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Aglio e Anarchia
post pubblicato in Libertà e Mercato, il 14 febbraio 2012

Amore, aglio e anarchia

Luigi Corvaglia

 

        

    

     
      Karl Kraus, uno dei più brillanti autori di quelle condensazioni semantiche note come aforismi, scrisse che “Un aforisma non è mai una verità: o è una mezza verità o è una verità e mezzo.” E’ l’aforisma perfetto! Vi si ritrova il senso, l’arguzia, il paradosso, la mezza verità e, ovviamente, la verità e mezzo. Ma la definizione migliore è forse quella di Nilt Ejam: “un aforisma è molto sfizio in poco spazio”. Esatto. Senza il gusto del bon mot o di una iperbole, una locuzione rimane un’osservazione, si mantiene al livello di semplice riflessione. Il successo degli aforismi risiede invece nel grottesco e nel paradosso oppure nella grande capacità condensativa di ampi principi filosofici e morali. Oscar Wilde, splendida mente di libertario, ne fece un’arte producendo schizzi di autocompiaciuta fatuità (“Amo molto parlare di niente. È la sola cosa su cui so tutto.” ) e umoristiche sentenze sulla virtù del vizio (“La moderazione è una cosa fatale. Nulla ha più successo dell'eccesso.").Nell’ambito del pensiero politico c’è un’idea che più di ogni altra si può gloriare di molti arguti aforismi: l’anarchismo. Ciò va detto ad onore dei pensatori anarchici, in grado di condensare principi e saperi in formule che, occupando poco spazio, producono molto sfizio. “L’anarchia è ordine”, ad esempio. Il motto, il cui gusto è nell’apparente paradosso, si deve all’uomo che per primo osò definirsi “anarchico” in senso positivo, cioè Pierre J. Proudhon. E chi non conosce lo slogan, sempre del tipografo di Becancon, “la proprietà è un furto”? La frase è sfiziosa, appunto, non c’è alcun dubbio, è breve e contiene una dose di verità che va dalla mezza unità all’unità e mezza. A disonore degli anarchici, però, va detto che molto spesso dei loro autori non conoscono più degli aforismi. Così ci sono sedicenti partigiani dell’anarchismo, alcuni perfino in grado di leggere e   scrivere, che sono convinti, sulla scorta di tale affermazione, che Proudhon fosse avverso al libero scambio. Qualche altro, capace di far di conto, sa che, venticinque anni dopo aver regalato alla storia ed ai fabbricanti di T-shirt quel motto, il francese si è prodotto in un’apologia della proprietà privata. Quest’ultimi, forti di tali rudimentali conoscenze, sono gli artefici della balzana teoria per cui esisterebbero due Proudhon l’uno contro l’altro armati corrispondenti al giovane anti-proprietarista e al maturo liberista. Questa gente può ben discorrere col personaggio dell’aforisma di Wilde, quello che ama parlare di niente, perché è l’unica cosa di cui sa  tutto. Pazienza. Se si fossero presi la briga di leggere qualche riga avrebbero capito che nel 1840 [1] l’autore rispondeva alla domanda “Che cos’è la proprietà?” e lo faceva da giusnaturalista, negando, proprio in quanto tale, l’idea che questa fosse un diritto naturale, concludendo che è invece un atto d’abuso e un pilastro dello sfruttamento. Nel 1865[2] non è avvenuto un cambio di prospettiva, ma di metodo. Lasciamo parlare il diretto interessato:
l’unica cosa che sappiamo della proprietà e per la quale possiamo distinguerla dal possesso è che essa è assoluta e abusiva; benissimo: appunto nel suo assolutismo, e nei suoi abusi, per non dire peggio, che dobbiamo cercare i suoi fini.[3]
“I suoi fini”. L’approccio non è più ontologico, bensì interessato all’utile. Poiché lo Stato, secondo e maggior pilastro dello sfruttamento, rappresenta un abuso ancora più grande, la piena sovranità che l’individuo ha su una porzione di materia può svolgere per questi una funzione difensiva. La proprietà è un contrappeso all’abuso statale. Proudhon, insomma, aveva già individuato con largo anticipo i rischi connessi ad una totale abolizione della proprietà privata. Tutto qui. Aveva perfino anticipato Ludwig Von Mises nell’evidenziare come senza libero mercato fosse impossibile definire il valore dei beni e provvedere alla loro allocazione, tutti problemi sui quali ogni tentativo di interrogare i devoti degli aforismi ottiene un cambio del discorso, magari un altro aforisma. Ci sono persone che confondono libero mercato e capitalismo. Quelle stesse persone che sembrano scandalizzarsi davanti a questa difesa della proprietà in funzione anti-statale, non si scompongono affatto davanti alla difesa dello Stato in funzione anti-capitalistica operate da alcune star dell’anarchismo internazionale come Noam Chomsky [4] o Hakim Bey. [5] Che accanto a quelle liberale e socialista nell'anarchismo esistesse anche un'anima statalista è acquisizione nuova e concetto che, oltre ad essere più tollerato del proprietarismo, gode anche del pregio dell'originalità.
        Un’altra formula di successo si deve a Michail Bakunin e ha per oggetto il precario equilibrio nel quale dimostrano di trovarsi i primi due principi della triade rivoluzionaria, Libertà, Eguaglianza e Fraternità, dacché la grande Madre del secolo dei Lumi partorì i loro tre figli bastardi: liberalismo, socialismo e anarchismo. Dice il russo:
La libertà senza il socialismo porta al privilegio, all’ingiustizia; e il socialismo senza la libertà porta alla schiavitù e alla brutalità.
Difficile dargli torto. Fra promesse marxiste di addio al regno delle necessità e promesse capitalistiche di libertà sempre meglio distribuite, l’unica profezia ad essersi avverata è quella dell’anarchico russo. Se, però, ci si riflette, si capisce come il mantenere questo equilibrio presupponga quello che Rocker definì “socialismo volontario”. In effetti, Bakunin è un collettivista, per quanto rigetti la centralizzazione e salvaguardi la proprietà dei frutti del lavoro individuale. La questione, dal punto di vista logico, si pone esattamente nel solco di ciò che lo psicologo Paul Watzlawick ha definito “confusione fra aglio e amore”[6]. Dice, infatti, la moglie delusa al marito: “se tu mi amassi veramente, mangeresti volontariamente l’aglio”. Il problema non è l’aglio o il socialismo, che possono piacere come no, ma che si pretenda da coloro i quali non apprezzano l’uno, l’altro o entrambi, che non solo si facciano somministrare la cosa in oggetto, ma lo facciano anche con piacere. E’ da chiarire che l’ingiunzione paradossale, cioè la pretesa d’imperio di qualcosa che dovrebbe essere spontaneo, è considerata una delle forme più patogene di comunicazione. Dietro questo noto aforisma, sulla cui assoluta veridicità in termini descrittivi nulla si può obiettare, è sottesa, invece, a livello prescrittivo, proprio la più estrema delle variazioni sul tema della confusione fra amore e aglio, cioè l’esortazione a comportarsi spontaneamente. Bakunin dice: “desideriamo la libertà e l’uguaglianza!”. Desideriamo l’aglio! Del resto, siccome “nessun uomo può emanciparsi altrimenti che emancipando con lui tutti gli uomini che lo circondano”, egli ordina ad ogni altro uomo “sii libero”, cioè, contraddittoriamente, “non farti ordinare nulla”.
             I due giganti dell’anarchismo, Proudhon e Bakunin, passarono molte notti a bere bicchieri di tè e tazze di caffè (i cultori degli aforismi sapranno che l’agitatore russo lo voleva “nero come la notte, dolce come l’amore, caldo come l’inferno”) e litigare proprio sui metodi di realizzazione della società libera. Il francese vedeva un’auto-organizzazione fra individui e gruppi diversi e compositi che avrebbe eroso gradualmente gli spazi della statualità, il russo una rivoluzione violenta che avrebbe sostituito la società della diseguaglianza con una nuova società senza classi (“La passione per la distruzione è anche una passione creativa”). Questa sorta di “socialismo volontario”, che in Petr Kropotkin diviene vero e proprio comunismo anarchico, necessita del presupposto di una antropologia benigna e caratterizza un po’ tutto l’anarchismo classico. Questo può quindi essere considerarato una laicizzazione del cristianesimo. Infatti, mentre i due primi elementi della triade rivoluzionaria, Libertà e Eguaglianza, si pretendono “diritti”, la Fratellanza è un imperativo etico, e su un imperativo etico si fonda niente più che una religione. Poteva ben dire Nietzsche che l’anarchismo è “platonismo per i poveri” (altro splendido aforisma). Questa concezione, oltre ad essere incongruente dal punto di vista logico, dimostra molte cose. La prima è che l’apparente equidistanza fra liberalismo e socialismo che lo slogan bakuniniano sembra palesare in superficie, si rivela assolutamente fallace, visto un netto sbilanciamento verso il collettivismo[7]. A dimostrazione del paradosso, il fatto che anche il rivoluzionario di Prjamuchino ha da proporre una sua triade rivoluzionaria, quella degli strumenti atti a  produrre la libertà nel socialismo e il socialismo nella libertà: “veleno, cappio e coltello”. A tal proposito ci viene in soccorso per mettere in evidenza l’aporia di questo ragionamento, l’aforisma dell’anarchico ultra-liberista David Friedman:
Ci sono solo tre modi per indurre gli altri a fare ciò che vuoi: l’amore, la forza, lo scambio.[8]
L’amore, di certo, funziona, ma, come la volontaria auto-somminitrazione di aglio, non può imporsi. Funziona solo con coloro i quali l’aglio già lo gradiscono. La forza funziona anch’essa. Veleno, cappio e coltello hanno gestito il mondo per tutto l’ ancient regime e, nei paesi in cui la proprietà è stata eliminata, anche oltre. Non si può comunque definire “anarchica” la condizione di infilare l’aglio giù per il gargarozzo ai recalcitranti. Rimane solo lo scambio, cioè l'accordo per cui A  acconsente ad aiutare B a realizzare il suo scopo se questi aiuta  A a realizzare il suo. L’idea che gli scopi e i gusti possano essere diversi non è, però, accettabile per chi ritiene che la felicità sociale stia in una ricetta uniforme e indiscutibile: aglio per tutti. Bakunin rigetta lo scambio e persegue i primi due sistemi, il primo, insufficiente, il secondo, incongruente.
George Orwell ha puntato bene su questo aspetto facendo anche notare la stretta connessione fra “amore” e “forza” quando ha scritto
L’opinione pubblica è meno tollerante di qualsiasi sistema di leggi. Quando gli esseri umani sono governati da un potere che impone loro di “non fare” questo o quello, possono concedersi una certa dose di eccentricità; quando sono governati, almeno in teoria, dall’ “amore” e dalla “ragione, l’individuo è sotto una continua pressione intesa a ottenere che si comporti e pensi esattamente come tutti gli altri[9].
Questa coercizione morale, vera forza che si impone sugli individui, che Bakunin, entro certi limiti, e Kropotkin, in toto, sembrano accettare, dimostra che una società senza stato non è necessariamente una società libera. Così, schiere di cultori dell’aforisma potranno anche mandare a memoria la verità e mezza contenuta nell’esortazione bakuniniana “Vuoi rendere impossibile per chiunque opprimere un suo simile? Allora, assicurati che nessuno abbia il potere”, ma si scorderanno che la comunità, lo collettività sono comunque un potere.
E’ qui che Proudhon viene fuori nella sua straordinaria attualità. Scevro da entusiasmo profetico, libero da abiti messianici, insensibile al fascino della fine della storia, egli propone un autogestione che si realizza mediante libere associazioni e liberi contratti. Qui non si cade, quindi, nella confusione fra amore e aglio. La società così concepita risulta costituita da una rete di liberi accordi mediante cui i singoli e le associazioni operaie (mutualismo), ma anche i gruppi sociali e gli enti locali (federalismo), si collegano fra loro regolando i propri interessi in piena autonomia. Proudhon abbraccia, cioè, la terza opzione proposta da Friedman, lo scambio. Aglio per chi lo vuole, alito fresco per gli altri.
Riguardo, poi, all'idea di costruire il comunismo sulla "fratellanza", Proudhon affermava che è come pretendere di "costruire la casa a partire dall'abbaiono". 
        Qualche conoscitore di aforismi non totalmente sprovveduto potrebbe, sulla scorta delle evidenziate comuni basi fra la concezione mutualista appena descritta e il liberalismo, ardire ad alzare la mano e denunciare in Proudhon uno sbilanciamento esattamente opposto rispetto a quello di Bakunin. Ciò sarebbe terribile ai suoi occhi, perché denunciare un ethos liberale implica denunciarne il “liberismo” e, tutti lo sanno nella sua classe, il liberalismo è "sfruttamento capitalistico". Il liberismo “estremo”, che poi sarebbe l'unico vero liberismo, infatti, è l’anarco-capitalismo di Murray Rothbard, una sorta di moloch per gli anarchici "di sinistra"[10]. Questo anarchico del primo banco però, potrebbe far bella figura solo in una classe differenziale. Infatti, l’equilibrio fra libertà e eguaglianza non viene da Proudhon ricercato in una statica sintesi fra i due elementi in antitesi, bensì, appunto, in un equilibrio dinamico, una tensione costante e irrisolvibile. La vita è così. Solo le cose morte sono date e finite. La miglior metafora è quella dell’equilibrista la cui asta si muove in su e in giù in modi apparentemente casuali, ma invece dettati dalle sempre mutevoli contingenze e che, se fossero fissati in anticipo, farebbero rovinare a terra il funambolo. Nessuna palingenesi. "Le antinomie - diceva Proudhon - non si risolvono più di quanto non si distruggano le polarità opposte di una pila elettrica". L’ “autogoverno dei produttori” costituisce, quindi,  un socialismo pluralista decentralizzato, cioè un sistema di equilibri in cui ognuno ottiene gli stessi vantaggi in compenso degli stessi servigi. Un sistema essenzialmente “egualitario” e “liberale”. Anni dopo sarà Francesco Saverio Merlino a esprimersi in termini simili. Il socialismo, diceva Merlino, è la condizione di eguaglianza nell’accesso al credito ed ai mezzi di produzione senza che i “capitalisti”, intesi qui come una casta politica innervata allo stato, impediscano la libera concorrenza e producano monopoli legali e rendite parassitarie. E’ questa un’ottica in cui il socialismo non è affatto rovesciamento del liberalismo, bensì suo superamento.[11] Con buona pace dei fautori dello sbilanciamento.  Le stesse cose poteva dire nel suo Paese, e con minor scandalo, il direttore di “Liberty”, Benjamin Tucker, anarchico statunitense tenacemente attaccato alla sua definizione di "socialista”. 
          Quanto all’anarco-capitalismo rothbardiano, un'ideologia politica che propone l'abolizione dello Stato e la sua sostituzione col libero mercato, il fatto che questi filo-capitalisti considerino Proudhon un nobile riferimento non implica la totale comunanza di vedute. E’ chiarissimo che l’anarco-capitalismo ribalta la concezione della proprietà del francese. Quest'ultimo, considerandola un abuso, la concepisce come un mezzo. I fini sono quelli di garantire la libertà e l'equità.  Quelli, gli anarcocapitalisti "ortodossi", considerandola un diritto naturale, della sua difesa fanno  un fine. Nella concezione libertarian, infatti, la sacralità attribuita alla proprietà comporta conseguenze discutibili per cui, se un monopolio nasce da una proprietà legittimamente acquisita o se il proprietario costituisce sulla base di legittime acquisizioni un dominio illiberale (volesse, cioè, obbligare tutte le pertinenze umane della sua proprietà - ad esempio gli individui che compongono la popolazione della sua città privata - ad una dieta a base di aglio), esso andrebbe comunque difeso dall’eventuale gruppo di “banditi” che ritenesse di ricostituire condizioni di maggiore equità. Questo "liberismo" si è scollato dal "liberalismo" e corre da solo. La parentela fra la visione mutualista di derivazione proudhoniana e l’anarco-capitalismo “classico” è, quindi, non strettissima. Ne è un esempio il seguente stralcio di un neo-mutualista contemporaneo, Kevin Carson,  esponente dell' "ala sinistra" di quella galassia "liberale" che viene  stigmatizzata come amica del capitale da coloro i quali, nutriti ad aforismi, continuano a confondere libero mercato e capitalismo:
Il capitalismo, venuto su come una nuova società di classe direttamente dalla vecchia società di classe del Medioevo, è stato fondato su un atto di rapina, tanto massiccio quanto la precedente conquista feudale della terra. E 'stato sostenuto fino ad oggi dall’ intervento dello Stato che continua a proteggere il suo sistema di privilegi, senza il quale la sua sopravvivenza sarebbe inimmaginabile.[12]
Questi periodi  sembrano estrapolati da un pamphlet di uno qualunque degli attivisti che si disperdono lungo lo spettro che va dal comunismo anarchico più retrò all’insurrezionalismo più à la page. Tutta gente che prende sul serio la frase del buon vecchio dandy “La moderazione è una cosa fatale. Nulla ha più successo dell'eccesso”. Eppure, i noti ripetitori di aforismi, che non sempre si vergognano di accompagnarsi ad esponenti della destra identitaria più retriva e xenofoba, cui sono accumunati dall’odio per la globalizzazione liberale e per la modernità borghese[13], palesano spesso un atteggiamento di scandalo dinanzi a chi si pone con mente aperta e disposizione sperimentale a maneggiare la scottante materia del libero scambio. Chiunque si confronti col pensiero liberale, più che eretico è un paria, un intoccabile colpevole di abiuria. Un’enciclopedia online ha coniato a tal fine la definizione di pseudoanarchico. E’, insomma,  un revisionista, quando non un anarco-capitalista sotto mentite spoglie. Questi pretenzoli dell' A cerchiata devono aver letto qualche aforisma critico di Noam Chomsky[14] ignorando che il noto linguista si definisce comunque “fondato nel pensiero liberale delle origini”. 
          Insomma, i libertari sembrano talvolta distribuire patenti di anarchismo in base all’aderenza delle altrui dichiarazioni con il proprio bagaglio di aforismi. Talvolta, addirittura, con la ortodossia - in termini aforistici, s’intende - delle loro frequentazioni. Sulla logica di questo tipo di giudizi è lecito nutrire qualche dubbio. Mefistofele, che Goethe vuole “parte di quella forza che persegue costantemente il male e realizza sempre il bene”, non si potrebbe certo definire personaggio dalle buone frequentazioni. Dove alloggia lui sono rare. Ma da quello zolfo, dice il grande tedesco, vengono buone cose. Da notare, piuttosto, che Giuda Iscariota frequentava, si dice, persone irreprensibili.
       In conclusione, se si abbandonasse qualche catechismo polveroso, si potrebbe anche azzardare qualche ardita idea. “E' ricercando l'impossibile che l'uomo ha sempre realizzato il possibile”. E’ di Bakunin.
 

 [1] Proudhon, P.G., Che cos’è la proprietà, Laterza, Bari, 1978
[2] Proudhon, P.G., La teoria della proprietà, Seam, Roma, 1998
 
[3] Cit. in Terglia, E., PropriSetà e anarchia in Proudhon, Edizioni La baronata, Lugano, 2007, pag. 19
 
[4] L’ideale anarchico, qualunque sia la sua forma, ha sempre aspirato, per definizione, verso uno smantellamento del potere statale. Io condivido questo ideale. Eppure, esso entra spesso in conflitto diretto con i miei obiettivi immediati, che sono di difendere, ossia rinforzare certi aspetti dell’autorità dello Stato. Oggi, nel quadro della nostra società, credo che la strategia degli anarchici sinceri debba essere di difendere certe istituzioni dello Stato contro gli assalti che subiscono, pur sforzandosi di costringerle ad aprirsi a una partecipazione popolare più ampia ed effettiva. (http://www.ecn.org/contropotere/press/298.htm )
 
[5] Bey’s anti-globalization ideology goes as far as to set up a facile opposition between globalization (‘sameness’) and the nation-state (‘difference’???). Bey states: “Like religion, the State has simply failed to ‘go away’ — in fact, in a bizarre extension of the thesis of ‘Society against the State,’ we can even reimagine the State as an institutional type of ‘custom and right’ which Society can wield (paradoxically) against an even more ‘final’ shape of power — that of ‘pure Capitalism.’” (http://theanarchistlibrary.org/HTML/Anonymous__The_Continuing_Appeal_of_Nationalism_among_Anarchists.html )
 
[6]  Watzslavick, P., Istruzioni per rendersi infelici, Feltrinelli, Milano, 1984,
 
[7] Su tali aspetti, autori libertari capaci di andare oltre gli aforismi hanno puntato la loro attenzione critica. Michel Onfray, ad esempio, scrive:
Bakunin si differenzia da Marx per i soli mezzi, non per i fini. Nei due pensatori si ritrova lo stesso sacrificio alla teleologia, all’ottimismo, la stessa credenza hegeliana nella possibilità di una fine e di un compimento della storia, un’identica comunione nell’odio per la proprietà privata ereditato da Rousseau, dal quale entrambi prendono in prestito la loro critica della modernità, il loro ridicolo discredito gettato sulla tecnica. Ambedue credono all’uomo totale, liberato dalle sue alienazioni per il semplice fatto di muoversi in una società senza classi. Conosciamo la storia (“La politica del ribelle”, ponte delle Grazie, 1998, Milano, pag. 92)
Massimo La Torre, da parte sua, dice
Duole dirlo, ma in Bakunin si ritrova una critica della democrazia e del parlamentarismo simile a quella antimoderna e antiegualitaria del romanticismo politico. (Ragionare, discutere, agire pubblicamente, negoziare (II)
"Una Città"n. 88 , Settembre 2000
 
[8] Friedman, D., L’ingranaggio della libertà, Liberilibri, Macerata, 1997, pag. 36
 
[9] Cit. in Woodcock, G., L’anarchia. Storia delle idée e dei movimenti libertari, Feltrinelli, Milano, 1977, pag. 73
 
[10] Rothbard, M., Per una nuova libertà. Il manifesto libertario, Liberilibri, Macerata, 1996
 
[11] Merlino, F. S. , Pro e contro il socialismo, Esposizione critica dei principi e dei sistemi socialisti, Milano, 1987, p. 41
 
[12] Cit. in Sheldon, R., Libertarian Left. Free-market anti-capitalism, the unknown ideal, American Conservative,http://www.amconmag.com/blog/libertarian-left
 
[13] Fraqueille, M., A destra di Porto Alegre, in Libertaria, 1-2004, 24-37
 
[14][Ad esempio “L'anarcocapitalismo, secondo me, è un sistema dottrinale che, se mai implementato, porterebbe a forme di tirannia e oppressione che hanno pochi uguali nella storia dell'umanità”
Una madre può solo sbagliare.
post pubblicato in Cultura, il 19 marzo 2011

Una madre può solo sbagliare.

(Ovvero come dimostrare la mia patologia).

 

Luigi Corvaglia

   

 “Vive la difference!”, dicono i francesi quando gli si fa notare che fra uomo e donna esiste solo una piccolissima differenza. Gli psicoanalisti non sembrano pensarla così. Scrive, ad esempio,  Violaine Guèritault [1] che “Freud concepiva la donna come una brutta copia dell’uomo, completamente e inesorabilmente ottenebrata da complesso di castrazione”.  Non esagera. La condizione della donna, infatti, per il padre della psicoanalisi, è indelebilmente condizionata dal desiderio inappagato del pene, che la descrive e la identifica quale oggetto incompleto. Colpa della “difference”. Scrive Lacan che “il sesso femminile ha un carattere di assenza, di vuoto, di cavità, che lo rende meno desiderabile di quello maschile”[2]. Non mi sento troppo lacaniano riguardo quest’ultima affermazione. Voglio comunque sottolineare che la dannazione dell’assenza, per la psicodinamica, comporta ben altri ed irrimediabili guasti oltre il non gradimento di Lacan per la vagina. E’, infatti, dogma di fede psicoanalitica che è proprio alla mancanza del fallo che si deve lo scarso contributo femminile “alle scoperte e alla invenzioni della civiltà”[3]. Madame Curie era probabilmente afflitta da un complesso di mascolinità. Sempre l’idea di una mannaia primordiale delle parti basse comporta l’ “ostile animosità delle donne nei confronti dell’ uomo” così come il loro “scarso senso di giustizia e il prevalere dell’invidia nella vita psichica” che, si sa, sono inconfutabili ed universali verità. Non si pensi, però, che la psicoanalisi ortodossa ritenga  la donna sempre seconda nella competizione con l’uomo. Assolutamente no. Per esempio, nel taglio e nel cucito è inutile che l’uomo si provi a mettersi  a confronto con le mutilate. Non c’è sfida. Le donne, infatti, sono imbattibili nell’arte tessile a causa dell’ “invidia del pene” e della vergogna per la sua  mancanza. La tendenza al cucito, infatti, nasce proprio dall’esigenza di creare dei tessuti per coprire l’orrida ferita, il vuoto dopo il furto [4]. Il discorso, è il caso di dire, non fa una piega.

E il desiderio di maternità? Sembra piuttosto chiaro a chiunque non si faccia legare dai lacciuoli del pensiero logico, pardòn, cosciente,  che si tratti nient’altro che di una sostituzione. Basta scambiare il bambino con il pene ed il gioco è fatto. In altri termini, una donna vuole un figlio per rimpiazzare un pene che non avrà mai. Francoise Dolto, che per decenni è stata la psicoanalista più rispettata di Francia, quindi del mondo, lo ha chiarito, del resto, molto pene, ehm, bene (sapete come sono questi lapsus..). La Dolto, infatti, scrive che alla scoperta della menomazione, la bambina capisce che sarà madre. Ecco, allora, che gioca con le bambole. Nelle sue parole, “La bambola è, per la bambina, il feticcio del pene mancante”. Del resto, il padre, che spesso si sente messo da parte dalla madre di suo figlio  a favore di questi, ha la sensazione “che il feto riesca a possedere la donna in modo più profondo e più a lungo di quanto egli potrà mai fare nel coito[5]”. E’ qui che emerge in tutta la sua virulenza la perversione materna. La madre preferisce giocare col suo pene piuttosto che con quello del suo uomo. L’atteggiamento materno, infatti, altro non è se non un modo mascherato di manifestazione del proprio potere tramite la manipolazione del feticcio. Ciò, tra l’altro, avviene con grave danno per lo sviluppo del figlio:

 Una donna non può essere “materna”, e quindi dare perché si sviluppi, se non quando vive una relazione soddisfacente con il padre di suo figlio [6].

  Per fortuna, il padre riesce talvolta a salvare il bambino, riuscendo a rompere il rapporto preferenziale madre-figlio e divenendo modello per la crescita e lo sviluppo di quest’ultimo.

Insomma, per sfuggire all’angoscia del vuoto inguinale, la donna necessita di diventare madre. Eppure, scrive Freud, proprio quando la donna diventa madre, diventa nevrotica. “Qualunque cosa facciate, signora, sbaglierete!”, avrebbe decretato il vecchio rivolgendosi ad una giovane ed attonita madre. La sentenza era stata emessa. Da quel giorno fu chiaro che tutto quanto di negativo potesse accadere nella famiglia, la causa si sarebbe dovuta cercare in quell’essere monco, in quell’uomo incompleto. Si inaugurò la stagione del senso di colpa delle madri. Schematizza Gérard Zwang, nel tentativo di mostrare che in psicoanalisi non c’è via di scampo,  che se il  bambino è molto coccolato, lo si  rafforza nella libido incestuosa e nel narcisismo, ritardando la formazione del SUPER IO. Se, invece, si è rigidi nell’educazione, la madre è definita “castrante” e fa insorgere un SUPER IO eccessivo. Se l’attaccamento alla madre è troppo forte, favorirà l’omosessualità del ragazzo. Ma qui anche un padre troppo bonario, comunque, impedirà che si sviluppi l’identificazione col genitore maschio, favorendo anch’egli l’omosessualità. Al contrario, un’educazione fatta di sanzioni e affettività condizionata porta guai. Infatti, la sculacciata incrosta la libido sulle parti posteriori, il che spiega il legame fra omosessualità e paranoia, e la minaccia di sottrazione d’amore provoca un doloroso trauma che aggrava il masochismo primario (o secondario). Una madre che tende a sminuire il bambino lo spingerà verso l’omosessualità. Quella che ostacola la sessualità della figlia, invece, la renderà ribelle al marito. Simile la binarietà per l’allattamento ( se il bambino viene allattato al seno, il legame con la madre sarà difficile da sradicare e, quindi, traumatico lo svezzamento; se invece sarà allattato col biberon, non potrà strutturare la sua fase orale a contatto col seno materno e tutta la sua vita futura sarà segnata da questa frustrazione) o la localizzazione della culla (in camera con i genitori, porta all’assistere alla “scena primaria” – il sesso fra i genitori - e la vista della menomazione del sesso materno farà cadere il bambino nell’ “angoscia di castrazione”; se il bambino dorme in camera sua, patirà la separazione e capirà che quella donnaccia lo tradisce col padre). Non c’è scampo. Come la fai, la sbagli. Ciò permette una lettura a posteriori in grado di spiegare a ritroso ogni cosa. Se un omosessuale ha avuto genitori rigidi è colpa loro, se aveva genitori troppo affettuosi, è colpa loro. Non è possibile smentire una teoria siffatta.

Sono stati, comunque,  gli adepti del culto analitico  posteriori a Freud a perfezionare la colpevolizzazione dei genitori e, soprattutto, della madre. Il primo posto in quest’opera se la contendono Frieda Reichmann, cui si deve il concetto di “madre schizofrenogena” che ebbe il suo quarto d’ora di celebrità, e Bruno Bettelheim, il quale, prima di essere smascherato come un impostore e seviziatore di infanti [7], fu il guru della teoria dell’autismo infantile causato dalle madri. Quest’ultimo, scrisse nel suo libro La fortezza vuota:

 In questo libro, io sostengo, dall’inizio alla fine, che il fattore che fa precipitare il bambino nell’autismo è il desiderio dei suoi  genitori che egli non esista [8].

  Il vero problema, però, sarebbe che le madri vorrebbero fare dei loro figli dei figli “perfetti”. Osserva, infatti, J. Louise Despert, parlando della teoria di Bettelheim,

 Queste madri iperintellettuali e anaffettive, spiegava, cercano la pienezza nelle sfere intellettuali piuttosto che nei contatti umani [9].

 Poco importa, quindi, che queste madri appaiano normali, anzi, spesso, brillanti e sinceramente affettuose coi propri figli. In psicoanalisi è efficace strumento autoconfimatorio tanto osservare quel che si vede, se ciò  combacia con le proprie teorie, quanto, se ciò che si osserva contrasta con la costruzione ideologica freudiana, affermare che ciò che si vede è solo una copertura di ciò che non si vede, ma che si sa ben descrivere come qualcosa che conferma la teoria. J. Edgar Hooder, il fondatore dell’FBI, quando aveva deciso di mettere sotto controllo il telefono di una persona accusata di sovversione, usava preparare due profili, uno dal titolo ‘sovversivo’ – nel caso in cui le conversazioni ascoltate fossero compromettenti – e un altro intitolato ‘sovversivo astuto’– nel caso in cui non lo fossero. E’ un meccanismo efficiente ed implacabile. Perfino la scoperta, fatta dopo il suo suicidio, che Bettelheim fosse un millantatore, un imbroglione, un falsificatore di dati scientifici e un violento proprio con i bambini, non sembra aver scosso la fiducia nella sua teoria. Infatti, alcune sue frasi hanno campeggiato a lungo su un cartellone nell’asilo comunale frequentato da mia figlia. Come una religione, o un delirio, la psicoanalisi è teoria plastica e impermeabile alla critica.

Più sopra si è visto, facendo riferimento all’educazione genitoriale, come qualunque sia lo stile scelto, esista l’inghippo, rendendo, di fatto, inutile ogni discorso in merito. Ora, invece, quest’altro aspetto relativo alla  impossibilità di falsificare la teoria è realmente esemplare del culto fideistico, come chiaramente espresso da Karl Popper. Questi, avvicinatosi in gioventù al marxismo, alla psicoanalisi freudiana, poi alla psicologia analitica di Adler, a un certo punto cominciò ad avvertire che  

 ….queste altre tre teorie, pur atteggiandosi a scienze, erano di fatto più imparentate con i miti primitivi che con la scienza e assomigliavano più all'astrologia che all'astronomia. Riscontrai che i miei amici, ammiratori di Marx, Freud e Adler, erano colpiti da alcuni elementi comuni a queste teorie e soprattutto dal loro apparente potere esplicativo. Esse sembravano in grado di spiegare praticamente tutto ciò che accadeva nei campi cui si riferivano. Lo studio di una qualunque di esse sembrava avere l'effetto di una conversione o rivelazione intellettuale, gli occhi su una nuova verità, preclusa ai non iniziati. Una volta dischiusi in questo modo gli occhi, si scorgevano ovunque delle conferme: il mondo pullulava di verifiche della teoria. Qualunque cosa accadesse, la confermava sempre. La sua verità appariva perciò manifesta; e, quanto agli increduli, si trattava chiaramente di persone che non volevano vedere la verità manifesta, che si rifiutavano di vederla, o perché era contraria ai loro interessi di classe, o a causa delle loro repressioni tuttora 'non analizzate' e reclamanti ad alta voce un trattamento analitico. L'elemento più caratteristico di questa situazione mi parve il flusso incessante di conferme, di osservazioni che 'verificavano' le teorie in questione; e proprio questo punto veniva costantemente sottolineato dai loro seguaci. [10]

  Più oltre si racconta un episodio accadutogli personalmente con Adler:  

 Una volta, nel 1919, gli riferii di un caso che non mi sembrava particolarmente adleriano, ma che egli non trovò difficoltà ad analizzare nei termini della sua teoria dei sentimenti di inferiorità, pur non avendo nemmeno visto il bambino. Un po' sconcertato gli chiesi come poteva essere così sicuro. 'A causa della mia esperienza di mille casi simili' egli rispose; al che non potei trattenermi dal commentare: ”e con quest'ultimo, suppongo, la sua esperienza vanta milleuno casi”. [11]

 Insomma, la teoria si conferma da sola. In definitiva, una teoria che non può essere falsificata, perché “si scorgono ovunque delle conferme”, perchè “qualunque cosa accada, la teoria si conferma sempre”, come le intercettazioni di Hoover confermano sempre la sovversione,  spiega praticamente tutto, quindi non spiega niente. Per essere valida, una teoria deve consentire in linea di principio di derivare conseguenze falsificabili. Ciò che non è falsificabile in potenza, non è neppure verificabile. E’ verificabile la sovversività del sovversivo “astuto”? E’ forse falsificabile un precetto di fede? Forse che l’analisi spettrometrica di un’ostia consacrata può invalidare il “fatto” che questo sia corpo e sangue di Gesù? Ecco perché la transustanziazione non è una teoria scientifica, ma un articolo di fede, mentre quella della terra piatta era un’ottima teoria scientifica, perché potenzialmente – e poi di fatto – falsificabile dalle evidenze contrarie. Affermazioni come “le donne cuciono per nascondere la mancanza del pene” o “il fattore che fa precipitare il bambino nell’autismo è il desiderio dei suoi  genitori che egli non esista” non sono dotate di questa potenziale falsificabilità.  Come fare a criticare la psicoanalisi se ogni critico è visto come “persona che non vuole vedere la verità manifesta a causa delle sue repressioni tuttora 'non analizzate' e reclamanti ad alta voce un trattamento analitico”? Come nel delirio paranoico, ogni confutazione conferma la teoria da confutare! Delle osservazioni psicoanalitiche, infatti,  Popper scrisse che

 Non c'era alcun comportamento umano immaginabile che potesse contraddirle. Ciò non significava che Freud e Adler non vedessero correttamente certe cose: personalmente non ho dubbi che molto di quanto essi affermano ha una considerevole importanza, e che potrà svolgere un suo ruolo un giorno, in una scienza psicologica controllabile. Ma questo non significa che le 'osservazioni cliniche', che gli analisti ingenuamente consideravano come conferme delle loro teorie, di fatto confermino quest'ultime più di quanto facessero le conferme quotidiane riscontrate dagli astrologi nella loro pratica [12] . 

 Mi sento quindi di confortare le mamme. Fino a che qualcosa di più dell’altezzosità che vuol bastare a se stessa non riuscirà a dimostrare che un bambino è un pene – ovvero fintanto che  le “dimostrazioni” saranno infalsificabili come la sovversione del “sovversivo astuto”– non dovranno preoccuparsi. Poco importa se, con questa disquisizione tesa a negare la validità epistemologica della teoria, secondo i processi logici psicodinamici, avrò dimostrato la mia "repressione" non ancora "analizzata" che "reclama un trattamento analitico". Del resto, come diceva con leggera ironia l’ “apostata” psicoanalitico  Woody Allen: "Ho lavorato a lungo col dottor Freud. Poi abbiamo litigato sul concetto di invidia del pene. Lui voleva limitarlo alle donne…." 


1. Gueritault V., Madri sempre colpevoli, in AA.VV., Il libro nero della psicoanalisi, a cura di C. Meyer, Fazi Editore, 2006, pag. 342

2. Lacan J., lezione del 21 marzo 1956, in Il seminario. Libro III. Le psicosi (1955-56), a cura di G. Contri, Einaudi, Torino, 1985

3. Freud S., Il tabù della verginità, in Contributi alla psicologia della vita amorosa (1910-1917), in Opere, vol. VI, Milano, Einaudi, 1974, pag. 445

4. Gueritault V., op.cit., pag. 343

5. Dolto F., Les Chemins de de l'éducation, Parigi, Gallimard, 1994, p.69

6. ibidem

7. Pollak R., Bettelheim l'impostore, in AA.VV., Il libro nero della psicoanalisi, a cura di C. Meyer, Fazi Editore, 2006, pp. 363-373

8. Bettelheim B., La fortezza vuota. l'autismo infantile e la nascita del sé, Garzanti, Milano, 1976

9. Despert J. L., Reflections on Early Infantile Autism, citato in Gueritault V., op.cit., pag.355

10.Popper K.R., Congetture e confutazioni, trad. it. di G. Pancaldi, Il Mulino, Bologna, 1972, pagg. 63-66

11. ibidem

12. Popper K.R., Postscritto alla Logica della scoperta scientifica, Saggiatore, Milano, 1984, Vol. I: Il realismo e lo scopo della scienza.


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Paranoia e totalitarismo
post pubblicato in Psiche e Libertà, il 25 agosto 2010

Paranoia e totalitarismo

Paul è morto (e io mi sento poco bene)

 

di Luigi Corvaglia


1. Nuovo Ordine Mentale

Il mondo è governato dalla massoneria. Si sa. Paul McCartney è morto ed è stato sostituito da un sosia. E’ certo. Solo gli ingenui e gli sprovveduti non lo sanno. Basta conoscere le prove. Cioè, non le prove, gli indizi. Già. Infatti, ai cospiratori piace lasciare una gran mole di indizi. Se amate l'ordine e la pulizia non invitate a casa cospiratori. Lasciano indizi dappertutto. E non vengono via. Il mondo è pieno di indizi. Tutto sta a collegarli fra loro. Una volta collegati, non importa come, diventano prove. Dopodiché la verità balza in tutta la sua evidenza. E’ grazie all’impagabile dedizione di coloro i quali si piccano di mettere insieme i “segni” che oggi sappiamo che la massoneria governa il mondo e che Paul è morto. Grazie, o voi che collegati i segni.  E' per merito vostro che ora sappiamo che una cupola dell’alta finanza ebraica si impegna segretamente da decenni per imporre il “Nuovo Ordine Mondiale” mediante la creazione artificiale di conflitti. Lo sappiamo tutti. Qualche esempio di indizi che fanno delle prove? Beh, è noto perfino ai bambini che la banconota da un dollaro è colma di simboli massonici. Cioè, meglio, da simboli degli “Illuminati”[1], la setta di cui la massoneria è solo un braccio, ma non perdiamoci in sottigliezze. Affermare poi che questa mole di simboli massonici sulla moneta americana significhi che la massoneria, tramite gli USA, stia governando il mondo necessita solo di un piccolo salto logico. Un buon investigatore di complotti non si lascia intimidire da un saltino. Conspiratio facit saltus. La banconota da un dollaro, dunque. Vi compare la data 1776 (alla base della piramide del Gran Sigillo sul retro), che è l’anno di fondazione degli “Illuminati da Baviera” ad opera del massone Adam Weishaupt. Vi compare, altresì, la data del 1789 (nel simbolo del Dipartimento di Stato sul fronte), anno dalla Rivoluzione Francese, che, come è noto, fu opera della massoneria. Chiaro, no? Non ancora? Scettici. Va bene. Provvedo a fornire prove inconfutabili. Sul retro, nel Gran Sigillo, infatti, è scritto chiaramente Novus Ordo Seclorum. Qualcuno può negare che ci si riferisce al Nuovo Ordine Mondiale che l’elite del potere sta imponendo al pianeta? E poi, la scritta è sbagliata! Si dovrebbe dire “Novus Ordo Seculorum”. Un evidente errore ortografico che fa si che la “divisa” «Novus Ordo Seclorum» risulti composta di 17 lettere invece di 18. Perché allora inserire volutamente un errore? Cosa significherà mai il numero «diciassette»? Cioè, certo, porta sfiga, si sa, ma qualche esperto ci dice che “Esso equivale alla «privazione della perfezione celeste altrimenti rappresentata dal numero 18” [2]. Diviene ora evidente l’aspetto luciferino della cosa.

 

Ma questa non è la sola scritta con cui baloccarsi di numerologia. Tredici lettere, infatti, formano la scritta E Pluribus Unum (da molti, uno) , sull’altro lato del Gran Sigillo, frase che sta ad indicare proprio il Nuovo Ordine Mondiale, l’esito finale del processo di uniformazione, tramite la globalizzazione economica e del Diritto operata dalle organizzazioni sovranazionali (ONU, ecc.), di tutto il pianeta in un unico mega-stato (uno da molti, appunto). Tredici, dicevamo. Il numero ritorna nell’Aquila, simbolo degli USA, che mostra sul corpo 13 strisce bianche e rosse alternate e tiene nella zampa sinistra un fascio di 13 frecce. Nell’artiglio destro un ramoscello d’ulivo con 13 foglie. Sullo sfondo 13 stelle su campo azzurro. 13 sono anche i gradini della piramide sul retro, sormontata dal triangolo rappresentante Dio (l’occhio che tutto vede). Sopra il vertice della piramide di 72 mattoni (numero sacro di Babilonia….) compare la scritta Annuit Cœptis, anch’essa di «tredici» caratteri il cui significato è: «la divinità ha acconsentito» o anche «approva le cose iniziate», o, ancora, molto più inquietantemente, “arride agli iniziati”. Bisogna essere ciechi ed ottusi per non leggere il senso di tutto ciò! Nei 22 Arcani Maggiori dei Tarocchi, infatti,il 13 è raffigurato con la «Morte», intesa come trasformazione, cambiamento e rinascita. Nella tradizione cristiana, in cui Giuda il traditore è legato al tredici (Gesù più dodici apostoli), è considerato il numero della gerarchia infernale. Ecco perchè in pizzeria non vogliamo mai essere in tredici a tavola. Per alcuni studiosi di Cabala e dell'alfabeto ebraico il «tredici» è simbolo di distruzione e morte. E, guarda caso, 13 era il numero degli “Eletti Superiori” degli Illuminati di Baviera. Non c’è più da discutere. Chi ancora rifiuta questa amara verità, cioè che gli Stati Uniti sono il paese dal quale la cupola massonica, costituita fondamentalmente dalle grandi famiglie ebraiche, governa il pianeta, è irrimediabilmente pazzo. Almeno quanto lo è chi ancora crede che Paul McCartney sia vivo. Non si può pensarlo dopo che schiere di attenti studiosi hanno analizzato e svelato i messaggi in codice che i Beatles hanno disseminato nei testi delle loro canzoni e nelle copertine dei dischi [3]. Le più note, riguardano la celeberrima copertina di Abbey Road, la “banconota da un dollaro” della teoria del “Paul Is Dead” (PID)[4].

Qui Il gruppo attraversa la strada in fila, e gli abiti suggeriscono davvero una processione funebre: “apre John completamente vestito di bianco (sacerdote o forse angelo), Ringo con un sobrio completo nero che potrebbe far pensare al portatore della bara, Paul scalzo, con gli occhi chiusi, tiene la sigaretta con la destra pur essendo mancino (…) e infine George in jeans e clark potrebbe far pensare al becchino in abiti da lavoro per scavare la fossa. Paul, inoltre, è l'unico dei Beatles fuori passo rispetto agli altri, forse a simboleggiare la sua estraneità al vero gruppo. Sulla targa del "maggiolino" ("beetle") Volkswagen bianco parcheggiato a sinistra, si legge "28IF" - "28 SE", interpretato come "28 anni SE fosse ancora vivo". (…) Anche alla luce di questo il resto della targa, "LMW", è stato letto come "Lie 'Mongst the Wadding", poemetto dello scrittore americano Stephen Crane anch'egli morto a 28 anni (il suo viso appare seminascosto da una mano sopra la testa di Paul nel famoso collage di Sergeant Pepper's). Altri hanno letto "LMW" come “Linda McCartney Widowed" (vedova) o come "Linda McCartney Weeps" (piange)[5].

Certo, poi, le forze del male costituita da depistatori, “insiders” o burloni possono sempre immettere dei dati di disturbo di nessun valore in queste incontrovertibili tesi. Ad esempio, qualcuno può ricordare che, essendo la foto di Abbey Road stata scattata l’8 Agosto del 1969, Paul McCartney di anni ne avrebbe avuti 27, che sulla copertina di Beatles For Sale, del 1964, cioè prima della presunta morte avvenuta in un incidente stradale nel 1966, l’artista teneva già la sigaretta nella mano destra e che, se egli fosse realmente deceduto in quell’anno, a piangere sarebbe stata la sua fidanzata di allora, Jene Asher, non Linda, che il Paul del ‘66 neppure conosceva. Così, a proposito della banconota, qualche prezzolato potrebbe arrivare a insinuare che la data del 1776 sia, banalmente, quella della Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti, che la data 1789 sul logo del Dipartimento del Tesoro sia, pensate un po’, la data di fondazione di detto Dipartimento (entrambe realtà storiche documentate), che 13 erano le colonie che fondarono il paese unendosi fra loro (E pluribus unum) e che la scritta Novus Ordo Seclorum, non solo non sia errata, ma non significhi neppure “Nuovo Ordine Mondiale”. Infatti, la formula contratta (seclorum per seculorum) era in uso e il termine non si riferiva al mondo (mundus), bensì ai secoli. La frase, quindi, era un riferimento agli ideali egualitari professati dai padri fondatori (novus ordo, organizzazione nuova, nel senso di inedita democrazia nell’era dell’ineguaglianza e dell’assolutismo monarchico) che doveva durare attraverso il tempo (nei secoli, seclorum). Per finire, la frase Annuit Coeptis è tratta dalle Georgiche dell’incolpevole Virgilio e fa riferimento all’azione della provvidenza[6]. E’ chiaro al lettore più scaltro e meno sprovveduto che queste obiezioni, colpevoli di un eccesso di logica e di adesione al principio del “rasoio di Occam” (cioè “se esiste una spiegazione semplice ed una complessa, rigetta quest’ultima”) non minano le teorie del complotto. Fra questi svegli individui, i più svegli di tutti sono i paranoici.

 

2. John è morto (e l’ha ucciso la CIA)

 

Fra i paranoici famosi, un posto di riguardo lo merita proprio il sodale di Paul McCartney: John Lennon. Matthew Schneider, docente di letteratura Inglese e comparata alla Chapman University, ha scritto uno splendido saggio sulla creazione del mito prendendo appunto spunto dalle caratteristiche paranoidi di Lennon. Il saggio, intitolato Quel che importa è il sistema!" I Beatles, la "Trama di Pasqua" e la narratività complottistica[7], inizia con uno stralcio di intervista al figlio del musicista, Sean Lennon, il quale afferma che il padre sarebbe stato ucciso dal potere governativo americano. L’ affermazione denuncia la similitudine dei processi di pensiero di padre e figlio. Il padre, infatti, era da sempre affascinato dalla narratività complottistica e, secondo Schneider, a fornirgli la chiave di lettura cospirazionista della storia sarebbe stato un best-seller del 1965: The Passover Plot (La trama di Pasqua), di Hugh Schonfield. Quest’ultimo, forte di vaste conoscenze del mondo giudaico, era arrivato a tessere con tutte le fonti antiche a lui disponibili una storia che spiegava tutti gli eventi menzionati nei Vangeli su basi interamente razionali e a ipotizzare che Gesù Cristo, con l’aiuto dei dodici discepoli, avesse inscenato la sua morte e resurrezione al fine di provare che questo figlio di un falegname galileo era il Messia la cui venuta era stata predetta da certe sette giudaiche circa un secolo e mezzo prima della sua nascita. Un complotto, appunto. Per la cronaca, comunque, il piano non sarebbe andato liscio. Pare che non si fosse tenuto conto dell’eventualità della ferita al costato! Infatti, dopo essere stato liberato dal sepolcro, il nazareno morì realmente a causa del dissanguamento. Ad ogni modo, questo complotto, secondo l’autore, sarebbe la vera base del cristianesimo, dal momento che da esso la Chiesa antica avrebbe costruito la sua narrazione canonica della morte e resurrezione di Gesù di Nazareth cucendo insieme racconti contraddittori di testimoni, frammenti di dati storici irrelati, e persino pezzi da opere di narrativa come L'asino d'oro di Apuleio. Se la prima fase della Trama di Pasqua fu architettata da Gesù stesso, la fase due è costituita dalla ricostruzione da parte della Chiesa antica. Scrive, quindi, Schneider:

Schonfield insegnò a Lennon (…) a cercare i modi in cui la profusione caotica di eventi, interessi in conflitto e testimonianze contraddittorie possono essere tessuti in una narrazione escatologica senza smagliature apparenti. Lennon si rese conto che, per rendere manifesta e profittevole la loro importanza quasi religiosa nelle vite dei loro fan, I Beatles avevano soltanto bisogno di fornire una quantità di dettagli allettanti e apparentemente slegati: si poteva contare sul fatto che i loro seguaci, come i primi padri della Chiesa, avrebbero entusiasticamente intessuto, a partire da quei dati, una narrazione personalmente e culturalmente significativa[8].

A tal proposito, è necessaria una breve digressione psicologica. Usando il linguaggio di Jean Piaget, possiamo ricordare che uno sviluppo cognitivo equilibrato prevede l’utilizzo tanto dell’assimilazione, quanto dell’accomodamento. Per “assimilazione, si intende l’inserimento di nuovi dati nelle strutture cognitive preesistenti (ad esempio, particolari visioni del mondo, teorie, concetti, ecc.), mentre per “accomodamento” si intende la modifica di questi schemi precedenti all’entrata di nuove configurazioni di stimoli incompatibili con la passata struttura del sistema. Centrale nella psicologia cognitiva il concetto di invalidazione. Con tale termine si vuol descrivere un evento in grado di far venir meno la veridicità percepita di un costrutto mentale, una previsione non confermata. Davanti a una invalidazione, se il sistema di funzionamento schizofrenico privilegia in maniera esclusiva l’accomodamento, per cui non esiste un mondo stabile, perché viene continuamente “accomodato” dai dati in entrata, mettendo a rischio la stessa identità dell’individuo, la scelta paranoica comporta un’ipertrofia dei meccanismi di assimilazione. Ne deriva che, in quest’ultimo caso, il nucleo del delirio viene difeso ad oltranza, anche di fronte a dimostrazioni di segno opposto, tramite la costruzione di ipotesi ad hoc. Il paranoico assimila sempre e piega i nuovi input assimilati ai fini della teoria paranoide. Esemplare, a proposito delle difficoltà che incontra la teoria del “PID Conspiracy” rispetto all’età reale di McCartney nel 1969 è la risposta che alcuni teorici del complotto hanno dato. Essi hanno spiegato che in certe (imprecisate) "società eschimesi" gli anni di vita sono numerati dal concepimento in modo che un bambino comincia la sua vita all'età di un anno. Qualche scettico potrebbe continuare a non vedere cosa ciò abbia a che fare con McCartney che eschimese non è. Invece, una relazione c’è! Sulla copertina di Magical Mistery Tour uno dei Beatles indossa una maschera di tricheco, e nella canzone "Glass Onion" John Lennon canta: "Here's another clue for you all: the walrus was Paul". [Ecco un'altra indicazione per tutti voi: il tricheco era Paul] [9].

 

Dal momento che i trichechi vivono nell'Artico come gli Eschimesi, noi dovremmo contare gli anni di McCartney al modo "eschimese". Ecco un magnifico esempio sia dell’ assimilazione del nuovo input - in effetti, si accoglie il dato che McCartney all’uscita di Abbey Road non aveva (non avrebbe avuto….) 28 anni, bensì 27 – sia di una ipotesi ad hoc in grado di permettere l’assimilazione senza dover “accomodare” la teoria – la soluzione dell’eschimese.

Ritornando al saggio di Schneider, questi punta l’attenzione su due aspetti estremamente interessanti della faccenda. Il primo è che elementi assolutamente scollegati fra loro e buttati alla rinfusa tendono ad essere unificati, dai singoli e dalla collettività, in un quadro dotato di senso e, anzi, proprio “ l'apparenza di rapporti meramente accidentali o fortuiti tra degli elementi è, secondo questo modo di pensare, l'indicatore più certo della presenza di una storia occultata, in attesa di essere portata alla luce”[10]. Una sorta di horror vacui porta il sistema cognitivo dell’uomo a produrre sistemi dotati di senso. Il secondo dato degno di attenzione evidenziato da Schneider riguarda la qualità “politica” della narratività complottistica:

Due aspetti dell'ultima fase dei Beatles--lo sperimentalismo iconografico e musicale di Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band e il mito di "Paul is Dead"--mostrano le due varietà principali del pensiero complottistico. Nella sua modalità positiva, il pensiero complottistico rispecchia un genere particolare di ingenuità intellettuale--l'abilità di costruire un mosaico interessante e perfino piacevole a partire dalla casualità degli eventi. Ma poiché il pensiero complottistico assume che qualche intenzionalità onnicomprensiva sia sempre all'opera--il "sistema" ha le sue mire--l'ingenuità intellettuale lascia il campo, infine, alla paranoia. Questa è la tendenza inevitabile della narratività complottistica. Anche se iniziato per gioco, il pensiero complottistico finisce invariabilmente per evocare lo spettro vendicatore del sacro.[11]

“Qualche intenzionalità onnicomprensiva”, “il sistema”, “spettro del sacro”?

 

3. Cambiare il mondo senza farsi male

K. Popper definiva il modo di pensare illustrato riguardo alla vicenda “Paul Is Dead”, quando applicata alle scienze sociali, “teoria cospirativa della società”. E’ l’idea, frutto della concezione “costruttivistica” della società, che laddove esistono fenomeni sociali negativi, dietro vi è qualcuno che ha cospirato per portare a compimento detti fatti. Per “costruttivismo”, in questo caso, si intende la teoria secondo la quale tutte le istituzioni – quindi, lo Stato, il diritto, l’economia, ecc. – sarebbero l’esito di piani intenzionali, elaborati e portati a termine razionalmente da individui o gruppi. La teoria cospirativa della società, quindi, del costruttivismo sociale è la versione accusatoria. Se, infatti, tutto è pianificato, dietro ogni evento negativo c’è un piano maligno ordito da cospiratori. Fatto è che la teoria che qualunque cosa avvenga nella società sia frutto di un “disegno intelligente” è assolutamente erronea. Come ha scritto Carl Menger, “il diritto, il linguaggio, lo Stato, la moneta, il mercato, tutti questi istituti sociali sono nelle varie forme fenomeniche e nelle loro incessanti mutazioni, in non piccola parte, il prodotto spontaneo dell’evoluzione sociale.”[12] E’ quasi divertente, del resto, immaginare un gruppo di uomini seduti in cerchio a definire i termini, le regole grammaticali e la sintassi di una lingua. E in che lingua si comunicherebbero tali invenzioni? E in che modo le imporrebbero alla stragrande maggioranza degli individui che non avrebbero partecipato alla creazione dell’idioma? Eppure, la teoria costruttivistica continua a serpeggiare dove ha sempre serpeggiato, ossia nelle viscere del pensiero utopico. Qui si intende per “pensiero utopico”la versione deteriore dell’afflato al cambiamento, cioè la teoria di poter realizzare, libretto di istruzioni in mano, un mondo nuovo, di costruirlo, appunto, in modo razionale, come l’assemblea dei primitivi avrebbe costruito la lingua italiana. Ciò comporta un’opera di “ingegneria sociale”, che è una forma di cospirazione “benigna” e che non può che essere totalitaria, comportando l’adeguamento forzato dei fatti ai piani. Qualora, poi, i fatti si rivelino troppo lontani dai piani, la spiegazione è che c’è qualcuno che cospira contro la propria cospirazione. Ad esempio, i “controrivoluzionari”. Come scrive Popper, “Persone che credono sinceramente di sapere come si realizza il cielo in terra sono facili quant’altre mai ad adottare la teoria della cospirazione e a impegnarsi in una contro-cospirazione contro inesistenti cospiratori. Infatti la sola spiegazione del fallimento del loro tentativo di realizzare il cielo in terra è l’intenzione malvagia del Demonio che ha tutto l’interesse a mantenere vivo l’inferno.”[13] La storia è maestra. Eppure, lo schema costruttivistico sociale permane anche fuori dai circoli utopici, in senso deteriore. Anche nella popolazione generale sopravvive un costrutto necessitante della cultura occidentale, quello di causalità. Popper lo definisce “ il tipico risultato della secolarizzazione di una superstizione religiosa. La credenza negli dèi omerici le cui cospirazioni spiegano la storia della guerra di Troia è morta. Gli dèi sono stati abbandonati. Ma il loro posto è occupato da uomini o gruppi potenti – sinistri gruppi di pressione la cui perversità è responsabile di tutti i mali di cui soffriamo – come i famosi savi di Sion, o i monopolisti, o i capitalisti o gli imperialisti.”[14]

Per quanto il fenomeno sia antico come il mondo, negli ultimi anni, gli scaffali delle librerie sono affollati come non mai di libri che denunciano che è in atto una cospirazione superpolitica, "religiosa" o satanica che coinvolge l’alta finanza, le massonerie e l’integralismo islamico. I fili della storia, asseriscono questi studiosi, si tirano proprio nelle logge massoniche e nei consigli di amministrazione delle multinazionali e delle grandi banche[15]. Internet, poi, è un tripudio di siti e forum sul complotto mondiale[16].

 

La verità è che le azioni umane hanno conseguenze inintenzionali, non previste, talvolta perfino controproducenti rispetto l’intenzione originaria. Si pensi all’esito di una congiura su piccolissima scala come quello della famiglia Pazzi per assassinare Lorenzo de Medici. Si pensi ancora, indipendentemente dal fatto che sia vero o no ( perché ciò che qui interessa è la possibilità che un evento non previsto infici un piano ) l’esito del “complotto di pasqua”narrato da Schonfield e letto da Lennon. Non era prevista la ferita al costato! Non ci aveva pensato nessuno, cribbio!  Figuriamoci un disegno su scale planetaria e che magari si dovrebbe protrarre attraverso i secoli, come quello organizzato dalla massoneria secondo lo schema complottistico tipico di quell’area grigia che va dal tradizionalismo cattolico all’estrema destra politica (non disdegnando certo radicalismo “di sinistra”). Di questo humus è espressione un libro come “La faccia occulta della storia” di Piero Mantero[17]. Vi si narra del complotto semitico per conquistare il mondo e distruggere la Chiesa cattolica ordito secoli fa ed ancora in corso, per quanto in via di completamento, per mano della massoneria internazionale. La Rivoluzione francese fu una congiura massonica, e di altri gruppi di pressione. La Rivoluzione bolscevica fu una congiura giudaico-massonica. Ricordate la moneta da un dollaro? Il testo dell’ultra-cattolico Mantero è fra i più citati dagli esponenti dell’organizzazione di estrema destra Forza Nuova. Infatti, prima ancora che dai cugini marxisti, la teoria costruttivistica è fra le componenti strutturali portanti della psiche fascista. Esiste, insomma, una via maestra che lega il costruttivismo sociale e la sua variante accusatoria e vendicativa, la teoria cospirazionista, al totalitarismo. Ergo, totalitarismo e paranoia sono strettamente connesse. Il totalitario, infatti, tende a pensare per schemi semplici, con “costrutti” elementari ma centrali per la propria identità. Quanto più i costrutti sono centrali, tanto più rifuggono alla critica – non si “accomoda” ma ci si limita ad “assimilare”. Tanto più si costruiscono ipotesi ad hoc collegando pezzi sparsi di informazione scollegate come quelle sulla copertina di Sgt. Pepper’s per produrre, come dice Schneider “una narrazione escatologica senza smagliature apparenti”. Quanto tale "primitivizzazione" del pensiero sia facile a realizzarsi anche in ambiti culturali "liberali", soprattutto se l'emozione domina la scena,   diventa evidente quando il presidente americano invoca una "guerra epocale del Bene contro il Male". Un manicheismo primordiale che permette di proiettare verso l'esterno ombre e contraddizioni, permettendo, al contempo, una furiosa controffensiva senza il peso di scrupoli di coscienza.  E' lo schema elementare di ogni ideologia totalitaria: invece di mettere in luce le contraddizioni e la complessità inestricabili dell'essere-al-mondo, si trova una spiegazione esogena per gli eventi al fine di farne il nemico. Cospirazione, paranoia.

Unico antidoto al complottiamo, quindi al totalitarismo, è quell’ “Individualismo metodologico” che, elaborato dagli economisti di scuola austriaca, quali Menger, Hayek e Mises[18], è considerato “banalmente vero” anche dal marxismo analitico (J. Elster[19], per esempio). L’individualismo metodologico nega la visione secondo la quale la “collettività” sarebbe un ente autonomo in grado di prendere decisioni e mina alle fondamenta tutte le teorie del complotto, per due motivi. Il primo è che gli uomini sono dotati di conoscenza limitata e fallibile; il secondo è che le azioni intenzionali conducono molto spesso a effetti non intenzionali. Ne derivano due conclusioni che chi vuole cambiare il mondo dovrebbe tenere a mente. La prima è che “solo laddove sia possibile sperimentare un gran numero di modi diversi di fare le cose si otterrà una varietà di esperienze, di conoscenze e di capacità individuali tali da consentire, attraverso la selezione ininterrotta delle più efficaci fra queste, un miglioramento costante”[20]. Come scrisse l’anarchico Errico Malatesta, In conclusione a me sembra che nessun sistema possa essere vitale e liberare realmente l'umanità dall'atavico servaggio, se non è il frutto di una libera evoluzione.”[21] Un’operazione che prevede scetticismo e riconoscimento del fallibilismo gnoseologico dell’essere umano. La seconda è che tutte le altre teorizzazioni, tutti i catechismi che prevedono la predefinizione della società futura in modo rigido e giusto, e rigido perché giusto, e giusto perché razionale, è una forma di superstizione. “Definisco superstizione – scrisse Hayek – ogni sistema in cui gli individui pensano di saperne più di quanto conoscono.”[22]


 

[1] Alcuni ricercatori, come l'estroso David Icke, chiamano con questo nome, quello di una setta fondata in Baviera alla fine del ‘700, un gruppo di potere occulto ancora vivo che avrebbe in mano i destini di tutto il mondo, un gruppo elitario di cui farebbero parte molti regnanti europei, famiglie di spicco come i Rothschild ed altri intoccabili. Un gruppo di persone che per alcuni (sempre Icke) sarebbe addirittura legato da antichi vincoli di sangue.

[5] Pagina citata di Wikipedia

[6] Gardner, L., I segreti della Massoneria, Newton Compton, Roma,2006

[7] Anthropoetics 8, no. 2 (autunno-inverno 2002-2003), http://www.bibliosofia.net/files/beatles.htm

 

[8] Op.cit.

[9] Tra l’altro, l’indicazione è sbagliata, essendo la canzone I’m the walrus, da Magical Mistery Tour (1967) scritta da Lennon il quale, nel film collegato all’album, indossa l’abito da tricheco in prima persona.

[10] Op. cit.

[11] Op.cit.

[12] Menger, C., Il metodo della scienza economica, UTET, Torino, 1937, pag. 112

[13] Popper, K. R. , Logica della ricerca e società aperta, Antologia a cura di D. Antiseri, La Scuola, Brescia, 1989, pagg. 165-167

[14] ibidem

[15] Si vedano, ad esempio, di Maurizio Blondet .M., Gli <<Adelphi>> della Dissoluzione. Strategie culturali del potere iniziatico, Edizioni Ares, Milano 1994 o Complotti. I fili invisibili del mondo. I - Stati Uniti, Gran Bretagna, Il Minotauro, Milano 1995; di David Icke, fautore, addirittura, della teoria extraterrestre e “rettiliana” della cospirazione massonica, Il segreto più nascosto, 2001, oppure Cospirazione Globale, 2009 , entrambi per Macro Edizioni, Cesena; di Marco Pizzuti, Rivelazioni non autorizzate. Il sentiero occulto del potere, Il Punto d’Incontro Edizioni, 2009

[16] si vedano, solo come esempi, i notissimi: http://www.effedieffe.com/, gestito dal giornalista cattolico Maurizio Blondet, http://www.disinformazione.it/index.html , in particolare la pagina dedicata alla massoneria (http://www.disinformazione.it/paginamassoneria.htm ), http://www.comedonchisciotte.org/site/index.php, specificatamente sul Nuovo Ordine Mondiale: http://www.nwo.it/ . Il sito personale di David Icke è http://www.davidicke.com/

[17] Epiphanius (AKA P. Mantero), Massoneria e sètte segrete: la faccia occulta della storia, Ediz. Ichthys, Roma

[18]Von Hayek, F.A., Individualismo: quello vero e quello falso, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, 1997

[19] Bracaletto, S., Filosofia analitica e materialismo storico. Individualismo metodologico, spiegazione funzionale e teoria dei giochi nel marxismo analitico anglosassone, Mimesis, Milano, 2005

 

[20] Von Hayek, F.A., Liberalismo, in Nuovi studi di filosofia politica, economica e storia elle idee, Armando, Roma, 1988, pag. 164

[21] Malatesta, E., Qualche considerazione sul regime della proprietà dopo la rivoluzione, in “Il Risveglio”, 30 Novembre 1929

[22] Sorman, G., I veri pensatori del nostro tempo, Longanesi, Milano, 1990, pag. 203

Il fascismo discreto dell'antiborghesia
post pubblicato in Storia delle Idee, il 19 agosto 2010
 Il fascismo discreto dell’antiborghesia

di Luigi Corvaglia


1. Parte prima: Le relazioni pericolose

“Ogni donna adora un fascista”, disse la poetessa Sylvia Plath. Non so. Non mi intendo di queste cose. Certo è che, nel caso la Plath avesse ragione, le donne odierne sarebbero condannate alla solitudine, visto che ormai non si trova un fascista che sia uno. Almeno, non si trova un fascista disposto ad assumersi rischio e responsabilità di dichiararsi tale. Al contrario, ci sono fin troppi individui che fanno vanto di fede antifascista. Non disperino le signore. Infatti, proprio fra l’eletta schiera degli antifascisti alligna, a ben guardare, l’oggetto delle loro brame. Stupore? Nel caso in cui l’antifascista vestisse i panni consunti del comunista, lo stupore sarebbe ammissibile solo per coloro che non fossero coscienti della comune matrice di fascismo e bolscevismo[1]. La sorpresa, invece, è ben più motivata quando ci si rende conto che, qualora il tipo a cui si anela fosse quello dei primo fascista rivoluzionario, allora il luogo in cui andare a cercarne l’omologo è in una frangia dell’anarchismo! Sembra assurdo, infatti, che chi predica l’abolizione dello stato possa avere qualcosa a che vedere con chi professa addirittura lo stato etico. Eppure…

Una donna un fascista lo ha adorato sul serio. E che donna e che fascista! Lui era nientemeno che Benito Mussolini, da Predappio, lei un’anarchica, Leda Rafanelli, da Pistoia. Lui era, all’epoca della loro conoscenza, un socialista d’ispirazione soreliana e blanquista, lei una redattrice del giornale anarchico La Libertà. Sulla strana leison, metafora di una fascinazione intellettuale tutt’altro che rara in quei giorni, si è esercitato un divertente pettegolezzo storico corredato da opposti e ridicoli moralismi. Gli studiosi di parte fascista tendono ad offendere l’onestà della Rafanelli che, in un libro che raccoglie le decine di lettere del Duce a lei indirizzate[2], nega che la relazione cui continuamente lui allude con frasi inequivocabili (“ho ancora nell’anima tutto il turbamento del nostro ultimo convegno”, “perché vuoi dimenticare ciò che avvenne fra noi?”, ecc. ) sia mai andata oltre “un bacio”. Tale contestazione si fa alla luce della ben nota “passionalità” dell’uomo[3]. Di contro, la stampa anarchica, proprio in virtù delle qualità del duce (“pieno di sé, cialtrone e bugiardo[4]”, ecc.), difende la Rafanelli, affermando che la storia sentimentale sarebbe stata tutta nella testa di Benito. A ben guardare, entrambe le posizioni tendono a difendere la virtù e l’onore dell’attore più prossimo alle proprie posizioni politiche. I fascisti vedrebbero sminuito nella sua maschia baldanza un Mussolini che frequenta e scrive per anni ad una donna frasi di grande passionalità senza riceverne in cambio i favori erotici. Gli anarchici devono difendersi dall’idea che una di loro possa aver davvero amato il capo del fascismo, per quanto in una fase pre-dittatoriale. Queste meschinità da bar non interessano minimamente chi ritiene che non conti assolutamente nulla la qualità della relazione, supposta, fra i due, ma molto quella, certa, fra le due culture da essi incarnate. Non va a segno, quindi, la difesa da parte di Felice Accame che, sulla pagine di “A-Rivista anarchica” scrive che il Mussolini amato dalla donna era “socialista, pre-interventista”[5]. E’ proprio il socialismo incarnato da Mussolini a contenere i germi del fascismo. E’ proprio l’impeto soreliano che fa scrivere alla Rafanelli: “E’ il socialista dei tempi eroici. Egli sente ancora, ancora crede, con uno slancio pieno di vitalità e di forza. E’ un uomo”[6]. E’ lo “slancio”, descritto con foga futurista, “pieno di vitalità di forza” del socialista alla Sorel che affascina l’anarchica. Ora, se si afferma, con Barrés, che “il padre intellettuale del fascismo è Sorel[7]” lo si può fare a ragion veduta. Georges Sorel, socialista e sindacalista rivoluzionario che grande importanza ha avuto nella teorizzazione e nell’azione di centinaia di rivoluzionari fra la fine dell’ottocento e i primi decenni del XX secolo, era uno dei riferimenti ideali del futuro Duce. Contro la tesi marxista del proletariato organizzato da un partito, Sorel auspicava l’azione diretta, il gesto violento e senza mediazione quale strategia rivoluzionaria. In Sorel si ritrova per intero la feroce critica antiborghese e antiparlamentare, e antiparlamentare in quanto antiborghese, che sarà del regime mussoliniano. In questo autore, caro a Mussolini come a Gramsci, nonché elemento di una sorta di “sacra Trimurti” (gli altri due Nietzsche e Stirner) venerata tanto dall’individualismo anarchico quanto dai gruppuscoli dell’estrema destra rivoluzionaria, si ritrova identico lo sprezzo per il pensiero, pallido e smunto epifenomeno costretto a dissolversi di fronte alla rubiconda magnificenza dell’azione. Identiche, insomma, le concezioni, soreliana e mussoliniana, di una “funzione rivoluzionaria” delle masse, funzione che non necessita di guide o di avanguardie, ma che si realizza nell’azione stessa. Ciò che va qui sottolineato è che il pensiero di Sorel, da molti esecrato quale pura e semplice apologia della violenza, vede piuttosto il suo senso nella difesa della libertà dell’uomo di contro a ogni forma di stato. L’assolutismo fascista affonda una delle sue radici nel pensiero antistatale. Il sindacalismo rivoluzionario propugnato da Sorel sarà la forma prediletta d’azione di schiere di socialisti e di anarchici, ma anche di Mussolini. Né va dimenticata, fra i trait d'union che connessero anarchici e fascisti, la comune lettura, con differenti lenti, di Nietzsche e Stirner. Alla stessa Rafanelli, ad esempio, si imputò una lettura troppo “mussoliniana” di Nietzsche[8]. Quanto al Duce, egli poneva Stirner fra “le dolomiti del pensiero”[9]. Ecco che, traghettati dalla malferma zattera di questi autori, si ebbe il trasbordo di molti anarchici nelle schiere del Partito Nazionale Fascista. Fra questi, i più noti furono Berto Ricci, scrittore, poeta e pubblicista, Lorenzo Viani, poeta, Leandro Arpinati, che fu gerarca, Marcello Gallian, legionario dell’impresa fiumana e marciatore su Roma, Felice Chilanti, “fascio-comunista” che fu redattore de Il lavoro Fascista, poi nel gruppo di radiati dal PCI Bandiera Rossa, Mario Gioda, che, per primo, sulle pagine della rivista anarchica Volontà dichiarò la necessità, per gli anarchici, di imbracciare le armi in caso di invasione austriaca, dando inizio al fenomeno dell'interventismo anarchico durante la I guerra mondiale.  All'intervento di Gioda era poi seguito  quello di Marya Rygier su Il Libertario, prodromico al  Manifesto degli anarchici interventisti, firmato, tra gli altri,  da un personaggio che avrà grande importanza nel futuro regime fascista: Massimo Rocca, noto come Libero Tancredi, un individualista stirneriano i cui scritti avrebbero avuto un peso nella svolta interventista dell'allora direttore dell'Avanti, Benito Mussolini.    Tutti  individui, questi, paradossalmente, accumunati da una totale fedeltà e coerenza. Ma a cosa? Ce lo facciamo dire da un contemporaneo “anarchico” che rivendica la nobiltà di tale commistione: “sono riconducibili al medesimo odio, all'identico disprezzo, al superbo isolamento, al rifiuto della mistificazione della democrazia, del parlamentarsimo e del elettoralismo, alla denuncia dell'ipocrisia dei falsi e vuoti valori umanitari e pacifisti borghesi[10]”. Forte di tale “coerenza”, Berto Ricci riuscì ad essere antinazionalista e a favore dell’ l’Impero, capitalista ma per l’evoluzione del proletariato in proprietari, fascista di sinistra ma, ricorda Miro Renzaglia, non ostile a quello di destra, perché “il nemico numero uno, fu e resta il centro, cioè la mediocrità accomodante. Il centro è compromesso, noi siamo l’affermazione simultanea degli estremi, nella loro totalità”[11]. Ciò è tipico del pensiero di Sorel, censore massimo della mediocritas della classe borghese, ostile al democraticismo perché il parlamento è appunto il luogo politico della mediocrità borghese. Si capisce, allora, partendo da siffatte premesse, come si possa arrivare perfino a parlare dell’”anarchismo” di D’Annunzio[12] o come il gerarca e componente del Consiglio Generale del Fascismo Libero Tancredi (alias Massimo rocca) potesse definirsi "Anarchico, fra gli anarchici” e votato a “un anarchismo concepito come rivolta ideale e religiosa contro coloro che impestavano l'anarchia di utopie e di delinquenza"[13]. Ma anarchico (“anarchico conservatore”) si definì anche lo scrittore fascista Giovanni Papini. Del resto, l’anarca vagheggiato dal nazista Junger e l’autarca disegnato dall’ “anarchico aristocratico” Evola sono di chiara marca stirneriana, nella notte in cui tutte le vacche (e anche le camicie) sono nere. La notte è quella di una concezione dell’anarchismo quale rivolta contro la società liberale e borghese e basato sul primato dell’azione sul pensiero.

Esisteva, insomma, e ancora esiste, una zona grigia in cui praticare la convergenza di spiriti inqueti accumunati dall'impulso nichilista, là dove l'ombra del pensiero non turba le fronti e le mascelle sono volitive.  Negli anni di piombo tale humus ha generato i Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR), che qualcuno definì "anarchici di destra", mossi più dalla rivolta, che è infantile spinta pre-politica, che dalla rivoluzione, che è fatto politico. Come si avrà modo di vedere, tale zona grigia è oggi lungi dall'essersi consumata.

Alla luce di tutto ciò, non pare più strano quanto si racconta intorno alla richiesta di iscrizione al PNF di Berto Ricci. Quando, infatti, giunta agli uffici della segreteria nazionale del partito la pratica, respinta dalla sezione locale con la dicitura “ha dimostrato in passato idee anarchiche”, Arturo Marpicati la accolse apponendo in calce il motivo del rigetto ostativo: ”E noi fascisti non si era forse anarchici?”[14]

Segue: Parte seconda: uniti contro la globalizzazione

Parte terza: la gioia disarmante dell’insurrezionalismo



[1] A tal proposito, si rimanda al saggio di L. Pellicani, Fascismo, bolscevismo imperfetto, in "MondOperaio", 3, 2001, pp. 57-68 e al mio Anarchia come antiutopismo, in "Clio", 2, XL!, 2005, pp. 353-370.

[2] Rafanelli, L., Una donna e Mussolini, Rizzoli, Milano, 1975

[3] Scrive Romano Guatta Caldini “Cosa difficilmente credibile, considerando la natura a dir poco irruenta di Benitocka, come soleva chiamarlo la rivoluzionaria Angelica Balabanoff, anche lei sua amante dell’epoca e compagna di partito” da “Fondo Magazine (www.mirorenzaglia.org/?p=11202)

[4] Accame, F., Per Leda Rafanelli, A.Rivista Anarchica, n. 269

[5] In, Per Leda Rafanelli, A.Rivista Anarchica, n. 269

[6] Ciato in Leda Rafanelli. Storie d’amore e d’anarchia, in Fondo Magazine http://www.mirorenzaglia.org/?p=11202

[7] Citato in Bobbio, N., Destra e sinistra, Donzelli, Roma, 1994, pag. 60

[8] In Cerrito, G., L’antimilitarismo anarchico in Italia nel primo ventennio del secolo (Pistoia, 1968) citato nell’articolo di Accame

[9] Mussolini, B., Lettera a Cesare Berti, in Opera Omnia, vol. IV, Firenze, 1952, pag.258

[11] Renzaglia, M., L’anarco-fascismo da Berto Ricci ai Nar, http://vocedellafogna.wordpress.com/anarco-fascismo-da-berto-ricci-ai-nar.html

[14] Renzaglia, M., op. cit.

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