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L’errore da Cartesio a Blade Runner
post pubblicato in Psiche e Libertà, il 1 dicembre 2006

Gli psichiatri non sbagliano mai.

L’errore da Cartesio a Blade Runner.

 

Luigi Corvaglia

 


Le scienze psicologiche sono l’abito che ammanta il mondo odierno fornendogli lo stigma della modernità. Non esiste nulla che oggigiorno non venga letto attraverso tale filtro. Eppure, se prendiamo per buona la definizione della modernità come l’acquisizione del disincanto a discapito del mondo incantato e magico che associamo all’oscurità dei tempi pre-moderni, ci accorgiamo che il peso di tale abito rischia talvolta di zavorrare l’uomo moderno ad una modalità psichica arcaica. Si potrebbe altrimenti dire che un certo preponderante modo di indagare la realtà psichica è la spia della sopravvivenza di un “habitus” ancestrale nell’ uomo odierno. Ciò almeno fino a che non si riuscirà a superare Cartesio.  

Ciò, infatti, non significa esclusivamente lasciarsi indietro il dualismo fra res cogitans e res extensa ma, tramite questo,  operare il superamento di molte gabbie culturali che grande influenza hanno avuto nel plasmare l’idea occidentale del mondo. Innanzitutto, significa oltrepassare  tanto il determinismo che è il portato delle letture materialistiche da Democrito in poi, quanto il razionalismo che in Cartesio ebbe appassionato partigiano – la sua res cogitans è anima razionale nel senso più banale del termine, cioè “ragiona” - quanto perfino, paradossalmente ma non troppo, lo spiritualismo non indagabile e non descrivibile, cioè la tendenza che caratterizza chi si concentra solo sull’anima a scivolare in un mondo delle idee autonome, sganciate da qualunque estensione fisica.  E’ l’idealismo che origina in Platone e, fra  rami principali e rigagnoli, giunge fino alla pozzanghera new age. Il dualismo cartesiano, in altre parole, affiancando due monismi, cioè due riduzioni del molteplice ad un’ unica forma di esistenza, non contribuisce affatto a costruire l’unità dell’individuo che Aristotele aveva abbozzato (poi avremmo dovuto aspettare Spinoza), ma delimita ulteriormente due campi separati, ne sottolinea la differenza e li rende incomunicabili, al di là dell’escamotage dell’influenza reciproca tramite la ghiandola pineale; quindi,  un corpo democriteo e un’anima platonica. Ciò è il motivo, ad esempio, del ritardo della psicologia rispetto alla fisiologia ed alla medicina, perché la macchina corporea non era soggetta ai veti e ai timori reverenziali che circondavano l’”anima”. All’interno, poi, delle scienze psicologiche e della psichiatria, ciò è alla base della contrapposizione fra pratiche di modificazione del comportamento che arrivano a chiudere la mente in una scatola nera (Watson, Skinner, ecc.) e i mentalismi privi di qualunque aggancio organico, talvolta perfino di rigore, epistemologicamente infalsificabili nel senso di Popper. Questi ultimi, non di rado,  si manifestano nell’avversione per principio di certi psicoterapeuti per le pratiche psichiatriche che hanno il corpo quale terreno privilegiato, prima fra tutte la psicofarmacologia (non che non esistano i motivi per diffidarne, ma tali motivi non dovrebbero essere di carattere  pregiudiziale, basati cioè solo sul principio dell’immaterialità della psiche). La stessa psicosomatica, che in teoria dovrebbe permettere il rincontro delle due entità cartesiane, è più un modo molto  “a la page” di esprimere giudizi che una scienza dell’uomo ritrovato . In gran parte delle sue manifestazioni, infatti, la cosiddetta psicosomatica studia il rapporto “fra mente e corpo”, ma lo fa ora con una griglia per cui i sintomi fisici sarebbero il linguaggio per esprimere ciò che la res cogitans detta (non si sa come, senza neppure l’ausilio delle ghiandola pineale), ora limitandosi a studiare i canali fisici attraverso cui le emozioni, biologicamente intese, si trasformano in sintomi organici.  Bertand Russell, più modernamente,  ci ricordava invece che “mentre la materia nella fisica moderna è divenuta meno materiale, la vita dell’anima è divenuta nella moderna psicologia meno spirituale”. Una forma di “monismo neutrale”, né mentalistico né materialistico.

       Di più, andare oltre Cartesio significa rivedere la contrapposizione fra empirismo e razionalismo. Cartesio, col suo “Cogito ergo sum”, fu partigiano di quest’ultimo. La ragione è “ il potere di giudicare rettamente distinguendo il vero dal falso” in modo intuitivo più che logico, aristotelico (cioè per sillogismi); intuito e deduzione ci portano alla verità. Questo apre un grosso problema, quello dell’ “errore”. Perché dunque si sbaglia? La razionalità della res cogitans può quindi fallire? Questo quesito ha grande importanza per lo psicoterapeuta e per lo psichiatra. Qui Cartesio attribuisce la colpa al corpo i cui umori influenzerebbero lo spirito creando le passioni ubriacanti. Le emozioni, prodotti del corpo, influenzano il pensiero. Del resto, la psicoanalisi incrina la nostra fiducia nella razionalità e lo fa con argomentazioni invero non lontanissime da quella di Cartesio ( che invece della razionalità si fidava eccome). Il “replicante” di Blade Runner, il film tratto dal romanzo di P. Dick (Do androids dream of electric sheeps?) in cui si immaginano degli androidi che, forniti di logica, autocoscienza e falsi ricordi, non sanno di esserlo, se privato dei chips emotivi, sarebbe dunque infallibile? Egli è sicuramente essere in condizioni da recitare il “cogito” cartesiano (è dunque essere “umano”?) pur essendo esclusivamente res extensa. Ben prima di Freud e di Dick, in pratica in contemporanea con lo svolgersi della vita  del francese, gli empiristi inglesi erano già andati “oltre Cartesio” quando analizzarono le motivazioni nascoste dietro gli errori sganciandole dai fattori “animali” e collegandole, invece, ai processi insiti alla mente stessa, una mente che può essere indotta nell’errore dai suoi stessi procedimenti logici. Qui, al limite, è l’emozione ad essere un prodotto dei processi di pensiero. E’ impossibile per lo psicologo non cogliere la similitudine fra questa concezione dell’errore e la teoria cognitivista della genesi dei fenomeni  psichici  disfunzionali. Quando Francis Bacon parla degli “idola”, i pregiudizi che inducono l’uomo all’errore come deformazioni personali (idola specus) e collettive (idola tribus), dipendenti da vari fattori culturali e di vita, la mente non può non andare a quelle che la scuola cognitivista definisce  “distorsioni cognitive”, “deduzioni arbitrarie”, “assunti di base”, ecc. Bacon inaugura la stagione del dubbio sulla coscienza razionale dell’uomo e mette in luce la costruzione personale del mondo e dell’esistenza. Il replicante di Blade Runner, sarebbe fallibile anche senza chips emotivi? Ma se fosse dotato di circuiti studiati in modo da non produrre distorsioni cognitive? Del resto, esse stesse sono prodotte anche da processi emotivi.

La via per la conoscenza e la verità, dunque, dov’è? Bacon, e con lui gli scienziati occidentali, rispondono che è nell’induzione, cioè nell’astrarre regole generali dall’osservazione di fatti particolari. I fatti precedono le teorie. D’altro canto, l’empirismo induttivista di Bacon e degli altri inglesi su cui si basa la conoscenza scientifica è stato messo in crisi dalla riformulazione di detti principi da parte degli autori del “circolo di Vienna” (Popper)  che ci mostrano che la conoscenza aumenta con un sistema ipotetico-deduttivo, cioè osservando, strutturando ipotesi che orientano nuove osservazioni; la teoria, insomma, precede i fatti e ne guida l’osservazione. Questo modo di conoscere contraddistingue anche la mente del singolo uomo – ognuno è uno scienziato popperiano -  ma un sistema ipotetico-deduttivo non produce verità indiscutibili, bensì visioni “verosimili”, reali perché utili e solo fino a prova contraria. Una teoria è buona, cioè, solo se falsificabile. Se manca di elementi falsificabilità, non ha niente di “scientifico”. La teoria della terra piatta, dunque, era una buona teoria, perché, una volta invalidata dal viaggio di Colombo, è stata abbandonata e sostituita da altra più verosimile. E’ qui il criterio di demarcazione fra la salute e la patologia psichica, cioè nei processi epistemologici. I deliri (e le fedi che ne sono il risvolto collettivo) sono infalsificabili secondo il principio di Popper, impermeabili, inattaccabili. Perché? E’ frutto del “diavoletto cartesiano” che si diverte a creare un mondo irreale? O forse il frutto di sillogismi errati (sarebbe  la risposta di uno scienziato aristotelico)? Forse perché gli umori del corpo influenzano il funzionamento di ciò che appare come spirito (la risposta dell’organicista cartesiano)? Forse per una dinamica tutta interna all’anima (la risposta dello spiritualista cartesiano)? E’ su questo punto, io credo, che la psichiatria abbia difficoltà ad andare oltre Cartesio, sul doppio piano delle dicotomia spiritualismo-meccanicismo e  razionalismo-empirismo. Chi scrive ritiene valida la visione del cognitivismo più avanzato, cioè che il delirio sia una strutturazione mentale in risposta alla invalidazione di costrutti fondamentali su cui si regge l’identità della persona. Il delirio, l’errore massimo, cioè, riguarda i processi cognitivi e metacognitivi che concorrono a dare un senso, tramite vari “idola”,  a eventi interni ed esterni altrimenti non catalogabili le cui origini – intendo dire tanto dei processi cognitivi quanto degli eventi -  è comunque nella estensione materiale del corpo dell’uomo e del mondo;  uomo, si badi bene, comunque  in relazione dinamica con un  mondo a sua volta materiale, emotivo, culturale; uomo che è elemento di un sistema che è  prodotto, a sua volta, dalla interazione di tutti gli uomini. Ciò  ricostruisce l’ unità di un individuo biologico-ipotetico-deduttivo. Il monismo neutrale di Russell. Detto ciò, i costrutti che questo uomo (o androide) scienziato-popperiano produce rischiano di esser squalificati a deliri o eletti a verità inconfutabili sulla base di un meccanismo “di mercato” che premia alcune ipotesi a discapito di altre concorrenti, in “belle indifference” nei confronti della logica dell’infalsificabilità e sulla semplice scorta degli “idola tribus” di cui gli uomini, psichiatri inclusi, sono devoti. Come ci ricorda Szasz, se noi parliamo con Dio, stiamo pregando, ma se Dio parla con noi, siamo schizofrenici.    

 

PS

Do androids pray an electric God?   




permalink | inviato da il 1/12/2006 alle 22:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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