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Un altare "no global" per Guy Debord
post pubblicato in Cultura, il 26 luglio 2005

Un altare "no global" per Guy Debord


Archiviato dalla sinistra, riscoperto dalla destra per la sua critica alla società dei consumi, oggi il padre del "situazionismo" diventa il nuovo totem degli antimodernisti

di Luca Presenti

Sarà perché gli anti-giottini di tutto il mondo sono alla ricerca di qualche padre nobile per potersi dire finalmente "avanguardia". Sarà che, nonostante tutto, le 221 tesi de La società dello spettacolo, seppur pubblicate nel 1967 (e ripubblicate nel 1997 da Baldini e Castoldi), ancora oggi sembrano aver qualcosa da dire.
Guy Debord, padre dell'Internazionale situazionista (di moda nel '68) e critico della società delle immagini e delle informazioni (l'epoca dello "spettacolare integrato", come la definì), uno di quegli autori che vengono citati molto più di quanto siano letti, è tornato.

Tutti ne parlano. Complice il suo approdo post mortem (si suicidò nel 1993) al Festival del cinema di Venezia, è tutto un sussulto dalle parti della sinistra istituzionale e molto chic, in grande spolvero il manifesto, che dedica a Debord e al debordismo una lunga monografia sul settimanale Alias, come già in Francia il Magazine Littéraire del mese di giugno. Ma non sono da meno la più ufficiale Unità e la sinistra in cachemire di Repubblica, che danno spazio ai sentimenti e strizzano l'occhio, senza nemmeno farci troppo caso, ai manifestanti anti globalizzazione.

Già, perché il verbo debordian-situazionista, tutto teso alla conciliazione della politica con l'estetica, sembra davvero fatto apposta per accompagnare l'ormai nobilitato No Logo di miss Naomi Klein. Perché lo spettacolo, scriveva Debord, "è l'autoritratto del potere all'epoca della sua gestione totalitaria delle condizioni di esistenza" o anche "il capitale ad un tal grado d'accumulazione da divenire immagine". Non che sia riducibile al mobilitarsi di tute nere e bianche, ma insomma tutto serve per recuperare quarti di nobiltà. E alla fine, per ironia della sorte (o per un meno prosaico contrappasso), Debord finisce anch'esso usurato nello spettacolo dell'anti-global. Un po' come i futuristi, che odiavano i musei e in essi sono miseramente finiti, anche i situazionisti, Debord e i suoi fratelli, finiscono sugli scaffali del supermercato della protesta.

Eppure le fortune di Debord sembravano, negli ultimi anni, aver preso un'altra strada. Per esempio Luther Blissett, il "con-dividuo" virtuale, la firma collettiva del radicalismo anti capitalista dietro cui si celano (con rispetto parlando) i predecessori di Agnoletto e Casarini, nel 1995 annunciava in un libello malizioso che Guy Debord era morto davvero, prima in carne e poi in spirito. Con tanto di irriverente sberleffo all'icona decaduta: "Guy The Bore (Guy "il noioso'" ndr) - scriveva Blissett - è il doppio di Guy Debord, è Debord -giunto a un tal grado di autocontemplazione da divenire pura immagine".

Proprio negli anni in cui la sinistra radicale abbandonava Debord al suo destino di solitudine, era la destra ad appropriarsi della sua critica alla società dei consumi. Appropriazione ideologica, compiuta soprattutto dagli ambienti colti della "nuova destra" francese di Alain De Benoist, pronta a recepire la critica alla spettacolarizzazione della merce e ai rischi a essa connessi. Dalle nostre parti se ne trovano tracce in un numero di Elementi del lontano 1982, o ancora più recentemente in una apologia filo situazionista comparsa su Diorama Letterario (1997). Per non parlare dell'utilizzo fattone da un ex neodestro come Guillaume Faye nel suo Archeofuturismo.

Sempre a destra, ma sul versante più politico e istituzionale, il pensiero debordiano ha trovato terreno fertile nel Fronte della gioventù guidato dall'attuale ministro dell'Agricoltura Giovanni Alemanno. Sul finire degli anni '80 e poi ancora per una parte dei '90, il situazionismo divenne una sorta di prassi. Fu l'ala movimentista

romana a imporlo, attraverso un giornale-avventuriero (Il Morbillo) e una serie di campagne a effetto che, per l'appunto, cercavano a tutti i costi di costruire una situazione politicamente spettacolare. Basti pensare alla pattuglia di ragazzi che al grido di "arrendetevi, siete circondati cinsero l'entrata di Montecitorio in piena tangentopoli.

Altri tempi. Oggi tutto sembra tornare in un clima più rassicurante: Debord viene collocato nel pantheon delle divinità della nuova contestazione, fianco a fianco con i nuovi idoli (Manu Chao, Jeremy Rjfkin, Hakim Bey) e gli eroi del bel tempo ripescati per l'occasione (Gilles Deleuze e un altro situazionista come Raoul Vaneigem). Anche se lui, il vecchio Debord solitario impenitente che sul finire della vita si compagnava soltanto alla sua amata bottiglia, quando ancora poteva parlare borbottava tra sé e sé: "Troverei altrettanto volgare diventare un'autorità nella contestazione della società che divenirlo in questa




permalink | inviato da il 26/7/2005 alle 19:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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