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Dal libertarismo alla sottrazione dei saperi
post pubblicato in Storia delle Idee, il 17 giugno 2005

Dal libertarismo alla sottrazione dei saperi:

prospettive di liberazione della scienza nel mondo contemporaneo.

 Laser Manchester ’00 e Laser Roma ’03

 

1.     Intro: L’uomo sulla luna.

 

Il 20 Luglio 1969, l’astronauta Neil Armstrong della missione spaziale Apollo 11 poggiava i propri piedi sul suolo lunare. I media di tutto il mondo, in diretta TV e con titoli cubitali sui giornali, sottolineavano entusiasti il successo scientifico e ingegneristico della missione che realizzava il sogno del presidente John Kennedy espresso 10 anni prima di ‘mettere un Americano sulla luna e riportarlo sano e salvo nei prossimi dieci anni’. Tra tanti commenti entusiasti tuttavia ci furono alcune voci fuori dal coro. Alvin Weinberg, al tempo direttore del laboratorio nazionale di Oak Ridge negli Stati Uniti sostenne che: ‘la grande avventura dell’uomo nello spazio non deve essere giudicata come scienza, ma piuttosto come impresa quasi-scientifica”. Ancor più radicale fu la posizione di Marcello Cini, il quale sottolineò che:

 

Nel complesso sembra possibile affermare … che il programma spaziale non ha messo a punto alcun sottoprodotto che di per sé rappresenti la soluzione di un importante problema aperto della società contemporanea… per quanto concerne i settori di interesse più generale, come la medicina, uno sforzo pianificatore diretto raggiungerebbe risultati assai più rilevanti… (Cini, Il Satellite e la Luna, p.101)

 

 

Viene quindi criticata la visione ‘progressista’ che voleva la scienza come ‘cittadella’ da difendere ad ogni costo da attacchi esterni. La posizione di Cini era espressione di un cambiamento sostanziale nella percezione della scienza che prende corpo negli anni ’60. Benché in molti abbiano ingenuamente e strumentalmente sottolineato il pericolo antiscientista e oscurantista insito in questa posizione, essa era l'espressione dell’idea che parte della libertà e della responsabilità della scienza e degli scienziati consista nella critica della scienza, intesa come capacità di mettere in discussione tanto i programmi di ricerca e il loro impatto sulla società.

 Nel libro Scienza SPA, scritto da giovani ricercatori prevalentemente provenienti dallo studio della fisica e dell'epistemologia, uno degli obiettivi della ricerca era capire come nel corso degli ultimi 40 anni è cambiata la critica della scienza. In questo intervento vorrei partire dallo studio di alcune caratteristiche della critica della scienza degli anni ’60 e ’70 (par.1) per mostrare le continuità e le discontinuità fra quella critica e la critica che oggi diversi soggetti all’interno del mondo scientifico (par.2.). 

 

2.     La critica della scienza negli anni ’60 - ’70

 

La critica della scienza negli anni ’60 e ’70 è un fenomeno complesso da esaminare, anche perché riflette un periodo di grande fervore intellettuale e una grande varietà di posizioni diverse. Per tutto il periodo rimane forte la critica dell’uso della scienza nucleare come strumento di distruzione e morte. Il movimento anti-nuclearista, che nel corso degli anni ’50 si era sviluppato nel contesto degli intellettuali e degli scienziati, comincia ad acquisire un peso specifico nella società e diventa un movimento di massa. Mentre il ricatto dell’olocausto nucleare diventa sempre più un’arma politica nella guerra fredda, il corpo sociale si allea con gli scienziati nella ricerca di risposte praticabili al problema del mondo nuclearizzato. La critica dell’uso della scienza nella guerra é un altro nodo cruciale. Si critica l’uso del napalm in Vietnam e specialmente nei campus americani, l’uso del sapere accademico per la produzione di armi di sterminio di massa.

 Ma aldilà di questi aspetti contingenti e tuttavia importantissimi, veniva sottolineato che all'interno dei centri di ricerca erano state incorporate e riprodotte alcune caratteristiche del fordismo, intesa come modalità della produzione materiale. Questo diventa uno dei punti nodali della critica della scienza.

Nei centri di ricerca, i programmi di ricerca vengono segmentati e assegnati ai diversi gruppi. Ciascun gruppo assegna poi specifici compiti ai singoli scienziati e tecnici. Il processo di compartimentazione della ricerca impedisce ai singoli in controllo complessivo sul processo di produzione della conoscenza. Ciò influisce su chi fa ricerca in due modi: primo, la sensazione di essere incapaci di gestire il processo di produzione della conoscenza nel suo complesso (alienazione da compartimentazione); secondo, la sensazione di essere incapaci di uscire dalle routine lavorative di rapporto uomo-macchina in cui la macchina prevale sull’uomo (alienazione da macchina).

Tale critica assume inizialmente connotati prevalentemente luddisti e anarchici. Nel 1964 a Berkeley nasce il movimento del ‘piega, buca o rompi la tua scheda’ ben descritto dallo storico e sociologo della scienza Steve Lubar. Il processo di standardizzazione e burocratizzazione del processo di produzione della conoscenza nelle università americane passa attraverso l’informatica e l’uso delle schede perforate per l’identificazione degli studenti. Ma gli studenti stessi resistono a questo genere di omologazione facendo esattamente il contrario di quanto scritto sulle loro schede e cioè “Non piegarla, bucarla o mutilarla”. Elementi di rifiuto della gerarchia e delle segmentazioni imposte si ritrovano anche in altri movimenti di protesta più caratterizzati ideologicamente, come nell'occupazione del LIGB di Napoli nel 1969.

 Sebbene inizialmente luddista e anarchica, questa protesta produce una reale critica grazie soprattutto al lavoro degli scienziati de ‘L’ape e l’architetto’ che importano la critica della scienza l’analisi di Raniero Panzieri del processo di produzione materiale. Partendo dall’analisi marxista dell’alienazione, Panzieri aveva sottolineato che l’esercizio del controllo nella fabbrica fordista passa attraverso la creazione di funzioni iterative, routines, capaci di impedire all’operaio di riflettere sulla sua condizione e di esercitare liberamente la propria creatività. Gli autori de l’Ape e l’Architetto sottolineano che una analoga constatazione può essere riferita agli scienziati nei grandi laboratori di ricerca. La creazione di tali funzioni è più in generale interna ad un processo di pianificazione. Pianificare significa imporre al mondo della scienza obiettivi di lungo termine, negando la possibilità di soluzioni estemporanee, casuali, creative. La pianificazione non è propria solo del capitalismo, ma viene indicata come ‘malattia’ degenerativa anche del comunismo sovietico. La conseguenza di ciò è l’offuscamento delle mete sociali, l’incapacità di analizzare in dettaglio la funzione liberatrice che la scienza può avere nel contesto dei bisogni delle società umane. Osserva Cini in quegli anni:

 

É un modo di liberarsi dalla responsabilità di scegliere delle priorità scientifiche e tecnologiche che traggono, invece, alimento dai bisogni delle società umane, dalle loro contraddizioni materiali, dall’obiettivo di costruire nuovi rapporti, più giusti, più liberi, più uguali, e non solo fra gli uomini della stessa nazione.

 

Fu probabilmente proprio dalla tensione alla critica della scienza che nasce l’esigenza di rivendicare una autonomia degli scienziati e dei tecnici nelle scelte dei programmi di ricerca e delle modalità di sperimentazione. C’è chi come il movimento Pugwash mette a frutto le conoscenza dei fisici per indicare vie praticabili al disarmo. Nel 1975 fu la generale preoccupazione degli scienziati a dar vita alla "Woodstock della biologia molecolare"  ovvero la conferenza di Asilomar. Questa fu concepita come una conferenza in cui gli scienziati stessi avrebbero definito dei principi base di regolamentazione nella sperimentazione con organismi ricombinanti. Nonostante i risultati furono in realtà molto diversi da quelli sperati, provocando uno scollamento tra ricercatori e percezione pubblica della scienza, Asilomar è considerata un momento fondante per una generazione di scienziati.

 

In conclusione vorrei sottolineare che la critica della scienza negli anni ’60 e ’70 é soprattutto la critica di un sistema scientifico ‘fordizzato’ in cui la pianificazione delle operazioni di ricerca e la standardizzazione, le routines, sono i motivi principali del conflitto. A ciò gli scienziati rispondono con una richiesta di maggiore autonomia, rifiuto della gerarchia e della burocrazia e richiesta di partecipazione collettiva alle scelte sulle politiche della scienza.

 

3.     La critica della scienza negli anni ’80 – ’90

 

Dagli anni ’80 in poi il mondo della scienza è cambiato enormemente. La fine della guerra fredda impone una complessiva ristrutturazione non solo dei programmi di ricerca, ma anche dell’idea che la ricerca stessa possa essere oggetto di pianificazioni a lungo termine. In tal senso la scienza comincia a seguire il mercato con maggiore attenzione, valutando quali programmi di ricerca possano essere maggiormente appetibili. L’attenzione verso il mercato si manifesta in tre modi distinti ma egualmente importanti. Uso dei mercati finanziari come risorsa per i finanziamenti delle ricerche a lungo termine. Questa pratica si sviluppa e diffonde specialmente nei settori dell’informatica e della biotecnologia. Uso delle reti di interconnessione fra ricercatori, enti di ricerca, strutture pubbliche e private (vedi internet, parchi tecnologici) come strumento per individuare i programmi di ricerca più appetibili per il mercato  e connettere soggetti diversi nella produzione e nella promozione della scienza. Più che in passato é importante che laddove fondi a lunghi termine non sono disponibili e invece sono disponibili solo risorse di mercato, la scienza sia capace di organizzare un apparato per la promozione della ricerca scientifica al fine di promuovere la sua utilità per la società. Come sottolineato recentemente da Yurij Castelfranchi:

In anni recenti, l’altalenare dei finaziamenti governativi per la scienza, il ridimensionamento dei progetti di ricerca legati ad applicazioni militari, all’esplorazione spaziale, al nucleare, alla fisica delle particelle, il taglio dei fondi per la sanità… hanno reso la pratica della lobby scientifica sempre più importante per interi settori di ricerca…

E inoltre che:

 Negli ultimi 5 anni all’opera di pressione tradizionale comincia ad affiancarsi in maniera importante la scelta consapevole, da parte di alcuni scienziati e istituzioni scientifiche, di cercare una visibilità mediatica e il contatto con il cittadino comune…

 Su questi tre elementi si attesta un nuovo tipo di scienza che ricalca le dinamiche del post-fordismo nella redifinizione dei ritmi di lavoro e nella gestione reticolare delle risorse.
Sono alcuni degli stessi scienziati che avevano rappresentato il ‘libertarismo’ nella critica della scienza degli anni ’70 che diventano protagonisti di questa ‘nuova scienza’. L’insofferenza per l’autorità e la burocrazia spinge gli scienziati lontano dalle università e dagli istituti pubblici della ricerca. Si aprono nuove piccole aziende ad alta concentrazione di strumenti tecnologici e con pochi ricercatori. E soprattutto si rivendica ancora autonomia decisionale dallo stato: il libertarismo diventa in parte neoliberismo, affidarsi alle regole certe e indiscutibili del mercato. I toni sono talvolta anche piuttosto aspri. Dennis Caruso, esponente della destra nella comunità degli informatici osservava nel 1997:

 Noi la comunità hi-tech siamo intelligenti e voi, il governo, siete stupidi. La nostra superiorità intellettuale e le nostre fertili abilità imprenditoriali rendono superflua la necessità di un governo e persino di mantenere un governo che non vogliamo, di cui non abbiamo bisogno

 

Sebbene le richieste ‘sovversive’ di Caruso contraddicono con le attività lobbystiche di tanti che chiedono di governare, per conto delle grandi imprese scientifiche, la cosa pubblica, alla base rimane per entrambi una richiesta di lassez faire nell’ambito dei programmi di ricerca scientifici. Un altro esempio di questa tendenza é il modo attraverso il quale gli stessi firmatari di Asilomar a 25 anni di distanza guardano alla loro esperienza:

 L’ingegneria genetica è andata verso il mercato, gli accademici l’hanno seguita, e oggi la maggior parte dei ricercatori accademici hanno legami con le compagnie tecnologiche che complicherebbero qualsiasi tentativo di autoanalisi…

 La risposta a queste tendenze non ha ancora raggiunto una fase di elaborazione adeguata. Si stanno tuttavia delineando in modo sempre più forte alcuni principi alla base della critica alla scienza contemporanea.  Su questi elementi che si innesteranno le ragioni del conflitto nel mondo della scienza in futuro.

 Sebbene alcuni temi relativi all’uso della scienza nella guerra riemergono in corrispondenza di eventi come la Guerra del Golfo o la Guerra in Aghanistan, sebbene il nucleare –anche se a fatica- riscuote ancora interesse presso certi circoli scientifici che criticano la scienza, il ruolo proprietario della scienza contemporanea nei settori dell’informatica e della genetica risulta certamente molto più centrale nei conflitti per una scienza diversa.

 In primo luogo, il brevetto che per anni era stato percepito come uno strumento legislativo capace di far sviluppare la ricerca scientifica, comincia ad essere oggetto di attacchi da parte di diversi soggetti. Il brevetto nasce per assicurare la certezza del diritto di chi inventa o fa una scoperta ed é l’equivalente del principio di proprietà nel contesto della ricerca scientifica. Tuttavia proprio perché un complesso cluster di gruppi finanziari e grandi multinazionali di fatto ha incorporato la ricerca scientifica, chi inventa il brevetto di fatto accede in minima parte alle royalties, mentre le grandi multinazionali a cui i singoli fanno riferimento si prendono la grossa fetta dei ricavi. Oltretutto sono le stesse multinazionali che usano il brevetto come arma politica per la gestione del processo di innovazione tecnologica con ricadute sia sulla produzione di conoscenza che sulla sua funzione sociale.

 L’uso dei farmaci per rispondere alle epidemie del Terzo Mondo viene ostacolato dal sistema proprietario nel contesto della conoscenza. In molti ritengono che il brevetto di medicine o trattamenti derivanti dalla ricerca genetica potrebbe uccidere la ricerca invece che incentivarla. Ad esempio l’ospedale St.Mary di Manchester ha usato per anni lo screening genico per lo studio della fibrosi cistica. L’introduzione di una nuova legislazione sul brevetto dello screening ha fatto si che l’ospedale fosse contattato da una compagnia canadese che richiedeva un pagamento per la licenza nell’uso della terapia, rendendo di fatto la ricerca nel settore molto più costosa e inaccessibile al pubblico. (Monbiot, p.255) L'Insitut Pasteur di Parigi è alle prese con una causa per l'utilizzo dei test diagnostici per il tumore al seno.

 Nel campo dell’informatica sono noti a tutti i problemi che l’uso proprietario dei software hanno creato in termini di usufruibilità, accesso e valorizzazione dei sistemi. A questo il movimento del free software ha risposto con l’idea dell’open source in cui il codice sorgente é accessibile e modificabile dagli utenti. Il movimento del free software pone una sfida non solo alle grandi multinazionali come Microsoft che hanno monopolizzato lo sviluppo tecnologico in informatica, ma anche ai modelli privatistici di produzione della conoscenza scientifica. Ad esempio, Michele Parrinello e Roberto Car artefici di una rivoluzionaria tecnica di simulazione hanno importato il modello Linux all’interno del loro settore disciplinare sottolineando che l’uso libertario dei codici favorisce lo scambio di idee fra ricercatori e lo sviluppo delle tecniche di simulazione molto meglio dei codici proprietari. 

 L’aggressività delle grandi multinazionali si manifesta nell’uso politico dei brevetti come strumento di controllo del processo di innovazione tecnologica, ma si manifesta anche attraverso l’uso mirato e circostanziato delle politiche pubbliche della ricerca come mezzo per trarre profitti personali. Così, se l'ingresso dei privati nelle università potrebbe anche rappresentare un'occasione di sviluppo per entrambi, è pur vero che più spesso è coinciso con uno sfruttamento dell'istituzione pubblica senza un reale guadagno per questa (Froguel, Smadja).

Inoltre, è la mentalità da privato, "aziendale" che più si manifesta nell'attuale governo della ricerca pubblica, cosicché quanto é ritenuto ‘appetibile per il mercato’ risulta molto più importante di quei saperi che non hanno immediata spendibilità. Ad esempio il Centro per l’Ecologia Umana dell’Università di Edinburgo é stato chiuso nel 1996 in conseguenza della critica che il suo direttore Alistair McIntosh aveva mosso alle recenti politiche di avvicinamento tra grandi multinazionali e università. Politica che aveva trovato il rettore dell’università di Edinburgo favorevole.

 In conclusione l’aggressione delle multinazionali ai saperi pubblici attraverso i brevetti e l’uso delle istituzioni pubbliche risulta uno dei motivi chiave della critica alla scienza contemporanea. I critici sottolineano infatti che le grandi multinazionali da un lato rallentano il processo di innovazione scientifica e tecnologica attraverso la privatizzazione dei strumenti di ricerca e dall’altro privano la scienza contemporanea della possibilità di rispondere a bisogni sociali, proprio perché sostituiscono tali bisogni con bisogni mercantili.

 Criticare la scienza negli anni ’90 significa soprattutto criticare le tendenze neoliberiste nella scienza che culminano nella richiesta di piena libertà di azione per chi monopolizza il sapere informatico (Bill Gates) e genetico (Craig Venter). Di fronte a tali richieste la comunità scientifica si mobilita e cerca di innescare nuove pratiche di autodeterminazione e di decisionalità.

 

4.     Conclusioni:

 

La critica della scienza è uno strumento utilissimo per comprendere come trasformare i programmi di ricerca e indirizzarli verso bisogni sociali. Di fronte ad un mondo che cambia e che produce nuove dinamiche nella produzione, la scienza anche cambia e le sfide nella critica mutano. Se al centro del dibattito negli anni ’60 e ’70 c’erano le questioni relative alla pianificazione e alla ‘fordizzazione’ della scienza, oggi risulta molto più importante la critica alle forme privatistiche del sapere, al lobbismo, ai brevetti.

 

Le soluzioni non sono facili da trovare e bisogna sempre essere scettici rispetto a chi propone facili aspettative o chi crea facili allarmismi. Ad esempio nel 2001 centinaia di scienziati sono scesi in piazza per reclamare maggiori fondi nella ricerca in campo biotecnologico contro il provvedimento dell’allora ministro per l’ambiente Pecoraro Scanio. Nessuno di loro ha tuttavia chiaramente indicato quali scelte e quali programmi sono compatibili con i bisogni reali di innovazione in quel campo di ricerca e quali invece rispondono alle esigenze mercantili delle piccole imprese e delle multinazionali del settore. Si corre il rischio altrimenti di confondere la libertà della scienza con il liberismo nella scienza.

 

Criticare la scienza è più che discutere di allocazione di finanziamenti, significa confrontarsi con la dimensione dei bisogni sociali nel mondo e con le risposte che la scienza può essere in grado di disporre per tali bisogni. Ci sembra che risposte più sensate siano venute dalle pratiche diffuse di ‘sottrazione’ del sapere, cioè dalle pratiche quotidiane di appropriazione, trasformazione e ridestinazione ad uso sociale dei saperi proprietari. Ho già discusso del free software in informatica. Sembra evidente che simili pratiche nell’uso dello screening genetico o nel garantire l’accessibilità dei farmaci al terzo mondo dovrebbero essere consolidate. Mi sembra che alcune isolate esperienze come ad esempio l’installazione di una turbina idroelettrica in Chiapas, rappresentano una importante inversione di tendenza. Per la prima volta e senza l’uso di tecnologie aggressive nei confronti delle popolazioni indigene si sperimenta come assicurare la fornitura di energia elettrica per il funzionamento di un ospedale in Chiapas.

Uno dei limiti delle pratiche di sottrazione e liberazione dei saperi è che i saperi sono già prodotti all'interno di un contesto sociale predefinito. Non si riesce quindi ad incidere realmente sulla produzione di innovazione scientifica di punta. Una risposta è quella di spingere i centri di ricerca pubblici a brevettare le proprie invenzioni sotto una licenza pubblica simile alla General Public Licence, che ne stimola la diffusione e il miglioramento. Inoltre, questo potrebbe anche rappresentare un impulso per il particolare assetto produttivo italiano, basato su distretti industriali in cui la circolazione di informazioni e saperi è un elemento fondamentale per lo sviluppo economico, e la necessità di innovazione tecnologico-scientifica è vitale.

 

 In conclusione, ci sembra di poter dire che esiste ancora la necessità di una critica della scienza, se libertà e responsabilità nella scienza non sono solo parole. Recentemente, Enrico Bellone ha sottolineato che:

 

lo scienziato proprio grazie al tipo di lavoro che svolge è in grado di assumere un atteggiamento obiettivo. Con il metodo scientifico si impara infatti a essere distaccati dalle questioni sociali e a tenere separate le varie sfere che compongono l'individuo…

Pensiamo che una tale descrizione non solo non si confà alle descrizioni del metodo scientifico che sono state date da storici e sociologi della scienza nel corso del XX secolo in cui l’idea della non neutralità della scienza é stata ampiamente descritta, ma oltretutto impedisce di cogliere un aspetto centrale del ruolo che la scienza e la tecnologia hanno assunto nel corso degli ultimi anni. Non si tratta di attività separate dalla sfera sociale, ma di attività da cui dipende lo sviluppo della società. Si pensi al direttore Craig Venter, della Celera Genomics. Siamo proprio certi che lo scienziato Venter ha una percezione cosí ‘distaccata’ dalle questioni sociali?

 Biblio:

 

Laser, Scienza SPA,

Laser, Valle Giulia e La Luna, in particolare Marcello Cini, “Il Satellite e la Luna”

Barinaga M., Asilomar Revisted: Lessons for Today? Science, n.287

Yurij Castelfranchi, “Scienziati in Piazza: Scienza, Politica e pubblico verso nuove osmosi”, preprint

Raniero Panzieri, Sull’uso capitalistico delle macchine, Torino: Einaudi

Steve Lubar, Do not fold, spindle or mutilate. A cultural History of the Punch Card

George Monbiot, Captive State: The Corporate Take-Over of Britain, London: MacMillian, 2002

Jane Gregory, Steve Miller, Science in Public, Communication, Culture and Credibility, Cambridge (Mass.): Perseus Publishing, 1998

Enrico Bellone in Tullia Costa, “La sottile linea fra scienza e politica,” Galileo, 13 Aprile 2002




permalink | inviato da il 17/6/2005 alle 17:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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