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Mercato e penuria
post pubblicato in Dibattiti, il 19 novembre 2006

Mercato e penuria

Dibattito fra Paolo Ranieri e Luigi Corvaglia 


Paolo Ranieri risponde alla critiche  mossegli da Luigi Corvaglia nel saggio “Ripensare l’Anarchia” (RLA). Segue risposta dell'autore.


 

P. R. in Times New Roman blue

L. C. in Arial nero


Postille al Corvaglia-pensiero

Paolo Ranieri

Non ho ancora finito di leggere, perché il malloppo è cospicuo; faccio alcune osservazioni riguardo a ciò che scrivi di me, per ora (sono onorato comunque di essere trattato come un Autore, al pari degli altri che citi, molti dei quali, da Berlin a Landauer, di grande portata). Cito:

 

RLA
>
Ma è nella concezione radicale di Paolo Ranieri che la proprietà di tutti finisce con l’essere quella di nessuno, cioè una serie di “condotte concludenti”, cioè di appropriazioni che durano il tempo della consumazione dell’atto (“l’atto che dà vita alla norma, e in quell’atto la norma si esaurisce”). La mela che mangio, prima che la cogliessi era di tutti, ma diviene mia nell’atto di ingoiarla, digerirla e defecarla (immagino che le feci tornino poi ad essere patrimonio collettivo). In tal caso l’anarchico si configura come Lucignolo nel Paese dei Balocchi. Qui non esiste una “pars costruens”, un mondo nuovo da edificare con tanto di “homo novus”, e questo aspetto rende la cosa più razionale e meno utopica del mutualismo kropotkniano alla “volemose bbene”. Domina anzi la pars destruens.

 

Questo perché tu introduci una distinzione fra pars construens e pars destruens, che si applica al pensiero (è una distinzione tipica dell’ambito filosofico e giuridico), ma che è impropria a comprendere la realtà materiale. L’esempio tuo delle feci lo indica chiaramente; mangiando la mela, tu hai distrutto la mela, ma hai costruito te e prodotto un tot di feci. Entrambe cose che costituiscono il mondo nuovo, quello orfano di quella mela. Un peggioramento? Un miglioramento? A te, per cominciare, è parso un miglioramento; ma nota che la mela era per sua propria natura caduca. Se tu non la mangiavi, finiva per marcire, diventare simile a feci anche senza bisogno del tuo intervento, con l’unico limite di non aver nutrito e in qualche maniera riprodotto te. Il fatto che nulla si crea e nulla si distrugge, non è solo una di quelle frasi tipo “apprendiamo non per la scuola, ma per la vita”, ma la base dell’esperienza reale – quando non la si mistifichi. Se io nel mezzo del corridoio, piazzo una porta, costruisco una separazione e distruggo il libero transito. Se io tolgo una porta che c’era, costruisco possibilità di movimento, distruggo una difesa reciproca fra i due spazi. E’ distruttore chi mette i reticolati per dividere le proprietà o chi li toglie? E chi è costruttore?

Nello specifico, posso dirti che io, coerentemente con l’opera di una vita, intendo agire (e indurre tutti a fare lo stesso, con l’esempio, la parola, non esclusa qualche pedata nel culo) perché vengano continuamente favorite le pratiche che sottomettono gli oggetti alle persone, e contrastate le pratiche opposte. A me piace così, mi pare che in tal modo vengano incentivati gli istinti più simpatici, la realtà risulti più armoniosa, le cose stiano al loro posto (piuttosto in basso: a me pare che uno che rifiuta qualcosa a un altro per timore di restare senza, indichi che quella cosa gli interessa più di quella persona, sia un pover uomo), tutto sia più semplice, il presente domini sia il passato (il momento dell’accumulazione) sia il futuro (il momento della paventata carestia). A me pare bello così.

Quindi non c’è contraddizione fra egoismo e virtù, perché entrambi i termini definiscono male la mia passione, che in fondo è soprattutto quella di combattere la paura. Io vedo nella proprietà un atto di vigliaccheria

 

 

RLA

>Qui non c’è “collettivizzazione” a-posteriori, in quanto si agisce in un mondo naturalmente ed originalmente collettivo – c’è in pratica un riconoscimento di un diritto, quello di tutti all’usufrutto – da riconquistare ma è proprio questo comunismo “nature” coniugato al diritto del singolo (diritto espresso nell’atto) alla spoliazione a risultare incongruente. Comunque questo processo di spoliazione, che in breve porterebbe ad un deserto non più spoliabile,

 

Questa è una fissazione, determinata dall’ipnosi maligna di qualche secolo di capitalismo, per cui pare impossibile che il mondo possa riservare dei piaceri, senza dosi da cavallo di lavoro e di produzione industriale. Per cui, si legge una prospettiva antilavorativa e antiproprietaria, come una sorta di saccheggio d’un supermercato, divertente fintanto che gli scaffali non siano rimasti vuoti, e poi? Non esiste ragione perché si debba credere che gli individui, la maggior parte tutti i giorni edifica con la miglior cura un mondo che gli viene sottratto e rivenduto, dovrebbero invece dissiparlo una volta che fossero stati sconfitti e messi in rotta gli espropriatori, e ciascuno potesse disporre del mondo come di cosa sua, dove possa rispecchiarsi il suo valore. Nota che io non affermo che il mondo è res nullius, che ciascuno può scagazzare a piacere; ma è di tutti, e che l’attenzione che ciascuno riserva oggi a quelle quattro misere cose che gli vengono permesse, potrebbe domani riservarla al mondo intero e in particolare a quella parte del mondo dove avesse la sorte d’operare.

 

RLA

Non è molto congruente neppure con il supposto “buon senso” che – ed è questo il tallone d’Achille anarchico – tanto gli stinchi di santo come Tolstoj, quanto i cattivoni come Stirner ritengono risolverebbe ogni questione.

 

Pensano così, perché infine risolve tantissimo (ogni giorno di meno) pure oggi: mi spieghi perché una grande impresa vissuta nell’autonomia e nella libertà dovrebbe rendere gli individui più coglioni di quanto oggi già siano? Le condotte autolesioniste che oggi vedi diffondersi, sono pensabili perché chi le commette è convinto di avere un ambito proprio salvaguardato altrove e garantito dalle leggi dove la ricaduta delle sue leggerezze non arriverà. Chi investe nelle multinazionali che disboscano l’Amazzonia, non investirebbe nelle multinazionali che disboscassero dietro casa sua. Chi lascia disboscare vicino casa sua, crede di trarne guadagni tali da poter passare la maggior parte del tempo nel parco di Yellowstone, insieme con Yoghi. Tutti perseguono il meglio per sé stessi, cioè si illudono di farlo, ed è proprio questa caratteristica – come indica bene Fourier, che hai colpevolmente omesso dalla tua analisi – a rendere possibile un mondo privo di autorità.

 

RLA

>Quando ognuno si rendesse conto di essere proprietario di un mondo indiviso – cosa, ripeto che è assolutamente vera in senso originario – la teoria del buon senso di Paolo cadrebbe miseramente. Il “buon senso” funziona solo in condizioni di abbondanza.

 

Non si capisce perché: in condizioni di penuria, che comunque mi pare che sia precisamente la società fondata sulla proprietà a moltiplicare, tu confronti vantaggi e svantaggi di fabbricare ciò che ti manca o strangolare chi sta usando ciò che manca a te. Il buon senso ti dà la risposta, che di rado è quella dello strangolamento, perché un eccesso di instabilità delle relazioni peggiorerebbe terribilmente l’esistenza, di più che fabbricare tu quel che ti serve, o sedurre con le buone qualcuno perché ti aiuti, o emigrare in luoghi più attrezzati. Non dimenticare che io ho vissuto a lungo in condizioni di penuria, in ambiti dove la prepotenza godeva delle condizioni per avere libero corso. E ti garantisco che di prepotenza ne viaggia poca, ma davvero poca.

 

RLA

E’ vero che ogni mattina tutti noi prendiamo il nostro ombrello dal portaombrelli e non assaliamo gli altri per disombrellarli ma ciò avviene perché tutti possiamo accedere ad ombrelli a basso costo grazie alla produzione di massa, cosa che non sarebbe possibile nello stato di natura ranierano dove l’eventuale ombrellaio i suoi se li terrebbe per sé oppure li cederebbe dietro compenso, scambio, baratto, cioè creando un mercato, e comunque ad un costo elevato a causa della bassa produzione rispetto alla domanda ed alla artigianalità dei manufatti.

 

Non so: io non uso mai l’ombrello, che reputo oggetto degradante e ridicolo. Se piove mi bagno e non circolo recando innalzata la bandiera della mia coglionaggine. Comunque, fidando che l’ombrello sia cosa degna, mi pare che il mondo oggi ne sia invaso. Se consideri che in un mondo liberato dal lavoro pochi uscirebbero con la pioggia, visto che potrebbero benissimo farne a meno; che la costruzione d’ombrelli non mi pare particolarmente complessa e avviene già oggi in forma artigianale e questo tanto più vale per la pletora d’ombrelli che già esiste; che si spera che un’umanità libera dalle vigliaccherie per la conservazione della salute o d’altro, ripudierebbe un oggetto così turpe, io non mi preoccuperei granché per l’ipotetica penuria. I devoti della risibile cupoletta se li potrebbero fabbricare con comodo, liberi come sarebbero dalle mille fesse incombenze sociali.

 

RLA

Per finire, incongruente è l’essenzialismo umano implicito in tale visione, cioè la commistione di egoismo (soddisfare le proprie esigenze immediate in barba agli altri) e virtù (buon senso e condivisione), la stessa di chi, liberista, ha teorizzato delle “virtù dell’egoismo”. Né secondaria mi sembra la considerazione che in questa comunità di cacciatori-raccoglitori (perché l’agricoltura, quello scemotto di Zerzan ce lo “insegna”, è mamma dell’oppressione) l’economia sarebbe, nel migliore e più improbabile dei casi, di sussistenza e quindi compatibile al massimo con una libertà “negativa”.

 

Questa è un’altra idea tua, derivata dalla medesima ipnosi indicata sopra, che il mondo sia divenuto meno povero, più ricco di possibilità, col crescere della produzione e col ripudio della sussistenza (che più che un’economia, ne è l’opposto). Basta che tu vada poco lontano da te, ad Urupia, che sulla sussistenza fonda il proprio progetto, che non sarà lussuoso ma nulla ha a che spartire con la penuria, per toccare con mano la fallacia del tuo presupposto.

 

RLA

Isahia Berlin ha chiaramente distinto l’idea di libertà come privazione, mancanza di costrizione, libertà appunto “negativa” (quella possibile nell’arcadia dei raccoglitori), che è una libertà da un potere (nella fattispecie, dalla proprietà), rispetto ad una libertà “positiva” o libertà di, che nel mondo pre-agricolo può declinarsi in ben pochi casi. Quando Murray Bookchin esalta le società organiche primitive (le stesse che piacciono a Zerzan e ad altri primitivisti luddisti ipertecnologici) lo fa utilizzando lo strumentario psicoanalitico; parla infatti di un “principio di piacere” che, nella società attuale, è soffocato dal “principio di realtà” produttivistico mentre, sue parole, “ nelle società organiche il principio di realtà nasceva dai limiti fisici naturali”, in altre parole, non era necessario che qualcuno imponesse autoritariamente un limite in quanto la natura lo imponeva naturalmente. Laddove è la natura stessa a fissare i limiti della realtà con cui si confronta il principio di piacere, la realtà (mi si passi il gioco di parole) è che c’è ben poco da trarne piacere. A questo punto l’uomo atavico in un mondo atavico è libero nella stessa misura in cui un disoccupato è libero dal fisco. Però è tanto romantico.

 

Fai molte osservazioni azzeccate, e molti ragionamenti che sarebbero logici se le premesse fossero vere, il che non sempre é. In realtà l’equivoco nasce proprio dalla questione iniziale, per cui il raccoglitore, il nemico del lavoro, è percepito come un predone di qualcosa fabbricato da altri, uno spoliatore, e non già un costruttore di situazioni, un trasformatore del mondo. Questo perché, ed è un tipico limite dell’approccio anarchico, non percepisci la libertà come un processo di trasformazione del presente, ma come un futuro da instaurare. Il mondo atavico, allora, vedresti che non c’entra nulla, se non come indicazione di altri modi CHE SONO STATI possibili. Oggi si tratta di utilizzare la natura, compresa la natura umana, di cui disponiamo oggi, le capacitò che si sono accumulate, la strumentazione che è disponibile, e così via. Ciò che occorre è cambiare di segno alla vita, il che presumibilmente comporterà delle scelte anche molto radicali rispetto a un sacco di questioni. Ma stabilire oggi quali debbano essere queste scelte, rovina tutto il gioco, che è quello di rimodellare il mondo secondo le passioni combinate degli individui. Tu ometti, quasi fosse un semplice segno d’interpunzione, il passaggio chiave della rivoluzione, cioè di quel processo collettivo che instaura la libertà, e, nella demolizione di tutto ciò che esiste separatamente dagli individui, attiva le capacità di armonizzare le passioni dei singoli e di raccogliere ciò che esiste in maniera positiva, attenta a lasciare, dopo il nostro passaggio, ciò che si vorrebbe ritrovare. La rivoluzione stessa è un processo ugualmente costruttivo e distruttivo, e pare buffo credere che persone come i nostri contemporanei timorosi d’ogni germe e d’ogni intemperie, dovrebbero convertirsi in dissipatori deliranti e inconsapevoli, in Lucignoli. Perché dobbiamo pensare, quasi avessimo dodici anni, che qualcuno, se è libero, debba condursi come un fesso e un zozzone? E che solo la costrizione induce le persone a interagire anche positivamente? Perché, nonostante le mille costrizioni, già oggi la gente collabora positivamente, anche quando, soprattutto quando non ve la costringe nessuno.


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                                                 Titilla la postilla


 Luigi Corvaglia

 

 

Riprendiamo i fili del discorso con qualche osservazione. Tu dici:

 

Tu introduci una distinzione fra pars construens e pars destruens, che si applica al pensiero (è una distinzione tipica dell’ambito filosofico e giuridico), ma che è impropria a comprendere la realtà materiale(...) E’ distruttore chi mette i reticolati per dividere le proprietà o chi li toglie? E chi è costruttore?

 

Che la distinzione fra pars costruens e destruens sia innaturale è ovvio, si tratta di un artificio utile a individuare e scindere, come fossero realizzati in momenti diversi, quegli stessi elementi costruttivi e distruttivi che tu evidenzi in ogni intervento sul mondo ( e che Shumpter, come ti faceva notare Fabio, sottolinea riguardo all'opera del capitalista). Io ho semplicemente notato , e nemmeno in termini negativi, come la motivazione alla base delle azioni del tuo uomo sia fondamentalmente di tipo de-costruttivo. Ciò indipendentemente dalle loro ricadute "biofile" che ne sono l' eventuale epifenomeno. Volevo solo dire che non c'è nella tua visione un progetto di costruzione di un mondo "ideale" (e che questo è un punto a tuo favore).

 

a me pare che uno che rifiuta qualcosa a un altro per timore di restare senza, indichi che quella cosa gli interessa più di quella persona, sia un pover uomo),

Sapevo che al fondo della tua anima giaceva uno spirito cristiano. Molto ascetico per un edonista. In linea di massima ed in astratto concordo con quanto dici. La centralità delle "cose", del "pratico-inerte" sartriano, è il peggiore dei prodotti di scarto della società dei consumi, nel senso che l'uomo ormai si definisce nei suoi oggetti (generalmente in quelli più voluttuari). Ritengo però che prima, nella società pre-industriale, gli oggetti avessero in un certo senso molto più "valore", molta più considerazione di quanto non avvenga al giorno d'oggi, nel senso che chi aveva la fortuna di possedere qualcosa - o vi aveva semplicemente messo addosso le mani - questa cosa se la teneva ben stretta per tutta la vita (le scarpe si risuolavano, i cappotti si rivoltavano - l'ideale della "roba" di Verga), mentre oggi i danni più seri sono prodotti proprio dalla propensione al ricambio ed al consumo.

In secondo luogo, tu parli di una generica "cosa" e di una generica "persona" e valuti quest'ultima, scontatamente, più importante della prima. Però la persona di cui parli è un "homo" che assomiglia al cristiano "prossimo tuo" o all' Uomo che i liberali immaginano dotato di diritti, quello, per intenderci, che Stirner reputava "un fantasma". Mettiamogli addosso un pò di ciccia e vediamo che si merita. Se si tratta di un mio caro amico ci terrò talmente tanto che io e lui potremo utilizzare i nostri possessi in comune e faremo in modo che queste "cose" rimangano sempre in buone condizioni perchè entrambi possiamo continuare ad usufruirne a lungo. A questo punto l'oggetto stesso diviene un veicolo di informazioni sulla qualità della nostra relazione, e la arricchisce. Gli oggetti rimangono in basso e gli uomini in alto. I primi servono i secondi in termini strumentali e relazionali. Qui siamo dalle parti della tua concezione. Ma se l'altra persona mi sta sul glande è ben probabile che questo nutra per me gli stessi sentimenti e il problema dell'oggetto non si pone neppure. In tal caso, viene prima la mia mancanza di empatia nei suoi confronti, poi il fatto di negargli l'oggetto. Questo non mi fa quindi sentire "un pover'uomo" perchè il fatto di negargli ciò che attualmente è in mio potere (grazie al sistema di scambi) diviene comunicazione, sottolineatura del mio disprezzo nei suoi confronti e rinforza i confini fra me e lui. In mezzo, fra l'amico e il nemico, c'è tutta l'ampia zona grigia governata dal "buon senso" e dalla decisione volta per volta, mentre tu sembri volere una "legge" garantita una volta per tutte. Morale: una "cosa" è semplicemente un "oggetto transizionale" che svolge simultaneamente una funzione pratica (ad esempio, la risibile cupoletta dell'ombrello ci ripara dalla pioggia) ed una comunicativa. Ma che comunica? Quello che già esiste in termini di relazione e che quindi non ha creato. La freccia di selce ha permesso la caccia, ha distrutto una pietra e creato uno strumento di offesa, ha creato il cacciatore, ha distrutto la selvaggina, ha creato la sazietà e distrutto la fame, incrementato le consumazioni di cibo intorno al fuoco e si potrebbe continuare fino ai fast food e ai falò sulla spiaggia ma il fatto centrale è che se io e te usiamo a turno la nostra freccia, è perchè siamo amici (massì, magari la nostra stessa amicizia nasce proprio con quella freccia), se te la punto contro è perchè siamo nemici.

Non sono gli oggetti che sottomettono le persone; quando sembra che avvenga questo è perchè sono le persone che, date certe condizioni del capitalismo, si riducono ad oggetti, sono "reificate" e naturalmente si vivono con gli oggetti su un piano di parità o perfino subalterno.

 

Quindi non c’è contraddizione fra egoismo e virtù, perché entrambi i termini definiscono male la mia passione, che in fondo è soprattutto quella di combattere la paura. Io vedo nella proprietà un atto di vigliaccheria

Per me è anche peggio, è un atto di violenza. Solo che nella tua a-prioristica concezione negativa (ma non c'era una funzione costruttiva e distruttiva in ogni cosa?) c'è ancora una volta un che di moralistico, mentre a mio modo di vedere il giudizio sulla "bontà" e "cattiveria" di qualunque cosa è sospeso essendo le condizioni a definire il valore delle cose tramite il famoso buon senso.

 

una fissazione, determinata dall’ipnosi maligna di qualche secolo di capitalismo, per cui pare impossibile che il mondo possa riservare dei piaceri, senza dosi da cavallo di lavoro e di produzione industriale.

No, no. Ritengo che lavoro e piacere siano invece assolutamente incompatibili e contrapposti essendo il primo legato all'ascetismo e alla costrizione e il secondo esattamente il contrario. Io non mi riferisco al lavoro e alla produzione industriale, ma al possesso ed allo scambio. Senza scambio non c'è abbondanza (di beni, di idee, di invenzioni, di attività ludica, di attività sessuale, ecc.) ma penuria. Se nella mia zona ci sono molte olive e nella tua albicocche e noi le vogliamo entrambe, che si fa? Ognuno di noi potrebbe prendere una quota di ciò che la terra in cui vive ed il proprio clima produce e lo scambierebbe con la quota dell'altro. Questa ipotesi rientrerebbe nella tua concezione di "buon senso"? Bè, è scambio. Se però io parto e vengo da te e raccolgo nottetempo le albicocche nel giardino sotto casa tua e tu al mattino non hai nè albicocche nè olive invece non è scambio. Ma non è neppure buon senso.

 

Per cui, si legge una prospettiva antilavorativa e antiproprietaria, come una sorta di saccheggio d’un supermercato, divertente fintanto che gli scaffali non siano rimasti vuoti, e poi? Non esiste ragione perché si debba credere che gli individui, la maggior parte tutti i giorni edifica con la miglior cura un mondo che gli viene sottratto e rivenduto, dovrebbero invece dissiparlo una volta che fossero stati sconfitti e messi in rotta gli espropriatori,

Più che esatto. Non c'è alcuna ragione. Userebbero soluzioni ragionevoli. Del tipo di quella citata sopra. Lo scambio.

 

in condizioni di penuria, che comunque mi pare che sia precisamente la società fondata sulla proprietà a moltiplicare, tu confronti vantaggi e svantaggi di fabbricare ciò che ti manca o strangolare chi sta usando ciò che manca a te. Il buon senso ti dà la risposta, che di rado è quella dello strangolamento, perché un eccesso di instabilità delle relazioni peggiorerebbe terribilmente l’esistenza, di più che fabbricare tu quel che ti serve, o sedurre con le buone qualcuno perché ti aiuti, o emigrare in luoghi più attrezzati. Non dimenticare che io ho vissuto a lungo in condizioni di penuria, in ambiti dove la prepotenza godeva delle condizioni per avere libero corso. E ti garantisco che di prepotenza ne viaggia poca, ma davvero poca.

Precisamente. E' bene che chiarisca il mio concetto perchè - hai ragione - si presta ad essere male interpretatato. Quando parlo di "penuria" intendo una situazione in cui non sono soddisfatti i bisogni fisiologici di base, quelli che Maslow pone alla base della sua "piramide", cioè cibo, sonno, sicurezza. Se tali necessità non sono soddisfatte non vengono neppure attivate le motivazioni di ordine superiore, di tipo prevalentemente sociale. Queste ultime sono rese possibili dall' "empatia", la capacità di entrare in contatto con l'altro, di capire che, il più delle volte, come tu dici, vale più di una "cosa". Se però questa cosa è il cibo e io non mangio da giorni, mi dispiace per l'altro ma il " buon senso" mi dice che l'opzione migliore è fregarlo sul tempo (la sopravvivenza dell'individuo ha il sopravvento su quella della specie). E' in tal senso che parlo di incompatibilità fra penuria e buon senso. Detto questo, però, è fondamentale che chiarisca che ritengo impossibile la perpetuazione di questo stato hobbesiano perchè non appena si stabilizzino delle relazioni si produrranno delle consuetudini ( che immagino sia la tua concezione di buon senso) volte ad impedire la poco funzionale instabilità sociale. Solo delle condizioni artificiali, come giustamente affermi, possono mantenere in piedi la scarsità. Ad esempio, la proprietà del latifondista o l'ideologia delle caste in India. In condizioni "naturali" la penuria non può perpetuarsi proprio grazie allo strutturarsi di un sistema di scambi. Non è solo la mia formazione relazionale-sistemica a portarmi a dire ciò, ma anche la mia esperienza nelle comunità psichiatriche, luoghi di assurda contenzione e distacco dal mondo "civilizzato", in cui, dopo una iniziale fase di anarchia negativa, le persone si organizzano in un sistema omeostatico e stabile in modo a-cefalo, in un sistema in cui lo scambio assicura di non trovarsi mai, come tu dici, a scaffali vuoti dopo l'iniziale abbuffata. E, come in carcere, di prepotenza ne viaggia poca. In altri termini, il buon senso è l'abbandono della penuria.

 

E’ vero che ogni mattina tutti noi prendiamo il nostro ombrello dal portaombrelli e non assaliamo gli altri per disombrellarli ma ciò avviene perché tutti possiamo accedere ad ombrelli a basso costo grazie alla produzione di massa, cosa che non sarebbe possibile nello stato di natura ranierano dove l’eventuale ombrellaio i suoi se li terrebbe per sé oppure li cederebbe dietro compenso, scambio, baratto, cioè creando un mercato, e comunque ad un costo elevato a causa della bassa produzione rispetto alla domanda ed alla artigianalità dei manufatti.

Non so: io non uso mai l’ombrello, che reputo oggetto degradante e ridicolo. Se piove mi bagno e non circolo recando innalzata la bandiera della mia coglionggine. Comunque, fidando che l’ombrello sia cosa degna, mi pare che il mondo oggi ne sia invaso. Se consideri che in un mondo liberato dal lavoro pochi uscirebbero con la pioggia, visto che potrebbero benissimo farne a meno; che la costruzione d’ombrelli non mi pare particolarmente complessa e avviene già oggi in forma artigianale e questo tanto più vale per la pletora d’ombrelli che già esiste; che si spera che un’umanità libera dalle vigliaccherie per la conservazione della salute o d’altro, ripudierebbe un oggetto così turpe, io non mi preoccuperei granché per l’ipotetica penuria. I devoti della risibile cupoletta se li potrebbero fabbricare con comodo, liberi come sarebbero dalle mille fesse incombenze sociali.

Quello che più ammiro di te è la capacità di usare le parole in modo affabulatorio. Se uno non sta attento rischia di perdere di vista quello di cui si sta parlando, come nel gioco delle tre carte. Qui mi sposti addirittura il bersaglio dopo che ho sparato. Guarda che l'esempio dell'ombrello era tuo (se è per questo io nemmeno ce l'ho perchè da 'ste parti non piove praticamente MAI). Sostituire ombrello con oggetto da ritenersi degno.

 

non percepisci la libertà come un processo di trasformazione del presente, ma come un futuro da instaurare.

Se hai letto il proseguio del mio zibaldone avrai capito che non è così. Il principale limite anarchico è anzi, a mio avviso, il millenarismo incentrato sul mondo nuovo, come il regno dell'abbondanza dei testimoni di geova. Credo che anarchia sia costruire quotidianamente la nostra libertà.

 

Tu ometti, quasi fosse un semplice segno d’interpunzione, il passaggio chiave della rivoluzione, cioè di quel processo collettivo che instaura la libertà,

Qui ti contraddici, mi sembra. Non avevi detto che la libertà non è un futuro da instaurare? La libertà non si instaura nè per legge, nè per decreto, nè, e non si capisce perchè dovrebbe essere altrimenti, per rivoluzione.

 




permalink | inviato da il 19/11/2006 alle 14:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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