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Anarchismo verde e sacralizzazione della natura
post pubblicato in Storia delle Idee, il 13 settembre 2005

da Umanità Nova, numero 19 del 29 maggio 2005, Anno 85

Il peccato originale.
Anarchismo verde e sacralizzazione della natura

di Erich Reise

 
Il geografo anarchico Elisée Reclus diceva che "l'uomo è la natura che prende coscienza di sé". Considerare seriamente questa affermazione significa anche sostenere che noi, in quanto esseri umani, abbiamo la capacità di comprendere il mondo che ci circonda e di cui facciamo parte. E, ovviamente, che dovremmo agire di conseguenza. Oggi sembra persino banale ribadire che l'ecocidio equivale al suicidio di massa. Allo stesso tempo, però, è altrettanto evidente che la nostra civiltà non coesiste armoniosamente con la natura. Ciononostante, non mi sembra si possa concludere che l'unica via d'uscita sia il "ritorno alle origini". Ma questa è la strada che ci propone l' “anarchismo verde".



L’ anarchismo "verde" e la "civilizzazione"

Obiettivo dell' anarchismo verde è la demolizione della "Civilizzazione". Con Civilizzazione si intende il processo, iniziato circa 10.000 anni fa, caratterizzato dal dominio del pensiero simbolico (linguaggio, numeri, arte, ecc. che separa l'essere umano dal contatto diretto con la natura instaurando con essa un rapporto mediato), dal percorso che portò le popolazioni a divenire sedentarie, dall'addomesticamento della natura - e quindi dal dominio su di essa (con il processo che culminò con l'agricoltura prima, e con l'industrializzazione poi), dall'accumulazione delle risorse e dei prodotti, dall'aumento demografico, dal patriarcato, dalla scienza, dalla tecnologia e dalla divisione del lavoro. Conseguentemente, si vuole ricreare una società costituita da gruppi di cacciatori-raccoglitori in contatto diretto (non mediato) con la natura, sostenendo che una tale condizione di vita cancellerebbe tutte le piaghe sociali di cui sopra.
Detto questo, se è doveroso ricordare che, come precisa la rivista Green Anarchy¹, "non tutti gli anarchici verdi si definiscono specificamente 'Primitivisti'", è anche vero che mirando alla distruzione completa della Civilizzazione e alla fine del dominio-controllo degli esseri umani sulla vita (ogni forma di vita), non ci si può coerentemente allontanare di molto dalla concezione "specificamente" primitivista.


Sacralizzazione della natura e misticismo verde

Si possono fare due fondamentali osservazioni sulle analisi proposte dall' anarchismo verde.
Innanzitutto, è difficile non mettere in evidenza una sorta di determinismo di fondo. Infatti, gli anarchici verdi sostengono che la "cultura simbolica", l'abbandono del nomadismo, l'agricoltura, l'industria e la tecnologia non possono non portare alla devastazione della natura, alla gerarchia, all'oppressione, allo sfruttamento. Ora, benché queste piaghe esistano, non si può comunque affermare che siano la necessaria conseguenza delle "cause" citate. Poi, nell'enfasi posta sul biocentrismo (che dovrebbe rimpiazzare l'antropocentrismo) è facile notare una sacralizzazione della natura, per cui gli esseri umani, non essendo in grado di capirla con i mezzi attualmente usati, dovrebbero solamente adattarvisi entrando in comunione passionale ed "istintiva" con essa.
Si può discutere quanto si vuole, ma se si assume come principio fondamentale il fatto che la natura non può essere toccata, in quanto ogni forma di controllo sulla vita/natura è una forma di dominio incompatibile con l'anarchismo, e che, tra l'altro, il controllo sulla vita/natura porta irrimediabilmente a tutte le nefaste conseguenze di cui si è parlato, beh, allora il confronto per chi non concorda con queste affermazioni sarebbe un po' difficoltoso.
Se da un lato è indubbiamente indispensabile mantenere nell'agenda delle lotte sociali la lotta ecologista/ambientalista, dall'altro è anche importante non cadere nel "misticismo verde". Contro quest'ultima tendenza è essenziale rintracciare le cause non solo economiche, bensì anche sociali e culturali che portano alla distruzione ambientale e all'alienazione dell'essere umani dall'ambiente in cui è inserito. A questo proposito, contro le tesi dell'anarchismo verde, mi sembra lecito sostenere non soltanto, e banalmente, che l'impatto negativo della tecnologia dipende dal modo in cui la si usa, ma anche da quale tipo di approccio culturale si adotta nello sviluppo e nell'uso della tecnologia. Ovviamente, il paradigma culturale su cui si basa l'azione umana è fondamentale; ed è la base culturale che dovrebbe fornire una consapevolezza adeguata della inscindibile relazione che lega le persone all'ambiente in cui vivono e agiscono quotidianamente. Non mi sembra sia necessario "tornare alle origini" per risolvere questi problemi.

Eden primitivista e rivoluzione sociale

Tanto meno mi sembra necessario lottare per rifondare una società di cacciatori-raccoglitori allo scopo di eliminare la gerarchia, lo sfruttamento, l'oppressione, il dominio sui corpi e sulle menti, ecc. Continuo invece ad essere convinto del fatto che l'intelligenza e la conoscenza (posseduta ed acquisibile) possano far fronte a queste piaghe attraverso rivoluzionarie trasformazioni sociali. Ammesso e non concesso che in gruppi umani di cacciatori-raccoglitori tutto il sistema di dominio contro il quale lottiamo in quanto anarchici non emergerebbe in alcuna forma, penso comunque che la questione di primaria importanza non stia nel cercare di creare condizioni di vita che ci impediscano di "far danni", bensì nel prendere coscienza delle condizioni in cui viviamo, di cosa non funziona e di come potrebbe invece funzionare. E, oltre a questo, nell'assunzione di responsabilità individuale e collettiva allo scopo di creare e mantenere in vita società libere e non alienate.
Il fatto che, nella storia della cosiddetta Civilizzazione, le cose non siano andate com'era auspicabile che andassero non significa che non potrebbero andare altrimenti, né significa che sia necessario tornare ad un remoto passato.
A parte questo, gli anarchici verdi accusano gli eredi dell'"anarchismo classico" di essere troppo chiusi in rigidi schemi trascinati di peso dal passato al presente e di essere ancora troppo legati ad una cultura "di sinistra" che, fra l'altro, è ancora afflitta dall'amore per l'organizzazione, la quale è incompatibile con l'anarchismo.

Ora, al di là di queste accuse, è importante fare delle riflessioni. Essendo convinto che l' anarchismo organizzato non sia incompatibile con l'anarchismo, e neppure con la capacità di rinnovamento continuo e la vivacità dei dibatti e delle analisi, mi sembra comunque il caso di sottolineare che è desiderabile non solo cercare di raggiungere i nostri obiettivi in coerenza con i mezzi che utilizziamo, ma anche che i mezzi, oltre che coerenti, devono essere pure efficaci. E l'efficacia dei mezzi dipende dalla qualità e dalla vivacità del dibattito, dalle capacità di rinnovare e approfondire costantemente le analisi delle condizioni sociali in cui viviamo, nonché dalla costanza e dall'incisività delle lotte. Queste esortazioni potrebbero sembrare solamente vuota retorica, ma non tenere sempre in considerazione questi fattori significa galoppare verso l'appiattimento. Affinché le esortazioni non rimangano lettera morta, e affinché non si cada nella vuota retorica per nascondere la difficoltà nel fare autocritica, è indispensabile riempire di senso gli auspici con la concretezza della pratica quotidiana.

 




permalink | inviato da il 13/9/2005 alle 10:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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