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Ignorate questo articolo (II parte)
post pubblicato in Storia delle Idee, il 23 luglio 2009
 Ignorate questo articolo

(Istruzioni per il fallimento) 

di Luigi Corvaglia

II parte


2. Opposita sunt complementa

In un bel libro dal titolo “Come essere una perfetta madre ebrea” si legge il seguente consiglio: proponi a tuo figlio la scelta fra due camicie; appena lui ne avrà scelta una, tu digli: “l’altra non ti piace?”. Ecco, questa della alternativa fittizia è una delle trappole logiche messe in luce dalla cosiddetta “scuola di Palo Alto” quale una delle migliori tecniche di infelicitazione dell’essere umano. Le trappole logiche altro non sono se non delle strutture relazionali che non consentono di sfuggire ad una relazione malformata. Il figlio, infatti, rimane invischiato nel ricatto emozionale ed è incapace di scegliere.

Speculare l’errore opposto, quello della scelta fra opzioni che si suppone siano alternative e inconciliabili, quando l'alternativa è fittizia. Watzlawick, in “Sistemi per far ammattire” cita l’esempio del manifesto nazista che proponeva la scelta fra “nazionalsocialismo o caos bolscevico?”. Un ignoto vi attaccò un foglietto con su scritto “Erdapfel oder Kartoffel?”, traducendo la cosa nella scelta fra due  sinonimi per dire "patate". 

La nostra tendenza a semplificare il mondo, infatti, fa si che si vedano ovunque delle dicotomie. Archè e anarchè, Ordine a caos, “territorializzato” contro “nomade”, per rubare la terminologia a Deleuze e Guattari. Ma il mondo presenta più antinomie che dicotomie. Le antinomie, concetto logico che è al centro delle attenzioni della scuola psicologica di cui si sta parlando, sono caratterizzate dalla compresenza di due affermazioni contraddittorie, egualmente dimostrabili, in uno stesso procedimento logico o definizione. Esempio classico, il paradosso del mentitore (“I cretesi sono tutti bugiardi; credetemi, sono un cretese”). Le antinomie, laddove implichino delle ingiunzioni ("sii spontaneo", "ignora questo segnale") risultano in quei paradossi pragmatici di cui si  è trattato. Senza arrivare alle ingiunzioni paradossali, un caso chiarissimo di questa compresenza la troviamo nella “proprietà privata”, come esemplificato dalle due opere maggiori di P.J. Proudhon sull’argomento. In Che cos’è la proprietà, il tipografo francese afferma che essa “è un furto”; nella Quarta memoria sulla Proprietà, che questa “è libertà”. In effetti, se da un lato la proprietà esprime l’agibilità di spazi liberi ed esclusivi da parte del proprietario che fungono da contrappeso al potere dello Stato e/o della collettività, dall’altra costituisce un vulnus per la libertà del non proprietario. La pervasività del pensiero dicotomico, però, porta a valutare solo una delle affermazioni, quella più congruente con la propria ideologia, trasformando un’antinomia in una coppia di nuove dicotomie: proprietà contro oppressione e proprietà contro libertà. Questa classica contrapposizione fra liberisti e collettivisti, fra liberali e socialisti, si ripropone anche nell’ambito anarchico. Qui la dicotomia è fra anarchici di cultura anglosassone e liberale (J. Warren, L. Spooner, B. Tucker, P. Goodman) e anarco-comunisti (P. Kropotkin, N. Mackno, E. Goldman, E. Malatesta, ecc.). Esistono, infine, perfino i cosiddetti “anarco-capitalisti” (Rothbard, Friedman, ecc.), che della prima corrente si considerano il consequenziale approdo ma che finiscono col farsi partigiani di forme private di autorità, fino alla difesa dei monopoli economici e dello sfruttamento (di cui negano perfino il senso, quindi l’esistenza).

In realtà, sono ben poche le dicotomie che non siano poi riducibili a delle antinomie di base. Certo è che, accolta una errata dicotomia, si ottiene la ricaduta a cascata di questa iniziale distorsione su tutti i passaggi logici successivi, un errore sistematico noto come “bias”. Un esempio chiarisce benissimo la cosa. La buona maggioranza dei liberali, che della proprietà fanno pilastro ed architrave del loro pensiero, definiscono quella che proprio tale architrave terrebbe in piedi “libertà negativa”. Questa definizione significa che essi sono sensibili ad una “libertà da” un potere, cioè alla mancanza di oppressione, più che alla “libertà di”, ossia al possesso concreto di un potere (la socialista “libertà positiva”). Tali pensatori sono perlopiù giusnaturalisti, cioè vedono il diritto di proprietà radicato nelle “auto evidenti” leggi di natura; in tal modo, essi sacralizzano il diritto rendendolo intangibile. Eppure, così facendo, possono giungere a conclusioni paradossali, perché assolutamente contrarie alla stessa libertà negativa che dovrebbe guidarli. Ciò avviene, ad esempio, quando i già citati anarco-capitalisti, che del liberalismo si ritengono i più radicali e conseguenti partigiani, affermano che un proprietario legittimo che diventasse, con mezzi legali, proprietario di una nazione intera, potrebbe ben instaurarvi una dittatura e ciò continuerebbe a configurare una situazione “libertaria”. Un vero cortocircuito logico.

D’altro canto, tra le persone “di sinistra”, in particolare fra i marxisti e molti anarchici europei, notoriamente ostili al concetto di proprietà privata, perché fondamento del sistema di sfruttamentodell’uomo sull’uomo, la parola “mercato” evoca sensazioni sgradevoli, in quanto strettamente legata alla nozione di merce e consumo. Ma le parole sono solo parole, significanti non sempre correttamente legate ad un solo significato. Del resto, si tende a parlare di “capitalismo selvaggio” per descrivere un fenomeno, invece, tutt’altro che imperturbato, essendo fiorito e prosperato proprio all’ombra dello Stato (cui sono innervati i potentati economico-finanziari), e degli organismi internazionali sovrastatali. Si dovrebbe, piuttosto, parlare di capitalismo addomesticato. Sicché, se i “No Global” attaccano tali organismi, essi stanno inconsapevolmente facendo una battaglia liberista. Antinomie…

E’ bene, però, chiarire un equivoco: il concetto di mercato, al di là della semantica, non ha alcuna parentela esclusiva col mondo delle merci. Riguarda, invece, l’universo delle azioni umane in quanto tali. Se il mercato si chiama “mercato” è perché i primi ad occuparsene sono stati gli economisti con riferimento al mondo della produzione, allocazione e consumo delle merci. In realtà, questi studiarono un particolare sistema di regolazione autonoma delle azioni umane applicabile a qualunque tipo di interazione. Si pensi, ad esempio, all’ “economia del matrimonio” di Gary Becker o allo “scambio di pretese” che fonda l’anarchismo giuridico di Bruno Leoni. La formazione di una lingua non è frutto di un lavoro organizzato e centralizzato. E’, in tale ampio senso, un processo anarchico, cioè acefalo, autopoietico, quindi “di mercato”.

Altrove ho paragonato questa concezione di mercato al pantesismo. La religione sta al panteismo come l’economia sta al mercato. La visione che fu espressa da Baruch Spinoza nella immortale formula “Deus, sive Natura” (Dio, cioè la Natura) è quella di chi fa coincidere la divinità con le leggi dell’universo, con l’ordine, la razionalità, il Logos. E’ la descrizione del mondo come sistema. Così Il mercato è la descrizione di ciò che avviene autonomamente nei sistemi umani, inclusi quelli economici. Molti, invece, intendono il mercato come un’entità staccata, che agisce sulla società, una forma di “teismo” che obbliga alla scelta fra le due opzioni del seguace e dell’eretico (“l’altra non ti piace?”).

Il mercato così inteso, cioè quale logos, è, non solo anarchico (cioè “selvaggio” in senso proprio), ma anche l’unico sistema “democratico” di formazione indiretta di decisioni collettive (di “prezzi”, quindi di “norme”, in quanto il prezzo, come la norma, fissa il costo da sopportare per compiere una determinata azione) ed è coerente con l’individualismo metodologico. Si tratta di un sistema di pesi e contrappesi a sovranità concorrente. Vista in questi termini, è difficile immaginare qualcosa più “di sinistra” del mercato, in quanto questo permette la scelta autonoma, non è vincolante per nessuno e, quindi, ha rispetto per le minoranze e per i singoli individui dissenzienti. Pertanto, il “mercato”, incluso quello delle merci, è, insieme, un sistema generativo e conservativo (archè), ma anche non “territorializzato”, perché dinamico, privo di paletti rigidi (anarchè), quindi continuamente auto-rigenerativo. Qui, è bene ribadirlo, per mercato si intende il libero confronto e la libera sperimentazioni di alternative, nessuna aprioristicamente esclusa.

Interessante, invece, come siano spesso proprio i cosiddetti anarchici a vagheggiare una uniformità che è pura archè, nel senso deteriore. Tomàs Ibanez, un anarchico spagnolo, ha giustamente notato che l’esigenza anarchica di libertà sottende una “cultura implicitamente totalitaria” perché “In effetti, l’anarchismo esclude per principio che qualsiasi altra cultura possa essere preferibile alla cultura anarchica, poiché dall’istante in cui l’esigenza della libertà è posta come valore fondamentale, ogni opinione che implica una minore esigenza di libertà costituisce automaticamente e necessariamente una opzione meno legittima. Dato che la società anarchica rivendica il privilegio di essere la società della massima libertà, ne consegue che nessun’altra forma di società può esserle preferibile! Volendo essere una teoria centrata sulla libertà, l’anarchismo apre su una cultura che esige l’adesione di ognuno per poter esistere e che contesta la legittimità di tutto ciò che non è sé stessa”.

L’agognata società futura rischia di non essere più il “lume regolatore” di cui parlava Malatesta, ma la fine della storia. Infatti, dal cerchio non si esce, o si permette a tutti di fare ciò che si vuole (meta-mercato), incluso produrre e disporre dei beni prodotti (mercato delle merci), e in tal caso, non si darebbe società “perfetta”, oppure ciò non si permette, e allora non si darebbe società anarchica. In altri termini, un’organizzazione comunista, se vuol dirsi davvero non autoritaria, non può non ammettere il diritto di exit e la secessione individuale, consentendo la produzione separata e autonoma di forme organizzative alternative. Tuttavia, se così è, il comunismo anarchico finisce col negare sé stesso, consentendo il riprodursi del mercato e della concorrenza. Invischiati in questa impasse, inquadrate in questa cornice, acquistano maggior senso le osservazioni di Nico Berti su “destra” e “sinistra” (che può estremizzarsi nella scelta fra caos bolscevico e nazional-socialismo) , sulla collocazione, cioè, dell’anarchismo in rapporto a queste direttrici spaziali assurte a simbolo di posizioni filosofiche ed esistenziali. L’anarchismo non può che essere “oltre la destra e la sinistra”, perché l’una e l’altra sono accumunate da una logica di potere, cioè “esattamente da quella logica di parte, che, in quanto parte, vuole assumere la valenza di essere il tutto”. Questa stessa copertura totale, senza residui, questa medesima “reductio ad unum” che è ancora tutta imperniata sul principio di potere, sull’archè, è presente nella concezione dominante dell’anarchismo, carica di entusiasmo profetico, messianico e totalizzante.

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