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Dialogo con un venditore d'almanacchi
post pubblicato in Libertà e Mercato, il 10 marzo 2015

Dialogo con un venditore d'almanacchi 

Lettera aperta a Piergiorgio Odifreddi su comunismo e libero mercato.


di Luigi Corvaglia


Lo ammetto. Ho simpatia per gli antipatici. Lo so, è un paradosso. Ma, sapete, rientrando nella categoria oggetto di tale etichettamento, mi sento affratellato a un particolare sottogruppo di antipatici. Non quelli che si sono meritati tale definizione in virtù di caratteristiche fisiche, caratteriali o comportamentali, bensì quelli che stimolano nei più reazioni di fastidio a causa di una supposta tendenza a strafare dal punto di vista intellettuale. I famosi “tuttologi”. Questi, si dice, possono pretendere di sentenziare sui più svariati ambiti dello scibile solo grazie ad una cospicua dose di presunzione. E’ chiaro, per noi diversamente simpatici, che qui stia parlando l’invidia per le nostre esagerate virtù. Certo, qualcuno è più tuttologo degli altri, quindi più indisponente. Per farla breve, a me il “matematico impertinente” Piergiorgio Odifreddi è sempre stato molto simpatico. Il personaggio mostra, nella sua poliedricità rinascimentale, di saper maneggiare una gran quantità di conoscenze in ambiti che vanno dalla matematica – sua professione - alla fisica e alle altre scienze, ma anche alla logica, la letteratura, l’ arte, la filosofia e la religione. In questo ultimo ambito, ad esempio, si è distinto quale divulgatore di concezioni ateiste dimostrandosi anche attento esegeta della Bibbia.

Esiste però un problema. Infatti, i tuttologi di questa fattispecie hanno la tendenza a creare collegamenti trasversali fra quelle quattro o cinque materie in cui si muovono a menadito e altre che solo la prosopopea che li contraddistingue li illude di maneggiare. Agli adoratori della dea Ragione, infatti, capita talvolta di sovrastimare la quota di detta divina qualitá che li pervade. Come nel dogma della transustanziazione (di cui il matematico indisponente spessa parla), sembra che il rituale dello studio scientifico permetta al prete razionalista di mutare, tramite la semplice introduzione di pochi elementi di positivismo, la substantia di qualunque sentenza per renderla “scientifica”, lasciandone però immutata la forma irrazionale. Bene, Odifreddi palesa perfettamente tale habitus in varie occasioni. Voglio qui soffermarmi su un suo scritto in cui tale pratica di imposizione delle mani dello scienziato pretende di dare incontrovertibile razionalità a quella che è la sua passione politica. Ma come? Giustificare una passione con la ragione?! Si. Esatto. Quando uno é cosí scienziato anche il sentimento é scientifico. Lo si vede benissimo in un suo articolo. Il lavoro in questione è datato, ma si ha ragione di credere che rispecchi ancora le opinioni dell’autore. Il titolo del sagace saggio è “Capitalismo e comunismo. Da che parte sta la scienza?”. La scienza non lo so, ma Odifreddi sta dalla parte dei rossi. Niente di male, sia chiaro. Ciò che invece mi sembra discutibile è la pretesa alchemica di trasformare in oro della logica alcune frattaglie concettuali di minor nobiltà. Una buona capacità cognitiva, peró, non è la pietra filosofale. Fatto sta che per Odifteddi il comunismo é scientificamente validato e superiore a qualunque altra idea. Prima di passare ad esaminare gli esempi di tale logica, è utile notare che il primo a parlare di scientificità del marxismo fu lo stesso Marx che mostrava appunto sufficienza nei confronti del “socialismo utopistico” degli anarchici. Sennonché la pretesa scientificità del paradigma marxista era basata su concetti illogici quali il valore-lavoro e la fiducia irrazionale sul “compimento della storia” dovuta alla zavorra a-scientifica dello storicismo hegeliano. Ci aspettiamo, allora, che l’aggiornamento ai tempi nostri della dimostrazione della razionalità socialista comporti delle correzioni. La statura scientifica dell’autore dovrebbe farcelo sperare.

L' upgrade dovrà basarsi su qualcosa di molto più valido, altrimenti il Piergiorgio si dimostrerebbe uno antipatico senza motivo. Non sono sicuro che abbia dimostrato di continuare a meritarsi la mia simpatia grazie ad una motivata presopopea. Infatti, con consueta arguzia, il professor Odifreddi porta si delle spiegazioni, ma non basate sull' implacabile logica, bensì sul placabilissimo entusiasmo di alcuni slogans. Si, avete capito bene. Non argomentazioni, slogan. Eh, ma letti alla luce di varie discipline scientifiche, peró! Infatti ogni grido di guerra é estrapolato, nella mente dell'autore, da una disciplina. Vediamo:


Odifreddi si appella innanzitutto alla Filosofia:


Il comunismo pensa in termini di classi, privilegiando quella dei diseredati (in special modo, il proletariato); il capitalismo si interessa degli individui, privilegiando i ricchi (primi fra tutti gli industriali).



Già questa prima affermazione contiene molto di luogo comune e poco di scientifico. Ad ogni modo, dopo aver azzardato che questa contrapposizione è riproposta dalla dicotomia idealismo tedesco-empirismo inglese (?), non è in alcun modo spiegato perché sarebbe meglio pensare in termini collettivo-tedeschi piuttosto che anglo-individuali; mancanza rilevante, sia in considerazione del fatto che il pur coltissimo autore ignora che l’ individualismo metodologico è ormai accettato quale inconfutabile verità anche dai “marxisti analitici” (no bull-shit marxism), sia perché, a voler seguire semplificazioni di analogo tenore, si potrebbe ricordare che la Germania ha prodotto il nazismo (ovvero, il nazionalsocialismo) e la perfida Albione la democrazia. E’ evidente che, a differenza che in matematica, nel parlare il matematico utilizzi i termini in modo poco rigoroso, per cui non si capisce chi sia il capitalista, cioè se solo un fautore del libero mercato o un ricco imprenditore dedito al furto del plus-valore. Ad ogni modo, l’autore tradisce una poco scientifica concezione organicistica affermando che “il comunismo vuole” una certa cosa, mentre “il capitalismo si interessa” ad un’altra. E’ contraddittorio (non solo per un logico) affermare che una concezione che giustamente si definisce centrata sull’individuo e la sua sovranità “si interessa” ai ricchi. Non esiste il capitalismo come unità pensante, è una astrazione che cela i singoli capitalisti, persone che si muovono sulla base di incentivi personali e che non sono certo animate da un sogno di edificazione di una società che privilegi questa o quella “classe”. Se disegno esiste, non è di una entità definita “capitalismo”. Ad ogni modo, è ben diverso giudicare un’azione o una dottrina a partire dalle intenzioni o dai risultati. Ammesso e non concesso che il capitalismo, inteso come sistema di libero mercato, privilegi i ricchi, ciò non è programmatico ( a meno che dietro l’etichetta “capitalismo” il buon Odifreddi non intenda definire, con poca rigorosa estensione, non un sistema di libero scambio, ma il regime politico-affaristico che preme al fine di perpetuare la sperequazione economica proprio tramite il soffocamento del libero mercato). Se, invece, è programmatica l’attenzione per il povero nel comunismo, l’esito della pratica comunista ci pare totalmente diverso rispetto alle intenzioni. E’ interessante notare che Odifreddi giudica il comunismo a partire dai buoni propositi e non dagli effetti (evidentemente frutto di non ortodossa applicazione di formule scientifiche), mentre giudichi il capitalismo in modo assolutamente inverso, cioè a partire da quelli che ritiene esserne gli esiti nefasti.


Si passa quindi ad appellarsi alla Logica. Piergiorgio insegna in una Università della Repubblica una materia che si chiama proprio “Logica”, quindi ne capisce. Dice:


il comunismo vuole cambiare il mondo, e perseguire dunque il progresso; il capitalismo si accontenta invece di capire il mondo, e combatte per la conservazione.



Affermazione molto discutibile. Discutiamone. Non esiste progresso se non nato dal confronto. Il libero confronto delle idee, ad esempio. Il comunismo vorrebbe imporre il monopolio ideatico, sempre ad esempio. In tal senso, il comunismo è fortemente conservatore, perché vuole conservare l’assetto di potere, limitare la circolazione di nuove idee, ecc. Ma niente di ciò che regge fra le creazioni umane nasce per imposizione esogena. Lingue, cucina, usi e costumi, diritto consuetudinario, ecc. Tutto ciò è autopoietico. Ovviamente vi rientrano anche i sistemi di scambio fra merci, dato che il mercato anticipa di molto lo stato. Bisogna ricordare, anzi, che l’economista Von Hayek, pensatore che si farebbe fatica a definire un progressista, è autore di un noto saggio intitolato, guarda un po', proprio “Perché non sono conservatore”. Egli è stato criticato in quanto descrive l’evoluzione per libero confronto in termini chiaramente darwinistici, cioè basati sulla sopravvivenza del mezzo e del sistema più adatto in un processo autopoietico senza sosta. Shumpeter, dal canto suo, ha centrato la sua opera sullo sviluppo prodotto dal capitalismo sotto forma di nuovi beni, nuove qualità, nuove tecnologie, nuovi materiali e fonti di approvvigionamento ecc. Altro che conservazione. Ma bisogna capire a quale conservazione e a quale progressoci riferiamo. In realtà, è proprio contro questo sviluppo di beni, tecnologie, materiali, ritenuto causa di disastri ecologici che, da sempre, i comunisti – che nei paesi del socialismo reale hanno prodotto statalmente i più grandi disastri ecologici – gli anarchici, i primitivisti e altra sinistra si battono da sempre.


Ma forse Odifreddi intendeva porre sotto il termine “progresso” esclusivamente il progresso economico ed esclusivamente quello di una classe, quella povera.

Questo ci porta alla necessità di discutere un’altra delle argomentazioni “scientifiche” portate da tanto illuminista, quella relativa all’ Economia, ma si tratta di un’ economia da salone da barba:



capitalismo e comunismo hanno obiettivi opposti e simmetrici per quanto riguarda la distribuzione della ricchezza: il primo pretende di far star meglio i ricchi, anche a costo di far star peggio i poveri; il secondo desidera arricchire i poveri, anche a costo di impoverire i ricchi.



Si dà per scontato che impoverire tutti i ricchi sia desiderabile. E’ chiaro, così dicendo, che si suppone che i ricchi lo siano per aver rubato ai poveri. In una società ingiusta e in un'economia gestito da oligarchie burocratiche e finanziarie è sicuramente vero. Anche se ragioniamo sulle appropriazioni originarie, si può convenire. Altrettanto vero se ragioniamo sulla scorta di un capitalismo inteso come braccio economico dello stato. Insomma, ridistribuire, che vuol dire sottrarre tramite il fisco, è azione moralmente giusta a partire dall'idea che i ricchi abbiano a loro volta rubato. Questa logica, però, denuncia l’ignoranza di due concetti. Il primo è che il mercato non è un “gioco a somma zero” in cui quello che io guadagno tu lo perdi e viceversa. Nello scambio fra due individui entrambi guadagnano qualcosa, altrimenti non si avrebbe scambio alcuno. Questo avviene anche quando oggetto di tale scambio sia la forza-lavoro. Che questo possa comportare il rischio di “sfruttamento” è più che vero, e motivo della mia dissonanza con la lettura dei cosiddetti Chicago boys (una scuola economica il cui più noto elemento fu Milton Friedman) e con l'anarco-capitalismo, ma il problema vero e fondamentale è nella sussistenza di forti sperequazioni economiche la cui causa è, non nella mancanza dell’intervento statale, ma proprio nella commistione fra apparato statale e economia, cioé affari e finanza. Commistione, questa, che è madre delle bolle speculative e delle concentrazioni economiche e di potere che schiacciano gli individui. Concentrazioni che difficilmente avrebbero tali caratteristiche in un mercato realmente libero. Pierre-Joseph Proudhon, Benjamin Tucker e Francesco Saverio Merlino, tre “socialisti”, da tre diverse angolazioni, hanno detto queste stesse cose, cioè che il socialismo non è antitesi del liberalismo, ma suo compimento.


Veniamo allora allo slogan "confermato" dalla Fisica:


Il comunismo persegue un’ideale di uguaglianza, in cui ciascuno dà secondo le proprie possibilità ed ottiene secondo i propri bisogni; il capitalismo cerca di mantenere e accrescere la diversità, in special modo fra chi produce e chi guadagna.



Mi sembra un ottimo slogan a favore del capitalismo. Primo, perché la concezione del “ciascuno fa quel che può, ma prende all he can eat è utopistica anziché no. Secondo, perché, essendo gli uomini tutti diversi - e in ciò risiede la ricchezza dell’umanità e il motivo di tutti i suoi progressi (che, lo abbiamo detto, derivano dal confronto) -, a livellarli non si avrebbe altro che una sterile staticità e una uniformazione ottenuta tramite il soffocamento e la mortificazione delle caratteristiche individuali. A voler giocare al gioco di Odifreddi – il gioco si chiama “ma quante ne so” – si può citare lo schema struttural-funzionalista di Merton che rappresenta una società armonica e funzionale solo se tutti perseguono conformisticamente gli stessi fini e tramite gli stessi mezzi. Che questo comporti la pace sociale è verissimo. Ma affermare, come Odifreddi afferma, che la società senza frizioni porti al progresso è risibile. Galilei sarebbe considerato disfunzionale nello schema mertoniano. Per inciso, gli struttural-funzionalisti utilizzavano quale esempio di tale società ideale la Cina Maoista. Piazza Tienammen è stata la dimostrazione tanto della non veridicità del conformismo funzionalista quanto della qualità persuasiva della retroazione del sistema per riportare alla uguaglianza. Quanto all’accrescere le diversità fra chi produce e chi guadagna, Odifreddi lo sa, se ha letto Marx, non è conveniente per gli stessi capitalisti.


Ma il bello inizia ora, con l’aumentare del tasso “scientifico”. E’ il turno delle Scienze Cognitive:



Il comunismo propone un’organizzazione della società basata sulla ragione; il capitalismo propone uno sviluppo basato sull’istinto.



Interessante argomento che poco ha a che vedere con le scienze cognitive (e con le scienzetout-court) e che finisce col produrre schematismi antropologici per cui “la lateralizzazione del cervello è dunque coinvolta nella determinazione del comportamento neuronale, in modo tale da riflettere (forse non solo per ironia della sorte) le tendenze politiche: gli individui “di sinistra” (in cui l’emisfero di sinistra abbia cioè la prevalenza) saranno più razionali e scientifici, quelli “di destra” più istintivi e artistici.”. Stranamente, però, la maggior parte degli artisti sono di sinistra e buona parte degli imprenditori sono molto razionali. Nel primo caso, la cosa è probabilmente dovuta alla apertura mentale di cui l’artista necessita per esplicare la propria libera creatività, nel secondo, nel calcolo e nell’ inventiva che chi investe e rischia deve necessariamente mettere in atto, certo, accanto anche all’istinto. Ad ogni modo, la fallacia e il pericolo dell’affermazione dell’impertinente matematico è nell’idea che esiste un sistema razionale perché “giusto” (o giusto perché razionale) . Ma questa è considerazione etica. Hume ci ricorda che una affermazione etica non può trasformarsi in prescrizione (la conclusione di un sillogismo può essere imperativa solo se lo sono anche le premesse) e Nozick che non esiste una società “perfetta” che accontenti tutti. E’ in nome di indimostrabili superiorità che si danno gli integralismi e le guerre di religione. Se qualcosa è realmente gradita a tutti, si impone da sola. Se una cosa è realmente oggettiva, non è necessario imporla. Diceva Voltaire che non esistono sette in geometria. Ma non è il caso di ricordarlo ad un matematico.


All’argomento della razionalità è strettamente legato anche lo slogan che l’autore fa supportare dall' Informatica:


il comunismo è a favore della pianificazione centrale; il capitalismo canta le lodi del libero mercato.



E’ chiaro che ciò esprime l’idea che il comunismo è razionale, perché pianifica. Pianificare significa ragionare. Cogito ergo pianifico. Invece, il libero mercato, in ragione appunto della propria libertà, non pensa, quindi è stupido. In realtà, il maggior tallone d’Achille dell’intelligenza del comunismo è proprio nell’idea di pianificazione. La pianificazione prevede conoscenza. Conoscenza dei bisogni, dei tassi di sostituzione marginale, di dove allocare le risorse ecc., tutte cose che nessun organismo, neppure onnisciente come Odifreddi o il platonico “governo dei custodi”, possiede. Tali conoscenze, invece, sono possedute, in frammenti, dai vari individui. Solo il sistema dei prezzi è un meccanismo perfetto per comunicare informazioni, conoscenza, velocemente e ovunque. Questo autopietico meccanismo conoscitivo è acefalo – cibernetico, professore - e non dotato di concretezza fisica. Risponde, cioè, alle stesse caratteristiche che, nella conclusione del suo bel libro,Perchè non possiamo essere cristiani, Odifreddi attribuisce, in un rigurgito di naturalismo, alla dea natura, al logos. Non antropomorfica divinità senziente e pensante ma semplice descrizione delle leggi che governano ed equilibrano l’universo. Insomma, in religione il matematico è ateo, in economia è pio.


Bene, ora è il momento delle Scienze politiche:


Il capitalismo si ritiene indissolubilmente legato alla democrazia rappresentativa, che produce un parlamento di cittadini; il comunismo si organizza in soviets, che esprimono le classi.



Anche questo non è male come slogan a favore del liberalismo (si noti come il termine “capitalismo” sia polisemantico per l’impertinente). In verità, in verità ci dice, però, che quello che può sembrare un vantaggio, cioè la democrazia, è uno svantaggio, perché la democrazia è una truffa. Per giungere a questa conclusione non avevo bisogno di Odifreddi. Egli cita il paradosso dell’elettore di Arrow che dimostra come le regole di Condorcet, normalmente utilizzate nel rito della celebrazione elettorale, sono assolutamente irrazionali, perché non consentono una scala di preferenze che rispecchi realmente quella espressa dagli elettori. Bene. A conoscenza di questo stato di cose, e di altri fatti, è da che ho l’ età della ragione che non voto. Non so come si comporti al riguardo Odifreddi, però, inquietantemente, questi scrive che Arrow ha dimostrato che “esiste solo un sistema che non presenti le stesse caratteristiche paradossali (…) questo solo sistema è la dittatura”. Forse anche a Odifreddi non piace votare..


Passiamo quindi alle Scienze Naturali:


Il comunismo – scrive il matematico - teorizza la rivoluzione come mezzo per la conquista del potere e la trasformazione radicale della società; il capitalismo contrappone il cambiamento graduale come espediente per la conservazione di entrambi.



Qui Odifreddi afferma che nella scienza moderna la discontinuità è l’ipotesi più in voga ( e si cita, fra le altre cose, quale paradigma epistemologico, solo quello di Kuhn, unico basato sul principio “dialettico” marxiano di tesi-antitesi-sintesi…). Non manca dotta citazione di Sofocle. Non capisco l’argomento. Forse ci si riferisce al concetto nichilista molto in voga nei circoli anarchici e di estrema sinistra per cui il sistema non si riforma ma si distrugge. Un’ottica, dunque, palingenetica. Si può esser d’accordo o meno, solo che non capisco in che modo la scienza, dalla fisica quantistica alla teoria delle catastrofi – entrambi esempi del professor Odifreddi – arrivi in soccorso all’idea palingenetica. La scienza, come l’etica, descrive, non prescrive. Qui, mi pare, neppure descrive nulla di ciò che riguarda gli esseri umani.


Ma il meglio l’autore non può che darlo sulla sua materia d’elezione: la Matematica. Qui, infatti, l’argomento è più logico e ben spiegato, per quanto abusato. Rifacendosi alla “teoria dei giochi”, ripropone il vecchio “dilemma del prigioniero”. Vale la pena di trascrivere parte del paragrafo:


Il dilemma si pone a due complici arrestati, a cui si presenta una triplice scelta: se uno dei due denuncia l’altro ma non viceversa, il delatore viene liberato ed il tradito viene condannato a 20 anni; se entrambi denunciano l’altro, ricevono 20 anni ciascuno; se nessuno denuncia l’altro, essi vengono condannati entrambi a 10 anni.

Un capitalista sceglierà di denunciare il complice, nella speranza di ottenere per sé il massimo vantaggio (la liberazione); un comunista sceglierà di non denunciare il complice, nella speranza di evitare tutti il male peggiore (la condanna a 20 anni). Fra due capitalisti, entrambi vengono condannati a 20 anni; fra due comunisti, entrambi vengono condannati a 10 anni; fra un capitalista ed un comunista, il primo va libero ed il secondo è condannato a 20 anni; in nessun caso entrambi sono liberati.



Due commenti:

- il primo è che prima l’autore descrive il capitalismo come un “gioco a somma zero”, poi, proprio quando utilizza l’esempio di un “gioco a somma diversa da zero”, quale è il mercato, cerca di utilizzarlo come arma impropria contro il concetto di mercato!

- Il secondo commento: questo è proprio un esempio di gioco di prestigio in cui si passa, senza che il pubblico se ne avveda, dalla “razionalità” all’ “istinto”, dalla a-valutatività scientifica al moralismo degli affetti. Ancora una volta, infatti, non si capisce il senso delle definizioni. Qui “capitalista” non è la persona che partecipa ad un sistema di produzione e libero scambio. C’è una connotazione morale che funge da gioco delle tre carte in cui tu credi di vedere una cosa e ne vedi un’altra. Lo schematismo prevede che “capitalista” sia sinonimo di carogna e “comunista” di samaritano. Vedete come il piano della ragione e quella del sentimento si mescolino. All' asetticità si mischia il giudizio morale. Il gioco, comunque, non mira in origine a dimostrare che una data idea politica è più adatta a non prendere fregature dagli altri. Descrive solo quella condizione hobbesiana di homo homini lupus per cui, in condizioni strategiche di tale fatta, è più probabile, per chiunque, dimostrasi egoisti a danno altrui, e alla fine anche proprio, perché la scelta più comune è quella della defezione di entrambi.

Ma questo avviene solo se il gioco è a singola presentazione, perchè, sempre in base alla logica del bene proprio, il gioco può comportare la cooperazione, un “altruismo a proprio favore”, se è a n-ripetizioni. Cioè, chi è costantemente immesso in dilemmi del prigioniero ha comportamenti differenti da quello esemplificato in questa artificiale situazione singola. Altrimenti i danni totali (i pay off negativi) di ripetute defezioni sono troppo alti e sconvenienti. Si impara, cioè, che la scelta “defezionate” (nel gioco, la delazione) non paga. Il mercato è appunto un gioco in cui la scelta di defezione non paga. Cioè, si immagini che io mi fido di tutti, e nessuno mi paga, oppure che uno mi paghi e io non gli fornisco un bene o una prestazione. Il mercato, se questa fosse la regola, non si manterrebbe un giorno. Se parliamo di “persona defezionante” e “persona cooperante” ci rendiamo conto che, nell’ambito del mercato, che è proprio un sistema per uscire da quel "dilemma del prigioniero" che è la vita tutta, il capitalista, qui inteso come persona disposta a scambiare, è il cooperante (altruista per egoismo), mentre il comunista, qui inteso come persona non disposta a scambiare, è il defezionante (egoista per altruismo). Dato, insomma, il problema di uscire da questa condizione di natura in cui si è immessi in dilemmi del prigioniero, esistono due soluzioni: il mercato e lo stato. Ma, come scrive Riccardo La Conca, “Mentre, tuttavia, lo stato cerca di superare il dilemma penalizzando la strategia della defezione, il mercato lo fa premiando la strategia della cooperazione. D'altra parte il mercato e lo stato cercano di ancorare i comportamenti dei giocatori individuali a parametri oggettivi che si suppone rappresentino l'interesse collettivo. Tuttavia i parametri del mercato - vale a dire i prezzi - si definiscono e si modificano in modo impersonale e si autoimpongono. Per converso, i parametri dello stato, vale a dire le leggi, non solo sono concepiti e modificati dagli esseri umani, ma devono altresì essere imposti da esseri umani. Il che significa che, mentre il mercato trasporta i giocatori da una situazione strategica a una situazione parametrica senza l'intervento di altri giocatori, lo stato riesce a effettuare questa operazione di trasporto solo mediante la creazione di altri giocatori, vale a dire coloro che gestiscono la macchina statale, che danno vita in questo modo a un nuovo tipo di gioco, un gioco in cui alcuni giocatori hanno un potere virtualmente illimitato di penalizzare gli altri - tutti gli altri e non necessariamente i defezionisti- e di premiare se stessi o i propri amici o i propri "clienti" (ai quali questi peculiari giocatori sono in grado di "vendere" qualsiasi tipo di privilegi)”.


Consiglio sempre ai tuttologi di evitare altri tuttologi, perché l'altrui "tuttismo" potrebbe essere piú lungo del suo e, come disse quello, "quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, l'uomo con la pistola é morto".

A questo punto, è giunto il momento di togliermi la maschera con cinematografico gesto: io la penso come Odifreddi! Anch’io vorrei un mondo in cui tutti fossero “compagni”! Cioè, mi piacerebbe che tutti fossero animati dallo stesso spirito di comunione e fratellanza e nessuno sfruttasse nessun altro, esattamente come vorrei i torrenti di latte e le fontane di vino di Montepulciano. Ma, come fa giustamente notare Odifreddi, “non solo il comunismo può funzionare come sistema universale, ma funziona soltanto se lo diventa”. Verissimo. Il comunismo puó funzionare. Bisognerebbe essere tutti genuinamente comunisti. Purtroppo, non tutti gli esseri umani sono dotati delle stesse qualità di sensibilità, cultura, intelligenza, disgusto per la mercificazione e banalizzazione della vita quotidiana, rigetto per l’agonismo e spirito fraterno che contraddistinguono me e Odifreddi. Tutte queste qualità sono, come il Dio di Pascal, sensibili al cuore e non all’intelletto, con buona pace dell’ esprit de geometrie che permea il provocatorio e arguto saggio del matematico. Ma i cuori sono diversi. Allora non resta che dare ascolto a David Friedman che ci ricorda che ci sono solo tre modi di indurre gli altri a comportarsi come noi vogliamo, cioè l'amore, la forza e lo scambio. L'amore funziona se tutti amiamo. Puó valere solo per gruppi piccoli di persone che si conoscono. Altrimenti si può scegliere fra le altre due. Ricordando, come sempre Friedman dice, che una società socialista con uomini perfetti – cioè, socialisti - funziona sicuramente meglio di una socieà imperfetta, come quella liberale, con uomini imperfetti, ma una società socialista con uomini imperfetti è peggio di una società liberale formata da uomini egualmente imperfetti. Insomma, é apprezzabile e condivisibile l' affermazione che il sole è più bello della pioggia ed é giusto raccomandarlo urbi et orbi, peró, per quanto sia "meglio indossare un bikini quando c’è il sole che un impermeabile quando piove”, beh, dice Friedman “Questa non è una buona ragione per non portare mai con sé l’ombrello”.

Donne e diritti
post pubblicato in Analisi delle Democrazie, il 13 giugno 2014

di Luigi Corvaglia


Nazionalsocialismo o caos bolscevico?”. Così era scritto. Non ci rimase bene la sbirraglia della Gestapo quando al loro bel manifesto propagandistico sui benefici del nazismo fu allegato un foglietto apocrifo. Sotto la grande scritta di quella che doveva apparire come una domanda retorica qualcuno si era infatti premurato di affiggere un volantino su cui era scritto “Erdapfel oder Kartoffel?”, cioè “patate o patate”? Ecco. Benché Proudhon abbia affermato che le antinomie sono la vera struttura del sociale, l'aggregato di bipedi ai quali mi pregio di appartenere sembra operare una lettura della complessità basata su contrapposizioni che si rivelano illusorie. Due totalitarismi, insomma, andrebbero inclusi in una medesima categoria e contrapposti alla democrazia. Nel campo ideologico questa fallacia, nota come “illusione di alternative” si presenta ad ogni piè sospinto. Si usa, in altri termini, leggere Il mondo con lenti che sono solo apparentemente bipolari; eppure sono in grado di creare un manicheismo che è matrice dei più gravi fraintendimenti. Tanto premetto al fine di evitare almeno le più scontate delle reazioni alla mia dichiarazione di profonda ostilità alle cosiddette battaglie per la difesa dei “diritti” delle donne effettuata chiedendo il soccorso alla forza dello stato. Sia chiaro, non posso certo impedire a chicchessia di etichettare la cosa come “maschilismo” , ma si sappia che ciò sarà possibile solo sulla scorta del ragionamento in base al quale è maschilismo ciò che si oppone al “femminismo”. In realtà, io credo che maschilismo e femminismo non siano una coppia di opposti più di quanto non lo siano le patate e le patate. Premetto ancora che ritengo in media gli uomini peggiori delle donne. Sono bastardi, fedifraghi, bugiardi, competitivi e opportunisti in percentuali ben maggiori. Il fatto è che posso fare questa affermazione senza timore di essere coperto da vituperi da parte di qualche conspecifico del mio sesso o da una qualche associazione che raduna primati forniti di genitali esterni al fine di difenderne i supposti “diritti”. Tutti sappiamo, invece, che chiunque mettesse in fila un similare elenco di pessime qualità in riferimento alle donne dovrebbe cominciare a temere per la propria incolumità. Qualcosa questo dovrà pur significare. Molte cose, forse. Di certo una di queste è che, come diceva Oscar Wilde, alcuni esseri umani sono “più uguali” di altri; già,  ma quello che rende un supposto “diritto” tale è la sua universalità, altrimenti cessa di essere un diritto e diventa un privilegio. Noi uomini lo sappiamo bene, visto che di privilegi abbiamo goduto a lungo. Ora, è bene chiarirci sul fatto che non esiste qualcosa come i “diritti” in senso oggettivo. I diritti sono delle aspettative che ci si attende vengano soddisfatte perché una specifica società le ha rese ragionevoli e consone al proprio senso di giustizia. Ma giustizia è equità. Se si è tutti uguali si “deve” essere trattati in modo uguale. Per questo si dice che tutti hanno i medesimi “diritti”. Se nella mia società ognuno ha il diritto di non essere discriminato per il proprio sesso, non dovrà esserlo né in quanto donna, né in quanto uomo. Il discorso fila. Peccato che, nonostante la continua geremiade femminile sul permanere delle discriminazioni nei confronti delle donne anche nelle nostre avanzate società occidentali, dei privilegi di cui ormai esse godono è difficile tenere il conto. Ciò grazie agli strumenti che ci vengono venduti come la garanzia di equo trattamento: legislazione e diritto. Cominciamo dal diritto di famiglia. Nella quasi totalità dei casi di separazione e divorzio le donne si tengono la casa e i figli, mentre il marito viene sbattuto per strada e, per sovrapprezzo, si pretende da questo poveraccio di dover permettere alla ex consorte lo stesso tenore di vita di prima. Equità, si diceva.      

      Vogliamo parlare del diritto penale? Una delle parole feticcio del nuovo secolo è stalking. Si dà per scontato che la vittima dello stalking sia sempre donna. L'art. 612 bis sugli atti persecutori chiarisce perfettamente che se inviassi qualche mazzo di rose alla donna di cui fossi innamorato commetterei un atto che si configura come una condotta criminale qualora questa donna affermasse di ricavare un disagio psichico o esistenziale dal fatto di ricevere tali omaggi floreali (cioè, nel caso in cui non le piacessi). Infatti, non esiste alcun criterio oggettivo per definire una molestia, ma solo quello soggettivo della vittima. Infatti, se la donna ricambiasse il mio amore, anche venti mazzi al giorno non costituirebbero alcun reato. A decidere se il reato sussiste o no è la destinataria delle attenzioni. E' dai tempi della caccia alle streghe, quando l'accusa si basava sulla dichiarazione di maleficio subito da parte della vittima, che non avveniva una cosa simile. Eppure gli apologeti dello “stato di diritto” affermano che di questo il principio fondamentale sarebbe quello che vuole che le norme penali siano caratterizzate da una descrizione della condotta criminosa quanto più oggettiva e precisa. Ciò al fine di ridurre al minimo gli spazi di discrezionalità nella valutazione dei fatti. Gli spazi di discrezionalità rischiano di creare categorie protette e categorie maledette. Ciò che è certo è che l'arma della denuncia per stalking viene ormai agitata, esclusivamente dalle donne, nei confronti dei coniugi al fine di ottenere condizioni più vantaggiose nei procedimenti di separazione. L'apoteosi dell' idiozia, però, è l'imperante ultima moda in fatto di luoghi comuni, cioè la l' “emergenza femminicidio”. Il concetto è molto trendy: il mondo si sarebbe riempito di uomini intenzionati ad uccidere le donne. Nonostante il martellamento mediatico che ha favorito la promulgazione di una raffazzonata legge inserita nel nostro ordinamento penale, la notizia è falsa. Non esiste nulla di simile ad una “emergenza femminicidio”, almeno non più di quanto esista una emergenza biondicidio (che riguarda i biondi), calvicidio (calvi), miopicidio (miopi), ecc. E' ovvio che finché esisteranno gli omicidi verrà uccisa una percentuale di biondi, di calvi, di miopi e, quindi, anche di donne. Insomma, gli uomini sono molto più violenti delle donne e commettono la stragrande maggioranza degli omicidi. Il fatto è che i sessi sono solo due, quindi che ci siano molti uomini che uccidono anche donne appare ovvio. Cionostante, il rapporto fra maschi e femmine vittime di omicidio è di sette a tre. Inoltre, il numero di donne uccise non è mai cresciuto negli ultimi vent'anni né in senso assoluto né relativo. Poiché poi per femminicidio si intende, non l'uccisione di una donna da parte di un uomo, bensì l'uccisione di una donna perché donna, le percentuali risultano veramente risibili. Non esiste alcuna emergenza femminicidio. Però esiste la legge sul femminicidio. Una vera mostruosità logica prima che giuridica. Si prevede l'aggravante per i casi di relazione affettiva con una vittima donna. In altri termini, il marito che uccide la moglie commette un atto più grave della moglie che uccide il marito. Equità, si diceva. Sempre gli entusiasti del diritto, nel cui novero non trovo posto, sanno bene che un reato deve essere punito avendo a riferimento l’azione compiuta e non la qualità della vittima. Appare del tutto impropria una scala nella gravità dei delitti in base alla riprovazione ideologica del fatto piuttosto che all' incidenza sociale del fatto stesso. L'ennesima concessione alla prepotenza della dominante cultura della misandria, ossia dell'odio politicamente corretto verso l'universo maschile. Ora, avvalorare e implementare la supposta lotta per la parità dei diritti delle donne mediante l'intervento coattivo dello stato è masochistico e delirante, non solo per gli uomini, ma per tutti coloro i quali hanno a cuore una società libera ed equa.


Far valere i propri "diritti" chiedendo di farli imporre dallo stato è come pretendere che a scuola non ci rubino le merendine perché abbiamo un fratello maggiore manesco e bullo che le merendine le ruba lui agli altri. Forse le merendine non ce le ruberanno, ma certo quello che guadagneremo non si chiama nè rispetto nè simpatia.  Perfino i devoti del rito elettorale saranno stati sfiorati da questa idea recandosi alle urne per le elezioni Regionali o Europee nell'attuale dominio del “politically correct”. Non si può più scegliere i propri “rappresentanti” perché li si considera validi, ma tenendo conto anche del sesso al fine di “garantire una adeguata rappresentanza femminile”. E questo non avviene solo in quel mercato delle vacche che è la politica, ma è obbligo di legge perfino nei consigli di amministrazione delle società quotate in borsa. Ecco che l'idiozia passa dalla condizione di tara sociale a totalitarismo, da fisiologica, ma democratica, inadeguatezza cognitiva a dittatura dell'imbecillità! Allora perché non immaginare una quota per i gay? Vogliamo discriminarli rispetto alle donne? Poi una quota per i trans, una per i transgender, una per i bisex e via così seguendo tutte le declinazioni della sessualità. E i calvi? Li vogliamo discriminare? I bassi? Gli islamici? Gli indù? Quelli con la erre moscia? E perché questa cosa deve valere solo per la rappresentanza politica? Se vogliamo veramente utilizzare la forza per falsare il gioco a favore di una categoria protetta dobbiamo immaginare delle quote rosa nei concorsi della pubblica amministrazione, per la scelta del medico di base, eccetera. E se qualcuno pretendesse le “quote azzurre” per l'insegnamento nella scuola dell'infanzia? Insomma, dai salotti mediatici ai postriboli politici non si fa che ciarlare di “meritocrazia” e poi si propone quale strumento di “emancipazione” l'idea di incommensurabile imbecillità dell'obbligo della “parità di genere”, una offesa al merito, alla libertà e anche alle donne. Una donna dotata di un minimo di orgoglio e di dignità dovrebbe sentirsi umiliata dall' aver conquistato uno scranno o una poltrona, non per i propri riconosciuti meriti, ma solo perché portatrice di utero. Non solo. La “parità di genere” nella sua realizzazione pratica si concretizza come tutti sappiamo: in politica, si reclutano donne a caso, senza guardare a meriti, competenze, volontà per non far saltare le liste; nei consigli di amministrazione siedono solo donne appartenenti alla famiglia del maggior azionista. Questo, non perché una società maschilista e fallocratica impedisca alle donne di candidarsi o di pretendere di fare impresa, ma perché, rispetto agli uomini, sono molte di meno le donne che vogliono o possono permettersi di partecipare alla vita politica ed imprenditoriale. Una società libera o anche solo sufficientemente liberale si basa sulla volontaria scelta degli individui e il loro libero arrangiamento. Non è creando recinti di protezione per panda che le donne raggiungeranno la parità nella rappresentanza politica o societaria. Soprattutto, non è la parità nella rappresentazione a garantire di vivere in una società libera, avanzata e democratica. Altrimenti il paese più emancipato del mondo sarebbe il Rwanda, visto che la nazione africana guida la classifica dei paesi a più alta percentuale di donne in parlamento: ben il 63% del totale! Gli USA, il paese in cui le donne sono più ricche e potenti, ed uno di quelli in cui sono più libere ed emancipate, hanno solo il 17% di donne al Congresso. Probabilmente hanno cose più degne di cui occuparsi.

In conclusione, è ora di finirla con tutti i piagnistei e col femminismo peloso (in tutti i sensi...). E' progressismo di retroguardia. E' liberazione carceraria. Soprattutto, è ora di finirla con gli stucchevoli luoghi comuni che sono i mantra della nostra era di idiozia supponente. Sono i teoremi che costituiscono l'ambiente culturale entro il quale avviene la devastazione della libertà e della democrazia di cui abbiamo detto sopra. Non esiste alcuna superiorità morale della donna. Si, perché anche con l' ex angelo del focolare si ripropone il mito delle maggior virtù dell'oppresso già visto all'opera in favore dei popoli colonizzati. Molti sono i parrucchieri, tante le maestrine, tantissime le conduttrici di talk show per casalinghe tutt'altro che emancipate a diffondere il verbo. Pare che la pretesa delle donne di forzare gli steccati di questa fantasmatica forza di fallodotati sia avvalorata non solo da ragioni di giustizia, ma anche, e forse soprattutto, dal fatto che le donne gestirebbero meglio società e cosa pubblica. Esse non sono violente e guerrafondaie come l'uomo, esse danno la vita, sono sensibili, sanno fare più cose insieme, sono più efficienti e meno competitive. Insomma fate governare le donne e il mondo diventerà un paradiso di efficienza e di pace. Sarà, ma le donne che conosco io sono in uno stato di tale insofferenza delle proprie consimili che dichiarerebbero una guerra al giorno. Farebbero un deserto pur di averla vinta sulla vicina o per vendicarsi di un sottinteso che un uomo non sarebbe mai riuscito a comprendere. Datele il potere assoluto e saranno giorni amari. Esattamente come quando lo date agli uomini. Il potere non ha sesso. Insomma, si tratta della differenza fra Erdapfel (patate) e Kartoffel (patate).



Il bonobo e l'anarchico
post pubblicato in Cultura, il 25 aprile 2014

di luigi Corvaglia

pubblicato su A - rivista anarchica, n. 388, Aprile 2014

Lo scimpanzé è di destra, il bonobo è di sinistra. Si sa. Lo scimpanzé, machista, aggressivo e intollerante dello straniero, è il classico portatore della mentalità Law and Order. Il bonobo no. Questa scimmia antropomorfa, che vive in una pacifica società matriarcale e che regola le questioni col sesso piuttosto che con la guerra, è l’idolo della nuova sinistra etologica. Tra l’altro, pare che non si faccia problemi di orientamento sessuale. E’ curioso quali connessioni improbabili possa attivare la lettura pressoché simultanea di libri diversissimi. Un esempio di ciò sono proprio le riflessioni sugli animali umanizzati che mi si sono prodotte dalla presentazione “sinottica” di tre testi. Il primo è quello del primatologo olandese Frans de Waal (Il bonobo e l’ateo. In cerca di umanità fra i primati, Raffaello Cortina editore, Milano, 2013), il secondo, uno dei tanti libri del sociologo polacco Zygmunt Bauman (Modus vivendi. Inferno e utopia del mondo liquido, Bari, Laterza, 2007) e, l'ultimo, un manuale di psicoterapia (S. Sassaroli, R. Lorenzini, G.M. Ruggiero(a cura di), Psicoterapia cognitiva dell’ansia, Raffaello Cortina, Milano, 2006). Triade azzardata, lo so. Fatto è che il sociologo della società liquida, Bauman, cita Isahia Berlin che, a sua volta, riprende Archiloco. Quest’ ultimo scrisse una favola intitolata "La volpe e il riccio" la cui morale è che, per quanto si possano conoscere molte vie e molti trucchi, come la volpe, nulla si può contro una sola idea che funziona (quella del riccio). Berlin propone una rilettura del testo di Archiloco finalizzata a caratterizzare e dividere in due gruppi gli scrittori e i pensatori più famosi della storia, ma, in fondo, gli uomini tutti. Platone, così, sarebbe un esponente della squadra dei “ricci”. Questi sono coloro i quali “riferiscono tutto a una visione centrale, a un sistema più o meno coerente e articolato, con regole che li guidano a capire, a pensare e a sentire – un principio ispiratore, unico e universale, il solo che può dare un significato a tutto ciò che essi sono e dicono». Sanno una cosa sola, ma è quella giusta, direbbe Archiloco. Sono guidati dall' etica del principio, direbbe, invece, il buon vecchio Max Weber. Si tratta di quel modo di agire che nasce da principi giusti a-priori e si preoccupa poco degli esisti dell'azione. In parole povere, il tipo di ragionamento di quel chirurgo che disse che l'operazione era perfettamente riuscita, ma il paziente era deceduto. Ci sono poi le “volpi”, come Aristotele. Questi non hanno certezze assolute e le loro azioni non sono unificate da un principio morale o estetico. Sono, insomma, pragmatici, talvolta incongruenti e, quindi probabilmente più propensi ad agire in base all' etica della responsabilità, cioè giudicando l' appropriatezza di una azione a posteriori, sulla base dei risultati. Berlin definisce “monismo” la prima condizione psicologica, quella del riccio, e “pluralismo” la seconda”, quella della volpe. Egli non esita a dare al monismo la responsabilità di tutte le feroci dittature che hanno funestato il XX secolo. Il monismo è fede in un principio, quindi è popperianamente infalsificabile, è certezza. La certezza diviene sempre zelo messianico. Lo zelo messianico produce cataste di cadaveri. Un comportamento da scimpanzé, diciamolo. Non solo perché strettamente legato all'intolleranza, ma perché connesso perfino con la territorialità. Ed eccoci alla psicologia. Berlin stesso, del resto, aveva già instaurato un parallelismo tra monismo, che è ricerca d’unità e sicurezza, e agorafobia, che è ricerca di un luogo chiuso e rassicurante. Il monista è chi cerca la sicurezza. Come l'agorafobico. Questi diffida dell'aria aperta e chiede porte chiuse (salvo lamentare mancanza d'aria). Al contrario, il pluralismo soffre di claustrofobia. Chiede aria, porte aperte, luce. Il pluralista sperimenta nuove idee e nuove soluzioni. Ciò lo porta ad essere molto più tollerante. Quello di cui l’umanità abbisogna, dunque, probabilmente, non è unità, perfezione, certezza, bensì scetticismo, pluralità, vale a dire incertezza e claustrofobia. Meno scimpanzé e più bonobo. Si, perché il bonobo è claustrofobico.

 

 Ansia sociale: Ipocondria securitaria a agorafobia liquida

 

La paura implica prudenza. Il mio manuale di psicologia definisce "strategia iperprudenziale" quel comportamento che i sociologi scoprono solo ora. Esiste, infatti, un chiarissimo correlato di massa fra agorafobia di interesse clinico e i comportamenti da angoscia sociale contemporanea. Bauman ne fa il tema del suo libro. La società contemporanea è “ossessionata” dal problema della sicurezza. Gli occidentali contemporanei hanno strutturato dei circoli viziosi tali da produrre una mole di rituali compulsivi a carattere assicurativo e preventivo di chiara marca ossessiva. Eppure, il sociologo Robert Castel lo dice chiaramente nella sua analisi sull’ angoscia sociale: “viviamo senza dubbio –perlomeno nei paesi sviluppati – nelle società più sicure finora mai conosciute”. Gli individui più viziati di ogni tempo, invece, approcciano l’informazione mediatica con lo stesso spirito con cui un ipocondriaco legge un testo di patologia medica. Vi trova tutte le ragioni per sentirsi vicino all'olocausto. Terrorismo islamista, immigrazione clandestina, microcriminalità, sono tutti segni del dramma prossimo ed ineluttabile. Il bisogno di controllo che l’ansioso percepisce è basato su un’ idea di fondo irrazionale, cioè che, oltre che utile, possedere il controllo sia doveroso e, soprattutto, possibile. Si legge nel manuale che“ciò che determina la patologia non è il desiderio di controllare“per quanto possibile” l’andamento delle cose, ma la certezza di poterlo fare” . Se ne deduce che, se non si riesce a raggiungere la certezza, si ritiene giocoforza che il problema sia il non essersi applicati abbastanza oppure la propria incapacità.L’effetto sarà quindi l’aumento del controllo con aumento della frustrazione e dell’ansia. Scrive a proposito dell'ansia sociale Z. Bauman, che psicologo non è, che “L’acuta e inguaribile esperienza dell’insicurezza è un effetto collaterale della convinzione che la sicurezza assoluta sia raggiungibile,con le giuste capacità e con uno sforzo adeguato (“si può fare”,“possiamo farcela”). E così, se viene fuori che non cela si è fatta, l’insuccesso si può spiegare soltanto con un atto malvagio e malintenzionato. In questo dramma, un cattivo ci dev’essere”. L’effetto è l’aumento del controllo con aumento della frustrazione e dell’ansia. la sovrapponibilità dell'osservazione del sociologo a quella dello psicologo è totale. Qui, in più, c’è la costruzione di quelle che in criminologia si chiamano le “nuove classi pericolose” (immigrati extracomunitari, soprattutto). Come si ottiene,dunque, protezione da tutto ciò? Chiudendosi, separandosi. L'ipocondria securitaria sfocia nell'agorafobia sociale. L’alienazione urbana della Los Angeles descrittaci anni fa da Davis (M.Davies, L’agonia di Los Angeles, Datanews, 1994) come vero laboratorio della medievalizzazione dei tessuti metropolitani, con tanto di cittadelle indipendenti, ponti levatoi, bravi prezzolati e telecamere ad ogni angolo a definire l’avverarsi della distopia del “panoptikon”, è ormai dilagata al resto delle metropoli. San Paolo del Brasile ne è uno degli esempi più eclatanti, ma la parcellizzazione armata è processo dal quale nessuna città è immune. I muri e l'orientamento delle telecamere distinguono “noi” da “loro”, dividono l’ordine dalla natura selvaggia. Si tratta di una spinta verso delle comunità di simili,allontanamento agorafobico dall’ alterità esterna e, al contempo,rinuncia all’ interazione interna, riducendosi l’interno ad essere un blob uniformato e indifferenziato. La “comunità degli identici” è una polizza assicurativa contro i rischi del plurale, della polifonia del mondo esterno, ma anche, ci ricorda Berlin, assicurazione di eccesso di zelo. Ad esempio, zelo nell’allontanare,in base allo ius excludendi alios connesso alla proprietà.

 

Anarco-ricci fra inferno e utopia

 

In Italia certo sedicente “anarcocapitalismo” secessionista, commistione di reazione e rivoluzione, di autodeterminazione western e culto identitario, è l’ espressione strapaesana di questi fermenti metropolitani. Qui gli spazi da delimitare diventano quelli di indefinite “nazioni per consenso” (concetto mutuato dall'ultimo, contraddittorio, Rothbard), compattate artificialmente dalla provinciale paura agorafobica. “Mixofobia” è il termine utilizzato da Zygmunt Bauman per definire questa reazione “iperprudenziale” per gestire l’ingestibile, ossia la connaturata diversità dell’umano. Una utopia, come tutte le utopie destinata a produrre molte infelicità, come ben sa l’agorafobico. La mixofobia, quindi, è l’agorafobia del mondo liquido ,di quel mondo, cioè, in cui la velocità dei processi è tale da impedire la cristallizzazione dei fatti sociali in dati strutturali, in cui le modalità sono cangianti e inafferrabili e nel quale sono venute meno le agenzie collettive di sicurezza (welfare state ecc.). Che a produrre tale forma di “chiusura a riccio”- – espressione che qui è proprio il caso di usare- sia un aggregato di individui che si rifanno alla cultura "libertarian” è decisamente paradossale, visto che questa si propone quale forma estrema e compiuta dell'idea “liberale”, un'idea, cioè, che si fonda proprio sul confronto e la libera sperimentazione in assenza di verità universali. Proprio la cultura liberale, intesa come ethos, ha prodotto, con la caduta degli assoluti, “le società più sicure di sempre” di cui parla Castel. E la globalizzazione di cui cantano le lodi è lo stesso fenomeno da cui si difendono. Dimentichi del passato da volpe, i nostri “libertari” si palesano quali ricci ben colmi di aculei e si fanno cartina di tornasole della deriva liberale. Significativo, ed estremamente esplicativo, notare che, al suo primo affacciarsi, sul finire degli anni settanta, il libertarismo di mercato italiano si presentava con una rivista intitolata Claustrofobia. Al suo ripresentarsi, il think thank anarco-capitalista ha propagandato il proprio pensiero, orgogliosamente politicamente scorretto, da una rivista denominata Enclave...

 

La reazione allo stato di cose prodotte dalla modernità, infatti, può essere di tipo regressivo o progressivo. Nel primo caso, si può cadere in una romantica nostalgia per un mondo premoderno in cui la comunità era la sicura cornice dell’attività umana. Vi rientralo stesso Bauman, col suo disdegno dell’individualismo “moderno”e la sua fiducia nel socialismo, ma, paradossalmente, e per gli stessi motivi, anche una parte non piccolissima dell’anarchismo.

Poi c’è il sistema della volpe (e,un po', del bonobo).Quello del pluralismo, del meticciato, del confronto, della libera sperimentazione. Questa è l’opzione, in senso lato, libertaria. Intendo sotto questa etichetta una concezione trasversale che contiene ogni pensare “liquido”, nemico, cioè, della scelerotizzazione, e che può ritrovarsi nell'ethos anarchico come in quello liberale delle origini. I nostri anarcocapitalisti “paleolibertari” (così si chiamano), pur affermando di richiamarsi a quell'ethos - sia in quanto“anarchici”, sia in quanto “liberali” -, rischiano spesso di utilizzare la prima delle due scelte proposteci da Italo Calvino nel suo Le città invisibili:

 

Due modi ci sono per non soffrire. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e sapere riconoscere chi e cosa, in mezzo all’ inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

 

Affiancare secessionismo para-leghista, mixofobia, urbanistica securitaria privata, rivolta fiscale e integralismo cattolico è sicuramente la scelta di diventare parte dell'inferno. Forse di alimentarlo. La seconda opzione spetta a chi non vuole contribuire a questa causa. Coloro, poi, che vogliono sostituire all'inferno il paradiso seguendo scrupolosamente il loro catechismo non fanno che denunciare il loro monismo. Hanno una soluzione sola, ma è quella giusta,quindi essi sono l'inferno. Ricci e volpi possono non essere così riconoscibili al primo sguardo. E fino a pochi anni fa il bonobo era considerato una specie di scimpanzé.

Anarchici a Lilliput
post pubblicato in Storia delle Idee, il 6 agosto 2013

Anarchici a Lilliput



 

di Luigi Corvaglia

 

Ignoro cosa la vegliarda abbia compreso delle idee del nipote, ma è un fatto che ne Il post-anarchismo spiegato a mia nonna (Eleuthera, Milano, 2013) il capitolo meno comprensibile è proprio quello in cui si dovrebbe spiegare ciò che il titolo promette. Quanto al resto, se  immaginiamo di seguire il discorso di Michel Onfray davanti a the e pasticcini preparati dalla vecchia, lo smilzo pamphlet è molto piacevole. Questa immagine conviviale ci permette di essere indulgenti di fronte a una certa carenza di rigore che troveremmo disdicevole in un’aula d’accademia o in un dibattito fra “tecnici”. Del resto, nelle appena 90 pagine del libro non c’è spazio per analisi approfondite. Come conseguenza di ciò, qualche affermazione tanto perentoria quanto superficiale può risultare discutibile (per esempio “per sdoganare Stirner come un anarchico bisogna non aver letto L’Unico e la sua proprietà”, a pag. 37). Ad ogni modo, niente di scandaloso al livello di quanto altri, ben più blasonati, sono riusciti a produrre in spazi simili. Penso, ad esempio, all’imbarazzante libretto in cui Colin Ward si produsse una sorta di “bignami” dell’anarchismo con risultati ridicoli (sempre a proposito di Stirner, l’inglese ammise: “l’ho sempre trovato incomprensibile” )[i].

In definitiva, il concetto espresso da Onfray è semplice: “Gli anarchici istituzionali amano la liturgia, recitano il catechismo, si genuflettono davanti ai sacri testi delle loro biblioteche e coltivano la ferrea certezza che le soluzioni per il ventunesimo secolo si trovino in scritti coevi all’invenzione della macchina a vapore” (pp. 41-42).  Causa di ciò la genealogia hegeliana della preponderante tradizione anarchica russo-tedesca (Bakunin è il rovescio di Marx, insomma) a cui, forse con un certo sciovinismo, l’autore contrappone una tradizione francese che vede la sua punta di diamante in Proudhon. Questi, privo di una concezione teleologica, storicistica e romantica “parla di <<anarchia positiva>> e non vuole finire in due strade senza sbocco: L’anarchia del risentimento, così ben analizzata da Nietzsche, e l’anarchia dell’utopia, quella che vuole realizzare il paradiso in terra.” (pag. 43). La proposta pragmatica? Un anarchismo da vivere, nel presente, a piccoli passi e in personali scelte esistenziali (l’autore si gloria delle sue  per un po’ di pagine) e non nell’attesa messianica di una fine della Storia. Onfray invita a mettere giù il megafono  e agire. Ma come è possibile agire? Efficacissima, a questo proposito, l’immagine dei lillipuziani che bloccano il gigante, non grazie al potere di uno solo, ma grazie alla moltiplicazione di tanti minuscoli legacci. “Chiamo principio di Gulliver – scrive Onfray – questa logica nuova, più modesta, più umile, meno ostentata, ma che mette fine al modello messianico e religioso” (pag. 91). Fatto è che non è chiarissimo in cosa si concretizzino queste micro-azioni di “socialismo libertario”, anche perché, rifacendosi l’autore a Foucault, non solo i contro-poteri hanno da essere microfisici, ma lo stesso potere non si può immaginare, nel tempo post-moderno, quale un Gulliver macrofisico. Il tallone d’Achille del discorso onfreiano, come di tutto il cosiddetto “post-anarchismo”, insomma, è che, tolta l’affascinante make up del “post-strutturalismo” di Foucault, Deleuze e compagnia cantante,  tutto scoppiettanti neologismi “rizomatici” e formule dal sapore zen risciacquate nella psicoanalisi di Lacan (“L’uomo parla perché il simbolo lo ha fatto tale”, ad esempio) non rimane che un vuoto in cui rimbombano poche buone idee che proprio il post-strutturalismo renderebbe impraticabili. Infatti, come giustamente nota Nico Berti nel recente Libertà senza Rivoluzione (Lacaita, Manduria, 2013), la visione post-strutturalista comporta “l’afona riduzione dell’individuo in carne ed ossa a soggetto linguisticamente scomponibile. La sua riduzione ne permette infatti la completa dissoluzione (…) la sua autonomia è zero. (pag. 313). Insomma, non esistono i lillipuziani, esattamente come non è individuabile Gulliver. E’ lo stesso Foucault che lo dichiara: “noi ignoriamo ancora cosa sia il potere, questa cosa enigmatica, a volte visibile e invisibile, presente e assente, investita in ogni parte” (Microfisica del potere[ii]). Insomma, come ebbe a dire Eduardo Colombo: “davanti a un potere anonimo e generalizzato, senza responsabili, la ribellione diventa inutile”[iii]. Niente lillipuziani, niente Gulliver, niente legacci, niente rivolta. Ecco allora che, in un libello simpatico e leggero, le pagine che tracciano una “genealogia del post-anarchismo” diventano un percorso ad ostacoli dove si incontrano, senza spiegarli, i luoghi comuni della french theory, dai micro-fascismi deluziani, all’economia libidinale di Lyotard, al ruolo architettonico dell’amicizia in Derrida, e ci lasciano una strana vertigine. Ma è necessario tutto questo per proporre il mutualismo proudhoniano e un libertarismo non devoto? Il francese conosce a menadito la tradizione del suo paese, ma non sembra aver dimestichezza con Occam e il suo benemerito rasoio. Ecco perché non credo che la nonna abbia capito.



[i] Ward C., Anarchia. Un approccio essenziale, Eleuthera, Milano, 2008

La mia recensione: http://tarantula.ilcannocchiale.it/post/1848165.html

[ii] In Berti, N., op. cit. pag. 315

[iii] ibidem

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