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Amo la liberta' ma preferisco l’autonomia
post pubblicato in Storia delle Idee, il 13 febbraio 2005

 Amo la libertà ma preferisco l'autonomia


Di Paul Goodman

 

Il principio primo dell’anarchismo non è la libertà, ma l’autonomia. Questa è l’ipotesi «controcorrente» di uno dei più interessanti e originali pensatori anarchici americani. Di Paul Goodman (1911-1972) sono stati pubblicati in italiano:La gioventù assurda (1964), Communitas (con il fratello Percival, 1970), La società vuota (1970) e Individuo e comunità (1995).  Questo articolo, inedito in italiano, è stato pubblicato nel 1972, titolo originale: Just an Old Fashioned Love Song


 


Molti filosofi anarchici partono dalla voglia di libertà. Ma se la libertà è un concetto metafisico, o un imperativo morale, mi lascia freddo.


Non riesco a pensare per astrazioni. Il più delle volte, però, la libertà degli anarchici è un profondo grido animale o una supplica di natura religiosa, come l’inno dei prigionieri nel Fidelio. Si sentono esistenzialmente imprigionati dalla natura delle cose o da Dio, o perché hanno visto e patito troppa schiavitù economica, o perché sono stati privati delle loro libertà, o perché colonizzati interiormente dagli imperialisti.


Per diventare umani devono sbarazzarsi dell’imposizione.


Poiché, nel complesso, la mia esperienza è sufficientemente ampia, non bramo la libertà più di quanto voglia «espandere la coscienza». Potrei comunque sentirmi diversamente se fossi soggetto a censura letteraria, come Aleksandr Solzenicyn. Io in genere sto male non perché mi sento imprigionato, ma piuttosto perché mi sento esiliato o nato sul pianeta sbagliato. Di recente mi lamento perché sono confinato a letto. Il mio vero problema è che il mondo per me non è funzionale, e capisco che la mia stupidità e codardia lo rendono ancor meno funzionale di quanto potrebbe essere.


Certo, alcune atrocità mi prendono alla gola, come succede a chiunque altro, e io desidero ardentemente liberarmene: insulti all’umanità e alla bellezza del mondo che mi lasciano sdegnato; un’atmosfera di bugie, trivialità e volgarità che immediatamente mi disgusta; le autorità costituite non conoscono il significato della generosità e spesso sono semplicemente invadenti e sprezzanti (come diceva Errico Malatesta, tu provi semplicemente a fare a modo tuo, loro ti ostacolano e alla fine la colpa del conflitto che ne emerge è tua). La cosa peggiore è che le azioni distruttive verso la natura da parte del potere sono dementi. Nelle tragedie antiche leggiamo di uomini arroganti che, commesso un sacrilegio, attirano la rovina su di sé e su chi gli sta intorno; analogamente, a volte temo superstiziosamente di appartenere alla stessa tribù dei nostri statisti e di camminare sulla loro stessa terra.


Ma no! Gli uomini hanno il diritto di essere pazzi, stupidi e arroganti. È la nostra specialità. Il nostro errore sta nel conferire a qualcuno il potere collettivo. L’anarchia è l’unica forma politica sicura.


Uno dei più diffusi equivoci sugli anarchici è che essi credano alla «bontà della natura umana» e che perciò ci si possa fidare degli uomini perché si autogovernino. In realtà tendiamo ad adottare la prospettiva pessimistica: non ci si può fidare della gente, perciò bisogna impedire la concentrazione del potere. Chi comanda è particolarmente soggetto alla stupidità perché non è a contatto con la concreta esperienza particolare e continua invece a interferire con la libera iniziativa delle altre persone e a renderle stupide e ansiose. Immaginate cosa può fare al carattere di un uomo venire deificato come Mao Tse Tung o Kim Il Sung. O pensare abitualmente all’impensabile, come i padroni del Pentagono.


Per me, il principio primo dell’anarchismo non è la libertà ma l’autonomia. Poiché intraprendere qualcosa, farlo a modo mio ed essere un artista con le cose concrete è il genere di esperienza che amo, sono restio a farmi dare ordini da autorità esterne, che non conoscono concretamente il problema o i mezzi disponibili. Soprattutto, un comportamento è più elegante, vigoroso e discriminante senza l’intervento di autorità che vanno dall’alto verso il basso, si tratti dello Stato, della collettività, della democrazia, della burocrazia corporativa, delle guardie carcerarie, dei decani universitari, dei piani di studio predeterminati o della pianificazione centralizzata. Tali cose possono essere necessarie in certe emergenze, ma a costo della vitalità. Questa è una proposizione empirica nella psicologia sociale e penso che l’evidenza sia pesantemente in suo favore. In generale, servirsi del potere per portare a termine un lavoro è inefficace nel breve periodo. Il potere esterno inibisce la funzionalità interna. Come diceva Aristotele, «l’anima si muove da sé».


Nel suo recente libro Oltre la libertà e la dignità, B.F. Skinner sostiene che questi sono pregiudizi difensivi che interferiscono con il condizionamento operativo delle persone verso i traguardi che desiderano, la felicità e l’armonia. (È strano incontrare di questi tempi una riesposizione nuda e cruda dell’utilitarismo di Jeremy Bentham). Non coglie il punto.


Ciò che si può obiettare al condizionamento operativo non è che violi la libertà, ma che il comportamento che ne segue è sgraziato e di bassa qualità, oltre che incostante.  Non è assimilato come una seconda natura. Skinner è così impressionato dal fatto che il comportamento di un animale possa essere plasmato completamente in modo da agire secondo lo scopo dell’istruttore, che non riesce a confrontare questa azione con il comportamento inventivo, flessibile e in continuo sviluppo dell’animale che agisce e risponde agli stimoli del suo ambiente naturale. E, per inciso, la dignità non è un pregiudizio specificamente umano, come egli pensa, ma è l’atteggiamento usuale di ogni animale, che viene rabbiosamente difeso quando l’integrità organica o lo spazio individuale vengono violati.


Desiderare la libertà è certo uno stimolo per il cambiamento politico più forte dell’autonomia. Dubito comunque che sia altrettanto tenace. La gente che fa il proprio lavoro a suo modo di solito riesce a trovare altri mezzi che non siano la rivolta per continuare a farlo, compresa molta resistenza passiva all’interferenza. Per realizzare una rivoluzione anarchica, nei momenti iniziali della sua attività Michail Bakunin voleva affidarsi proprio ai reietti, ai delinquenti, alle prostitute, ai forzati, ai contadini senza terra, ai sottoproletari, a quelli che non avevano niente da perdere, neanche le loro catene, ma che si sentivano oppressi. C’erano molte truppe di questo tipo nel tetro periodo di massima fioritura dell’industrialismo e dell’urbanizzazione. Ma naturalmente è difficile organizzare per una lunga lotta gente che non ha nulla e viene presto facilmente sedotta da qualche fascista che può offrire armi, vendetta e un momentaneo afflusso di potere.


Il pathos delle persone oppresse che bramano la libertà è che, se riescono a liberarsi, non sanno cosa fare. Non essendo mai stati autonomi, non sanno come affrontare le situazioni e prima che imparino è di solito troppo tardi. Nuovi dirigenti hanno assunto il comando, che possono essere più o meno benevoli e fedeli alla rivoluzione, ma non hanno mai avuto fretta di abdicare.


Gli oppressi sperano troppo dalla Nuova Società, invece di stare caparbiamente attenti a gestirsi le proprie cose. L’unico movimento di liberazione di successo a cui riesco a pensare è la rivoluzione americana, realizzata in gran parte da artigiani, coloni, mercanti e professionisti che innanzitutto avevano interessi in gioco, volevano liberarsi da interferenze esterne e godettero successivamente di una prospera semi-anarchia per circa trent’anni: allora nessuno si preoccupava molto del nuovo governo. Erano protetti da tremila miglia di oceano. I rivoluzionari catalani durante la guerra civile spagnola avrebbero potuto ottenere lo stesso risultato per le stesse ragioni, ma fascisti e comunisti li fecero fuori.


L’anarchia richiede competenza e fiducia in sé stessi, il sentimento che parte del mondo mi appartiene. Non fa presa tra gli sfruttati, gli oppressi e i colonizzati. Così, sfortunatamente, manca di una spinta potente verso il cambiamento rivoluzionario. E tuttavia nelle floride società liberali d’Europa e d’America abbiamo una favorevole possibilità di questo tipo: le persone sufficientemente autonome, fra la classe media, i giovani, gli artigiani e i professionisti, non possono fare a meno di vedere che non è possibile continuare così con le attuali istituzioni. Non possono fare un lavoro onesto e utile o praticare nobilmente una professione; le arti e le scienze sono corrotte; imprese modeste devono essere gonfiate oltre ogni misura per sopravvivere; i giovani non riescono a trovare una vocazione; è difficile crescere i bambini; il talento è soffocato dai titoli di studio; l’ambiente naturale viene distrutto; la salute è messa in pericolo; la vita della comunità è inconsistente; i quartieri sono brutti e insicuri; i servizi pubblici non funzionano; le tasse vengono sperperate per guerre, insegnanti e politici.


Allora essi possono fare dei cambiamenti, per estendere le aree di libertà eliminando sempre più le interferenze. Tali cambiamenti possono essere a spizzichi e non drammatici, ma devono essere essenziali, poiché molte delle attuali istituzioni non possono essere rimodellate e la tendenza del sistema nel suo insieme è disastrosa. Mi piace il termine marxista «estinzione dello Stato», ma deve iniziare ora, non in futuro; e la meta non è una Nuova Società, ma una società tollerabile in cui la vita possa andare avanti.


 


 


traduzione di Francesco Minola


 




permalink | inviato da il 13/2/2005 alle 16:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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