sostituite le tre componenti (“biologiche, psicologiche e sociali”) con tre professioni religiose (facciamo “cristiane, buddiste e islamiche”), sono assimilabili ad un richiamo all’interconfessionalità. Cosa molto indicativa per due motivi. Il primo è che se i rapporti sono improntati al “fanatismo distruttivo” vuol dire che le differenti visioni si trovano nella condizione di infalsificabilità popperiana che contraddistingue fedi ed ideologie. Guarda caso, questo è proprio il criterio usato dagli psichiatri per definire il delirio! In secondo luogo, perché la storia ci insegna che i richiami ecumenici raramente producono più di una cortese tolleranza di facciata; quasi mai si è vista una “sinergia” e un “arricchimento reciproco”. Al più si arriva ad un infecondo “sincretismo” simile a quello che già ci tocca di vedere all’opera in alcuni psichiatri e psicoterapeuti. A ben pensarci, però, non è questa la vera anomalia psichiatrica, né il maggior limite. In effetti,  se ha ragione Kuhn, lo scienziato non è affatto il razionale ricercatore dalla mente sempre disponibile alla falsificazione descritto da Popper, il quale ne fa un caposaldo della società aperta, bensì un dogmatico che accetta in modo pregiudiziale un paradigma. “Gli scienziati – scrive Kuhn - non mirano neanche, di norma, ad inventare nuove teorie, e anzi spesso si mostrano intolleranti verso quelle inventate da altri.[13]” Ciò che rende scientifico un paradigma è, piuttosto,  la sua capacità di spiegare e risolvere problemi, non la  sua capacità di essere falsificato. Ciò che dopo Kuhn è in uso definire “scienza normale”, allora, è quella fase conservativa  del processo scientifico in cui si accumulano dati a sostegno della teoria dominante.  Solo all’accumularsi di problemi non risolvibili dal paradigma dominante interviene quella fase di “scienza straordinaria” che prepara un nuovo paradigma. Purtroppo, per due secoli, la fase di “scienza normale” in psichiatria ha coinciso col paradigma manicomiale[14]. Modello custodialistico, modello medico, modello riabilitativo si pongono lungo la freccia temporale nella stessa casella paradigmatica. Le lotte anti istituzionali del XX secolo hanno creato un drammatico conflitto tra  “scienza normale” e “la scienza alternativa”, in una dialettica che, portando la psichiatria dall’infanzia alla adolescenza nota come “crisi del paradigma”, non ha però condotto alla adulta “rivoluzione scientifica”, non avendo prodotto nè la modificazione dei rapporti di potere né degli obiettivi della disciplina. La psichiatria rimane la pratica della “normalizzazione”. Al suo interno, poi, la concorrenzialità delle visioni e filosofie, ognuna ad una differente fase del processo scientifico, ha portato alla divaricazione e al “fanatismo distruttivo” di cui parla Maj. Ogni approccio ha il suo paradigma. La psichiatria, che non è in grado né di spiegare né di risolvere problemi in un modo che sia condiviso, si dibatte allora oggi alla ricerca di un suo paradigma, di una nuova sintesi in una “scienza normale”.  Si trova dunque ad un bivio, quello posto dal “problema della demarcazione”. Può scegliere la strada che porta all’armonizzazione delle proprie anime in modo da costruire un corpus, dinamico e stridente  come ogni cosa viva, ma in grado di convergere su una lettura condivisa, nella piena consapevolezza che, non essendo, per fortuna,  la geometria - la cui funzione è misurare figure oggettive -  il proprio sfuggente oggetto di studio non è un cervello, ma un ente fisico posto lungo una traettoria temporale, in relazione con i suoi simili ed all’interno di una cornice culturale. Questo rende utopica ogni idea di perfetta oggettivazione (ma non esclude di conservarla quale principio guida). Ogni appiattimento della multimensionalità e transdisciplinarietà dello studio della psiche produce aborti. Ecco il senso dell’auspicio di Maj. In tal caso, pur nella impossibilità di produrre una scienza esatta, avremo almeno una scienza “normale”. Una scienza normale che non assolva un “mandato sociale”, ma pratichi l’arte dell’aiuto, richiesto e consensuale,  della persona in una condizione di disagio, secondo la logica del "mercato" e non quella del monopolio ideatico.

C’è poi l’altra possibilità. Si può scegliere l’autoreferenzialità della propria asfittica ideologia, l’eccesso di fisica o di metafisica, il rifiuto anti-galileiano di guardare nell’altrui cannocchiale, la accettazione di particolari logiche di potere, la rattomorfizzazione dell’uomo o le mitologie che si auto verificano, la stigmatizzazione del dissenso, le relazioni pericolose, le etichettature di fantasia. In tal caso si produce quella pseudoscienza, che ha tutto l’apparato esteriore della scienza, ma non le qualità salienti. L’attuale crisi può essere occasione per “cogliere l’essenza del problema e trasformare i possibili rischi in opportunità di crescita[15]” oppure lo sguardo sull’abisso prima della caduta. La posta in gioco è enorme. Il rischio è che, il mondo scientifico prima, il resto del pubblico poi, si faccia riguardo a quei folli concavi degli psichiatri la stessa domanda che Catone il Censore si poneva a proposito di chi praticava la divinazione, cioè  “come fa un indovino a non ridere quando incontra un altro indovino?”.

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[1] Katschnig, H., Are psychiatrists endangered species ? Observations on internal and external challenger to the profession, “World Psychiatry” 9: 21-28, 2010

[2]Borgna, E., C’è ancora un senso nella psicopatologia?, “ATQUE. Materiali tra Filosofia e Psicoterapia”, 13: 155-178, 1996

 

[3] Giacomini, G., Psicopatologia classica e DSM: un dilemma epistemologico, clinico e didattico per la psichiatria contemporanea, pag. 10 (documento scaricabile da www.istpsico.it/wp-content/uploads/2008)

[4] Questo avviene anche perché, se non si sta attenti, facendo ordine, si buttano anche cose importanti. Nell'opera di ordinamento “avalutativo” del DSM si è voluto sgombrare il campo dal criterio classico della organizzazione gerarchica del materiale clinico che era stato introdotto in psicopatologia da Jaspers[4], facendo così piazza pulita anche di una nosografia in cui era implicita una gerarchia che potesse definire il senso del quadro diagnosticato e giustificare la cosiddetta “diagnosi differenziale”. A tale concettualizzazione verticale, il DSM oppone una orizzontalità in cui tutte le diagnosi sono poste sullo stesso piano. Ciò introduce la possibilità di evidenziare, attraverso il concetto di “comorbilità”, l’esistenza contestuale di molteplici diagnosi nello stesso soggetto. Tutto ciò, però, rappresenta una involuzione in termini di rigore scientifico rispetto ai risultati già raggiunti dalla psicopatologia classica, che pure era epistemologicamente carente secondo i criteri di Popper.

[5] Così, buttando l'acqua sporca della diagnosi categoriale col bambino della psicopatologia, si contribuisce al declino dell'immagine pubblica della disciplina. Ma la questione diagnostica è centrale anche all'interno, coinvolgendo l'identità stessa dello psichiatra catalogatore. Scrive Borgna:  

Una psichiatria che faccia a meno delle labili sonde della psicopatologia (…) , si trasforma in una glaciale somministrazione di sostanze farmacologiche o in una meccanica applicazione di metodologie riabilitative (…) Non c'è psichiatria, dunque, che possa fare a meno di una psicologia considerata nella sua inesauribile significazione di disciplina che abbia ad analizzare e a descrivere, a isolare e a tematizzare, i fenomeni (i segni) che riemergono dal fluire ininterrotto della vita psichica (op. cit.).

 

[6] “Non siamo stati in grado di trovare neanche un marker neurologico delle sindromi psichiatriche maggiori” (Mario Maj, presidente dell'Associazione Mondiale di Psichiatria [WPA] al congresso SOPSI nel febbraio 2006)

[7] http://digilander.libero.it/LaTerraSanta/lete/voci/dipetta6.html

 

[8] In realtà, anche la psicoanalisi è in crisi. Una crisi paradossale, va aggiunto, perché le basi concettuali della psicodinamica freudiana erano schiettamente positiviste, ma, proprio per questo, ancorate ad una visione energetica coeva alla sua fondazione e, quindi, assolutamente superata. Oggi alla psicoanalisi, oggetto di una critica particolarmente feroce nel paese in cui più di altri ha influenzato la cultura ed il comune sentire, la Francia (dove sono stati pubblicati Il libro nero della Psicoanalisi, a cura di Catherine Meyer, nel 2006, e Freud. Il crepuscolo di un idolo di Michel Onfray nel 2010) si contesta lontananza dai principi positivisti di controllabilità delle affermazioni. Gli analisti, attivando un procedimento inverso a quello della logica scientifica, usano i dati clinici quale strumento di verifica della validità delle assunzioni psicoanalitiche. L'utilizzazione arbitraria di interpretazioni e la passiva accettazione di presunte relazioni fra esperienze pregresse e comportamento attuale del paziente renderebbero, secondo i detrattori, priva di fondamento e tautologica la pretesa di utilizzare i dati clinici come strumenti di validazione delle ipotesi psicoanalitiche. La psicoanalisi, diceva Wittgenstein, è “una mitologia con molto potere” e le sue spiegazioni non offrirebbero che congetture, qualcosa cioè «che precede persino la formazione di una ipotesi ». Non ci sarebbe infatti «modo di mostrare che il risultato generale dell'analisi non potrebbe essere  ‘inganno’» (L. Wittgenstein, Lezione e conversazioni sull’etica). D'altra parte - si sostiene ancora - lo stesso « Freud non chiarisce mai come possiamo sapere dove fermarci, dove sia la soluzione giusta”.

 

[9] Katschnig, H, op. cit.

[10] Garattini, S., Trent'anni di psicofarmacologia, “Psichiatria di Comunità”; 7 : 200-203, 2008

[11] Barbato, A., Si accettano scommesse sulla sopravvivenza della psichiatria nel prossimo futuro, SOUQ, annuario 2010, 157-171

 

[12] Maj, M., Are psychiatrists endangered species?, “World Psychiatry, 9: 1-2,    Trad. it. Su “Didatticamente”, 10, 2010, al sito: http://issuu.com/pensiero/docs/didatticamente2_2010?mode=window&pageNumber=2

[13] Kuhn, T., La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Torino, Einaudi, 1999, p. 44

 

[14]  Per quanto Kuhn ritenesse non applicabile il concetto di “paradigma” alla medicina ed al diritto, molti autori, fra cui Sergio Piro (ma anche Sheff, Siciliani ed altri), hanno utilizzato i concetti di paradima e di “scienza normale” per designare l’opera di contrasto alla crisi del paradigma psichiatrico dominante (“ripulitura”) .

 

[15] Maj, M.,  op. cit.




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Paranoia e totalitarismo
post pubblicato in Psiche e Libertà, il 25 agosto 2010

Paranoia e totalitarismo

Paul è morto (e io mi sento poco bene)

 

di Luigi Corvaglia


1. Nuovo Ordine Mentale

Il mondo è governato dalla massoneria. Si sa. Paul McCartney è morto ed è stato sostituito da un sosia. E’ certo. Solo gli ingenui e gli sprovveduti non lo sanno. Basta conoscere le prove. Cioè, non le prove, gli indizi. Già. Infatti, ai cospiratori piace lasciare una gran mole di indizi. Se amate l'ordine e la pulizia non invitate a casa cospiratori. Lasciano indizi dappertutto. E non vengono via. Il mondo è pieno di indizi. Tutto sta a collegarli fra loro. Una volta collegati, non importa come, diventano prove. Dopodiché la verità balza in tutta la sua evidenza. E’ grazie all’impagabile dedizione di coloro i quali si piccano di mettere insieme i “segni” che oggi sappiamo che la massoneria governa il mondo e che Paul è morto. Grazie, oh voi che collegati i segni.  E' per merito vostro che ora sappiamo che una cupola dell’alta finanza ebraica si impegna segretamente da decenni per imporre il “Nuovo Ordine Mondiale” mediante la creazione artificiale di conflitti. Lo sappiamo tutti. Qualche esempio di indizi che fanno delle prove? Beh, è noto perfino ai bambini che la banconota da un dollaro è colma di simboli massonici. Cioè, meglio, da simboli degli “Illuminati”[1], la setta di cui la massoneria è solo un braccio, ma non perdiamoci in sottigliezze. Affermare poi che questa mole di simboli massonici sulla moneta americana significhi che la massoneria, tramite gli USA, stia governando il mondo necessita solo di un piccolo salto logico. Un buon investigatore di complotti non si lascia intimidire da un saltino. Conspiratio facit saltus. La banconota da un dollaro, dunque. Vi compare la data 1776 (alla base della piramide del Gran Sigillo sul retro), che è l’anno di fondazione degli “Illuminati da Baviera” ad opera del massone Adam Weishaupt. Vi compare, altresì, la data del 1789 (nel simbolo del Dipartimento di Stato sul fronte), anno dalla Rivoluzione Francese, che, come è noto, fu opera della massoneria. Chiaro, no? Non ancora? Scettici. Va bene. Provvedo a fornire prove inconfutabili. Sul retro, nel Gran Sigillo, infatti, è scritto chiaramente Novus Ordo Seclorum. Qualcuno può negare che ci si riferisce al Nuovo Ordine Mondiale che l’elite del potere sta imponendo al pianeta? E poi, la scritta è sbagliata! Si dovrebbe dire “Novus Ordo Seculorum”. Un evidente errore ortografico che fa si che la “divisa” «Novus Ordo Seclorum» risulti composta di 17 lettere invece di 18. Perché allora inserire volutamente un errore? Cosa significherà mai il numero «diciassette»? Cioè, certo, porta sfiga, si sa, ma qualche esperto ci dice che “Esso equivale alla «privazione della perfezione celeste altrimenti rappresentata dal numero 18” [2]. Diviene ora evidente l’aspetto luciferino della cosa.

 

Ma questa non è la sola scritta con cui baloccarsi di numerologia. Tredici lettere, infatti, formano la scritta E Pluribus Unum (da molti, uno) , sull’altro lato del Gran Sigillo, frase che sta ad indicare proprio il Nuovo Ordine Mondiale, l’esito finale del processo di uniformazione, tramite la globalizzazione economica e del Diritto operata dalle organizzazioni sovranazionali (ONU, ecc.), di tutto il pianeta in un unico mega-stato (uno da molti, appunto). Tredici, dicevamo. Il numero ritorna nell’Aquila, simbolo degli USA, che mostra sul corpo 13 strisce bianche e rosse alternate e tiene nella zampa sinistra un fascio di 13 frecce. Nell’artiglio destro un ramoscello d’ulivo con 13 foglie. Sullo sfondo 13 stelle su campo azzurro. 13 sono anche i gradini della piramide sul retro, sormontata dal triangolo rappresentante Dio (l’occhio che tutto vede). Sopra il vertice della piramide di 72 mattoni (numero sacro di Babilonia….) compare la scritta Annuit Cœptis, anch’essa di «tredici» caratteri il cui significato è: «la divinità ha acconsentito» o anche «approva le cose iniziate», o, ancora, molto più inquietantemente, “arride agli iniziati”. Bisogna essere ciechi ed ottusi per non leggere il senso di tutto ciò! Nei 22 Arcani Maggiori dei Tarocchi, infatti,il 13 è raffigurato con la «Morte», intesa come trasformazione, cambiamento e rinascita. Nella tradizione cristiana, in cui Giuda il traditore è legato al tredici (Gesù più dodici apostoli), è considerato il numero della gerarchia infernale. Ecco perchè in pizzeria non vogliamo mai essere in tredici a tavola. Per alcuni studiosi di Cabala e dell'alfabeto ebraico il «tredici» è simbolo di distruzione e morte. E, guarda caso, 13 era il numero degli “Eletti Superiori” degli Illuminati di Baviera. Non c’è più da discutere. Chi ancora rifiuta questa amara verità, cioè che gli Stati Uniti sono il paese dal quale la cupola massonica, costituita fondamentalmente dalle grandi famiglie ebraiche, governa il pianeta, è irrimediabilmente pazzo. Almeno quanto lo è chi ancora crede che Paul McCartney sia vivo. Non si può pensarlo dopo che schiere di attenti studiosi hanno analizzato e svelato i messaggi in codice che i Beatles hanno disseminato nei testi delle loro canzoni e nelle copertine dei dischi [3]. Le più note, riguardano la celeberrima copertina di Abbey Road, la “banconota da un dollaro” della teoria del “Paul Is Dead” (PID)[4].

Qui Il gruppo attraversa la strada in fila, e gli abiti suggeriscono davvero una processione funebre: “apre John completamente vestito di bianco (sacerdote o forse angelo), Ringo con un sobrio completo nero che potrebbe far pensare al portatore della bara, Paul scalzo, con gli occhi chiusi, tiene la sigaretta con la destra pur essendo mancino (…) e infine George in jeans e clark potrebbe far pensare al becchino in abiti da lavoro per scavare la fossa. Paul, inoltre, è l'unico dei Beatles fuori passo rispetto agli altri, forse a simboleggiare la sua estraneità al vero gruppo. Sulla targa del "maggiolino" ("beetle") Volkswagen bianco parcheggiato a sinistra, si legge "28IF" - "28 SE", interpretato come "28 anni SE fosse ancora vivo". (…) Anche alla luce di questo il resto della targa, "LMW", è stato letto come "Lie 'Mongst the Wadding", poemetto dello scrittore americano Stephen Crane anch'egli morto a 28 anni (il suo viso appare seminascosto da una mano sopra la testa di Paul nel famoso collage di Sergeant Pepper's). Altri hanno letto "LMW" come “Linda McCartney Widowed" (vedova) o come "Linda McCartney Weeps" (piange)[5].

Certo, poi, le forze del male costituita da depistatori, “insiders” o burloni possono sempre immettere dei dati di disturbo di nessun valore in queste incontrovertibili tesi. Ad esempio, qualcuno può ricordare che, essendo la foto di Abbey Road stata scattata l’8 Agosto del 1969, Paul McCartney di anni ne avrebbe avuti 27, che sulla copertina di Beatles For Sale, del 1964, cioè prima della presunta morte avvenuta in un incidente stradale nel 1966, l’artista teneva già la sigaretta nella mano destra e che, se egli fosse realmente deceduto in quell’anno, a piangere sarebbe stata la sua fidanzata di allora, Jene Asher, non Linda, che il Paul del ‘66 neppure conosceva. Così, a proposito della banconota, qualche prezzolato potrebbe arrivare a insinuare che la data del 1776 sia, banalmente, quella della Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti, che la data 1789 sul logo del Dipartimento del Tesoro sia, pensate un po’, la data di fondazione di detto Dipartimento (entrambe realtà storiche documentate), che 13 erano le colonie che fondarono il paese unendosi fra loro (E pluribus unum) e che la scritta Novus Ordo Seclorum, non solo non sia errata, ma non significhi neppure “Nuovo Ordine Mondiale”. Infatti, la formula contratta (seclorum per seculorum) era in uso e il termine non si riferiva al mondo (mundus), bensì ai secoli. La frase, quindi, era un riferimento agli ideali egualitari professati dai padri fondatori (novus ordo, organizzazione nuova, nel senso di inedita democrazia nell’era dell’ineguaglianza e dell’assolutismo monarchico) che doveva durare attraverso il tempo (nei secoli, seclorum). Per finire, la frase Annuit Coeptis è tratta dalle Georgiche dell’incolpevole Virgilio e fa riferimento all’azione della provvidenza[6]. E’ chiaro al lettore più scaltro e meno sprovveduto che queste obiezioni, colpevoli di un eccesso di logica e di adesione al principio del “rasoio di Occam” (cioè “se esiste una spiegazione semplice ed una complessa, rigetta quest’ultima”) non minano le teorie del complotto. Fra questi svegli individui, i più svegli di tutti sono i paranoici.

 

2. John è morto (e l’ha ucciso la CIA)

 

Fra i paranoici famosi, un posto di riguardo lo merita proprio il sodale di Paul McCartney: John Lennon. Matthew Schneider, docente di letteratura Inglese e comparata alla Chapman University, ha scritto uno splendido saggio sulla creazione del mito prendendo appunto spunto dalle caratteristiche paranoidi di Lennon. Il saggio, intitolato Quel che importa è il sistema!" I Beatles, la "Trama di Pasqua" e la narratività complottistica[7], inizia con uno stralcio di intervista al figlio del musicista, Sean Lennon, il quale afferma che il padre sarebbe stato ucciso dal potere governativo americano. L’ affermazione denuncia la similitudine dei processi di pensiero di padre e figlio. Il padre, infatti, era da sempre affascinato dalla narratività complottistica e, secondo Schneider, a fornirgli la chiave di lettura cospirazionista della storia sarebbe stato un best-seller del 1965: The Passover Plot (La trama di Pasqua), di Hugh Schonfield. Quest’ultimo, forte di vaste conoscenze del mondo giudaico, era arrivato a tessere con tutte le fonti antiche a lui disponibili una storia che spiegava tutti gli eventi menzionati nei Vangeli su basi interamente razionali e a ipotizzare che Gesù Cristo, con l’aiuto dei dodici discepoli, avesse inscenato la sua morte e resurrezione al fine di provare che questo figlio di un falegname galileo era il Messia la cui venuta era stata predetta da certe sette giudaiche circa un secolo e mezzo prima della sua nascita. Un complotto, appunto. Per la cronaca, comunque, il piano non sarebbe andato liscio. Pare che non si fosse tenuto conto dell’eventualità della ferita al costato! Infatti, dopo essere stato liberato dal sepolcro, il nazareno morì realmente a causa del dissanguamento. Ad ogni modo, questo complotto, secondo l’autore, sarebbe la vera base del cristianesimo, dal momento che da esso la Chiesa antica avrebbe costruito la sua narrazione canonica della morte e resurrezione di Gesù di Nazareth cucendo insieme racconti contraddittori di testimoni, frammenti di dati storici irrelati, e persino pezzi da opere di narrativa come L'asino d'oro di Apuleio. Se la prima fase della Trama di Pasqua fu architettata da Gesù stesso, la fase due è costituita dalla ricostruzione da parte della Chiesa antica. Scrive, quindi, Schneider:

Schonfield insegnò a Lennon (…) a cercare i modi in cui la profusione caotica di eventi, interessi in conflitto e testimonianze contraddittorie possono essere tessuti in una narrazione escatologica senza smagliature apparenti. Lennon si rese conto che, per rendere manifesta e profittevole la loro importanza quasi religiosa nelle vite dei loro fan, I Beatles avevano soltanto bisogno di fornire una quantità di dettagli allettanti e apparentemente slegati: si poteva contare sul fatto che i loro seguaci, come i primi padri della Chiesa, avrebbero entusiasticamente intessuto, a partire da quei dati, una narrazione personalmente e culturalmente significativa[8].

A tal proposito, è necessaria una breve digressione psicologica. Usando il linguaggio di Jean Piaget, possiamo ricordare che uno sviluppo cognitivo equilibrato prevede l’utilizzo tanto dell’assimilazione, quanto dell’accomodamento. Per “assimilazione, si intende l’inserimento di nuovi dati nelle strutture cognitive preesistenti (ad esempio, particolari visioni del mondo, teorie, concetti, ecc.), mentre per “accomodamento” si intende la modifica di questi schemi precedenti all’entrata di nuove configurazioni di stimoli incompatibili con la passata struttura del sistema. Centrale nella psicologia cognitiva il concetto di invalidazione. Con tale termine si vuol descrivere un evento in grado di far venir meno la veridicità percepita di un costrutto mentale, una previsione non confermata. Davanti a una invalidazione, se il sistema di funzionamento schizofrenico privilegia in maniera esclusiva l’accomodamento, per cui non esiste un mondo stabile, perché viene continuamente “accomodato” dai dati in entrata, mettendo a rischio la stessa identità dell’individuo, la scelta paranoica comporta un’ipertrofia dei meccanismi di assimilazione. Ne deriva che, in quest’ultimo caso, il nucleo del delirio viene difeso ad oltranza, anche di fronte a dimostrazioni di segno opposto, tramite la costruzione di ipotesi ad hoc. Il paranoico assimila sempre e piega i nuovi input assimilati ai fini della teoria paranoide. Esemplare, a proposito delle difficoltà che incontra la teoria del “PID Conspiracy” rispetto all’età reale di McCartney nel 1969 è la risposta che alcuni teorici del complotto hanno dato. Essi hanno spiegato che in certe (imprecisate) "società eschimesi" gli anni di vita sono numerati dal concepimento in modo che un bambino comincia la sua vita all'età di un anno. Qualche scettico potrebbe continuare a non vedere cosa ciò abbia a che fare con McCartney che eschimese non è. Invece, una relazione c’è! Sulla copertina di Magical Mistery Tour uno dei Beatles indossa una maschera di tricheco, e nella canzone "Glass Onion" John Lennon canta: "Here's another clue for you all: the walrus was Paul". [Ecco un'altra indicazione per tutti voi: il tricheco era Paul] [9].

 

Dal momento che i trichechi vivono nell'Artico come gli Eschimesi, noi dovremmo contare gli anni di McCartney al modo "eschimese". Ecco un magnifico esempio sia dell’ assimilazione del nuovo input - in effetti, si accoglie il dato che McCartney all’uscita di Abbey Road non aveva (non avrebbe avuto….) 28 anni, bensì 27 – sia di una ipotesi ad hoc in grado di permettere l’assimilazione senza dover “accomodare” la teoria – la soluzione dell’eschimese.

Ritornando al saggio di Schneider, questi punta l’attenzione su due aspetti estremamente interessanti della faccenda. Il primo è che elementi assolutamente scollegati fra loro e buttati alla rinfusa tendono ad essere unificati, dai singoli e dalla collettività, in un quadro dotato di senso e, anzi, proprio “ l'apparenza di rapporti meramente accidentali o fortuiti tra degli elementi è, secondo questo modo di pensare, l'indicatore più certo della presenza di una storia occultata, in attesa di essere portata alla luce”[10]. Una sorta di horror vacui porta il sistema cognitivo dell’uomo a produrre sistemi dotati di senso. Il secondo dato degno di attenzione evidenziato da Schneider riguarda la qualità “politica” della narratività complottistica:

Due aspetti dell'ultima fase dei Beatles--lo sperimentalismo iconografico e musicale di Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band e il mito di "Paul is Dead"--mostrano le due varietà principali del pensiero complottistico. Nella sua modalità positiva, il pensiero complottistico rispecchia un genere particolare di ingenuità intellettuale--l'abilità di costruire un mosaico interessante e perfino piacevole a partire dalla casualità degli eventi. Ma poiché il pensiero complottistico assume che qualche intenzionalità onnicomprensiva sia sempre all'opera--il "sistema" ha le sue mire--l'ingenuità intellettuale lascia il campo, infine, alla paranoia. Questa è la tendenza inevitabile della narratività complottistica. Anche se iniziato per gioco, il pensiero complottistico finisce invariabilmente per evocare lo spettro vendicatore del sacro.[11]

“Qualche intenzionalità onnicomprensiva”, “il sistema”, “spettro del sacro”?

 

3. Cambiare il mondo senza farsi male

K. Popper definiva il modo di pensare illustrato riguardo alla vicenda “Paul Is Dead”, quando applicata alle scienze sociali, “teoria cospirativa della società”. E’ l’idea, frutto della concezione “costruttivistica” della società, che laddove esistono fenomeni sociali negativi, dietro vi è qualcuno che ha cospirato per portare a compimento detti fatti. Per “costruttivismo”, in questo caso, si intende la teoria secondo la quale tutte le istituzioni – quindi, lo Stato, il diritto, l’economia, ecc. – sarebbero l’esito di piani intenzionali, elaborati e portati a termine razionalmente da individui o gruppi. La teoria cospirativa della società, quindi, del costruttivismo sociale è la versione accusatoria. Se, infatti, tutto è pianificato, dietro ogni evento negativo c’è un piano maligno ordito da cospiratori. Fatto è che la teoria che qualunque cosa avvenga nella società sia frutto di un “disegno intelligente” è assolutamente erronea. Come ha scritto Carl Menger, “il diritto, il linguaggio, lo Stato, la moneta, il mercato, tutti questi istituti sociali sono nelle varie forme fenomeniche e nelle loro incessanti mutazioni, in non piccola parte, il prodotto spontaneo dell’evoluzione sociale.”[12] E’ quasi divertente, del resto, immaginare un gruppo di uomini seduti in cerchio a definire i termini, le regole grammaticali e la sintassi di una lingua. E in che lingua si comunicherebbero tali invenzioni? E in che modo le imporrebbero alla stragrande maggioranza degli individui che non avrebbero partecipato alla creazione dell’idioma? Eppure, la teoria costruttivistica continua a serpeggiare dove ha sempre serpeggiato, ossia nelle viscere del pensiero utopico. Qui si intende per “pensiero utopico”la versione deteriore dell’afflato al cambiamento, cioè la teoria di poter realizzare, libretto di istruzioni in mano, un mondo nuovo, di costruirlo, appunto, in modo razionale, come l’assemblea dei primitivi avrebbe costruito la lingua italiana. Ciò comporta un’opera di “ingegneria sociale”, che è una forma di cospirazione “benigna” e che non può che essere totalitaria, comportando l’adeguamento forzato dei fatti ai piani. Qualora, poi, i fatti si rivelino troppo lontani dai piani, la spiegazione è che c’è qualcuno che cospira contro la propria cospirazione. Ad esempio, i “controrivoluzionari”. Come scrive Popper, “Persone che credono sinceramente di sapere come si realizza il cielo in terra sono facili quant’altre mai ad adottare la teoria della cospirazione e a impegnarsi in una contro-cospirazione contro inesistenti cospiratori. Infatti la sola spiegazione del fallimento del loro tentativo di realizzare il cielo in terra è l’intenzione malvagia del Demonio che ha tutto l’interesse a mantenere vivo l’inferno.”[13] La storia è maestra. Eppure, lo schema costruttivistico sociale permane anche fuori dai circoli utopici, in senso deteriore. Anche nella popolazione generale sopravvive un costrutto necessitante della cultura occidentale, quello di causalità. Popper lo definisce “ il tipico risultato della secolarizzazione di una superstizione religiosa. La credenza negli dèi omerici le cui cospirazioni spiegano la storia della guerra di Troia è morta. Gli dèi sono stati abbandonati. Ma il loro posto è occupato da uomini o gruppi potenti – sinistri gruppi di pressione la cui perversità è responsabile di tutti i mali di cui soffriamo – come i famosi savi di Sion, o i monopolisti, o i capitalisti o gli imperialisti.”[14]

Per quanto il fenomeno sia antico come il mondo, negli ultimi anni, gli scaffali delle librerie sono affollati come non mai di libri che denunciano che è in atto una cospirazione superpolitica, "religiosa" o satanica che coinvolge l’alta finanza, le massonerie e l’integralismo islamico. I fili della storia, asseriscono questi studiosi, si tirano proprio nelle logge massoniche e nei consigli di amministrazione delle multinazionali e delle grandi banche[15]. Internet, poi, è un tripudio di siti e forum sul complotto mondiale[16].

 

La verità è che le azioni umane hanno conseguenze inintenzionali, non previste, talvolta perfino controproducenti rispetto l’intenzione originaria. Si pensi all’esito di una congiura su piccolissima scala come quello della famiglia Pazzi per assassinare Lorenzo de Medici. Si pensi ancora, indipendentemente dal fatto che sia vero o no ( perché ciò che qui interessa è la possibilità che un evento non previsto infici un piano ) l’esito del “complotto di pasqua”narrato da Schonfield e letto da Lennon. Non era prevista la ferita al costato! Non ci aveva pensato nessuno, cribbio!  Figuriamoci un disegno su scale planetaria e che magari si dovrebbe protrarre attraverso i secoli, come quello organizzato dalla massoneria secondo lo schema complottistico tipico di quell’area grigia che va dal tradizionalismo cattolico all’estrema destra politica (non disdegnando certo radicalismo “di sinistra”). Di questo humus è espressione un libro come “La faccia occulta della storia” di Piero Mantero[17]. Vi si narra del complotto semitico per conquistare il mondo e distruggere la Chiesa cattolica ordito secoli fa ed ancora in corso, per quanto in via di completamento, per mano della massoneria internazionale. La Rivoluzione francese fu una congiura massonica, e di altri gruppi di pressione. La Rivoluzione bolscevica fu una congiura giudaico-massonica. Ricordate la moneta da un dollaro? Il testo dell’ultra-cattolico Mantero è fra i più citati dagli esponenti dell’organizzazione di estrema destra Forza Nuova. Infatti, prima ancora che dai cugini marxisti, la teoria costruttivistica è fra le componenti strutturali portanti della psiche fascista. Esiste, insomma, una via maestra che lega il costruttivismo sociale e la sua variante accusatoria e vendicativa, la teoria cospirazionista, al totalitarismo. Ergo, totalitarismo e paranoia sono strettamente connesse. Il totalitario, infatti, tende a pensare per schemi semplici, con “costrutti” elementari ma centrali per la propria identità. Quanto più i costrutti sono centrali, tanto più rifuggono alla critica – non si “accomoda” ma ci si limita ad “assimilare”. Tanto più si costruiscono ipotesi ad hoc collegando pezzi sparsi di informazione scollegate come quelle sulla copertina di Sgt. Pepper’s per produrre, come dice Schneider “una narrazione escatologica senza smagliature apparenti”. Quanto tale "primitivizzazione" del pensiero sia facile a realizzarsi anche in ambiti culturali "liberali", soprattutto se l'emozione domina la scena,   diventa evidente quando il presidente americano invoca una "guerra epocale del Bene contro il Male". Un manicheismo primordiale che rende possibile proiettare verso l'esterno ombre e contraddizioni, permettendo, al contempo, una furiosa controffensiva senza il peso di scrupoli di coscienza.  E' lo schema elementare di ogni ideologia totalitaria: invece di mettere in luce le contraddizioni e la complessità inestricabili dell'essere-al-mondo, si trova una spiegazione esogena per gli eventi al fine di farne il nemico. Cospirazione, paranoia.

Unico antidoto al complottiamo, quindi al totalitarismo, è quell’ “Individualismo metodologico” che, elaborato dagli economisti di scuola austriaca, quali Menger, Hayek e Mises[18], è considerato “banalmente vero” anche dal marxismo analitico (J. Elster[19], per esempio). L’individualismo metodologico nega la visione secondo la quale la “collettività” sarebbe un ente autonomo in grado di prendere decisioni e mina alle fondamenta tutte le teorie del complotto, per due motivi. Il primo è che gli uomini sono dotati di conoscenza limitata e fallibile; il secondo è che le azioni intenzionali conducono molto spesso a effetti non intenzionali. Ne derivano due conclusioni che chi vuole cambiare il mondo dovrebbe tenere a mente. La prima è che “solo laddove sia possibile sperimentare un gran numero di modi diversi di fare le cose si otterrà una varietà di esperienze, di conoscenze e di capacità individuali tali da consentire, attraverso la selezione ininterrotta delle più efficaci fra queste, un miglioramento costante”[20]. Come scrisse l’anarchico Errico Malatesta, In conclusione a me sembra che nessun sistema possa essere vitale e liberare realmente l'umanità dall'atavico servaggio, se non è il frutto di una libera evoluzione.”[21] Un’operazione che prevede scetticismo e riconoscimento del fallibilismo gnoseologico dell’essere umano. La seconda è che tutte le altre teorizzazioni, tutti i catechismi che prevedono la predefinizione della società futura in modo rigido e giusto, e rigido perché giusto, e giusto perché razionale, è una forma di superstizione. “Definisco superstizione – scrisse Hayek – ogni sistema in cui gli individui pensano di saperne più di quanto conoscono.”[22]


 

[1] Alcuni ricercatori, come l'estroso David Icke, chiamano con questo nome, quello di una setta fondata in Baviera alla fine del ‘700, un gruppo di potere occulto ancora vivo che avrebbe in mano i destini di tutto il mondo, un gruppo elitario di cui farebbero parte molti regnanti europei, famiglie di spicco come i Rothschild ed altri intoccabili. Un gruppo di persone che per alcuni (sempre Icke) sarebbe addirittura legato da antichi vincoli di sangue.

[5] Pagina citata di Wikipedia

[6] Gardner, L., I segreti della Massoneria, Newton Compton, Roma,2006

[7] Anthropoetics 8, no. 2 (autunno-inverno 2002-2003), http://www.bibliosofia.net/files/beatles.htm

 

[8] Op.cit.

[9] Tra l’altro, l’indicazione è sbagliata, essendo la canzone I’m the walrus, da Magical Mistery Tour (1967) scritta da Lennon il quale, nel film collegato all’album, indossa l’abito da tricheco in prima persona.

[10] Op. cit.

[11] Op.cit.

[12] Menger, C., Il metodo della scienza economica, UTET, Torino, 1937, pag. 112

[13] Popper, K. R. , Logica della ricerca e società aperta, Antologia a cura di D. Antiseri, La Scuola, Brescia, 1989, pagg. 165-167

[14] ibidem

[15] Si vedano, ad esempio, di Maurizio Blondet .M., Gli <<Adelphi>> della Dissoluzione. Strategie culturali del potere iniziatico, Edizioni Ares, Milano 1994 o Complotti. I fili invisibili del mondo. I - Stati Uniti, Gran Bretagna, Il Minotauro, Milano 1995; di David Icke, fautore, addirittura, della teoria extraterrestre e “rettiliana” della cospirazione massonica, Il segreto più nascosto, 2001, oppure Cospirazione Globale, 2009 , entrambi per Macro Edizioni, Cesena; di Marco Pizzuti, Rivelazioni non autorizzate. Il sentiero occulto del potere, Il Punto d’Incontro Edizioni, 2009

[16] si vedano, solo come esempi, i notissimi: http://www.effedieffe.com/, gestito dal giornalista cattolico Maurizio Blondet, http://www.disinformazione.it/index.html , in particolare la pagina dedicata alla massoneria (http://www.disinformazione.it/paginamassoneria.htm ), http://www.comedonchisciotte.org/site/index.php, specificatamente sul Nuovo Ordine Mondiale: http://www.nwo.it/ . Il sito personale di David Icke è http://www.davidicke.com/

[17] Epiphanius (AKA P. Mantero), Massoneria e sètte segrete: la faccia occulta della storia, Ediz. Ichthys, Roma

[18]Von Hayek, F.A., Individualismo: quello vero e quello falso, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, 1997

[19] Bracaletto, S., Filosofia analitica e materialismo storico. Individualismo metodologico, spiegazione funzionale e teoria dei giochi nel marxismo analitico anglosassone, Mimesis, Milano, 2005

 

[20] Von Hayek, F.A., Liberalismo, in Nuovi studi di filosofia politica, economica e storia elle idee, Armando, Roma, 1988, pag. 164

[21] Malatesta, E., Qualche considerazione sul regime della proprietà dopo la rivoluzione, in “Il Risveglio”, 30 Novembre 1929

[22] Sorman, G., I veri pensatori del nostro tempo, Longanesi, Milano, 1990, pag. 203

Pillola rossa o pillola blu? psichiatria ed antipsichiatria
post pubblicato in Psiche e Libertà, il 23 maggio 2008
 


 Pillola rossa o pillola blu?

Elogio dell’incertezza

di Luigi Corvaglia


Pillola blu ti svegli domani
e non ricordi nulla,

pillola rossa scopri quant'è

profonda la tana del bianconiglio..."

da Matrix


Questa non è una pipa

Nel film Matrix (1999) si immagina che il protagonista debba scegliere fra due opzioni propostegli dal capo della resistenza al potere. Le opzioni sono la serenità senza la consapevolezza (pillola blu) o la consapevolezza senza la serenità (pillola rossa). Bel problema. Nel caso specifico, si immagina che la consapevolezza riguardi il fatto che la realtà, così come noi la percepiamo, sia un artificio, una mera illusione creata da appositi programmi informatici (la “matrice”, appunto). Fra le molte considerazioni che la scena propone – pensiamo, ad esempio, alla metafora del potere che ubriaca le masse vendendogli una realtà che solo i più svegliati individualisti possono cogliere, perdendoli per sempre alla serenità e votandoli alla rivolta – di particolare rilievo la similitudine fra questa profferta di realtà e la pratica terapeutica psichiatrica. C’è chi conosce la realtà e la offre al paziente. L’unica differenza è che, generalmente, lo stile dell’offerta è del tipo di quelle “che non si possono rifiutare”. C’è chi conosce la verità e la fa ingurgitare a chi non la conosce. Il primo riconosce il secondo da alcuni “segni”.


Dal cinema alla pittura. Negli anni venti del XX secolo Renè Magritte realizzò un quadro raffigurante una pipa. Sarebbe stato un prodotto banale per tanto maestro se egli si fosse fermato a questo. Sennonché il pittore sentì il bisogno di apporre alla ben chiara rappresentazione una spiazzante didascalia: Cecì n’est pas une pipe (Questa non è una pipa). La didascalia nega il criterio di equivalenza fra segno e essenza, fra somiglianza ed affermazione. Nega, in buona sostanza, la certezza che sia possibile riconoscere qualcosa dai soli “segni”. Che quella di Magritte, sottolineata da Foucault in un saggio il cui titolo riprende appunto detta didascalia, non sia pura provocazione è provato dalle seguenti osservazioni riguardo la psichiatria. Al suo affacciarsi alla ribalta scientifica, la “follia” acquisisce lo stigma di “schizofrenia” ad opera di Eugen Bleuler, il quale scrive che lo schizofrenico parla per metafore,“figure retoriche inappropriate”. Ad esempio, una volta ricoverato contro la propria volontà, questi afferma di essere stato “stuprato” o “assassinato”. All’inventore di tale fortunato concetto farà eco, un secolo dopo, Jacques Lacan quando, allargando il senso dal solo linguaggio ad ogni manifestazione psicopatologica, scrive: “il sintomo è una metafora”. Ha gioco facile Thomas Szasz, teorico della non-psichiatria, a ironizzare dicendo: Quando persone imprigionate in un ospedale psichiatrico parlano di “stupro” e di “assassinio”, esse impiegano figure retoriche inappropriate che ne dimostrano i disturbi del pensiero; quando invece gli psichiatri chiamano le loro prigioni “ospedali”, i loro prigionieri “pazienti” e “malattia” il loro desiderio di libertà, non stanno impiegando figure retoriche, Ma stanno esprimendo fatti obiettivi. Insomma, non sono i segni che determinano le sostanze. Questa non è una pipa. La cosa appare ancor più evidente allorquando il nostro gioco di aforismi e citazioni arrivi ad incappare in un paio di sentenze che risultano il positivo ed il negativo della medesima fotografia. Eccole: lo psichiatra Mario Gozzano ebbe a dire che “lo schizofrenico è capace di tutto, perfino di comportarsi bene”. Cecì n’est pas une pipe. Analogamente, un genio talmente elevato da non rischiare di essere oggetto delle benevole attenzioni psichiatriche, Salvador Dalì, affermava “l’unica differenza fra me e un pazzo è che io non sono pazzo”. Cecì n’est pas une pipe. Non ha importanza ciò che i segni descrivono (segni simili a una pipa, un sano, un matto) per definire gli oggetti. Del resto, per capire l’acqua benedetta bisogna osservare i preti ed i fedeli, non certo l’acqua. In definitiva, le cose sono l’insieme delle relazioni che le definiscono come tali. Ciò ha aperto le porte a distruttive critiche sulla possibilità di definire quale sia la pillola rossa che gli psichiatri che la detengono offrono a chi usa accontentarsi di quella blu e in base a quali “segni” incontrovertibili i secondi sarebbero individuabili dai primi.

Simili argomentazioni che minano la certezza di un manicheo mondo di “rossi” e “blu”, prima di scadere in una stucchevole retorica relativista da bar dello sport che sa di animalismo, sono stati fondamentali nello strutturarsi di un fronte ostile alla psichiatria. Ma il movimento antipsichiatrico che tanto ha influito nei cenacoli del progressismo a la page degli anni settanta può veramente dirsi esente dai difetti psichiatrici? Non si direbbe, almeno a giudicare alcuni fulgidi esempi di quella che Popper chiamava infalsificabilità. L'austriaco ha chiarito definitivamente come il discrimine fra la teoria scientifica e razionale e una concezione idologica o di fede sia, non già la sua verificabilità, bensì, al contrario la sua falsificabilità. Una idea che manchi di quei falsificatori potenziali che, una volta caduti davanti alle evidenze contrarie, invalidano la teoria stessa e predispongono a nuova, sempre rivedibile lettura, non è scientifico. La lezione, perfettamente in linea con quanto detto sopra a proposito di pipe, pillole e follia, è che non esistono verità assolute, maiuscole e ultime, ma solo verità relative, cioè fatti verosimili, minuscoli e penultimi. Tutto ciò che è privo di falsificatori è fede, ideologia, pillola rossa, psichiatria. Eppure, per quanto si possa immaginare che basti individuare idee infalsificabili e dividerle da quelle falsificabili per separare deliri da teorie, le cose non stanno così. Infatti, sempre attingendo al baule aforistico di Szasz, se tu parli con Dio, stai pregando, se Dio parla con te sei schizofrenico. In fin dei conti, anche il dogma cattolico della transustanziazione è, visto dalla parte protestante, quale una metafora presa alla lettera (Questo è il mio corpo - cecì n'est pas une pipe, cioè non è un'ostia), eppure nessuno definisce deliranti decine di milioni di cattolici. Si supporrebbe, allora, che in tali trappole epistemologiche non cadano gli antipsichiatri. Siate pronti alla delusione.

I due più produttivi – se mi si permette l’utilizzo di un termine che gli psichiatri utilizzano per definire chi elabora deliri in buona quantità - esponenti del movimento anti-psichiatrico sono stati Ronald D. Laing e David Cooper. Il primo: Se solo potessi convertirvi, condurvi fuori dalle vostre meschine menti, se potessi comunicare con voi, allora sapreste. Siamo al livello del Messia o, almeno, del detentore della pillola rossa di Matrix. Ma quale è la verità vera, maiuscola, assoluta e ultima che l’illuminato ci offre? Eccola: La follia è uno stato dell’esistenza umana apprezzabile per la sua indiscutibile autenticità. Dunque la follia esiste. Ma certo. Infatti lui la curava, ma non in una clinica, che sarebbe stato da psichiatra, bensì in una “residenza”, Kingsley Hall. Cecì n’est pas une pipe. Fatto è che la cura consisterebbe nel mantenere l’apprezzabile condizione di “autenticità” contro la corruzione della vera essenza umana creata da Matrix, cioè il sistema capitalistico. Curioso notare come, nella volgarizzazione del modello, la psichiatria tradizionale venga vista come dispensatrice, non di rosse pillole della cosapevolezza senza serenità, bensì di azzuuri confetti dell'oblio atti a soggiogare le masse proletarie a cui forniscono la serenità per impedirne la consapevolezza (cioè la coscienza di classe).

In definitiva, il vero malato è la società, è lei che va curata. In che modo ci è chiarito soprattutto da Cooper, il quale afferma che sulla ricetta vanno prescritte le “bottiglie molotov” e gli scioperi, accortamente predisposti, le bombe e le mitragliatrici impugnate con spirito di compassione, ma anche in modo reale e oggettivo, visto e percepito dagli agenti della società borghese nei confronti dei quali possiamo essere compassionevoli solo in un secondo momento. Non si vuole qui discutere se la società-matrice necessiti o meno di detti strumenti terapeutici, bensì se tale terapia, oltre che sulla libertà degli individui e sull’utilizzo dei mezzi di produzione, abbia reali influenze sulla condizione esistenziale degli individui, a torto o a ragione, definiti “schizofrenici”. L’idea, espressa da Cooper, per cui “Cuba è già liberata” può essere oggetto di vari commenti, positivi o negativi, a seconda del nostro credo politico – che, in quanto tale, è infalsificabile - , di varie considerazioni su segni e sostanza, somiglianza e affermazione, pipe e non pipe, ma non occulta il dato per cui in URSS si finiva in manicomio per sindromi quali “delirio antisovietico” e “non comprensione del materialismo dialettico”. La cosa chiarisce che, più che il potere capitalistico, la psichiatria rischia di servire il potere tout court. Certo, poi è sempre possibile dire che l’URSS non era realmente un paese socialista. Cecì n’est pas une pipe.


In definitiva, fra psichiatria ed antipsichiatria esiste una specularità dogmatica riguardante tanto l’oggetto (il matto è malato versus la società è malata), quanto la malattia (schizofrenia-inautenticità), la causa (genetica - capitalismo) e anche la cura (psicofarmaci versus rivoluzione). Due facce della stessa medaglia del dogmatismo. Dispensatori di pillole rosse. Ogni verità assoluta è popperianamente infalsificabile, ogni verità maiuscola porta alla Jihad. Come ha scritto Paul Watzslawick, quando un profeta è sicuro di possedere il verbo, presto o tardi si assumerà il ruolo di “chirurgo chiamato dalla provvidenza” a intervenire col bisturi nell’interesse di una umanità tanto bisognosa d’aiuto quanto ottusa.

Ma allora i matti chi li libera? Basaglia viene celebrato come il Lincoln dei manicomi. Fu vera gloria? Si, ma anche no. Si, perchè ha posto l'Italia alla punta avanzata della sperimentazione di pratiche liberatorie e anche per la difesa del principio. Però Max Weber ci ricorda l’esistenza di due etiche contrapposte che possono guidare l’uomo. La prima è l’etica dei principi. Cioè, se i fatti non coincidono con le teorie, tanto peggio per i fatti; se l’operazione è ben riuscita, tanto peggio per il paziente deceduto. La libertà è terapeutica. L’altra etica è quella dei risultati, o della responsabilità. In pratica, se il risultato è positivo, tanto peggio per i principi. Non è la libertà (mezzo) ad essere terapeutica, è la terapia che porta la libertà (fine). Tutto sta a definire quale terapia e per chi. I risultati dell’antipsichiatria (retorica a parte)? Ma la libertà, of corse. Ma libertà di cosa? E’ curioso notare che delle due forme di libertà descritteci da Berlin, libertà positiva e libertà negativa, gli apostoli della terapeuticità dell’autenticità, di cultura marxista, si limitano alla seconda, tipicamente legata alle concezioni liberali. La prima è libertà di fare, la seconda solo libertà da un potere, insensibile all’aspetto positivo e propositivo. I disoccupati sono, indubbiamente, liberi dal fisco. Un uomo che vive nel terrore che lo si voglia avvelenare è libero dalla psichiatria, ma lo è di vivere serenamente? Un individuo che consuma la giornata in estenuanti e improcrastinabili rituali per assicurasi che non ucciderà il figlio è veramente così libero? Vero è che la sofferenza e l’incomunicabilità di chi un tempo si definiva “alienato” è fatto che non si occulta dietro ai principi e non si lascia ramazzare sotto il tappeto della retorica dell’ideologia.

La libertà della tradizione marxista, al contrario, è intesa come fornitura degli strumenti atti ad esprimere liberamente le potenzialità umane. Che la libertà esclusivamente negativa dello schizofrenico liberato non risolva la incomunicabilità fra mondo psicotico e mondo non psicotico è fatto che cede dinanzi alla prepotenza del principio. Insomma, se non hanno ragione quelli e non hanno ragione questi, che facciamo? La verità è che non esiste una pillola rossa. Quindi l’utopia psichiatrica e quella antipsichiatrica sono entrambe fondate sul delirio dell’oggettivismo. Il reale è una costruzione. Aiutare chi esprime idee infalsificabili (deliri) non significa sempre lasciarlo libero nello stesso modo in cui una macchina con i freni rotti è libera di muoversi in discesa, ma neanche imporgli degli schemi oggettivi e reali a sostituzione di schemi supposti irrazionali e sbagliati (coerenza fra interno errato ed esterno giusto, pillola rossa). Aiutarlo vuol dire potenziare le capacità dell’individuo di gestire il proprio mondo, di costruire mappe cognitive funzionali, atte a rendere prevedibile e gestire la propria personale costruzione del mondo.

Il burka psichico

Ci viene in aiuto una metafora, quella del burka psichico. L’essere umano coglie il mondo attraverso una feritoia piccolissima così come il mondo vede la donna islamica coperta dal suo burka. Gli occhi vedono attraverso una fessura nello spettro elettromagnetico, le orecchie odono attraverso una fessura nel muro sonico, la nostra coscienza è una fessura nella tunica dell’inconscio. Per tal motivo, la nostra immaginazione gestisce una gamma di oggetti ed eventi piccolissima che va dal microcosmo quantistico al macrocosmo della cosmologia. A tale angusto spazio è stato dato il nome di Mondo Intermedio. Un arguto fantasioso potrebbe azzardare: la logica consequenziale occidentale è una fessura fra le logiche possibili? La salute psichica è solo il pensiero del Mondo Intermedio? (1) La matematica, la fisica, l’arte sono gli strumenti di slabbramento di questa fessura. E la psicologia e la psichiatria? Come le equazioni dei tre grandi tedeschi Einstein, Heisenberg e Plank hanno ridotto le leggi di Newton a ordinanze locali, così la logica occidentale è una ordinanza locale. Può essere. Ma forse soggiacere alle leggi gravitazionali è una schiavitù? Perfino un anarchico come Noam Chomsky, creatore della psicolinguistica, afferma che senza vincoli non può esservi libertà, senza sintassi non può darsi linguaggio creativo.

Ma da questa benedetta fessura che si vede? Dalla fessura si vedono i memi. Cosa sono i memi? La parola è stata coniata da Richard Dawkins in analogia con il gene. Esso è una unità autoreplicantesi di informazione – idea, uso o costume, termine, lingua, moda, ideologia, religione - che, come un virus, parassita e si diffonde alle menti. L'associazione dinamica dei memi che sopravvivono alla selezione naturale del più adatto all’ambiente psicologico è la nostra cultura. Tutto ciò che è perdente in questa guerra psico-darwiniana rappresenta il sintomo. Se tu parli con Dio, stai pregando – meme vincente – se Dio parla con te, sei schizofrenico - meme perdente. La psichiatria, dunque, delimita l’aggregato di memi vincente. Certo, ma anche il dizionario, la grammatica e la sintassi fissano i paletti di delimitazione di una lingua frutto del processo acefalo di selezione naturale. Poi ognuno parla come vuole. Non si scappa. Ogni cultura non può che delimitare per potersi definire. Questo rappresenta un rischio. Un gravissimo rischio. Quasi sempre realizzatosi. Quello che ci sia il passaggio dallo sguardo dello scienziato, utile come il cannocchiale di Galileo per slabbrare il burka, e quello dello poliziotto che difende l’ordine costituito. Enorme è la differenza fra i due modi di guardare, fra il voyeurismo della conoscenza e l’apologia del panoptikon. Quando il processo di delimitazione si ammanta di oggettività scientifica il rischio diventa maggiore. Si pensi all’appoggio che la psichiatria ha dato alla “difesa della razza” tanto nell’ Italia fascista (Banissoni), quanto nella Germania nazista (Rudin) e nell’ America segregazionista (Raush). Lo studio della psiche, che potenzialmente è uno degli strumenti più potenti di allargamento del Burka psichico, rischia di essere il più efficace strumento di difesa dei confini della fessura, di protettore della memetica vincente di “Matrix”.




Potere ed imposizione dell burka psichico: nel film Farenheit 451 di F. Trauffaut, si immagina un futuro in cui il governo vieti la lettura perchè 
I pazzi che leggono diventano insoddisfatti. Cominciano a desiderare di vivere in modi diversi, il che non è... mai possibile!



In cerca di una conclusione

In definitiva, Le nostre menti sono costituite da hardware genetico e software memetico (Richard Brodie). Ora, tutto sta a capire se la follia sia un problema di hardware o un problema di software. Se si rimane alla prima ipotesi, si rischia di far coincidere la terapia con la materiale “riparazione”. Ciò espone maggiormente al rischio di cui sopra. C'è infatti un oggettivo guasto che impedisce l'oggettiva visione del reale. Se si accoglie la seconda opzione, come sanno tutti gli informatici, invece, non esiste il software giusto, bensì molti software che possono raggiungere gli stessi scopi in modo differente e la cui “giustezza” è legata all’ “ambiente” su cui li si vuol far “girare” (Windows, Apple, Linux, ecc.). Scopo di chi opera nell’ambito psicoterapeutico non dovrebbe pertanto essere l’imposizione di schemi oggettivi – il software giusto - bensì il potenziamento delle capacità dell’individuo di gestire il proprio mondo (il proprio ambiente computazionale). Questo ci è illustrato dal costruttivismo cognitivo. Come lo scienziato di Popper, ogni individuo elabora teorie su sé ed il mondo. Le sue credenze generano previsioni che guidano il suo comportamento (i programmi). Il comportamento genera conferme oppure invalidazioni dei costrutti, delle credenze e ciò, se il sistema è valido, genera mutamenti nelle credenze stesse. Valide concezioni devono essere falsificabili. La crescita del nostro sistema previsionale avviene, come quello dello scienziato, grazie all'affinamento delle mappe cognitive frutto delle continue invalidazioni e conseguenti aggiustamenti. La salute è, dunque, il contrario della certezza. Le certezze sono infalsificabili per definizione. La scienza ci può dire cosa non sia una pipa, ma può solo ipotizzare cosa sia una pipa. Ernst Von Glaserfeld: “il mondo reale si evidenzia solo laddove le nostre costruzioni falliscono”. C’è da aver paura di costruzioni incrollabili. I dogmi della Chiesa, infatti, sono oggi gli stessi del consiglio di Nicea, le verità scientifiche sono molto mutate. Idee infalsificabili (deliri) possono arrivare a rendere ingestibile il mondo, creano mappe illeggibili perchè non condivise. Un sistema ben funzionante ed adattabile, invece, riesce a tollerare un margine di incertezza generato dalle invalidazioni e si pone in modo aperto e flessibile. La coerenza, a questo punto, è più quella fra i vari costrutti (coerenza fra interno ed interno) che non quella fra realtà esterna e idee interne. Non si sfugge. Andare in un paese straniero o approcciare un nuovo ambiente informatico vuol dire essere esposti all’aggregato di plessi lingusitici vincente in quel posto o ambiente (ordinanza locale e temporanea). Le opzioni, alla fine, sono solo tre:

1. Continuare a parlare il proprio linguaggio (scelta psicotica);

2. Imparare la lingua del paese o programma ospitante (scelta psichiatrica);

3. Imporre al paese ospitante (o ambiente informatico) di imparare il proprio linguaggio (scelta antipsichiatrica).

La prima è rispettabile, ma poi non si può pretendere di essere compresi; la terza è stupidamente paradossale; la seconda è “normalizzante”, nel bene e nel male, ma assolutamente compatibile col rispetto della libertà individuale laddove l’opzione sia volontaria e contrattuale. Laddove non si ponesse la possibilità di scelta volontaria il diritto naturale alla self-ownership (la proprietà di sé stessi) - cioè l'ottica del giusnaturalismo (etica dei principi) - ci lascia solo la prima opzione, ma l'utilitarismo – cioè l'etica della responsabilità - ci richiama al molto più difficile compito di decidere caso per caso utilizzando una finissima bilancia.

Ciò che conta, in definitiva, è che si mantenga la coscienza della non unicità o superiorità del linguaggio – verbale o computazionale – che si vuol implementare, ma esclusivamente la sua funzionalità, la compatibilità con uno specifico e sempre dinamico ambiente. Camminare su questa tagliente lama posta sui contigui burroni del qualunquismo relativista e della agenzia di protezione di Matrix al soldo di Big Pharma è la sfida di una terapia psicologica libertaria.

(1) In effetti, affermazioni provenienti dalla fisica quantistica, quali il principio di indeterminazione di Heisenberg (non è possibile conoscere simultaneamente posizione e quantità di moto di un dato oggetto con precisione arbitraria), oltre ad essere espressi in una lingua che sembra l’insalata di pariole dello schizofrenico, contraddicono molti paletti della logica formale occidentale (nel caso specifico, principio di determinatezza, principio di non contraddizione e principio del terzo escluso)




permalink | inviato da tarantula il 23/5/2008 alle 9:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
L’errore da Cartesio a Blade Runner
post pubblicato in Psiche e Libertà, il 19 novembre 2007
 

Gli psichiatri non sbagliano mai.

L’errore da Cartesio a Blade Runner.

Luigi Corvaglia



 

L'unica cosa che so della vita è che non se ne esce vivi. Pare, invece, che ci siano esperti che la sanno veramente lunga. Ma di quel che sanno devono essere molto gelosi. Infatti, nel parlare, rivelano in genere il modus vuoto, vacuo e autoindulgente di ogni "vecchio della montagna", ieratico e criptico nel mettere il belletto al nulla. Non passa infatti giorno senza che zazzeruti esperti di ogni cosa, disquisiscano in necrofili salotti tele-invasivi, liscando insieme baffi e parole innanzi a scene del delitto ricostruite in scala in perfetto stile "bricolage del voyeur". A suon di colpi di zazzera, ovviamente. Si producono odi al nulla, vero senso della vita, templi al luogo comune,  in una versione volgarizzata e televisiva del manzoniano "latinorum" ("vulgaroruom") della banalità. C'è un motivo, però. Loro, gli esperti, ne sanno più di tutti perchè sono stati iniziati alle "scienze" che iniziano con "psi". Le psi-scienze sono l’abito che ammanta il mondo odierno fornendogli lo stigma della modernità. Non esiste nulla che oggigiorno non venga letto attraverso tale filtro. Dall'uso improprio di cellulari e mestoli da cucina all'uso assolutamente proprio di coltelli a serramanico. Diluvi di parole vuote e baffi lisciti. Eppure, se prendiamo per buona la definizione della modernità come l’acquisizione del disincanto a discapito del mondo incantato e magico che associamo all’oscurità dei tempi pre-moderni, ci accorgiamo che il peso di tale abito rischia talvolta di zavorrare l’uomo moderno ad una modalità psichica arcaica. Quella in cui, invece dei guru, c'erano i più rispettabili santoni, che, almeno, non davano colpi di zazzera come un Paul McCartney d'annata, solo con maggior letture. Di più. Si potrebbe altrimenti dire che un certo preponderante modo di indagare la realtà psichica è la spia della sopravvivenza di un “habitus” ancestrale nell’ uomo odierno. Ciò almeno fino a che non si riuscirà a superare Cartesio.

Ciò, infatti, non significa esclusivamente lasciarsi indietro il dualismo fra res cogitans e res extensa ma, tramite questo, operare il superamento di molte gabbie culturali che grande influenza hanno avuto nel plasmare l’idea occidentale del mondo. Significa abbandonare una lettura esclusivamente biologica (res extensa) come una lettura esclusivamente picodinamica (res cogitans) di qualunque fatto, individuale come collettivo, privato come dato in pasto ai famelici lupi del villaggio globale (si sa, come disse il compianto De Andrè, dietro ogni scemo c'è un villaggio).

Innanzitutto, quindi, significa oltrepassare tanto il determinismo che è il portato delle letture materialistiche da Democrito in poi, quanto il razionalismo che in Cartesio ebbe appassionato partigiano – la sua res cogitans è anima razionale nel senso più banale del termine, cioè “ragiona” - quanto perfino, paradossalmente ma non troppo, lo spiritualismo non indagabile e non descrivibile, cioè la tendenza che caratterizza chi si concentra solo sull’anima a scivolare in un mondo delle idee autonome, sganciate da qualunque estensione fisica. Ma agganciarsi a qualunque estensione mediatica. Infatti, il pubblico è più affascinato dalla metafisica o sopra-fisca psico-esoterica che non dal freddo scientismo. E qui, bisogna ammetterlo, gli esperti non deludono mai. Infatti, sono quanto di più alieno ad ogni ipotesi di scientificità.

Questa logica "binaria" in cui le rette non si incontrano mai, non contribuisce affatto a costruire l’unità dell’individuo che Aristotele aveva abbozzato (poi avremmo dovuto aspettare Spinoza), ma delimita ulteriormente due campi separati, ne sottolinea la differenza e li rende incomunicabili, al di là dell’escamotage dell’influenza reciproca tramite la ghiandola pineale; quindi, un corpo democriteo e un’anima platonica. Ciò è il motivo, ad esempio, del ritardo della psicologia rispetto alla fisiologia ed alla medicina, perché la macchina corporea non era soggetta ai veti e ai timori reverenziali che circondavano l’”anima”. All’interno, poi, delle scienze psicologiche e della psichiatria, ciò è alla base della contrapposizione fra pratiche di modificazione del comportamento che arrivano a chiudere la mente in una scatola nera (Watson, Skinner, ecc.) e i mentalismi privi di qualunque aggancio organico, talvolta perfino di rigore, epistemologicamente infalsificabili nel senso di Popper. Questi ultimi, non di rado, si manifestano nell’avversione per principio di certi psicoterapeuti per le pratiche psichiatriche che hanno il corpo quale terreno privilegiato, prima fra tutte la psicofarmacologia (non che non esistano i motivi per diffidarne, ma tali motivi non dovrebbero essere di carattere pregiudiziale, basati cioè solo sul principio dell’immaterialità della psiche). La stessa psicosomatica, che in teoria dovrebbe permettere il rincontro delle due entità cartesiane, è una gran truffa dei prestigiatori del circo Barnum delle psi-scienze. E', infatti, più un modo molto “a la page” di esprimere giudizi che una scienza dell’uomo ritrovato . In gran parte delle sue manifestazioni, infatti, la cosiddetta psicosomatica studia il rapporto “fra mente e corpo”, ma lo fa ora con una griglia per cui i sintomi fisici sarebbero il linguaggio per esprimere ciò che la res cogitans detta (non si sa come, senza neppure l’ausilio delle ghiandola pineale), ora limitandosi a studiare i canali fisici attraverso cui le emozioni, biologicamente intese, si trasformano in sintomi organici. Bertand Russell, più modernamente, ci ricordava invece che “mentre la materia nella fisica moderna è divenuta meno materiale, la vita dell’anima è divenuta nella moderna psicologia meno spirituale”. Una forma di “monismo neutrale”, né mentalistico né materialistico.

Di più, andare oltre Cartesio significa rivedere la contrapposizione fra empirismo e razionalismo. Cartesio, col suo “Cogito ergo sum”, fu partigiano di quest’ultimo. La ragione è “ il potere di giudicare rettamente distinguendo il vero dal falso” in modo intuitivo più che logico, aristotelico (cioè per sillogismi); intuito e deduzione ci portano alla verità. Questo apre un grosso problema, quello dell’ “errore”. Perché dunque si sbaglia? La razionalità della res cogitans può quindi fallire? Questo quesito ha grande importanza per lo psicoterapeuta e per lo psichiatra. Perchè credo che mia moglie mi tradisca quando oggettivamente è una Giulietta dal virginale candore? Perchè una ragazza inglese vestita da diavoletto (cartesiano?) si ritrova a festeggiare con la gola squarciata? Perchè credo di essere il nuovo Messia o di combattere una guerra "giusta" e "umanitaria"?

Qui Cartesio attribuisce la colpa al corpo i cui umori influenzerebbero lo spirito creando le passioni ubriacanti. Le emozioni, prodotti del corpo, influenzano il pensiero. Del resto, la psicoanalisi incrina la nostra fiducia nella razionalità e lo fa con argomentazioni invero non lontanissime da quella di Cartesio ( che invece della razionalità si fidava eccome...). Il “replicante” di Blade Runner, il film tratto dal romanzo di P. Dick (Do androids dream of electric sheeps?) in cui si immaginano degli androidi che, forniti di logica, autocoscienza e falsi ricordi, non sanno di esserlo, se privato dei chips emotivi, sarebbe dunque infallibile? Egli è sicuramente essere in condizioni da recitare il “cogito” cartesiano (è dunque essere “umano”?) pur essendo esclusivamente res extensa. Ben prima di Freud e di Dick - in pratica in contemporanea con lo svolgersi della vita del francese -, gli empiristi inglesi erano già andati “oltre Cartesio” quando analizzarono le motivazioni nascoste dietro gli errori sganciandole dai fattori “animali” e collegandole, invece, ai processi insiti alla mente stessa, una mente che può essere indotta nell’errore dai suoi stessi procedimenti logici. Qui, al limite, è l’emozione ad essere un prodotto dei processi di pensiero. E’ impossibile per lo psicologo - confesso l'appartenenza alla categoria - non cogliere la similitudine fra questa concezione dell’errore e la teoria cognitivista della genesi dei fenomeni psichici disfunzionali. Quando Francis Bacon parla degli “idola”, i pregiudizi che inducono l’uomo all’errore come deformazioni personali (idola specus) e collettive (idola tribus), dipendenti da vari fattori culturali e di vita, la mente non può non andare a quelle che la scuola cognitivista definisce “distorsioni cognitive”, “deduzioni arbitrarie”, “assunti di base”, ecc. Bacon inaugura la stagione del dubbio sulla coscienza razionale dell’uomo e mette in luce la costruzione personale del mondo e dell’esistenza. Il replicante di Blade Runner, sarebbe fallibile anche senza chips emotivi? Ma se fosse dotato di circuiti studiati in modo da non produrre distorsioni cognitive? Del resto, esse stesse sono prodotte anche da processi emotivi.

La via per la conoscenza e la verità, dunque, dov’è? Bacon, e con lui gli scienziati occidentali, rispondono che è nell’induzione, cioè nell’astrarre regole generali dall’osservazione di fatti particolari. I fatti precedono le teorie. Tipo: notando che chi si veste da diavolo tende a rimanere a gola aperta con maggiore facilità di chi si veste da angioletto, giungo alla teoria che vestirsi a angioletto sia più igienico.

Del resto, il parroco di una parrocchia del mio natio borgo selvaggio ha affermato, raffreddando gli entusiasmi infantili, che festeggiare Halloween è empio, perchè è una sorta di evocazione delle entità maligne. Non si è proceduto ad un TSO. Strano.

Il "tacchino induttivista" di Bertrand Russell, osservando scientificamente le variabili in gioco, giunse alla conclusione che gli veniva dato da mangiare alla 09.00 a.m. in punto. La verità scientifica rimanne vera finno alla viglia di Natale, quando venne sgozzato, come una ragazza inglese qualunque. Alle 09.00 in punto.

D’altro canto, l’empirismo induttivista di Bacon e degli altri inglesi su cui si basa la conoscenza scientifica è stato messo in crisi dalla riformulazione di detti principi da parte degli autori del “circolo di Vienna” (Popper) che ci mostrano che la conoscenza aumenta con un sistema ipotetico-deduttivo, cioè osservando, strutturando ipotesi che orientano nuove osservazioni; la teoria, insomma, precede i fatti e ne guida l’osservazione. Questo modo di conoscere contraddistingue anche la mente del singolo uomo – ognuno è uno scienziato popperiano - ma un sistema ipotetico-deduttivo non produce verità indiscutibili, bensì visioni “verosimili”, reali perché utili e solo fino a prova contraria. La scienza è questa. Infatti gli esperti la fuggono a gambe levate.

Una teoria è buona, cioè, solo se falsificabile. Se manca di elementi falsificabilità, non ha niente di “scientifico”. La teoria della terra piatta, dunque, era una buona teoria, perché, una volta invalidata dal viaggio di Colombo, è stata abbandonata e sostituita da altra più verosimile. E’ qui il criterio di demarcazione fra la salute e la patologia psichica, cioè nei processi epistemologici. I deliri (e le fedi che ne sono il risvolto collettivo) sono infalsificabili secondo il principio di Popper, impermeabili, inattaccabili. Un po' come le ideologie politiche, l'interismo e la psicoanalisi.

Perché? E’ frutto del “diavoletto cartesiano” che si diverte a creare un mondo irreale? O forse il frutto di sillogismi errati (sarebbe la risposta di uno scienziato aristotelico)? Forse perché gli umori del corpo influenzano il funzionamento di ciò che appare come spirito (la risposta dell’organicista cartesiano)? Forse per una dinamica tutta interna all’anima (la risposta dello spiritualista cartesiano)? E’ su questo punto, io credo, che la psichiatria abbia difficoltà ad andare oltre Cartesio, sul doppio piano delle dicotomia spiritualismo-meccanicismo e razionalismo-empirismo. Chi scrive ritiene valida la visione del cognitivismo più avanzato, cioè che il delirio sia una strutturazione mentale in risposta alla invalidazione di costrutti fondamentali su cui si regge l’identità della persona. Il delirio, l’errore massimo, cioè, riguarda i processi cognitivi e metacognitivi che concorrono a dare un senso, tramite vari “idola”, a eventi interni ed esterni altrimenti non catalogabili le cui origini – intendo dire tanto dei processi cognitivi quanto degli eventi - è comunque nella estensione materiale del corpo dell’uomo e del mondo; uomo, si badi bene, comunque in relazione dinamica con un mondo a sua volta materiale, emotivo, culturale; uomo che è elemento di un sistema che è prodotto, a sua volta, dalla interazione di tutti gli uomini. Ciò ricostruisce l’ unità di un individuo biologico-ipotetico-deduttivo. Il monismo neutrale di Russell. Detto ciò, i costrutti che questo uomo (o androide) scienziato-popperiano produce rischiano di esser squalificati a deliri o eletti a verità inconfutabili sulla base di un meccanismo “di mercato” che premia alcune ipotesi a discapito di altre concorrenti, in “belle indifference” nei confronti della logica dell’infalsificabilità e sulla semplice scorta degli “idola tribus” di cui gli uomini, psichiatri inclusi, sono devoti. Come ci ricorda Szasz, se noi parliamo con Dio, stiamo pregando, ma se Dio parla con noi, siamo schizofrenici.

PS

Do androids pray an electric God?




permalink | inviato da tarantula il 19/11/2007 alle 17:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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