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Foucault. La dannazione del potere
post pubblicato in Storia delle Idee, il 7 giugno 2005

Foucault. La dannazione del potere
di Daniele Abbiati

 

A quarant'anni dall'uscita di «Storia della follia», l'opera che lo impose fuori dai circuiti accademici, due raccolte di interviste e discorsi ripropongono l'insegnamento del filosofo francese morto nel 1984. Intreccio di politica, sociologia e morale


Un'operazione di killeraggio su cadavere politico di Michel Foucault è quanto di più facile e difficile si possa fare.  Due parole sul facile, poi verrà il diffi­cile (e il piacevole).  Lo studio­so che si dedicò a mostrare quanto nudo fosse il «re» e le strutture con cui opera, la mente che incise con il sottile temperino dell'intelligenza e del talento il muro del­l'autorità fino ad aprirvi un pertugio attraverso cui guardare il vero panorama, era (come tutti... ) un uomo di potere.

Negli anni Sessanta diede scandalo adoperandosi per far nominare assistente all'università di Clermont Daniel Defert, suo amante fino al giugno '84, quando Michel mori, ucciso dall'Aids.  E che dire delle affollate conferenze pubbliche tenute dall'eretico nella «cattedrale» del sapere del Collège de France seguite o precedute dalle manifestazioni in piazza, a volte con una spranga in mano?  Intellettuale «in» e «contro» il sistema, Foucault non nascose né ostentò (sareb­be stato un altro modo di cela­re sotto l'evidenza, come lui stesso ha insegnato).  Ma insi­stere su queste schegge biogra­fiche sarebbe come dire che So­crate merita di passare alla sto­ria come pederasta e Marado­na come cocainomane.  Come vedere lo striminzito alberello e non la sconfinata foresta.

Detto del facile, eccoci al dif­ficile.  Alle parole (e alle cose) del «primo storico completa­mente positivista», come lo de­finì, in un illuminante saggio del '78, l'amico e collega Paul Veyne che fu vicino al filosofo nei suoi ultimi anni.  Potrem­mo, per esempio, partire «alla Foucault» dall'angosciosa at­tualità.  Ascoltiamolo. «Ed è questo che intendo per Occi­dente, questa specie di piccola porzione del mondo il cui desti­no strano e violento è stato, al­la fine, quello di imporre i suoi modi di pensare, di dire e di fare al mondo intero.  E' vero che il mondo si è rivoltato con­tro questo Occidente, che se ne è distaccato, che oggi tenta di... che è arrivato a fargli perdere la sua egemonia, ma ciò non toglie che gli strumenti impiegati nel mondo intero per ridimensionare l'Occidente e per liberarsi dal suo giogo, questi strumenti, è l'Occiden­te che h ha forgiati pressoché tutti».

Suona come un editoriale di questi giorni ma è una riflessione datata 1977 e compare in un'intervista a Quaderno para el dialogo.  Attenzione: 1977, prima della rivoluzione khomeinista e dei reportage sul Corriere.  In uno dei quali leggiamo; «L'Islam - che non è semplicemente religione, ma modo di vita, appartenenza a una storia e a una civiltà ­rischia di costituire una gigantesca polverie­ra, formata da centinaia di milioni di uomi­ni. Da ieri ogni stato musulmano può essere rivoluzionato dall'interno, a partire dalle sue tradizioni secolari» (13 febbraio 1979).

Dal caleidoscopio di Foucault spunta quindi il profeta di sventura.  Ma osservan­do con attenzione occhieggia anche, con una punta di sarcasmo, in tempi di censi­mento, l'autore di Sorvegliare e punire... Op­pure, di fronte al liberalismo impugnato ovunque e da tutti come magico passepar­tout, l'analizzatore dei «dispositivi liberogeni» e del mercato delle libertà. O ancora, visto che distinti (e ben distinguibili) signori riscoprono la presunta scorciatoia dell'al­trettanto presunta anarchia, chi a precisa domanda risponde: «No, non mi identifico con gli anarchici libertari, poiché esiste una certa filosofia libertaria che crede nei biso­gni fondamentali dell'uomo».

Poi (o prima di tutto, in virtù della trasver­salità e della persistenza degli interessi), un capitolo a parte meriterebbe il Foucault vici­no, vicinissimo tanto da farne parte, con la sua prosa avvolgente e deliberatamente nietzscheana, al tema dell'arte. Non margi­nale fu il suo amore per la musica, testimo­niato dalle giornate di indefesso lavoro a Uppsala, nella seconda metà degli anni Cinquanta, con Mozart e le bachiane Variazio­ni Goldberg a fare da colonna sonora (poco prima c'era stata la conoscenza personale con i compositori Pierre Boulez e Jean Bar­raqué).  Reciproca la simpatia con Magritte.  Coltivata a lungo l'idea di un libro su Manet.  Entusiastico il giudizio su Aspettando Go­dot («uno spettacolo mozzafiato»).  Soprat­tutto decisiva la consonanza che lo legò a due poeti: Raymond Roussel e René Char.

Al primo Foucault dedicò uno studio che, confessa in Archeologia d'una passione, è «una storia d'amore durata alcune estati».  Pubblicato nel '63, lo stesso anno di Nascita della clinica, il volume è stato alcuni mesi fa proposto dalla veronese Ombre corte e Mi­chel lo custodi come un piccolo grande se­greto: «Mi fa piacere che nessuno abbia mai cercato di spiegare che il libro su Roussel era stato scritto in quanto avevo scritto un libro sulla follia e in seguito ne avrei scritto uno sulla storia della sessualità».  Se dire che l'opera di Roussel (Parigi, 1877-Palermo, 1933), con le simmetrie di senso e di parola, le circonvoluzioni immaginifiche e l'annul­lamento degli spazi temporali, ha un che di foucaltiano sarebbe una forzatura, afferma­re che nel filosofo di Poitiers si trova una corrispondenza con l'autore di La doublure e Locus solus (uscito da Einaudi nell'82) non è fuori luogo.

Nessun dubbio, poi, sul rapporto Fou­cault-Char.  Nella prefazione a Storia della follia, l'opera con la quale si impose, pubbli­cata giusto quarant'anni fa, Michel riporta una frase di René definendola «la più calzan­te e la più cauta definizione della verità».  Eccola: «Io tolsi alle cose l'illusione che esse producono per preservarsi da noi, e lasciai loro la parte che esse ci concedono».  Detto in altri termini, è ciò che Veyne, nel saggio citato sopra, considera «la tesi centrale di Foucault, la più originale: ciò che è fatto, l'oggetto, si spiega a partire da quello che è stato il fare in un determinato momento sto­rico».  Veyne dice anche che, durante il perio­do svedese, Michel obbligava, tra il serio e il faceto, chi voleva entrare nel suo studio a recitare le poesie di Char.

Oggi che il nietzscheano Foucault è quanto mai inattuale proprio per la sua stringente attualità, le sue parole tornano a risuonare alte in due libri.  Il discorso, la storia, la verità, curato da Mauro Bertani, raccoglie interventi nel periodo '69-84 mentre Biopolitica e liberalismo, introdot­to, tradotto e curato da Ottavio Marzocca, copre un periodo più breve: dal Dialogo sul potere del maggio '75 alla conversazio­ne con A. Fontana Un'estetica dell'esistenza, uscita postuma su Le Monde nel luglio '84.  In essi troviamo tutti i temi classici di un pensiero che ha avuto molti ascoltatori attenti ma anche troppi allievi somari: la critica strutturale (non strutturalista) allo

Stato e alla cauterizzazione della «sragio­ne» e della sessualità, la teorizzazione del­l'evento.  Ovviamente il demone del potere dal quale siamo partiti.

Ma la riscoperta più bella è il Foucault «morale» che emerge negli ultimi anni. «La chiave dell'atteggiamento politico persona­le di un filosofo - dice nell'aprile '83 - non bisogna chiederla alle sue idee, come se po­tesse essere dedotta da queste, ma alla sua filosofia come vita, alla sua vita filosofica, al suo èthos».  Echeggiano solenni, Epitteto e il Seneca della Lettera 26 che medita: «Con coraggio, perciò, mi preparo a quel giorno in cui deposta ogni astuzia e ogni artificio, giudicherò di me stesso, se sono coraggio­so solo a parole o anche nell'intimo ...». Echeggia il Socrate storico e quello meta­storico, nel quale dottrina e comportamen­to coincidono.

Michel muore il 25 giugno '84.  Quattro giorni prima il «suo» Char aveva scritto questa quartina: «Due volpi turbano la ne­ve / cospargendo di piccole tracce il limita­re della tana nuziale; / a sera il duro amore rivela ai loro parenti / la sete cocente in briciole di sangue».  I versi saranno letti ai funerali di Vendeuvre-du-Poitou.  Le trac­ce della volpe Foucault esortano ancora, duettando con l'amico poeta: «Sviluppate la vostra legittima stranezza».




permalink | inviato da il 7/6/2005 alle 20:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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