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Zerzan teorico dei Black Bloc? Ma mi faccia il piacere
post pubblicato in Storia delle Idee, il 3 agosto 2005

Zerzan teorico dei Black Bloc? Ma mi faccia il piacere 

Di Pietro Adamo


da: www.libertaria.it

Nei giorni successivi agli scontri di Genova non pochi media hanno identificato in John Zerzan l'ideologo e il nume ispiratore del Black bloc. Non so se la cosa gli faccia piacere; dubito comunque che i casseurs di Genova dedichino molto tempo a letture di testi sofisticati e talora piuttosto difficili come i suoi (direttamente in inglese, poi…). D'altro canto, intorno a Zerzan (che risiede a Eugene, Oregon) si è formato un gruppo di giovani attivisti che ha avuto un ruolo di primo piano nelle recenti dimostrazioni contro il nuovo ordine mondiale (quello dei globalizzatori), in particolare a partire dai giorni di Seattle. Tuttavia, sarebbe probabilmente esagerato conferire una significativa centralità al guru di Eugene e ai suoi seguaci nell'organizzazione (e negli esiti) delle dimostrazioni degli ultimi due anni. Un altro aspetto mi sembra invece rilevante. Zerzan pare essere divenuto, negli ultimi anni, uno dei principali portavoce non tanto di un movimento, quanto di uno stato d'animo, di un atteggiamento diffuso soprattutto in America e in Inghilterra, in quei circoli di anarchici, ma anche di libertari, verdi, squatters, ecologisti vari, maggiormente legati a un orientamento antilegalistico e immediatamente antagonistico, come quello della rivista Anarchy. A Journal of Desire Armed, di cui Zerzan è redattore. Nelle elaborazioni sue e di buona parte dei collaboratori della rivista mi pare si ritrovino alcuni elementi che spiegano bene il fascino che secondo i media hanno esercitato sul Black bloc: un'ideologia di radicale contrapposizione con il Sistema, fondata su un rifiuto complessivo dell'esperienza dell'Occidente, riletta soprattutto alla luce delle categorie marxiane di "divisione del lavoro" e di "lavoro salariato", condita da un profondo odio per la tecnologia (in particolare quella informatica) e da un altrettanto profondo astio nei confronti di ogni idea di "progresso". Il tutto conduce alla tesi zerziana più discussa: la positività di un ritorno al "primitivo", all'organizzazione tribale, a un'epoca precedente all'affermazione della divisione del lavoro. Element of Refusal (1988), il primo libro di Zerzan, raccoglie interventi composti tra l'inizio degli anni settanta e la fine degli ottanta. È un libro guidato dalla polemica culturale e politica contro la sinistra tradizionale: in particolare contro i sindacati, colpevoli di sostenere pienamente l'ethos dell'industrialismo e l'etica del lavoro salariato (il saggio forse più noto del libro, Organized Labor vs "The Revolt against Work", illustra gli sforzi dei sindacati per controllare e gestire le spinte genuine e autonomiste delle iniziative dei workers, spesso disposti a ribellarsi non alle condizioni del lavoro, ma al lavoro stesso); e contro il marxismo, colpevole in sostanza degli stessi crimini (l'intervento più tipico mi sembra The Practical Marx, in cui il "Marx teoretico" viene contrapposto al "Marx pratico": quest'ultimo si sarebbe, "nell'intero corso della sua vita, costantemente rifiutato di vedere le possibilità del vero scontro di classe, di comprendere la realtà della negazione vivente del capitalismo"). In sintesi, Elements mi pare essenzialmente riflettere le prospettive politiche dell'autonomia operaia, con una sagace rilettura in chiave movimentista dei capisaldi della letteratura marxista. Di fatto, l'orientamento complessivo di Zerzan resta qui in tale ambito: "Il mondo moderno offre un tessuto di vita severamente degradato, senza compensazioni per renderlo altro che intollerabile", scrive nella prefazione al testo, adattando al modus dell'autonomia il millenarismo marxiano, "un capitalismo morente con nulla nella sua tasca ideologica, senza assi nella manica, sembra, principalmente, volerci portare con sé stesso all'oblio". È anche notevole (a proposito, appunto, della "politica" del Black Bloc) che nel libro di Zerzan manchino quasi del tutto riferimenti alla letteratura anarchica, se non per notare, en passant, "le debolezze e le contraddizioni dei seguaci di Proudhon e Bakunin". Il suo secondo libro, Future Primitive and other Essays (1994), riflette meglio la sua notorietà attuale. Il saggio di apertura (il celebre Future Primitive) è una rassegna di studi antropologici sulle società tribali, dalla quale emergerebbe la visione di una quasi idilliaca associazione primitiva, egualitaria, rispettosa delle individualità, incontaminata rispetto alle perversioni della tecnologia e della divisione del lavoro: "una società", ci dice Zerzan, "senza relazioni di potere", raggiungibile a patto di rinunciare ai peccati centrali della modernità. Nella recensione di un libro di Murray Bookchin, Zerzan ci spiega meglio in cosa consistano tali peccati (sui quali il "tecnocrate" Bookchin "non trova nulla da ridire"): "la più fondamentale dimensione della vita moderna, il lavoro salariato e la merce", insieme ai suoi tratti distintivi, "la distruzione produzionista della natura, il potere delle corporazioni transnazionali, la mediazione e la quantificazione del computer dell'Era dell'informazione, la portata enorme, soporifera, omogeneizzante e intrusiva dei media". In sostanza, una condanna senza sospensive della società industriale e dell'intero Occidente, una condanna che nel testo prende anche l'aspetto di una sorta di escalation dell'atteggiamento antagonista, in un confronto a tutto campo con il potere pervasivo del capitalismo corporato. I brani che seguono sono tratti da alcune voci del Dizionario del nichilista ospitato in Future e dalla recensione di America di Jean Baudrillard, e mostrano abbastanza bene la suggestione e le implicazioni di tale escalation. Ricordo che anche in Future mancano riferimenti alla letteratura anarchica; a mio parere, ciò non è solo dovuto alla filosofia della storia di ispirazione marxista (rielaborata di recente in chiave "primitivistica") abbracciata da Zerzan, ma anche al fatto che la sua visione dell'esperienza occidentale è profondamente intrisa di antiumanesimo, antiindividualismo e antimodernismo, mentre l'anarchismo è stato spesso interpretato come una peculiare e convincente replica, in termini umanisti e individualisti, ai nuovi problemi posti dalla creazione della modernità, dalla secolarizzazione e dalla stessa rivoluzione industriale. Della stessa opinione sembrano essere non pochi libertari d'oltreoceano: secondo Ramsey Kannan, uno dei responsabili della Ak Press (il più importante distributore di letteratura libertaria negli Usa), "le idee di Zerzan sono vera e propria spazzatura […]. Io credo che Zerzan non possa essere considerato interno al pensiero anarchico. Le sue idee si rifanno a un'immagine totalmente irrazionale e romantica della società primitiva. Un'epoca idilliaca in cui regnavano pace, amore e anarchia. In realtà, con sei miliardi di abitanti sul pianeta, il ritorno a una società primordiale è assolutamente improponibile".

Pietro Adamo


Smettiamola di fare i bravi

Tra i casi di buonismo ci sono i "pacifiniks", la cui etica buonista li mette (e li fa continuamente ricadere) in situazioni idiote, ritualizzate, perdenti, come quegli Earth Firstlers che rifiutano di confrontarsi con la deplorevolissima ideologia del vertice della "loro" organizzazione, e Fifth Estate, i cui importantissimi contributi sembrano oramai rischiare di esser eclissati dal liberalismo. Tutte le cause a senso unico, dall'ecologia al femminismo, e ogni militanza al loro servizio, non sono altro che modi di sfuggire alla necessità di una rottura qualitativa con qualcosa di più dei soli eccessi del sistema. Il buonista è il peggiore nemico del pensiero tattico e analitico: devi essere conciliante, non devi permettere qualche idea radicale turbi il tuo comportamento personale. Accetta i metodi preconfezionati e i limiti dello strangolamento quotidiano. La deferenza introiettata, la risposta condizionata allo "stare alle regole" (quelle dell'autorità): è questa la vera quinta colonna, quella che sta in mezzo a noi. Nel contesto di una vita sociale bistrattata che richiede, come reazione minima che abbia di mira la salute mentale, una soluzione drastica, il buonismo diventa sempre più infantile, conformista e pericoloso. Non può offrire gioia, ma solo maggiore routine e isolamento. Il piacere dell'autenticità esiste se si va contro tendenza della società. Il buonismo ci fa stare ognuno al suo posto, ci fa ripetere confusamente ciò che dovremmo aborrire. Smettiamola di fare i bravi, davanti a questo incubo e a tutti quelli che ci impediscono di uscirne. (Future Primitive, pp. 136-137)

Liberiamoci della tecnologia

Oggi viviamo il controllo [della tecnologia] come una costante riduzione del nostro contatto con il mondo vivente, come la vuotezza accelerata dell'Era dell'Informazione, disseccata dalla computerizzazione e avvelenata dall'imperialismo morto e addomesticato del metodo high-tech. Mai come oggi le persone sono state tanto infantilizzate, rese tanto dipendenti dalla macchina per qualsiasi cosa: mentre la Terra si avvicina rapidamente all'estinzione a causa della tecnologia, il nostro spirito è soffocato e appiattito dal suo dominio pervasivo. È possibile recuperare un senso d'integrità e di libertà solo smontando la grandiosa divisione del lavoro che sta al cuore del progresso tecnologico. In questo consiste, nel suo senso più profondo, il progetto di liberazione. (Future Primitive, p. 139)

Dalla civilizzazione allo stato selvaggio

Ci troviamo […] ad affrontare la rovina della natura e insieme quella della nostra natura, l'assoluta enormità dell'insensatezza e dell'inautentico che equivale a una montagna di bugie. Ciò significa ancora sofferenza e tossicità per la vasta maggioranza, mentre una povertà più assoluta di quella finanziaria rende più vuota l'universale "Zona morta" della civiltà. Resi "più potenti" dall'informatizzazione? Più infantili, magari. Un'Era dell'Informazione caratterizzata da maggiore comunicazione? No, questo presupporrebbe un'esperienza che valga la pena di comunicare. Un periodo in cui l'individuo è rispettato come non mai? Traduzione: la schiavitù del salario esige la strategia dell'autogestione dei lavoratori sul luogo di produzione per procrastinare le ricorrenti crisi di produttività, e le ricerche di mercato devono puntare a ogni "stile di vita", nell'interesse di massimizzare la cultura del consumatore. Nella società alla rovescia, la soluzione dell'uso massiccio di droghe indotto dall'alienazione è il prodotto del fuoco di fila dei media, con risultati imbarazzanti quanto quelli delle centinaia di miliardi buttati al vento per contrastare il calo dei votanti alle elezioni. Intanto la televisione, voce e anima del mondo moderno, sogna invano di arrestare la crescita dell'analfabetismo e di salvare ciò che resta di sano dei sentimenti attraverso spot promozionali di trenta secondi o meno. Nella cultura industrializzata, fatta d'irreversibile depressione, di isolamento e di cinismo, lo spirito sarà il primo a morire e la morte del pianeta seguirà dappresso. Sarà così, se non cancelliamo del tutto quest'ordine marcio, con le sue categorie e le sue dinamiche. (Future Primitive, pp. 144-145)

L'utopia di Baudrillard

Riprendendo il tema dell'America come società primitiva, Baudrillard continua a fare variazioni sul "potere dell'incultura", sul carattere meravigliosamente irriflessivo degli Americani. In un passo in cui fa riferimento al centro californiano di Porterville, egli plaude alla "totalità dell'esistenza come un drive-in. Davvero magnifico". Questa, ci viene detto, è la "vera società utopica". Non scherzo. È il paradiso, nientedimeno, questa società "sicura nel proprio benessere e nella propria forza". Un paradiso perché "non ce ne sono altri". Non suona un po' familiare? Tutte queste scemenze sono proprio quelle che si sono ascoltate prima: nei corsi di educazione civica alle superiori, in quelli di scienze politiche all'università e in tutte le forme di aperta propaganda: delle vecchie tesi sull'eccezionalità dell'America, sul suo egualitarismo e pluralismo, da Tocqueville e altri. C'è da chiedersi se Baudrillard abbia mai sentito queste stanche bugie, visto che riesce a riportarle senza il minimo d'imbarazzo. (Future Primitive, p. 169)

Traduzione di Guido Logomarsino

 




permalink | inviato da il 3/8/2005 alle 16:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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