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Anarchici a Lilliput
post pubblicato in Storia delle Idee, il 6 agosto 2013

Anarchici a Lilliput



 

di Luigi Corvaglia

 

Ignoro cosa la vegliarda abbia compreso delle idee del nipote, ma è un fatto che ne Il post-anarchismo spiegato a mia nonna (Eleuthera, Milano, 2013) il capitolo meno comprensibile è proprio quello in cui si dovrebbe spiegare ciò che il titolo promette. Quanto al resto, se  immaginiamo di seguire il discorso di Michel Onfray davanti a the e pasticcini preparati dalla vecchia, lo smilzo pamphlet è molto piacevole. Questa immagine conviviale ci permette di essere indulgenti di fronte a una certa carenza di rigore che troveremmo disdicevole in un’aula d’accademia o in un dibattito fra “tecnici”. Del resto, nelle appena 90 pagine del libro non c’è spazio per analisi approfondite. Come conseguenza di ciò, qualche affermazione tanto perentoria quanto superficiale può risultare solo discutibile (per esempio “per sdoganare Stirner come un anarchico bisogna non aver letto L’Unico e la sua proprietà”, a pag. 37). Ad ogni modo, niente di scandaloso al livello di quanto altri, ben più blasonati, sono riusciti a produrre in spazi simili. Penso, ad esempio, all’imbarazzante libretto in cui Colin Ward si produsse in una sorta di “bignami” dell’anarchismo con risultati ridicoli (sempre a proposito di Stirner, l’inglese ammise: “l’ho sempre trovato incomprensibile” )[i].

In definitiva, il concetto espresso da Onfray è semplice: “Gli anarchici istituzionali amano la liturgia, recitano il catechismo, si genuflettono davanti ai sacri testi delle loro biblioteche e coltivano la ferrea certezza che le soluzioni per il ventunesimo secolo si trovino in scritti coevi all’invenzione della macchina a vapore” (pp. 41-42).  Causa di ciò la genealogia hegeliana della preponderante tradizione anarchica russo-tedesca (Bakunin è il rovescio di Marx, insomma) a cui, forse con un certo sciovinismo, l’autore contrappone una tradizione francese che vede la sua punta di diamante in Proudhon. Questi, privo di una concezione teleologica, storicistica e romantica “parla di <<anarchia positiva>> e non vuole finire in due strade senza sbocco: L’anarchia del risentimento, così ben analizzata da Nietzsche, e l’anarchia dell’utopia, quella che vuole realizzare il paradiso in terra.” (pag. 43). Giusto. Ma la proposta pragmatica? Un anarchismo da vivere, nel presente, a piccoli passi e in personali scelte esistenziali (l’autore si gloria delle sue  per un po’ di pagine) e non nell’attesa messianica di una fine della Storia. Onfray invita a mettere giù il megafono  e agire. Ma come è possibile agire? Efficacissima, a questo proposito, l’immagine dei lillipuziani che bloccano il gigante, non grazie al potere di uno solo, ma grazie alla moltiplicazione di tanti minuscoli legacci. “Chiamo principio di Gulliver – scrive Onfray – questa logica nuova, più modesta, più umile, meno ostentata, ma che mette fine al modello messianico e religioso” (pag. 91). Fatto è che non è chiarissimo in cosa si concretizzino queste micro-azioni di “socialismo libertario”, anche perché, rifacendosi l’autore a Foucault, non solo i contro-poteri hanno da essere microfisici, ma lo stesso potere non si può immaginare, nel tempo post-moderno, quale un Gulliver macrofisico. Il tallone d’Achille del discorso onfreiano, come di tutto il cosiddetto “post-anarchismo”, insomma, è che, tolta l’affascinante make up del “post-strutturalismo” di Foucault, Deleuze e compagnia cantante,  tutto scoppiettanti neologismi “rizomatici” e formule dal sapore zen risciacquate nella psicoanalisi di Lacan (“L’uomo parla perché il simbolo lo ha fatto tale”, ad esempio) non rimane che un vuoto in cui rimbombano poche buone idee che proprio il post-strutturalismo renderebbe impraticabili. Infatti, come giustamente nota Nico Berti nel recente Libertà senza Rivoluzione (Lacaita, Manduria, 2013), la visione post-strutturalista comporta “l’afona riduzione dell’individuo in carne ed ossa a soggetto linguisticamente scomponibile. La sua riduzione ne permette infatti la completa dissoluzione (…) la sua autonomia è zero. (pag. 313). Insomma, non esistono i lillipuziani, esattamente come non è individuabile Gulliver. E’ lo stesso Foucault che lo dichiara: “noi ignoriamo ancora cosa sia il potere, questa cosa enigmatica, a volte visibile e invisibile, presente e assente, investita in ogni parte” (Microfisica del potere[ii]). Insomma, come ebbe a dire Eduardo Colombo: “davanti a un potere anonimo e generalizzato, senza responsabili, la ribellione diventa inutile”[iii]. Niente lillipuziani, niente Gulliver, niente legacci, niente rivolta. Ecco allora che, in un libello simpatico e leggero, le pagine che tracciano una “genealogia del post-anarchismo” diventano un percorso ad ostacoli dove si incontrano, senza spiegarli, i luoghi comuni della french theory, dai micro-fascismi deluziani, all’economia libidinale di Lyotard, al ruolo architettonico dell’amicizia in Derrida, e ci lasciano una strana vertigine. Ma è necessario tutto questo per proporre il mutualismo proudhoniano e un libertarismo non devoto? Il francese conosce a menadito la tradizione del suo paese, ma non sembra aver dimestichezza con Occam e il suo benemerito rasoio. Ecco perché non credo che la nonna abbia capito.



[i] Ward C., Anarchia. Un approccio essenziale, Eleuthera, Milano, 2008

La mia recensione: http://tarantula.ilcannocchiale.it/post/1848165.html

[ii] In Berti, N., op. cit. pag. 315

[iii] ibidem

Aglio e Anarchia
post pubblicato in Libertà e Mercato, il 14 febbraio 2012

Amore, aglio e anarchia

Luigi Corvaglia

 

        

    

     
      Karl Kraus, uno dei più brillanti autori di quelle condensazioni semantiche note come aforismi, scrisse che “Un aforisma non è mai una verità: o è una mezza verità o è una verità e mezzo.” E’ l’aforisma perfetto! Vi si ritrova il senso, l’arguzia, il paradosso, la mezza verità e, ovviamente, la verità e mezzo. Ma la definizione migliore è forse quella di Nilt Ejam: “un aforisma è molto sfizio in poco spazio”. Esatto. Senza il gusto del bon mot o di una iperbole, una locuzione rimane un’osservazione, si mantiene al livello di semplice riflessione. Il successo degli aforismi risiede invece nel grottesco e nel paradosso oppure nella grande capacità condensativa di ampi principi filosofici e morali. Oscar Wilde, splendida mente di libertario, ne fece un’arte producendo schizzi di autocompiaciuta fatuità (“Amo molto parlare di niente. È la sola cosa su cui so tutto.” ) e umoristiche sentenze sulla virtù del vizio (“La moderazione è una cosa fatale. Nulla ha più successo dell'eccesso.").Nell’ambito del pensiero politico c’è un’idea che più di ogni altra si può gloriare di molti arguti aforismi: l’anarchismo. Ciò va detto ad onore dei pensatori anarchici, in grado di condensare principi e saperi in formule che, occupando poco spazio, producono molto sfizio. “L’anarchia è ordine”, ad esempio. Il motto, il cui gusto è nell’apparente paradosso, si deve all’uomo che per primo osò definirsi “anarchico” in senso positivo, cioè Pierre J. Proudhon. E chi non conosce lo slogan, sempre del tipografo di Becancon, “la proprietà è un furto”? La frase è sfiziosa, appunto, non c’è alcun dubbio, è breve e contiene una dose di verità che va dalla mezza unità all’unità e mezza. A disonore degli anarchici, però, va detto che molto spesso dei loro autori non conoscono più degli aforismi. Così ci sono sedicenti partigiani dell’anarchismo, alcuni perfino in grado di leggere e   scrivere, che sono convinti, sulla scorta di tale affermazione, che Proudhon fosse avverso al libero scambio. Qualche altro, capace di far di conto, sa che, venticinque anni dopo aver regalato alla storia ed ai fabbricanti di T-shirt quel motto, il francese si è prodotto in un’apologia della proprietà privata. Quest’ultimi, forti di tali rudimentali conoscenze, sono gli artefici della balzana teoria per cui esisterebbero due Proudhon l’uno contro l’altro armati corrispondenti al giovane anti-proprietarista e al maturo liberista. Questa gente può ben discorrere col personaggio dell’aforisma di Wilde, quello che ama parlare di niente, perché è l’unica cosa di cui sa  tutto. Pazienza. Se si fossero presi la briga di leggere qualche riga avrebbero capito che nel 1840 [1] l’autore rispondeva alla domanda “Che cos’è la proprietà?” e lo faceva da giusnaturalista, negando, proprio in quanto tale, l’idea che questa fosse un diritto naturale, concludendo che è invece un atto d’abuso e un pilastro dello sfruttamento. Nel 1865[2] non è avvenuto un cambio di prospettiva, ma di metodo. Lasciamo parlare il diretto interessato:
l’unica cosa che sappiamo della proprietà e per la quale possiamo distinguerla dal possesso è che essa è assoluta e abusiva; benissimo: appunto nel suo assolutismo, e nei suoi abusi, per non dire peggio, che dobbiamo cercare i suoi fini.[3]
“I suoi fini”. L’approccio non è più ontologico, bensì interessato all’utile. Poiché lo Stato, secondo e maggior pilastro dello sfruttamento, rappresenta un abuso ancora più grande, la piena sovranità che l’individuo ha su una porzione di materia può svolgere per questi una funzione difensiva. La proprietà è un contrappeso all’abuso statale. Proudhon, insomma, aveva già individuato con largo anticipo i rischi connessi ad una totale abolizione della proprietà privata. Tutto qui. Aveva perfino anticipato Ludwig Von Mises nell’evidenziare come senza libero mercato fosse impossibile definire il valore dei beni e provvedere alla loro allocazione, tutti problemi sui quali ogni tentativo di interrogare i devoti degli aforismi ottiene un cambio del discorso, magari un altro aforisma. Ci sono persone che confondono libero mercato e capitalismo. Quelle stesse persone che sembrano scandalizzarsi davanti a questa difesa della proprietà in funzione anti-statale, non si scompongono affatto davanti alla difesa dello Stato in funzione anti-capitalistica operate da alcune star dell’anarchismo internazionale come Noam Chomsky [4] o Hakim Bey. [5] Che accanto a quelle liberale e socialista nell'anarchismo esistesse anche un'anima statalista è acquisizione nuova e concetto che, oltre ad essere più tollerato del proprietarismo, gode anche del pregio dell'originalità.
        Un’altra formula di successo si deve a Michail Bakunin e ha per oggetto il precario equilibrio nel quale dimostrano di trovarsi i primi due principi della triade rivoluzionaria, Libertà, Eguaglianza e Fraternità, dacché la grande Madre del secolo dei Lumi partorì i loro tre figli bastardi: liberalismo, socialismo e anarchismo. Dice il russo:
La libertà senza il socialismo porta al privilegio, all’ingiustizia; e il socialismo senza la libertà porta alla schiavitù e alla brutalità.
Difficile dargli torto. Fra promesse marxiste di addio al regno delle necessità e promesse capitalistiche di libertà sempre meglio distribuite, l’unica profezia ad essersi avverata è quella dell’anarchico russo. Se, però, ci si riflette, si capisce come il mantenere questo equilibrio presupponga quello che Rocker definì “socialismo volontario”. In effetti, Bakunin è un collettivista, per quanto rigetti la centralizzazione e salvaguardi la proprietà dei frutti del lavoro individuale. La questione, dal punto di vista logico, si pone esattamente nel solco di ciò che lo psicologo Paul Watzlawick ha definito “confusione fra aglio e amore”[6]. Dice, infatti, la moglie delusa al marito: “se tu mi amassi veramente, mangeresti volontariamente l’aglio”. Il problema non è l’aglio o il socialismo, che possono piacere come no, ma che si pretenda da coloro i quali non apprezzano l’uno, l’altro o entrambi, che non solo si facciano somministrare la cosa in oggetto, ma lo facciano anche con piacere. E’ da chiarire che l’ingiunzione paradossale, cioè la pretesa d’imperio di qualcosa che dovrebbe essere spontaneo, è considerata una delle forme più patogene di comunicazione. Dietro questo noto aforisma, sulla cui assoluta veridicità in termini descrittivi nulla si può obiettare, è sottesa, invece, a livello prescrittivo, proprio la più estrema delle variazioni sul tema della confusione fra amore e aglio, cioè l’esortazione a comportarsi spontaneamente. Bakunin dice: “desideriamo la libertà e l’uguaglianza!”. Desideriamo l’aglio! Del resto, siccome “nessun uomo può emanciparsi altrimenti che emancipando con lui tutti gli uomini che lo circondano”, egli ordina ad ogni altro uomo “sii libero”, cioè, contraddittoriamente, “non farti ordinare nulla”.
             I due giganti dell’anarchismo, Proudhon e Bakunin, passarono molte notti a bere bicchieri di tè e tazze di caffè (i cultori degli aforismi sapranno che l’agitatore russo lo voleva “nero come la notte, dolce come l’amore, caldo come l’inferno”) e litigare proprio sui metodi di realizzazione della società libera. Il francese vedeva un’auto-organizzazione fra individui e gruppi diversi e compositi che avrebbe eroso gradualmente gli spazi della statualità, il russo una rivoluzione violenta che avrebbe sostituito la società della diseguaglianza con una nuova società senza classi (“La passione per la distruzione è anche una passione creativa”). Questa sorta di “socialismo volontario”, che in Petr Kropotkin diviene vero e proprio comunismo anarchico, necessita del presupposto di una antropologia benigna e caratterizza un po’ tutto l’anarchismo classico. Questo può quindi essere considerarato una laicizzazione del cristianesimo. Infatti, mentre i due primi elementi della triade rivoluzionaria, Libertà e Eguaglianza, si pretendono “diritti”, la Fratellanza è un imperativo etico, e su un imperativo etico si fonda niente più che una religione. Poteva ben dire Nietzsche che l’anarchismo è “platonismo per i poveri” (altro splendido aforisma). Questa concezione, oltre ad essere incongruente dal punto di vista logico, dimostra molte cose. La prima è che l’apparente equidistanza fra liberalismo e socialismo che lo slogan bakuniniano sembra palesare in superficie, si rivela assolutamente fallace, visto un netto sbilanciamento verso il collettivismo[7]. A dimostrazione del paradosso, il fatto che anche il rivoluzionario di Prjamuchino ha da proporre una sua triade rivoluzionaria, quella degli strumenti atti a  produrre la libertà nel socialismo e il socialismo nella libertà: “veleno, cappio e coltello”. A tal proposito ci viene in soccorso per mettere in evidenza l’aporia di questo ragionamento, l’aforisma dell’anarchico ultra-liberista David Friedman:
Ci sono solo tre modi per indurre gli altri a fare ciò che vuoi: l’amore, la forza, lo scambio.[8]
L’amore, di certo, funziona, ma, come la volontaria auto-somminitrazione di aglio, non può imporsi. Funziona solo con coloro i quali l’aglio già lo gradiscono. La forza funziona anch’essa. Veleno, cappio e coltello hanno gestito il mondo per tutto l’ ancient regime e, nei paesi in cui la proprietà è stata eliminata, anche oltre. Non si può comunque definire “anarchica” la condizione di infilare l’aglio giù per il gargarozzo ai recalcitranti. Rimane solo lo scambio, cioè l'accordo per cui A  acconsente ad aiutare B a realizzare il suo scopo se questi aiuta  A a realizzare il suo. L’idea che gli scopi e i gusti possano essere diversi non è, però, accettabile per chi ritiene che la felicità sociale stia in una ricetta uniforme e indiscutibile: aglio per tutti. Bakunin rigetta lo scambio e persegue i primi due sistemi, il primo, insufficiente, il secondo, incongruente.
George Orwell ha puntato bene su questo aspetto facendo anche notare la stretta connessione fra “amore” e “forza” quando ha scritto
L’opinione pubblica è meno tollerante di qualsiasi sistema di leggi. Quando gli esseri umani sono governati da un potere che impone loro di “non fare” questo o quello, possono concedersi una certa dose di eccentricità; quando sono governati, almeno in teoria, dall’ “amore” e dalla “ragione, l’individuo è sotto una continua pressione intesa a ottenere che si comporti e pensi esattamente come tutti gli altri[9].
Questa coercizione morale, vera forza che si impone sugli individui, che Bakunin, entro certi limiti, e Kropotkin, in toto, sembrano accettare, dimostra che una società senza stato non è necessariamente una società libera. Così, schiere di cultori dell’aforisma potranno anche mandare a memoria la verità e mezza contenuta nell’esortazione bakuniniana “Vuoi rendere impossibile per chiunque opprimere un suo simile? Allora, assicurati che nessuno abbia il potere”, ma si scorderanno che la comunità, lo collettività sono comunque un potere.
E’ qui che Proudhon viene fuori nella sua straordinaria attualità. Scevro da entusiasmo profetico, libero da abiti messianici, insensibile al fascino della fine della storia, egli propone un autogestione che si realizza mediante libere associazioni e liberi contratti. Qui non si cade, quindi, nella confusione fra amore e aglio. La società così concepita risulta costituita da una rete di liberi accordi mediante cui i singoli e le associazioni operaie (mutualismo), ma anche i gruppi sociali e gli enti locali (federalismo), si collegano fra loro regolando i propri interessi in piena autonomia. Proudhon abbraccia, cioè, la terza opzione proposta da Friedman, lo scambio. Aglio per chi lo vuole, alito fresco per gli altri.
Riguardo, poi, all'idea di costruire il comunismo sulla "fratellanza", Proudhon affermava che è come pretendere di "costruire la casa a partire dall'abbaiono". 
        Qualche conoscitore di aforismi non totalmente sprovveduto potrebbe, sulla scorta delle evidenziate comuni basi fra la concezione mutualista appena descritta e il liberalismo, ardire ad alzare la mano e denunciare in Proudhon uno sbilanciamento esattamente opposto rispetto a quello di Bakunin. Ciò sarebbe terribile ai suoi occhi, perché denunciare un ethos liberale implica denunciarne il “liberismo” e, tutti lo sanno nella sua classe, il liberalismo è "sfruttamento capitalistico". Il liberismo “estremo”, che poi sarebbe l'unico vero liberismo, infatti, è l’anarco-capitalismo di Murray Rothbard, una sorta di moloch per gli anarchici "di sinistra"[10]. Questo anarchico del primo banco però, potrebbe far bella figura solo in una classe differenziale. Infatti, l’equilibrio fra libertà e eguaglianza non viene da Proudhon ricercato in una statica sintesi fra i due elementi in antitesi, bensì, appunto, in un equilibrio dinamico, una tensione costante e irrisolvibile. La vita è così. Solo le cose morte sono date e finite. La miglior metafora è quella dell’equilibrista la cui asta si muove in su e in giù in modi apparentemente casuali, ma invece dettati dalle sempre mutevoli contingenze e che, se fossero fissati in anticipo, farebbero rovinare a terra il funambolo. Nessuna palingenesi. "Le antinomie - diceva Proudhon - non si risolvono più di quanto non si distruggano le polarità opposte di una pila elettrica". L’ “autogoverno dei produttori” costituisce, quindi,  un socialismo pluralista decentralizzato, cioè un sistema di equilibri in cui ognuno ottiene gli stessi vantaggi in compenso degli stessi servigi. Un sistema essenzialmente “egualitario” e “liberale”. Anni dopo sarà Francesco Saverio Merlino a esprimersi in termini simili. Il socialismo, diceva Merlino, è la condizione di eguaglianza nell’accesso al credito ed ai mezzi di produzione senza che i “capitalisti”, intesi qui come una casta politica innervata allo stato, impediscano la libera concorrenza e producano monopoli legali e rendite parassitarie. E’ questa un’ottica in cui il socialismo non è affatto rovesciamento del liberalismo, bensì suo superamento.[11] Con buona pace dei fautori dello sbilanciamento.  Le stesse cose poteva dire nel suo Paese, e con minor scandalo, il direttore di “Liberty”, Benjamin Tucker, anarchico statunitense tenacemente attaccato alla sua definizione di "socialista”. 
          Quanto all’anarco-capitalismo rothbardiano, un'ideologia politica che propone l'abolizione dello Stato e la sua sostituzione col libero mercato, il fatto che questi filo-capitalisti considerino Proudhon un nobile riferimento non implica la totale comunanza di vedute. E’ chiarissimo che l’anarco-capitalismo ribalta la concezione della proprietà del francese. Quest'ultimo, considerandola un abuso, la concepisce come un mezzo. I fini sono quelli di garantire la libertà e l'equità.  Quelli, gli anarcocapitalisti "ortodossi", considerandola un diritto naturale, della sua difesa fanno  un fine. Nella concezione libertarian, infatti, la sacralità attribuita alla proprietà comporta conseguenze discutibili per cui, se un monopolio nasce da una proprietà legittimamente acquisita o se il proprietario costituisce sulla base di legittime acquisizioni un dominio illiberale (volesse, cioè, obbligare tutte le pertinenze umane della sua proprietà - ad esempio gli individui che compongono la popolazione della sua città privata - ad una dieta a base di aglio), esso andrebbe comunque difeso dall’eventuale gruppo di “banditi” che ritenesse di ricostituire condizioni di maggiore equità. Questo "liberismo" si è scollato dal "liberalismo" e corre da solo. La parentela fra la visione mutualista di derivazione proudhoniana e l’anarco-capitalismo “classico” è, quindi, non strettissima. Ne è un esempio il seguente stralcio di un neo-mutualista contemporaneo, Kevin Carson,  esponente dell' "ala sinistra" di quella galassia "liberale" che viene  stigmatizzata come amica del capitale da coloro i quali, nutriti ad aforismi, continuano a confondere libero mercato e capitalismo:
Il capitalismo, venuto su come una nuova società di classe direttamente dalla vecchia società di classe del Medioevo, è stato fondato su un atto di rapina, tanto massiccio quanto la precedente conquista feudale della terra. E 'stato sostenuto fino ad oggi dall’ intervento dello Stato che continua a proteggere il suo sistema di privilegi, senza il quale la sua sopravvivenza sarebbe inimmaginabile.[12]
Questi periodi  sembrano estrapolati da un pamphlet di uno qualunque degli attivisti che si disperdono lungo lo spettro che va dal comunismo anarchico più retrò all’insurrezionalismo più à la page. Tutta gente che prende sul serio la frase del buon vecchio dandy “La moderazione è una cosa fatale. Nulla ha più successo dell'eccesso”. Eppure, i noti ripetitori di aforismi, che non sempre si vergognano di accompagnarsi ad esponenti della destra identitaria più retriva e xenofoba, cui sono accumunati dall’odio per la globalizzazione liberale e per la modernità borghese[13], palesano spesso un atteggiamento di scandalo dinanzi a chi si pone con mente aperta e disposizione sperimentale a maneggiare la scottante materia del libero scambio. Chiunque si confronti col pensiero liberale, più che eretico è un paria, un intoccabile colpevole di abiuria. Un’enciclopedia online ha coniato a tal fine la definizione di pseudoanarchico. E’, insomma,  un revisionista, quando non un anarco-capitalista sotto mentite spoglie. Questi pretenzoli dell' A cerchiata devono aver letto qualche aforisma critico di Noam Chomsky[14] ignorando che il noto linguista si definisce comunque “fondato nel pensiero liberale delle origini”. 
          Insomma, i libertari sembrano talvolta distribuire patenti di anarchismo in base all’aderenza delle altrui dichiarazioni con il proprio bagaglio di aforismi. Talvolta, addirittura, con la ortodossia - in termini aforistici, s’intende - delle loro frequentazioni. Sulla logica di questo tipo di giudizi è lecito nutrire qualche dubbio. Mefistofele, che Goethe vuole “parte di quella forza che persegue costantemente il male e realizza sempre il bene”, non si potrebbe certo definire personaggio dalle buone frequentazioni. Dove alloggia lui sono rare. Ma da quello zolfo, dice il grande tedesco, vengono buone cose. Da notare, piuttosto, che Giuda Iscariota frequentava, si dice, persone irreprensibili.
       In conclusione, se si abbandonasse qualche catechismo polveroso, si potrebbe anche azzardare qualche ardita idea. “E' ricercando l'impossibile che l'uomo ha sempre realizzato il possibile”. E’ di Bakunin.
 

 [1] Proudhon, P.G., Che cos’è la proprietà, Laterza, Bari, 1978
[2] Proudhon, P.G., La teoria della proprietà, Seam, Roma, 1998
 
[3] Cit. in Terglia, E., PropriSetà e anarchia in Proudhon, Edizioni La baronata, Lugano, 2007, pag. 19
 
[4] L’ideale anarchico, qualunque sia la sua forma, ha sempre aspirato, per definizione, verso uno smantellamento del potere statale. Io condivido questo ideale. Eppure, esso entra spesso in conflitto diretto con i miei obiettivi immediati, che sono di difendere, ossia rinforzare certi aspetti dell’autorità dello Stato. Oggi, nel quadro della nostra società, credo che la strategia degli anarchici sinceri debba essere di difendere certe istituzioni dello Stato contro gli assalti che subiscono, pur sforzandosi di costringerle ad aprirsi a una partecipazione popolare più ampia ed effettiva. (http://www.ecn.org/contropotere/press/298.htm )
 
[5] Bey’s anti-globalization ideology goes as far as to set up a facile opposition between globalization (‘sameness’) and the nation-state (‘difference’???). Bey states: “Like religion, the State has simply failed to ‘go away’ — in fact, in a bizarre extension of the thesis of ‘Society against the State,’ we can even reimagine the State as an institutional type of ‘custom and right’ which Society can wield (paradoxically) against an even more ‘final’ shape of power — that of ‘pure Capitalism.’” (http://theanarchistlibrary.org/HTML/Anonymous__The_Continuing_Appeal_of_Nationalism_among_Anarchists.html )
 
[6]  Watzslavick, P., Istruzioni per rendersi infelici, Feltrinelli, Milano, 1984,
 
[7] Su tali aspetti, autori libertari capaci di andare oltre gli aforismi hanno puntato la loro attenzione critica. Michel Onfray, ad esempio, scrive:
Bakunin si differenzia da Marx per i soli mezzi, non per i fini. Nei due pensatori si ritrova lo stesso sacrificio alla teleologia, all’ottimismo, la stessa credenza hegeliana nella possibilità di una fine e di un compimento della storia, un’identica comunione nell’odio per la proprietà privata ereditato da Rousseau, dal quale entrambi prendono in prestito la loro critica della modernità, il loro ridicolo discredito gettato sulla tecnica. Ambedue credono all’uomo totale, liberato dalle sue alienazioni per il semplice fatto di muoversi in una società senza classi. Conosciamo la storia (“La politica del ribelle”, ponte delle Grazie, 1998, Milano, pag. 92)
Massimo La Torre, da parte sua, dice
Duole dirlo, ma in Bakunin si ritrova una critica della democrazia e del parlamentarismo simile a quella antimoderna e antiegualitaria del romanticismo politico. (Ragionare, discutere, agire pubblicamente, negoziare (II)
"Una Città"n. 88 , Settembre 2000
 
[8] Friedman, D., L’ingranaggio della libertà, Liberilibri, Macerata, 1997, pag. 36
 
[9] Cit. in Woodcock, G., L’anarchia. Storia delle idée e dei movimenti libertari, Feltrinelli, Milano, 1977, pag. 73
 
[10] Rothbard, M., Per una nuova libertà. Il manifesto libertario, Liberilibri, Macerata, 1996
 
[11] Merlino, F. S. , Pro e contro il socialismo, Esposizione critica dei principi e dei sistemi socialisti, Milano, 1987, p. 41
 
[12] Cit. in Sheldon, R., Libertarian Left. Free-market anti-capitalism, the unknown ideal, American Conservative,http://www.amconmag.com/blog/libertarian-left
 
[13] Fraqueille, M., A destra di Porto Alegre, in Libertaria, 1-2004, 24-37
 
[14][Ad esempio “L'anarcocapitalismo, secondo me, è un sistema dottrinale che, se mai implementato, porterebbe a forme di tirannia e oppressione che hanno pochi uguali nella storia dell'umanità”
Massoneria e Anarchismo
post pubblicato in Storia delle Idee, il 28 marzo 2010
Massoneria ed Anarchismo

di Luigi Corvaglia


Un po' di chiarezza per sgomberare il campo da due contrapposti miti, quello della filiazione del movimento anarchico dalla Massoneria (diffuso dal tradizionalismo cattolico e da Forza Nuova), e quello della assoluta incompatibilità fra movimento anarchico e libera muratoria (diffuso fra gli anarchici meno consapevoli della storia).
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                                                                                                                                                            L'anarchia è ordine
                                                                                                                                                                  P. J. Proudhon

                                                                                                                                                     Opposita sunt complementa
                                                                                                                                                             principio alchemico

“L'8 gennaio 1847, venni accolto come Massone, col grado di apprendista, nella Loggia Sincerità, Perfetta Unione e Costante Amicizia, 'Oriente di Besançon'. Come ogni neofita, prima di ricevere la Luce, dovetti rispondere a tre quesiti d'uso: Cosa deve l'uomo ai suoi simili? Cosa deve alla sua patria? Cosa deve a Dio? Alle due prime domande, la mia prima risposta fu all'incirca, quella prevedibile; alla terza io risposi con questa parola: la GUERRA: Giustizia a tutti gli uomini, Devozione al proprio paese, Guerra a Dio, cioè all'Assoluto. Tale fu la mia professione di fede. Io domando perdono ai miei rispettabili fratelli per la sorpresa che causò loro questa parola, specie di smentita al motto massonico, che io ricordo qui senza derisione, ALLA GLORIA DEL GRANDE ARCHITETTO DELL'UNIVERSO. (……) Seguì una lunga discussione che le usanze massoniche mi impediscono di riferire. (…..) L'antiteismo, non è l'ateismo: verrà un tempo, io spero, in cui la conoscenza delle leggi dell'animo umano, dei principi della giustizia e della ragione, giustificherà questa distinzione, tanto profonda quanto apparentemente puerile.”
[1] Questa narrazione di Pierre Joseph Proudhon, padre dell’anarchismo, mostra, più di altre, il misto di fascinazione e conflittualità su cui si fonda la relazione fra pensiero anarchico e massoneria. Relazione non facile, certo, eppure non così travagliata come si potrebbe pensare. Anarchismo e libera muratoria, infatti, si sono spesso stretti in lunghi e insospettati abbracci. Il primo avvenne all’epoca della cosiddetta I Internazionale. Fin dalla sua costituzione, nel 1864, questa organizzazione venne attraversata dai grandi contrasti interni fra le diverse anime che la costituivano, cioè i marxisti, i socialisti moderati, i mazziniani e gli anarchici. Proprio quest’ultimi riuscirono a prendere in mano le redini del movimento in Italia. Orbene, come ha scritto Marco Novarino, molti anarchici “nel loro lavoro di penetrazione e d’egemonizzazione della Prima Internazionale transitarono sotto “le volte stellate” per cercare di trasformare la massoneria in un movimento rivoluzionario antiautoritario e antireligioso” [2]. Tale intento, così distante dai precetti di neutralità previsti dalle Costituzioni di Anderson, appariva sostenibile, non solo sulla base dei ben noti principi massonici di libertà, fratellanza ed uguaglianza o della adogmaticità del metodo “di lavoro”, ma anche alla luce del fatto che le massonerie latine, a seguito della scomunica papale, avevano perso in attrattiva per i cattolici ma guadagnato molto in furore anticlericale e fervore civile. Del resto, per il suo carattere democratico, la Massoneria offriva già da tempo un ricetto propizio a quanti rifiutavano ogni tipo di sistema politico assolutistico. Non pochi anarchici, poi, appartenevano all’allora crescente movimento per il ”Libero Pensiero”. Scrive Pedro Alvarez Lazaro che “Il travaso ideologico fra Libero Pensiero e Massoneria si canalizzò in due direzioni: da un lato molti nuclei liberopensatori non erano in realtà che emanazioni profane di talune logge ed Obbedienza; su un altro versante le Massonerie di ispirazione razionalistica andavano ingrossando le proprie fila con liberi pensatori militanti”[3]. E’ nel via vai di questo scambio che molti anarchici si trovarono “sotto le volte stellate” dei templi. Non si ritiene, allora, di poter condividere in toto l’idea del Novarino che vede il fallimento dell’opera di costruzione di una “Massoneria rivoluzionaria” nel fatto che “era difficile per un anarchico, fondamentalmente refrattario al concetto di trascendenza e alla struttura gerarchica, trovarsi in sintonia con la spiritualità e l’organizzazione ritualistica massonica, pur se i principi di libertà, fratellanza ed uguaglianza erano condivisi.” [4] Infatti, l’idea di una “refrattarietà” degli anarchici a “trascendenza” e “struttura gerarchica” non rende giustizia alla fedele e totale adesione alla massoneria di illustri pensatori ed agitatori anarchici quali Elisee Reclus, Louise MichelAndrea Costa (che, però, non rimase fedele all’anarchismo) e, soprattutto, Francisco Ferrer. La “refrattarietà”, piuttosto, sembrerebbe essere stata quella della preponderante massa di fratelli che, pur se spesso in un’ottica irregolare, secondo i canoni della Gran Loggia Unita d’Inghilterra, non piegarono l’Istituzione a strumento per i fini, e con i mezzi, che solo alcuni di loro propagandavano. Esemplare il caso di Mikahil Bakunin. Il noto rivoluzionario russo, iniziato probabilmente in Svezia, si dimostrò talmente poco refrattario alla struttura della massoneria che creò, prima a Firenze, poi a Napoli, una serie di società, quali la “Fratellanza Rivoluzionaria”, che avevano una “organizzazione piramidale” e “un rituale di iniziazione di sapore marcatamente massonico”[5].

Scrive Luigi Paolo Friz che l’adesione di Bakunin alla massoneria è fatto storicamente “sopravvalutato o negletto”[6]. Negletto, andrebbe aggiunto, soprattutto dagli anarchici, in particolare gli italiani, abbastanza suggestionati dalla lettura gramsciana della massoneria quale “partito della borghesia” e da note deviazioni di cui la storia serba recente traccia. Sopravvalutato, invece, soprattutto dall’anti-massonismo del tradizionalismo cattolico che vede nell’adesione del rivoluzionario russo una delle più valide prove dei nefandi scopi dell’Istituzione. Per quanto non si conosca con esattezza la loggia alla quale egli fu iniziato, nel 1845, ciò che è certo è che a Torino Bakunin fu accompagnato da una lettera di Klapka per il Gran Maestro Frappolli, in cui, tra l’altro, si legge: “l’ho condotto nel nuovo locale massonico e l’ho ricevuto Rosa-Croce sotto la volta celeste”[7]. Scrivendo a Garibaldi, Bakunin raccontava da Firenze di Blanche “Maestro massone che gli amici fiorentini stavano per elevare al 30 grado e forse anche più per consentirgli di fare in Svezia ciò che lui faceva in Italia, disorganizzare la Massoneria governativa e sostituirla con una democratica”[8]. I fini di questa Istituzione democratica “l’emancipazione completa dell’uomo, la costituzione dell’umanità sulle rovine di ogni autorità”[9] . Anni dopo, l’agitatore russo riconosce essere la Massoneria “scesa al triste ruolo di vecchia intrigante rimbambita, (organizzazione che) non vale nulla essendo inutile, qualche volta nociva e sempre ridicola”[10]; prima del 1830, però, “avendo riunito nel suo seno, con poche eccezioni, tutti gli spiriti elevati, i cuori più ardenti, le volontà più fiere, i caratteri più audaci” aveva rappresentato l’ “incarnazione energica e la messa in pratica dell’idea umanitaria del XVIII secolo”[11]. Come disse il massone Giannelli all’anarchico Nettlau, “Bakunin aveva fiducia nella massoneria in genere, era esso stesso massone, ma s’ingannava ritenendo che codesta Istituzione, guidata allora in Italia da Frappolli, potesse neppure minimamente accettare o appoggiare le sue idee nihiliste”[12]. Egli, in pratica, aveva fiducia nella Massoneria quale “incarnazione energica” e “messa in pratica dell’idea umanitaria del XVIII secolo”[13], ma la perse nei massoni. Stessa sorte toccò a Errico Maltesta, il quale, nella convinzione che farne una organizzazione rivoluzionaria significasse “riportare la massoneria alle sue origini ideali”[14], abbandonò il tempio dopo che la sua loggia decise di ricevere il ministro Nicotera con musica e bandiere[15].

Anche il gesuita Ugo Mioni scrisse che l'anarchia fu, per un po', al traino della massoneria, ma quest'ultima, in mano alla borghesia (“guidaica”, egli scriveva col consueto spirito del cattolico più sospettoso) era poco incline alla rivoluzione[16].

Tali fatti, però, lungi dal dimostrare un’incompatibilità fra il professare l’idea libertaria e l’adesione alla Massoneria, cosa che, altrimenti, non avrebbe portato le maggiori teste pensanti del movimento a farsi iniziare, testimoniano esclusivamente dell’incongruenza fra la pretesa di trasformare una Istituzione di uomini che si suppongono, o almeno si proclamano, liberi in strumento di una sola idea, piuttosto che vedere la libera muratoria, nella sua versione ideale che attrasse Bakunin, come l’ambiente di coltura per lo sviluppo di idee, ognuno le sue, che gli uomini potranno poi mettere in pratica fuori. Fulgida espressione di tale coscienza fu Francisco Ferrer Y Guardia. L’ anarchico catalano, massone fin dall’adolescenza, traspose i suoi ideali di libertà e tolleranza nella creazione della “Escuola Moderna”, un progetto educativo basato sull’ educazione razionale e scientifica da impartire senza instillare idee preconcette né dogmi, di cui il bambino è ancora sprovvisto. La scuola di Ferrer pubblicava, tra l’altro, anche dei bollettini ai quali collaborarono illustri esponenti del mondo anarchico e/o massonico, come il geografo Elisee Reclus, lo scrittore Lev Tolstoj e l’antropologo Petr Kropotkin (ma anche di Anatole France, Herbert Spencer, Ernst Haeckel). La rivoluzionarietà del progetto di Ferrer è testimoniato dalla sua fucilazione in seguito a un processo farsa che lo volle dichiarare l’ispiratore della “Semana tragica”, la rivolta scoppiata quando la popolazione si ribellò alla Guardia Civil che aveva il compito di imbarcare i coscritti mandati a combattere le guerre coloniali in Africa[17].

Sarà sempre la Catalogna, alcuni decenni dopo, il teatro dell’ultimo abbraccio fra anarchismo e massoneria. Infatti, durante la guerra civile spagnola (1936-39) che portò al governo anche gli anarchici, Il Supremo Consiglio del Rito Scozzese proclamava il 6 Luglio 1938: “La massoneria spagnola ha formulato dichiarazioni pubbliche chiare e coerenti di adesione al governo della repubblica e al Fronte Popolare”. L’alternativa era il fascismo di Francisco Franco. Non è dunque un caso che il noto simbolo anarchico della “A cerchiata”, la cui diffusione viene in genere riferita all’opera del gruppo anarchico milanese negli anni sessanta, compare, in realtà, nei primi anni del secolo XX proprio in Spagna ed in una conformazione realmente interessante[18]. Il simbolo dell’ Asociación Internacional de los Trabajadores (AIT), gruppo anarco-sindacalista, fu usato per la prima volta al Consiglio Federale di Spagna e rappresenta una “livella in un cerchio”, che appare come una "A", con tanto di “filo a piombo”, segno di rettitudine morale.



[1] Proudhon, J.P., La Giustizia nella Rivoluzione e nella Chiesa, pag. 694

[2] http://www.bicentenario-goi.it/Relatori_Palermo.pdf

[3] Alvarez Lazaro, P., Libero Pensiero e Massoneria, Gangemi, Roma, 1991, pag. 102

[4] ibidem

[5] http://italian.ruvr.ru/main.php?lng=ita&q=65&cid=85&p=19.12.2006&pn=1

[6] Friz, L. P. La massoneria italiana nel periodo postunitario. Lodovico Frappolli, Franco Angeli, Milano, 1998, pag. 82

[7] ibidem

[8] ibidem

[9] Friz, L. P. La massoneria italiana nel periodo postunitario. Lodovico Frappolli, Franco Angeli, Milano, 1998, pag. 83

[10] ibidem

[11] ibidem

[12] ibidem

[13] ibidem

[14] http://www.bicentenario-goi.it/Relatori_Palermo.pdf

[16] Mioni, U., I sogni dell’anarchico, Il Litorale Libri, 2008

[17] www.anarca-bolo.ch/a-rivista/261/34.htm

[18] Valin Fernadez, A., LA MASONERÍA Y EL MOVIMIENTO OBRERO: IMAGOS E IDEAS PARA UNA REFLEXIÓN TEÓRICA http://tallerediciones.com/cuza/masonesyobreros.htm


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permalink | inviato da tarantula il 28/3/2010 alle 12:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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