anarchismo, libertarismo, agorismo, libero mercato, libero pensiero anarchismo, libertarismo, agorismo, libero mercato, libero pensiero tarantula | Il Cannocchiale blog .

La mano invisibile e la mano armata
post pubblicato in Libertà e Mercato, il 15 dicembre 2012

La mano invisibile e la mano armata

 
Luigi Corvaglia
 
 
      L’ informazione è tutto. Si pensi alla situazione della signorina che non sa quante risorse di tempo e denaro impiegate in cene e regali un giovanotto è disposto a spendere pur di vedersi consegnata la sua virtù e, al contempo, del giovanotto che ignora quanta della propria virtù la signorina è disposta a cedere e dopo quanta dimostrazione del suo interesse (espresso in tempo e denaro). Il problema, ripetiamo, è l’informazione. In Economia ciò che si è disposti a spendere pur di ottenere un certo "bene" si chiama “tasso di sostituzione marginale”. Noi tutti viviamo immersi in strutture di rischio, perché l’esito delle interazioni è sempre incerto, e siamo pertanto costretti ad agire in base a presunzioni. Tornando, quindi, all’esempio, immaginiamo che entri in scena l'amico fidato di entrambi. In virtù dell’assoluta fiducia di cui fruisce da parte dei due, questi è in grado di acquisire dati assolutamente genuini su quanto questi sono disposti a cedere pur di ottenere. Supponiamo ora che questa persona intervenga in qualità di arbitro nella contrattazione e che, in base alle sue informazioni, fissi un punto di equilibrio al quale i due massimizzino l’entità e la vantaggiosità del loro "scambio". Dirà così alla signorina che il giovanotto dopo il terzo ristorante senza guadagni non intende insistere. Ciò renderà estremamente probabile che i due trovino un punto di equilibrio ottimale. Questo è noto ai meno romantici come punto di massimizzazione dell’utilità collettiva. E' ciò che gli economisti chiamano  il punto di ottimo paretiano. L'ottimo, per Pareto, è quella condizione in cui è impossibile migliorare la condizione di qualcuno senza peggiorare quella di qualcun altro. In questo modo gli “scambisti” sarebbero ancorati ad un punto di riferimento oggettivo, cioè ad un parametro. Questo parametro é il "costo" della propria scelta.  Avremo cosí quella che la “teoria dei giochi”, una branca matematica che utilizza situazioni artificiali (i “giochi”) come modelli del reale e valuta gli esiti delle interazioni in termini di guadagni e perdite,, chiama, appunto, “situazione parametrica”, laddove la condizione di ignoranza (dei tassi di sostituzione marginale) è chiamata “situazione strategica” perché  prevede l’utilizzo di strategie  quali l’attacco, il bluff, ecc. La differenza fondamentale fra le due condizioni è che nella situazione strategica, come nel corteggiamento, la scelta di un agente dipende da ciò che si attende facciano gli altri agenti in relazione alla sua scelta, mentre si definisce  equilibrio parametrico quello in cui la scelta di ogni agente può essere analizzata isolatamente da quella degli altri. in quest'ultimo caso le condizioni in cui un agente sceglie sono descritte da parametri che non dipendono dalla sua scelta. La condizione esistenziale dell’uomo allo stato di natura é squisitamente strategica. L’esemplificazione in termini di “gioco” ne è il celeberrimo “dilemma del prigioniero”. E' la nota situazione, proposta da Flood e Dresher della Rand Corporation, nel 1950[1], in cui due tizi vengono interrogati in stanze differenti e sono posti nella condizione di scegliere se confessare o no, inconsapevoli di cosa stia facendo nel frattempo il complice. Qui non c’è nessuno ad arbitrare. In tale situazione, ogni attore, all’oscuro della mossa della controparte, è costretto a scegliere una opzione con la complicazione aggiuntiva che l’esito della propria scelta è una funzione anche della scelta dell’altro. Il guadagno maggiore, in simili condizioni, premia la scelta egoistica definita “defezione” (cioè, confessare, fregando l'altro e ottenendo una riduzione di pena) piuttosto che quella definita “collaborazione” (cioè, l’omertà). Nello stato di natura, il dilemma del prigioniero è la norma. Lo stato di natura è una condizione di onnipresente, pervasiva strategicità. E’ un dilemma del prigioniero ripetuto all’infinito. E’ a ciò che Hobbes si riferisce definendo lo stato di natura come una situazione di “bellum omnia contra omnes”. Questo discorso non mina solamente l’ingenua antropologia benigna di certo anarchismo, ma rappresenta una seria sfida anche per il pensiero libertario di mercato. Infatti, sembra confutare il fondamentale paradigma dell’individualismo, perché evidenzia che la somma degli interessi individuali non dà luogo all’interesse collettivo. Mentre, infatti, il guadagno finale (pay off) del singolo individuo è più alto quando defeziona che non quando coopera, il pay off collettivo, ottenuto sommando i pay offs individuali, è più alto quando gli individui cooperano che non quando essi defezionano. Insomma, ad ogni singolo individuo conviene tradire, ma alla società conviene che la maggior parte degli individui sia fedele e/o complice. Non sono poi pochi gli autori che vedono nel “mercato” stesso una forma di “dilemma del prigioniero”. L’istituzione della proprietà, del mercato e della conseguente avidità, renderebbe ogni uomo, per dirla con Hobbes, un lupo per l’altro uomo. Del resto, alcuni (ad esempio, Joan Robinson, Andrew Shotter, Russell Hardin) hanno sostenuto che il dilemma del prigioniero è la confutazione del paradigma della mano invisibile, ossia la faccia malevola (il rovescio) di ciò di cui Adam Smith ci aveva mostrato solo gli aspetti benigni (il diritto). A questi autori sfugge la cosa più importante, cioé che ciò che gli economisti chiamano “mercato” è il gioco parametrico per eccellenza. Infatti, anche se nel mercato non esiste un amico fidato con le qualità descritte nell'esempio,, la stessa funzione di arbitrato viene svolta in modo impersonale dal sistema dei prezzi. Questo distribuisce beni e servizi sulla base di parametri, i “prezzi”, appunto, e ogni individuo effettua le sue scelte nella totale indifferenza delle altrui azioni.
 
      La metafora del sistema dei prezzi come arbitro ha in comune con la “mano invisibile” di Smith e col "banditore di Walras" (il soggetto che fissa il prezzo d'asta a quel valore che determina l'assenza di eccessi di domanda e d'offerta) è che si tratta in tutti e tre i casi, di metafore antropomorfiche. Ciò per evidenziare che questi soggetti si comportano come se fossero senzienti. Il mercato, infatti, appare come se fosse dotato di volontà e ottenesse e mantenesse il suo equilibrio per regolazione esogena piuttosto che in modo cibernetico ed autopoietico. In realtà, questo arbitro metaforico sarebbe anche telepatico e moralmente sovrumano, perché il mercato ha due caratteristiche soprannaturali. La prima è l’assoluta imparzialità, la seconda la capacità di conoscere le preferenze di tutti gli individui coinvolti negli scambi. Come abbiamo detto, l’informazione è tutto.  Queste qualità sono assolutamente irrealistiche se pensiamo a esseri umani in carne e ossa. Quindi il mercato si comporta, é vero, in un modo autoregolato e razionale, ma con una capacità di svelare le preferenze degli individui e con un’imparzialità impensabili negli esseri umani reali. Ciò è possibile proprio perchè le metafore antropomorfiche sono, appunto, delle metafore. Il mercato, insomma, si comporta come se fosse programmato da qualcuno, ma non è programmato da nessuno. Non vi è alcuna autorità suprema che presiede ad esso e non vi è nessun piano concertato. Il mercato è “un’anarchia ordinata” (Buchanan), un “ordine spontaneo” (Hayek), un "anarcosmos" (La Conca). Si é passati dall'anarchia strategica (chaos) all'anarchia parametrica (cosmos).
      Il punto della totale autoregolamentazione è assolutamente cruciale perché evidenzia la differenza fondamentale fra il mercato e lo stato. La mano del mercato è una mano invisibile proprio perché è una mano metaforica e non una mano letterale, mentre la mano dello stato è necessariamente una mano visibile, vale a dire una mano umana. Ci vuole poco impegno cognitivo per concludere che trattasi anche di una mano armata. In fin dei conti,  il mercato e lo stato cercano entrambi di risolvere il dilemma hobbesiano, ma il mercato rappresenta una soluzione migliore. Infatti, il mercato e lo stato configurano due diversi tentativi di trasportare gli individui dalla situazione strategica di natura a una situazione parametrica. Cercano, in altri termini, entrambi di alterare le matrici dei pagamenti dei giocatori individuali rispetto alle matrici originarie, che sono quelle di un “dilemma del prigioniero”. Mentre, tuttavia, lo stato lo fa penalizzando la strategia della defezione, il mercato lo fa premiando la strategia della cooperazione. D’altra parte, il mercato e lo stato cercano di ancorare i comportamenti dei giocatori individuali a parametri oggettivi che si suppone rappresentino l’interesse collettivo. Tuttavia parametri del mercato - vale a dire i prezzi - si definiscono e si modificano in modo impersonale e si autoimpongono. In altri termini, l’impersonalità del mercato realizza effettivamente l’ideale della “rule of law” e lo fa proprio in virtù della propria impersonalità. E’ mano invisibile. Per converso, i parametri dello stato, vale a dire le leggi, non solo sono concepiti e modificati dagli esseri umani, ma devono, altresì, essere imposti da esseri umani. E’ mano armata. Questo significa che, mentre il mercato trasporta i giocatori da una situazione strategica a una situazione parametrica senza l’intervento di altri giocatori, lo stato riesce a effettuare questa operazione di trasporto solo mediante la creazione di altri giocatori, vale a dire coloro che gestiscono la macchina statale, i quali danno vita in questo modo a un nuovo tipo di gioco. In questo nuovo gioco alcuni attori hanno un potere virtualmente illimitato di penalizzare gli altri - tutti gli altri e non necessariamente i defezionasti - e di premiare se stessi o i propri amici e “clienti” ai quali questi peculiari giocatori sono in grado di “vendere” qualsiasi tipo di privilegi.  Ciò fa saltare i parametri, cioè la matrice dei pagamenti.  Fra questi “clientes” figurano anche e soprattutto i rappresentati della casta dei “capitalisti”. Il mercato ideale, infatti, è l’ assoluto contraltare di quel sistema di  sfruttamento operato dalla casta economica che qualche sprovveduto chiama oggi mercato. Nella realtà del mondo, infatti, i due sistemi, quello della “forza” e quello dello “scambio” (per dirla con Friedman),  vivono perversamente avvinghiati. La banda  finanziaria antidemocratica é fuori da ogni parametro ed é quindi innervata allo stato proprio per garantirsi di essere al riparo da un mercato che possa definirsi “libero”. Due mani, due pistole. Dall’altra parte delle canne, i cittadini. La democrazia così intesa è ben rappresentata dall'immagine proposta da Benjamin Franklin: due lupi ed un agnello che discutono su cosa ci sia per cena. Il sistema per far dissolvere le due caste, quella politica e quella economica, allora, non può essere che quello di allargare l’ambito della libera scelta e del libero scambio, la mano invisibile, a scapito di quello dello stato, la mano armata.


Dedicato a Riccardo La Conca
Note sugli ultimi giorni della psichiatria
post pubblicato in Psiche e Libertà, il 25 settembre 2012

Luigi Corvaglia

 

  1. Cronaca di una morte mai annunciata

 

 

Gli psichiatri hanno un termine specifico per questo

e io ho un termine specifico per gli psichiatri

 

Charles Bukowsky

 

      Che un cuore infranto ed un infarto appartengano a categorie diverse, la prima frequentata dagli autori di canzonette, la seconda dai cardiologi, è lampante. Eppure, secondo Thomas Szasz, la psichiatria non farebbe altro che confondere il piano della metafora con quello della realtà, il cuore infranto con l’infarto. La “malattia mentale”, secondo lo psichiatra appena scomparso, altro non sarebbe, infatti, che una “metafora” per descrivere un disordine comportamentale. La morte del maggior critico dei fondamenti morali e scientifici della psichiatria, avvenuta proprio nel pieno di una fase di offuscamento dell’immagine di questa disciplina e mentre in Italia si assiste a spinte regressive che mettono a rischio perfino la L. 180, è un ulteriore occasione per riflettere sulle criticità alla base di questa crisi. Certo, l’idea di una carenza di “scientificità” non è nuova. Già nell’Ottocento, con i suoi acidi aforismi, Karl Kraus contribuì a consolidare l’immortale luogo comune che vede il rapporto fra gli psichiatri e i matti analogo a quello che intercorre “tra una follia concava ed una convessa”. Con occhi moderni, va riconosciuto, il vecchio alienista contemporaneo di Kraus ci appare realmente come un personaggio pittoresco. Disciplina neonata, priva di solide basi scientifiche e di strumenti che non fossero empirici in modo, talvolta, grottesco, la psichiatria asiliare sembra, tanto al profano quanto all’iniziato ai misteri della psiche, la pratica di un culto primitivo. Le cose sono cambiate. Infatti, ora appare tale solo agli iniziati, coscienti della arretratezza della loro disciplina. Un ritardo in confronto agli ambiti biomedici nella produzione di evidenze sulla validità della diagnosi e degli strumenti diagnostici, come anche sull’efficacia e sicurezza dei trattamenti, di cui la comunità scientifica di riferimento è ben consapevole. Il resto della popolazione, definito spesso “opinione pubblica”, invece, mentre assisteva all’avvento di farmaci specifici e ascoltava nuove diagnosi dal suono scientifico, vedeva sparire tanto i vistosi mezzi di contenzione quanto gli aberranti luoghi concentrazionari, sciogliendo così le riserve su metodi, razionalità e ruolo della psichiatria. Ciò non ha cambiato di molto lo stereotipo del folle concavo, ma ha permesso, dopo il lungo inverno delle lotte anti istituzionali, in cui lo psichiatra “tradizionale” era l’agente del potere borghese, quella trentennale primavera in cui non c’è stato campo che non sia stato impollinato dal sapere dello psichiatra e dello psicologo clinico. Un sapere avalutativo, apolitico, asettico come ogni sapere scientifico. Le cose, però, negli ultimi anni stanno cambiando. Nell'epoca della rete telematica, una frangia più interessata dell'opinione pubblica accede a luoghi di diffusione e confronto di informazioni sulla psichiatria, che pur nello spesso carente rigore, permettono di far filtrare fuori dalla ristretta cerchia degli addetti ai lavori alcune criticità pronte per essere ulteriormente volgarizzate.

      Nell’incessante flusso e riflusso della risacca culturale, quindi, la psichiatria si ritrova talvolta a cavalcare l’onda, altre volte a spiaggiare, ora arenandosi dolcemente, ora infrangendosi rovinosamente sugli scogli dello “spirito dei tempi”. Così, se oggi gli psichiatri sono una razza a rischio di estinzione, come insinuato da Heinz Katschnig quando ha attivato un acceso dibattito su World Psychiatry[1], un paio di anni fa, è perché la psichiatria si è incagliata nelle secche della propria incoerenza interna e nella debolezza del proprio statuto scientifico, piuttosto che schiantatasi contro una radicale critica esterna come quella che, alcuni decenni prima, avrebbe trasformato questa provocazione nella buona novella in grado di ingenerare l’entusiasmo di una vasta area culturale. Tutt’altro. Mai prima nella storia la psichiatria e le scienze psicologiche hanno goduto di un raggio d’azione e di una rispettabilità talmente vaste come nel periodo appena trascorso. Gli “esperti”, psichiatri, ma anche psicologi,  intasano da anni i mass media per discettare con egual competenza e serietà dell’ultimo efferato omicidio in famiglia come dello stress di ritorno dalle ferie.  E’ proprio in questa ipertrofia che è possibile individuare le fragilità di un gigante artificiale, gonfiato, vincente ma malato. Vincente all'esterno, come un atleta dopato, ma cosciente, all'interno, dei propri limiti. E’ necessario, allora considerare su cosa si è basata, a partire dagli anni ’80, la riscossa della psichiatria ufficiale. Il primo elemento è stata la definitiva adozione del sistema diagnostico categoriale del DSM-III. L’arbitrarietà e la vaghezza delle vecchie diagnosi psichiatriche sono state sostituite da un modello neo-kraepliniano oggettivo, che distingue in modo netto le categorie patologiche fra loro - e dalla “normalità” - in base alla presenza o meno di sintomi elencati in apposite liste. Il secondo elemento è stato la nuova attenzione, dopo una lunga stagnazione, dell’industria farmaceutica al campo degli psicofarmaci, soprattutto quello degli antipsicotici e degli antidepressivi. Rinnovati investimenti e una nuova logica di marketing hanno permesso di introdurre sul mercato una serie di nuovi presidi terapeutici per la gestione, non solo delle gravi patologie “psicotiche”, ma anche di tutta una serie di disturbi precedentemente oggetto quasi esclusivo della psicoterapia e di molti altri mai contemplati prima (timidezza, sindrome pre-mestruale, ecc.). Ciò ha portato al dilagare di un consumo non più minoritario e marginale, ma diffuso e naturale, talvolta, perfino à la page (come avvenne negli USA con il Prozac ®) e ad inaugurare, in certe realtà culturali dell’Occidente, la stagione della “psicocosmesi”.

      Questi stessi fattori, che si sono rivelati, all'esterno, un potente volano per il recupero di immagine “scientifica” di una disciplina in grado ora di effettuare diagnosi dotate della medesima affidabilità di quella di altre branche mediche e in possesso di strumenti terapeutici efficaci, però, sembrano aver soffocato, rendendole asfittiche, le altre qualità (dialogiche, di lettura fenomenologica, ecc.) che costituivano l’immagine e l’identità dello psichiatra, innescandone la crisi. Soprattutto, ne ha fatto le spese la psicopatologia, intesa come studio ed interpretazione delle funzioni psichiche basata su assunti teorici, sostituita dalla descrizione e da una categorizzazione che si suppone avalutativa. Ma, come fa notare Borgna, rispondendo involontariamente alla domanda di Katschnig, senza psicopatologia la stessa sopravvivenza della psichiatria non può che venir meno[2]. Utilizzando una suggestione del cinema di Bergman, si può dire che è proprio sul valore della diagnosi che la psichiatria si gioca la fatale partita a scacchi con la morte.

_______________

2. la vertigine della lista

 

 

gli animali si dividono in

(a) appartenenti all'Imperatore,

(b) imbalsamati,

(c) ammaestrati,

(d) lattonzoli,

(e) sirene,

(f) favolosi,

(g) cani randagi,

(h) inclusi in questa classificazione,

(i) che s'agitano come pazzi,

(j) innumerevoli,

(k) disegnati con un pennello finissimo di pelo di cammello,

(l) eccetera,

(m) che hanno rotto il vaso,

(n) che da lontano sembrano mosche.

 

Jorge Luis Borges (da L'idioma analitico di John Wilkins)

 

 

      Karl Kraus lo aveva detto: “una delle malattie più diffuse è la diagnosi”. Di certo, però, non immaginava quanto gli psichiatri si sarebbero dimostrati cagionevoli e proni al dilagare di questo malanno. La prima edizione del DSM, nel 1952, elencava 112 disturbi mentali. Nel 1968, il DSM-II ne elencava 163. La terza edizione, nel 1980, contemplava 224 disturbi che diventano 253 nella versione “rivista” (DSM-III-R) di sette anni dopo. Il record attuale lo detiene il DSM-IV, ancora in vigore in versione DSM-IV-TR, che, nel 1994, porta la somma a 374 disturbi. Numeri che ci appariranno ridicoli non appena sarà ufficializzato il “rivoluzionario” DSM5 (la prima rivoluzione è nel passaggio dal numero romano a quello arabo). Tale crescita esponenziale delle etichette diagnostiche può essere letta come misura del progresso di una scienza che produce un continuo affinamento diagnostico. Esistono altre letture. La già evocata “opinione pubblica”, per esempio, nella sua frangia più avvertita, ha cominciato da qualche anno a guardare con sospetto tale proliferare di diagnosi che sta cagionando un nuovo calo delle quotazioni della professione, vista sempre più come una esercizio di fabbricazione di ragioni della propria sussistenza. I più malevoli mettono ciò in relazione con gli interessi dell’industria farmaceutica. Se tale esplosione tassonomica nuoce all’immagine pubblica, bisogna almeno chiedersi se giova alla pratica clinica. Fatto è che l’aumento della finezza nella diagnosi ha senso nel momento in cui a tale conquistata tipicità corrisponde una analoga elettività di trattamento o una differenziazione sulla base di specifiche eziologie. In realtà, tutti gli studi epidemiologici rigorosi hanno dimostrato che la suddivisione nelle varie categorie è assolutamente artificiosa, che l’inquadramento dei vari disturbi in specifici capitoli nulla ha a che vedere con una comune eziologia e che non è neppure di alcun ausilio nell’orientare il trattamento. Insomma, il DSM ha ridotto la psicodiagnosi alla pratica di estrarre etichette da “un inventario rapsodico di quadri clinici privi di un’autentica giustificazione epistemologica”[3]. Soprattutto, è evidente che la reale distribuzione del disagio psichico nella popolazione non avviene per “pacchetti discreti” ben distinti fra loro e dalla “normalità”, bensì sperimentata lungo una dimensione continua. Ciò comporta un’ampia sovrapposizione fra “categorie” e una forte discrezionalità nel definire, a questo punto, una soglia fra esperienze “normali” e “patologiche”. Ma discrezionalità e scientificità non concordano granché. E’ qui il paradosso della psichiatria ai tempi della “medicina basata sulle evidenze”. Da un lato, infatti, nulla nella teorie psichiatriche e psicoterapiche – ad eccezione, in parte, della psicoterapia cognitiva – presenta le caratteristiche di falsificabilità necessarie perché se ne possa parlare come di teorie scientifiche, dall’altro, l’ approccio diagnostico ateorico nato per garantire i crismi della scientificità, si risolve in una zavorra proprio per il conseguimento dei criteri base di questa scientificità. Le ragioni di ciò sono molteplici. In primo luogo, la conquista dell’affidabilità, che si concretizza unicamente nella possibilità che due o più clinici indipendenti si trovino d’accordo sulla definizione diagnostica di un dato “disturbo”, va qui a discapito dell’altro fondamentale valore scientifico, quello della validità. In altri termini, si è d’accordo sull’appartenenza di un dato soggetto ad una categoria, ma non c’è accordo su cosa realmente significhi essere inclusi in quella categoria[4]. Insomma, il tasto della diagnosi è dolente, per differenti ragioni, all'interno come all'esterno. Lo è per il pubblico profano che, scoprendo che l'inclusione delle categorie diagnostiche nel manuale DSM avviene mediante un voto per alzata di mano, comprende che le “diagnosi” dello psichiatra non hanno alcuna assimilabilità a quelle del cardiologo citato da Szasz. L'infarto non viene escluso dal novero degli eventi patologici per consenso della maggioranza, come avvenuto nel DSM a proposito dell'omosessualità, e non ha un atteggiamento ondivago come quello del “disturbo narcisistico di personalità”, che entra ed esce dalla bozza del DSM5[5].    

      C’è poi un’evidenza sottaciuta ma fondamentale per mettere in luce le aporie di una diagnosi basata sulla semplice presenza di segni “non tematizzati”. Questa evidenza ha due facce in opposizione. Infatti, da una parte, non è necessario che siano presenti tutti i criteri previsti dal DSM per poter vivere un disagio, dall’altra, la presenza di tutti i criteri non riesce a garantire l’esistenza di un disagio soggettivo o oggettivo. Il primo dato apre il delicato problema dei “disturbi sottosoglia”. Nell’edizione DSM-IV TR è stata proposta l'applicazione a queste condizioni sub-cliniche dell'etichetta “disturbo non altrimenti specificato”. Ciò le fa quindi passare, di fatto, allo stato di condizioni “cliniche”, alimentando il continuo fiorire di patologie degne di trattamento, incrementando la già notevole frammentazione dei quadri diagnostici ed alimentando le perplessità di chi vede nell’esplosione di diagnosi l’attività di una scienza pervasiva ed autoavvalorantesi.

      La seconda faccia della questione è ancora più degna di riflessione. Studi epidemiologici hanno fatto emergere la sorprendente realtà che fenomeni psicopatologici quali disturbi del pensiero o allucinazioni, che si riterrebbero tali da indurre a diagnosi particolarmente pesanti sono presenti in gruppi non trascurabili della popolazione generale senza che ciò causi alcun disagio o compromissione della vita sociale e lavorativa. E’ allora chiaro che la sola definizione su base descrittiva non è sufficiente a spiegare la “malattia” e, tanto meno, la disabilità. Altri fattori, di carattere soggettivo, interpretativo, ma anche sociali, culturali, giocano, quindi,  un ruolo enorme. Le “malattie” mentali concepite come categorie sono allora, forse, se non metafore reificate, cristallizzazioni linguistiche che definiscono più una discrasia, una frizione fra elementi soggettivi e socio-culturali, che non oggettivi malfunzionamenti individuali ovunque e comunque validi.  Invece, il riduzionismo introdotto dalla diagnosi categoriale orizzontale del DSM comporta, giocoforza, l’adozione di uno speculare riduzionismo, quello di un operazionismo radicale che sfocia nell’appiattimento sul modello medico, in cui ogni diagnosi è oggettiva e ha una causa riconosciuta o riconoscibile. Non è un caso che le neuroscienze, dotate oggi di sofisticati strumenti di indagine della funzionalità cerebrale, abbiano preso vigore dal nuovo corso della psichiatria, attivando la ricerca delle alterazioni biochimiche e neurofunzionali sottese delle differenti patologie. Al contempo, però, ne hanno messo in luce le intrinseche debolezze[6]. E’ paradossale, ancora una volta, allora, osservare che questa psichiatria mono-causale si troverebbe in difficoltà tanto nell’eventualità in cui l’indagine delle neuroscienze riuscisse a scoprire i substrati fisici di ogni quadro patologico - nel qual caso si ridurrebbe alla ancillare condizione di “neuroscienza clinica” -, quanto in quello in cui il suo paradigma positivista venisse disconfermato. Così, mentre qualcuno immagina per la psichiatria un “destino a scomparsa”, perché il chiarimento eziopatogenetico trasferirà tutte le sindromi oggi concettualizzate in termini fenomenologico-clinici alla neurologia[7], altri, come in tutti i periodi di forte materialismo, si lanciano in luoghi comuni di un vago idealismo antipositivista che sa di metafisica in salsa psicodinamica (o viceversa). Due voci della stessa crisi[8].

_____________________

3 . Una scienza normale?

 

 

Una medicina è una sostanza che,

iniettata in un ratto, produce un articolo.

Arthur Bloch

 

      “Chiedi a tre psichiatri e otterrai quattro risposte”. Non è la battuta di un paziente deluso, ma quanto esprime il direttore dell’Istituto di Psichiatria Sociale di Vienna, Heinz Katschnig, sulla rivista della World Psychiatric Association[9]. Egli cita questo luogo comune che avvalora l’aforisma del suo concittadino Kraus sulla follia concava degli psichiatri e chiarisce, ancora una volta, quale ne sia l’immagine pubblica. Katschnig dice che il pubblico ha ragione e afferma che fra le sfide interne che la psichiatria deve affrontare per garantirsi un futuro c’è quella della carente coerenza interna. Se una base comune di conoscenze rappresenta il nucleo che definisce l'identità di una professione, ne deriva che la divisione fra professionisti ad orientamento biologista, psicodinamico, relazionale e così via, fa si che questi non condividano la medesima idea di sé stessi e del loro operare. Ogni approccio ha il proprio corpus di conoscenze, le proprie riviste, i propri congressi e i rapporti fra i loro esponenti sono più orientati all'anatema che non alla discussione ed al reciproco arricchimento. Ne sono esempi paradigmatici le citate querelles fra fautori e detrattori del sistema diagnostico DSM e fra organicisti e psicologisti, suddivisi nelle diverse confessioni minori. Dall'esterno, cioè dai loggioni occupati dal pubblico informato più volte evocato, ma, ancor di più, dalla platea dalla quale osservano gli studiosi della scienza, lo spettacolo appare misero. Ciò può avvenire esclusivamente a causa dello scarso status scientifico di ognuna di queste correnti. Le dispute non avvengono laddove i fatti siano chiari e definiti. Voltaire diceva che “non esistono sette in geometria”. Ma le scienze dell'uomo – e la psichiatria lo è – non sono la geometria. Purtoppo. E per fortuna. Purtroppo, perché sterili arroccamenti e atrofie culturali sono i risultati di vere e proprie guerre di religione. Un articolo del farmacologo Silvio Garattini su una delle riviste della Società Italiana di Psichiatria[10] ci dà l'occasione di comprendere lo stato dell'arte e di notare come in psichiatria si possa litigare anche sul più “geometrico” degli argomenti, cioè l’efficacia dei farmaci.  Il direttore dell'Istituto “Mario Negri”, in definitiva, ha avuto l'ardire di affermare che la psicofarmacologia non ha prodotto alcun valido contributo dagli anni '50 ad oggi e che lo spostamento operato dai prescrittori verso i farmaci spacciati per nuovi, ma con, più o meno, lo stesso meccanismo d'azione dei vecchi (per quanto più costosi), non ha prodotto alcun miglioramento per i pazienti, vedendo l'unica motivazione nel traino del mercato, nelle strategie di marketing. La piccata reazione, sulle stesse pagine, di un noto rappresentante della psichiatria accademica italiana è indice di un clima conflittuale che non può non trapelare all'esterno della comunità scientifica, alimentando le perplessità del pubblico informato, ed è paradigmatica della rivoluzione copernicana avvenuta in psichiatria: un farmacologo che smonta la psicofarmacologia ed uno psichiatra che la difende! Si è giustamente notato che trent'anni prima la disputa sarebbe avvenuta a parti invertite[11]0. Per qualcuno questi sono i segni della fine. Ma forse sbaglia. Forse la chiamata all’ ecumenismo che Mario Maj fa in risposta alla apocalittica ipotesi di Katschnig degli psichiatri quali razza in estinzione non è la scontata difesa d’ufficio che appare ad una prima lettura. Scrive il presidente della Associazione Mondiale di Psichiatria (WPA):

L’esistenza di una componente biologica, psicologica e sociale nella nostra disciplina non è una debolezza, ma una prova della sua particolare natura integrativa e dovrebbe essere percepita, presentata e promossa come tale. Piuttosto che denigrarsi e combattersi l’un l’altro, i sostenitori delle varie prospettive dovrebbero mirare alla creazione di una sinergia e all’arricchimento reciproco. La dialettica è la benvenuta, ma il fanatismo distruttivo dev’essere scoraggiato (piuttosto che applaudito, come sfortunatamente spesso succede)[12]

 

Parole senz’altro sensate, che, una volta sostituite le tre componenti (“biologiche, psicologiche e sociali”) con tre professioni religiose (facciamo “cristiane, buddiste e islamiche”), sono assimilabili ad un richiamo all’interconfessionalità. Cosa molto indicativa per due motivi. Il primo è che se i rapporti sono improntati al “fanatismo distruttivo” vuol dire che le differenti visioni si trovano nella condizione di infalsificabilità popperiana che contraddistingue fedi ed ideologie. Guarda caso, questo è proprio il criterio usato dagli psichiatri per definire il delirio! In secondo luogo, perché la storia ci insegna che i richiami ecumenici raramente producono più di una cortese tolleranza di facciata; quasi mai si è vista una “sinergia” e un “arricchimento reciproco”. Al più si arriva ad un infecondo “sincretismo” simile a quello che già ci tocca di vedere all’opera in alcuni psichiatri e psicoterapeuti. A ben pensarci, però, non è questa la vera anomalia psichiatrica, né il maggior limite. In effetti,  se ha ragione Kuhn, lo scienziato non è affatto il razionale ricercatore dalla mente sempre disponibile alla falsificazione descritto da Popper, il quale ne fa un caposaldo della società aperta, bensì un dogmatico che accetta in modo pregiudiziale un paradigma. “Gli scienziati – scrive Kuhn - non mirano neanche, di norma, ad inventare nuove teorie, e anzi spesso si mostrano intolleranti verso quelle inventate da altri.[13]” Ciò che rende scientifico un paradigma è, piuttosto,  la sua capacità di spiegare e risolvere problemi, non la  sua capacità di essere falsificato. Ciò che dopo Kuhn è in uso definire “scienza normale”, allora, è quella fase conservativa  del processo scientifico in cui si accumulano dati a sostegno della teoria dominante.  Solo all’accumularsi di problemi non risolvibili dal paradigma dominante interviene quella fase di “scienza straordinaria” che prepara un nuovo paradigma. Purtroppo, per due secoli, la fase di “scienza normale” in psichiatria ha coinciso col paradigma manicomiale[14]. Modello custodialistico, modello medico, modello riabilitativo si pongono lungo la freccia temporale nella stessa casella paradigmatica. Le lotte anti istituzionali del XX secolo hanno creato un drammatico conflitto tra  “scienza normale” e “la scienza alternativa”, in una dialettica che, portando la psichiatria dall’infanzia alla adolescenza nota come “crisi del paradigma”, non ha però condotto alla adulta “rivoluzione scientifica”, non avendo prodotto nè la modificazione dei rapporti di potere né degli obiettivi della disciplina. La psichiatria rimane la pratica della “normalizzazione”. Al suo interno, poi, la concorrenzialità delle visioni e filosofie, ognuna ad una differente fase del processo scientifico, ha portato alla divaricazione e al “fanatismo distruttivo” di cui parla Maj. Ogni approccio ha il suo paradigma. La psichiatria, che non è in grado né di spiegare né di risolvere problemi in un modo che sia condiviso, si dibatte allora oggi alla ricerca di un suo paradigma, di una nuova sintesi in una “scienza normale”.  Si trova dunque ad un bivio, quello posto dal “problema della demarcazione”. Può scegliere la strada che porta all’armonizzazione delle proprie anime in modo da costruire un corpus, dinamico e stridente  come ogni cosa viva, ma in grado di convergere su una lettura condivisa, nella piena consapevolezza che, non essendo, per fortuna,  la geometria - la cui funzione è misurare figure oggettive -  il proprio sfuggente oggetto di studio non è un cervello, ma un ente fisico posto lungo una traettoria temporale, in relazione con i suoi simili ed all’interno di una cornice culturale. Questo rende utopica ogni idea di perfetta oggettivazione (ma non esclude di conservarla quale principio guida). Ogni appiattimento della multimensionalità e transdisciplinarietà dello studio della psiche produce aborti. Ecco il senso dell’auspicio di Maj. In tal caso, pur nella impossibilità di produrre una scienza esatta, avremo almeno una scienza “normale”. Una scienza normale che non assolva un “mandato sociale”, ma pratichi l’arte dell’aiuto, richiesto e consensuale,  della persona in una condizione di disagio, secondo la logica del "mercato" e non quella del monopolio ideatico.

C’è poi l’altra possibilità. Si può scegliere l’autoreferenzialità della propria asfittica ideologia, l’eccesso di fisica o di metafisica, il rifiuto anti-galileiano di guardare nell’altrui cannocchiale, la accettazione di particolari logiche di potere, la rattomorfizzazione dell’uomo o le mitologie che si auto verificano, la stigmatizzazione del dissenso, le relazioni pericolose, le etichettature di fantasia. In tal caso si produce quella pseudoscienza, che ha tutto l’apparato esteriore della scienza, ma non le qualità salienti. L’attuale crisi può essere occasione per “cogliere l’essenza del problema e trasformare i possibili rischi in opportunità di crescita[15]” oppure lo sguardo sull’abisso prima della caduta. La posta in gioco è enorme. Il rischio è che, il mondo scientifico prima, il resto del pubblico poi, si faccia riguardo a quei folli concavi degli psichiatri la stessa domanda che Catone il Censore si poneva a proposito di chi praticava la divinazione, cioè  “come fa un indovino a non ridere quando incontra un altro indovino?”.

_____________________________________________________________________________

[1] Katschnig, H., Are psychiatrists endangered species ? Observations on internal and external challenger to the profession, “World Psychiatry” 9: 21-28, 2010

[2]Borgna, E., C’è ancora un senso nella psicopatologia?, “ATQUE. Materiali tra Filosofia e Psicoterapia”, 13: 155-178, 1996

 

[3] Giacomini, G., Psicopatologia classica e DSM: un dilemma epistemologico, clinico e didattico per la psichiatria contemporanea, pag. 10 (documento scaricabile da www.istpsico.it/wp-content/uploads/2008)

[4] Questo avviene anche perché, se non si sta attenti, facendo ordine, si buttano anche cose importanti. Nell'opera di ordinamento “avalutativo” del DSM si è voluto sgombrare il campo dal criterio classico della organizzazione gerarchica del materiale clinico che era stato introdotto in psicopatologia da Jaspers[4], facendo così piazza pulita anche di una nosografia in cui era implicita una gerarchia che potesse definire il senso del quadro diagnosticato e giustificare la cosiddetta “diagnosi differenziale”. A tale concettualizzazione verticale, il DSM oppone una orizzontalità in cui tutte le diagnosi sono poste sullo stesso piano. Ciò introduce la possibilità di evidenziare, attraverso il concetto di “comorbilità”, l’esistenza contestuale di molteplici diagnosi nello stesso soggetto. Tutto ciò, però, rappresenta una involuzione in termini di rigore scientifico rispetto ai risultati già raggiunti dalla psicopatologia classica, che pure era epistemologicamente carente secondo i criteri di Popper.

[5] Così, buttando l'acqua sporca della diagnosi categoriale col bambino della psicopatologia, si contribuisce al declino dell'immagine pubblica della disciplina. Ma la questione diagnostica è centrale anche all'interno, coinvolgendo l'identità stessa dello psichiatra catalogatore. Scrive Borgna:  

Una psichiatria che faccia a meno delle labili sonde della psicopatologia (…) , si trasforma in una glaciale somministrazione di sostanze farmacologiche o in una meccanica applicazione di metodologie riabilitative (…) Non c'è psichiatria, dunque, che possa fare a meno di una psicologia considerata nella sua inesauribile significazione di disciplina che abbia ad analizzare e a descrivere, a isolare e a tematizzare, i fenomeni (i segni) che riemergono dal fluire ininterrotto della vita psichica (op. cit.).

 

[6] “Non siamo stati in grado di trovare neanche un marker neurologico delle sindromi psichiatriche maggiori” (Mario Maj, presidente dell'Associazione Mondiale di Psichiatria [WPA] al congresso SOPSI nel febbraio 2006)

[7] http://digilander.libero.it/LaTerraSanta/lete/voci/dipetta6.html

 

[8] In realtà, anche la psicoanalisi è in crisi. Una crisi paradossale, va aggiunto, perché le basi concettuali della psicodinamica freudiana erano schiettamente positiviste, ma, proprio per questo, ancorate ad una visione energetica coeva alla sua fondazione e, quindi, assolutamente superata. Oggi alla psicoanalisi, oggetto di una critica particolarmente feroce nel paese in cui più di altri ha influenzato la cultura ed il comune sentire, la Francia (dove sono stati pubblicati Il libro nero della Psicoanalisi, a cura di Catherine Meyer, nel 2006, e Freud. Il crepuscolo di un idolo di Michel Onfray nel 2010) si contesta lontananza dai principi positivisti di controllabilità delle affermazioni. Gli analisti, attivando un procedimento inverso a quello della logica scientifica, usano i dati clinici quale strumento di verifica della validità delle assunzioni psicoanalitiche. L'utilizzazione arbitraria di interpretazioni e la passiva accettazione di presunte relazioni fra esperienze pregresse e comportamento attuale del paziente renderebbero, secondo i detrattori, priva di fondamento e tautologica la pretesa di utilizzare i dati clinici come strumenti di validazione delle ipotesi psicoanalitiche. La psicoanalisi, diceva Wittgenstein, è “una mitologia con molto potere” e le sue spiegazioni non offrirebbero che congetture, qualcosa cioè «che precede persino la formazione di una ipotesi ». Non ci sarebbe infatti «modo di mostrare che il risultato generale dell'analisi non potrebbe essere  ‘inganno’» (L. Wittgenstein, Lezione e conversazioni sull’etica). D'altra parte - si sostiene ancora - lo stesso « Freud non chiarisce mai come possiamo sapere dove fermarci, dove sia la soluzione giusta”.

 

[9] Katschnig, H, op. cit.

[10] Garattini, S., Trent'anni di psicofarmacologia, “Psichiatria di Comunità”; 7 : 200-203, 2008

[11] Barbato, A., Si accettano scommesse sulla sopravvivenza della psichiatria nel prossimo futuro, SOUQ, annuario 2010, 157-171

 

[12] Maj, M., Are psychiatrists endangered species?, “World Psychiatry, 9: 1-2,    Trad. it. Su “Didatticamente”, 10, 2010, al sito: http://issuu.com/pensiero/docs/didatticamente2_2010?mode=window&pageNumber=2

[13] Kuhn, T., La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Torino, Einaudi, 1999, p. 44

 

[14]  Per quanto Kuhn ritenesse non applicabile il concetto di “paradigma” alla medicina ed al diritto, molti autori, fra cui Sergio Piro (ma anche Sheff, Siciliani ed altri), hanno utilizzato i concetti di paradima e di “scienza normale” per designare l’opera di contrasto alla crisi del paradigma psichiatrico dominante (“ripulitura”) .

 

[15] Maj, M.,  op. cit.




permalink | inviato da tarantula il 25/9/2012 alle 9:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Aglio e Anarchia
post pubblicato in Libertà e Mercato, il 14 febbraio 2012

Amore, aglio e anarchia

Luigi Corvaglia

 

        

    

     
      Karl Kraus, uno dei più brillanti autori di quelle condensazioni semantiche note come aforismi, scrisse che “Un aforisma non è mai una verità: o è una mezza verità o è una verità e mezzo.” E’ l’aforisma perfetto! Vi si ritrova il senso, l’arguzia, il paradosso, la mezza verità e, ovviamente, la verità e mezzo. Ma la definizione migliore è forse quella di Nilt Ejam: “un aforisma è molto sfizio in poco spazio”. Esatto. Senza il gusto del bon mot o di una iperbole, una locuzione rimane un’osservazione, si mantiene al livello di semplice riflessione. Il successo degli aforismi risiede invece nel grottesco e nel paradosso oppure nella grande capacità condensativa di ampi principi filosofici e morali. Oscar Wilde, splendida mente di libertario, ne fece un’arte producendo schizzi di autocompiaciuta fatuità (“Amo molto parlare di niente. È la sola cosa su cui so tutto.” ) e umoristiche sentenze sulla virtù del vizio (“La moderazione è una cosa fatale. Nulla ha più successo dell'eccesso.").Nell’ambito del pensiero politico c’è un’idea che più di ogni altra si può gloriare di molti arguti aforismi: l’anarchismo. Ciò va detto ad onore dei pensatori anarchici, in grado di condensare principi e saperi in formule che, occupando poco spazio, producono molto sfizio. “L’anarchia è ordine”, ad esempio. Il motto, il cui gusto è nell’apparente paradosso, si deve all’uomo che per primo osò definirsi “anarchico” in senso positivo, cioè Pierre J. Proudhon. E chi non conosce lo slogan, sempre del tipografo di Becancon, “la proprietà è un furto”? La frase è sfiziosa, appunto, non c’è alcun dubbio, è breve e contiene una dose di verità che va dalla mezza unità all’unità e mezza. A disonore degli anarchici, però, va detto che molto spesso dei loro autori non conoscono più degli aforismi. Così ci sono sedicenti partigiani dell’anarchismo, alcuni perfino in grado di leggere e   scrivere, che sono convinti, sulla scorta di tale affermazione, che Proudhon fosse avverso al libero scambio. Qualche altro, capace di far di conto, sa che, venticinque anni dopo aver regalato alla storia ed ai fabbricanti di T-shirt quel motto, il francese si è prodotto in un’apologia della proprietà privata. Quest’ultimi, forti di tali rudimentali conoscenze, sono gli artefici della balzana teoria per cui esisterebbero due Proudhon l’uno contro l’altro armati corrispondenti al giovane anti-proprietarista e al maturo liberista. Questa gente può ben discorrere col personaggio dell’aforisma di Wilde, quello che ama parlare di niente, perché è l’unica cosa di cui sa  tutto. Pazienza. Se si fossero presi la briga di leggere qualche riga avrebbero capito che nel 1840 [1] l’autore rispondeva alla domanda “Che cos’è la proprietà?” e lo faceva da giusnaturalista, negando, proprio in quanto tale, l’idea che questa fosse un diritto naturale, concludendo che è invece un atto d’abuso e un pilastro dello sfruttamento. Nel 1865[2] non è avvenuto un cambio di prospettiva, ma di metodo. Lasciamo parlare il diretto interessato:
l’unica cosa che sappiamo della proprietà e per la quale possiamo distinguerla dal possesso è che essa è assoluta e abusiva; benissimo: appunto nel suo assolutismo, e nei suoi abusi, per non dire peggio, che dobbiamo cercare i suoi fini.[3]
“I suoi fini”. L’approccio non è più ontologico, bensì interessato all’utile. Poiché lo Stato, secondo e maggior pilastro dello sfruttamento, rappresenta un abuso ancora più grande, la piena sovranità che l’individuo ha su una porzione di materia può svolgere per questi una funzione difensiva. La proprietà è un contrappeso all’abuso statale. Proudhon, insomma, aveva già individuato con largo anticipo i rischi connessi ad una totale abolizione della proprietà privata. Tutto qui. Aveva perfino anticipato Ludwig Von Mises nell’evidenziare come senza libero mercato fosse impossibile definire il valore dei beni e provvedere alla loro allocazione, tutti problemi sui quali ogni tentativo di interrogare i devoti degli aforismi ottiene un cambio del discorso, magari un altro aforisma. Ci sono persone che confondono libero mercato e capitalismo. Quelle stesse persone che sembrano scandalizzarsi davanti a questa difesa della proprietà in funzione anti-statale, non si scompongono affatto davanti alla difesa dello Stato in funzione anti-capitalistica operate da alcune star dell’anarchismo internazionale come Noam Chomsky [4] o Hakim Bey. [5] Che accanto a quelle liberale e socialista nell'anarchismo esistesse anche un'anima statalista è acquisizione nuova e concetto che, oltre ad essere più tollerato del proprietarismo, gode anche del pregio dell'originalità.
        Un’altra formula di successo si deve a Michail Bakunin e ha per oggetto il precario equilibrio nel quale dimostrano di trovarsi i primi due principi della triade rivoluzionaria, Libertà, Eguaglianza e Fraternità, dacché la grande Madre del secolo dei Lumi partorì i loro tre figli bastardi: liberalismo, socialismo e anarchismo. Dice il russo:
La libertà senza il socialismo porta al privilegio, all’ingiustizia; e il socialismo senza la libertà porta alla schiavitù e alla brutalità.
Difficile dargli torto. Fra promesse marxiste di addio al regno delle necessità e promesse capitalistiche di libertà sempre meglio distribuite, l’unica profezia ad essersi avverata è quella dell’anarchico russo. Se, però, ci si riflette, si capisce come il mantenere questo equilibrio presupponga quello che Rocker definì “socialismo volontario”. In effetti, Bakunin è un collettivista, per quanto rigetti la centralizzazione e salvaguardi la proprietà dei frutti del lavoro individuale. La questione, dal punto di vista logico, si pone esattamente nel solco di ciò che lo psicologo Paul Watzlawick ha definito “confusione fra aglio e amore”[6]. Dice, infatti, la moglie delusa al marito: “se tu mi amassi veramente, mangeresti volontariamente l’aglio”. Il problema non è l’aglio o il socialismo, che possono piacere come no, ma che si pretenda da coloro i quali non apprezzano l’uno, l’altro o entrambi, che non solo si facciano somministrare la cosa in oggetto, ma lo facciano anche con piacere. E’ da chiarire che l’ingiunzione paradossale, cioè la pretesa d’imperio di qualcosa che dovrebbe essere spontaneo, è considerata una delle forme più patogene di comunicazione. Dietro questo noto aforisma, sulla cui assoluta veridicità in termini descrittivi nulla si può obiettare, è sottesa, invece, a livello prescrittivo, proprio la più estrema delle variazioni sul tema della confusione fra amore e aglio, cioè l’esortazione a comportarsi spontaneamente. Bakunin dice: “desideriamo la libertà e l’uguaglianza!”. Desideriamo l’aglio! Del resto, siccome “nessun uomo può emanciparsi altrimenti che emancipando con lui tutti gli uomini che lo circondano”, egli ordina ad ogni altro uomo “sii libero”, cioè, contraddittoriamente, “non farti ordinare nulla”.
             I due giganti dell’anarchismo, Proudhon e Bakunin, passarono molte notti a bere bicchieri di tè e tazze di caffè (i cultori degli aforismi sapranno che l’agitatore russo lo voleva “nero come la notte, dolce come l’amore, caldo come l’inferno”) e litigare proprio sui metodi di realizzazione della società libera. Il francese vedeva un’auto-organizzazione fra individui e gruppi diversi e compositi che avrebbe eroso gradualmente gli spazi della statualità, il russo una rivoluzione violenta che avrebbe sostituito la società della diseguaglianza con una nuova società senza classi (“La passione per la distruzione è anche una passione creativa”). Questa sorta di “socialismo volontario”, che in Petr Kropotkin diviene vero e proprio comunismo anarchico, necessita del presupposto di una antropologia benigna e caratterizza un po’ tutto l’anarchismo classico. Questo può quindi essere considerarato una laicizzazione del cristianesimo. Infatti, mentre i due primi elementi della triade rivoluzionaria, Libertà e Eguaglianza, si pretendono “diritti”, la Fratellanza è un imperativo etico, e su un imperativo etico si fonda niente più che una religione. Poteva ben dire Nietzsche che l’anarchismo è “platonismo per i poveri” (altro splendido aforisma). Questa concezione, oltre ad essere incongruente dal punto di vista logico, dimostra molte cose. La prima è che l’apparente equidistanza fra liberalismo e socialismo che lo slogan bakuniniano sembra palesare in superficie, si rivela assolutamente fallace, visto un netto sbilanciamento verso il collettivismo[7]. A dimostrazione del paradosso, il fatto che anche il rivoluzionario di Prjamuchino ha da proporre una sua triade rivoluzionaria, quella degli strumenti atti a  produrre la libertà nel socialismo e il socialismo nella libertà: “veleno, cappio e coltello”. A tal proposito ci viene in soccorso per mettere in evidenza l’aporia di questo ragionamento, l’aforisma dell’anarchico ultra-liberista David Friedman:
Ci sono solo tre modi per indurre gli altri a fare ciò che vuoi: l’amore, la forza, lo scambio.[8]
L’amore, di certo, funziona, ma, come la volontaria auto-somminitrazione di aglio, non può imporsi. Funziona solo con coloro i quali l’aglio già lo gradiscono. La forza funziona anch’essa. Veleno, cappio e coltello hanno gestito il mondo per tutto l’ ancient regime e, nei paesi in cui la proprietà è stata eliminata, anche oltre. Non si può comunque definire “anarchica” la condizione di infilare l’aglio giù per il gargarozzo ai recalcitranti. Rimane solo lo scambio, cioè l'accordo per cui A  acconsente ad aiutare B a realizzare il suo scopo se questi aiuta  A a realizzare il suo. L’idea che gli scopi e i gusti possano essere diversi non è, però, accettabile per chi ritiene che la felicità sociale stia in una ricetta uniforme e indiscutibile: aglio per tutti. Bakunin rigetta lo scambio e persegue i primi due sistemi, il primo, insufficiente, il secondo, incongruente.
George Orwell ha puntato bene su questo aspetto facendo anche notare la stretta connessione fra “amore” e “forza” quando ha scritto
L’opinione pubblica è meno tollerante di qualsiasi sistema di leggi. Quando gli esseri umani sono governati da un potere che impone loro di “non fare” questo o quello, possono concedersi una certa dose di eccentricità; quando sono governati, almeno in teoria, dall’ “amore” e dalla “ragione, l’individuo è sotto una continua pressione intesa a ottenere che si comporti e pensi esattamente come tutti gli altri[9].
Questa coercizione morale, vera forza che si impone sugli individui, che Bakunin, entro certi limiti, e Kropotkin, in toto, sembrano accettare, dimostra che una società senza stato non è necessariamente una società libera. Così, schiere di cultori dell’aforisma potranno anche mandare a memoria la verità e mezza contenuta nell’esortazione bakuniniana “Vuoi rendere impossibile per chiunque opprimere un suo simile? Allora, assicurati che nessuno abbia il potere”, ma si scorderanno che la comunità, lo collettività sono comunque un potere.
E’ qui che Proudhon viene fuori nella sua straordinaria attualità. Scevro da entusiasmo profetico, libero da abiti messianici, insensibile al fascino della fine della storia, egli propone un autogestione che si realizza mediante libere associazioni e liberi contratti. Qui non si cade, quindi, nella confusione fra amore e aglio. La società così concepita risulta costituita da una rete di liberi accordi mediante cui i singoli e le associazioni operaie (mutualismo), ma anche i gruppi sociali e gli enti locali (federalismo), si collegano fra loro regolando i propri interessi in piena autonomia. Proudhon abbraccia, cioè, la terza opzione proposta da Friedman, lo scambio. Aglio per chi lo vuole, alito fresco per gli altri.
Riguardo, poi, all'idea di costruire il comunismo sulla "fratellanza", Proudhon affermava che è come pretendere di "costruire la casa a partire dall'abbaiono". 
        Qualche conoscitore di aforismi non totalmente sprovveduto potrebbe, sulla scorta delle evidenziate comuni basi fra la concezione mutualista appena descritta e il liberalismo, ardire ad alzare la mano e denunciare in Proudhon uno sbilanciamento esattamente opposto rispetto a quello di Bakunin. Ciò sarebbe terribile ai suoi occhi, perché denunciare un ethos liberale implica denunciarne il “liberismo” e, tutti lo sanno nella sua classe, il liberalismo è "sfruttamento capitalistico". Il liberismo “estremo”, che poi sarebbe l'unico vero liberismo, infatti, è l’anarco-capitalismo di Murray Rothbard, una sorta di moloch per gli anarchici "di sinistra"[10]. Questo anarchico del primo banco però, potrebbe far bella figura solo in una classe differenziale. Infatti, l’equilibrio fra libertà e eguaglianza non viene da Proudhon ricercato in una statica sintesi fra i due elementi in antitesi, bensì, appunto, in un equilibrio dinamico, una tensione costante e irrisolvibile. La vita è così. Solo le cose morte sono date e finite. La miglior metafora è quella dell’equilibrista la cui asta si muove in su e in giù in modi apparentemente casuali, ma invece dettati dalle sempre mutevoli contingenze e che, se fossero fissati in anticipo, farebbero rovinare a terra il funambolo. Nessuna palingenesi. "Le antinomie - diceva Proudhon - non si risolvono più di quanto non si distruggano le polarità opposte di una pila elettrica". L’ “autogoverno dei produttori” costituisce, quindi,  un socialismo pluralista decentralizzato, cioè un sistema di equilibri in cui ognuno ottiene gli stessi vantaggi in compenso degli stessi servigi. Un sistema essenzialmente “egualitario” e “liberale”. Anni dopo sarà Francesco Saverio Merlino a esprimersi in termini simili. Il socialismo, diceva Merlino, è la condizione di eguaglianza nell’accesso al credito ed ai mezzi di produzione senza che i “capitalisti”, intesi qui come una casta politica innervata allo stato, impediscano la libera concorrenza e producano monopoli legali e rendite parassitarie. E’ questa un’ottica in cui il socialismo non è affatto rovesciamento del liberalismo, bensì suo superamento.[11] Con buona pace dei fautori dello sbilanciamento.  Le stesse cose poteva dire nel suo Paese, e con minor scandalo, il direttore di “Liberty”, Benjamin Tucker, anarchico statunitense tenacemente attaccato alla sua definizione di "socialista”. 
          Quanto all’anarco-capitalismo rothbardiano, un'ideologia politica che propone l'abolizione dello Stato e la sua sostituzione col libero mercato, il fatto che questi filo-capitalisti considerino Proudhon un nobile riferimento non implica la totale comunanza di vedute. E’ chiarissimo che l’anarco-capitalismo ribalta la concezione della proprietà del francese. Quest'ultimo, considerandola un abuso, la concepisce come un mezzo. I fini sono quelli di garantire la libertà e l'equità.  Quelli, gli anarcocapitalisti "ortodossi", considerandola un diritto naturale, della sua difesa fanno  un fine. Nella concezione libertarian, infatti, la sacralità attribuita alla proprietà comporta conseguenze discutibili per cui, se un monopolio nasce da una proprietà legittimamente acquisita o se il proprietario costituisce sulla base di legittime acquisizioni un dominio illiberale (volesse, cioè, obbligare tutte le pertinenze umane della sua proprietà - ad esempio gli individui che compongono la popolazione della sua città privata - ad una dieta a base di aglio), esso andrebbe comunque difeso dall’eventuale gruppo di “banditi” che ritenesse di ricostituire condizioni di maggiore equità. Questo "liberismo" si è scollato dal "liberalismo" e corre da solo. La parentela fra la visione mutualista di derivazione proudhoniana e l’anarco-capitalismo “classico” è, quindi, non strettissima. Ne è un esempio il seguente stralcio di un neo-mutualista contemporaneo, Kevin Carson,  esponente dell' "ala sinistra" di quella galassia "liberale" che viene  stigmatizzata come amica del capitale da coloro i quali, nutriti ad aforismi, continuano a confondere libero mercato e capitalismo:
Il capitalismo, venuto su come una nuova società di classe direttamente dalla vecchia società di classe del Medioevo, è stato fondato su un atto di rapina, tanto massiccio quanto la precedente conquista feudale della terra. E 'stato sostenuto fino ad oggi dall’ intervento dello Stato che continua a proteggere il suo sistema di privilegi, senza il quale la sua sopravvivenza sarebbe inimmaginabile.[12]
Questi periodi  sembrano estrapolati da un pamphlet di uno qualunque degli attivisti che si disperdono lungo lo spettro che va dal comunismo anarchico più retrò all’insurrezionalismo più à la page. Tutta gente che prende sul serio la frase del buon vecchio dandy “La moderazione è una cosa fatale. Nulla ha più successo dell'eccesso”. Eppure, i noti ripetitori di aforismi, che non sempre si vergognano di accompagnarsi ad esponenti della destra identitaria più retriva e xenofoba, cui sono accumunati dall’odio per la globalizzazione liberale e per la modernità borghese[13], palesano spesso un atteggiamento di scandalo dinanzi a chi si pone con mente aperta e disposizione sperimentale a maneggiare la scottante materia del libero scambio. Chiunque si confronti col pensiero liberale, più che eretico è un paria, un intoccabile colpevole di abiuria. Un’enciclopedia online ha coniato a tal fine la definizione di pseudoanarchico. E’, insomma,  un revisionista, quando non un anarco-capitalista sotto mentite spoglie. Questi pretenzoli dell' A cerchiata devono aver letto qualche aforisma critico di Noam Chomsky[14] ignorando che il noto linguista si definisce comunque “fondato nel pensiero liberale delle origini”. 
          Insomma, i libertari sembrano talvolta distribuire patenti di anarchismo in base all’aderenza delle altrui dichiarazioni con il proprio bagaglio di aforismi. Talvolta, addirittura, con la ortodossia - in termini aforistici, s’intende - delle loro frequentazioni. Sulla logica di questo tipo di giudizi è lecito nutrire qualche dubbio. Mefistofele, che Goethe vuole “parte di quella forza che persegue costantemente il male e realizza sempre il bene”, non si potrebbe certo definire personaggio dalle buone frequentazioni. Dove alloggia lui sono rare. Ma da quello zolfo, dice il grande tedesco, vengono buone cose. Da notare, piuttosto, che Giuda Iscariota frequentava, si dice, persone irreprensibili.
       In conclusione, se si abbandonasse qualche catechismo polveroso, si potrebbe anche azzardare qualche ardita idea. “E' ricercando l'impossibile che l'uomo ha sempre realizzato il possibile”. E’ di Bakunin.
 

 [1] Proudhon, P.G., Che cos’è la proprietà, Laterza, Bari, 1978
[2] Proudhon, P.G., La teoria della proprietà, Seam, Roma, 1998
 
[3] Cit. in Terglia, E., PropriSetà e anarchia in Proudhon, Edizioni La baronata, Lugano, 2007, pag. 19
 
[4] L’ideale anarchico, qualunque sia la sua forma, ha sempre aspirato, per definizione, verso uno smantellamento del potere statale. Io condivido questo ideale. Eppure, esso entra spesso in conflitto diretto con i miei obiettivi immediati, che sono di difendere, ossia rinforzare certi aspetti dell’autorità dello Stato. Oggi, nel quadro della nostra società, credo che la strategia degli anarchici sinceri debba essere di difendere certe istituzioni dello Stato contro gli assalti che subiscono, pur sforzandosi di costringerle ad aprirsi a una partecipazione popolare più ampia ed effettiva. (http://www.ecn.org/contropotere/press/298.htm )
 
[5] Bey’s anti-globalization ideology goes as far as to set up a facile opposition between globalization (‘sameness’) and the nation-state (‘difference’???). Bey states: “Like religion, the State has simply failed to ‘go away’ — in fact, in a bizarre extension of the thesis of ‘Society against the State,’ we can even reimagine the State as an institutional type of ‘custom and right’ which Society can wield (paradoxically) against an even more ‘final’ shape of power — that of ‘pure Capitalism.’” (http://theanarchistlibrary.org/HTML/Anonymous__The_Continuing_Appeal_of_Nationalism_among_Anarchists.html )
 
[6]  Watzslavick, P., Istruzioni per rendersi infelici, Feltrinelli, Milano, 1984,
 
[7] Su tali aspetti, autori libertari capaci di andare oltre gli aforismi hanno puntato la loro attenzione critica. Michel Onfray, ad esempio, scrive:
Bakunin si differenzia da Marx per i soli mezzi, non per i fini. Nei due pensatori si ritrova lo stesso sacrificio alla teleologia, all’ottimismo, la stessa credenza hegeliana nella possibilità di una fine e di un compimento della storia, un’identica comunione nell’odio per la proprietà privata ereditato da Rousseau, dal quale entrambi prendono in prestito la loro critica della modernità, il loro ridicolo discredito gettato sulla tecnica. Ambedue credono all’uomo totale, liberato dalle sue alienazioni per il semplice fatto di muoversi in una società senza classi. Conosciamo la storia (“La politica del ribelle”, ponte delle Grazie, 1998, Milano, pag. 92)
Massimo La Torre, da parte sua, dice
Duole dirlo, ma in Bakunin si ritrova una critica della democrazia e del parlamentarismo simile a quella antimoderna e antiegualitaria del romanticismo politico. (Ragionare, discutere, agire pubblicamente, negoziare (II)
"Una Città"n. 88 , Settembre 2000
 
[8] Friedman, D., L’ingranaggio della libertà, Liberilibri, Macerata, 1997, pag. 36
 
[9] Cit. in Woodcock, G., L’anarchia. Storia delle idée e dei movimenti libertari, Feltrinelli, Milano, 1977, pag. 73
 
[10] Rothbard, M., Per una nuova libertà. Il manifesto libertario, Liberilibri, Macerata, 1996
 
[11] Merlino, F. S. , Pro e contro il socialismo, Esposizione critica dei principi e dei sistemi socialisti, Milano, 1987, p. 41
 
[12] Cit. in Sheldon, R., Libertarian Left. Free-market anti-capitalism, the unknown ideal, American Conservative,http://www.amconmag.com/blog/libertarian-left
 
[13] Fraqueille, M., A destra di Porto Alegre, in Libertaria, 1-2004, 24-37
 
[14][Ad esempio “L'anarcocapitalismo, secondo me, è un sistema dottrinale che, se mai implementato, porterebbe a forme di tirannia e oppressione che hanno pochi uguali nella storia dell'umanità”
Una madre può solo sbagliare.
post pubblicato in Cultura, il 19 marzo 2011

Una madre può solo sbagliare.

(Ovvero come dimostrare la mia patologia).

 

Luigi Corvaglia

   

 “Vive la difference!”, dicono i francesi quando gli si fa notare che fra uomo e donna esiste solo una piccolissima differenza. Gli psicoanalisti non sembrano pensarla così. Scrive, ad esempio,  Violaine Guèritault [1] che “Freud concepiva la donna come una brutta copia dell’uomo, completamente e inesorabilmente ottenebrata da complesso di castrazione”.  Non esagera. La condizione della donna, infatti, per il padre della psicoanalisi, è indelebilmente condizionata dal desiderio inappagato del pene, che la descrive e la identifica quale oggetto incompleto. Colpa della “difference”. Scrive Lacan che “il sesso femminile ha un carattere di assenza, di vuoto, di cavità, che lo rende meno desiderabile di quello maschile”[2]. Non mi sento troppo lacaniano riguardo quest’ultima affermazione. Voglio comunque sottolineare che la dannazione dell’assenza, per la psicodinamica, comporta ben altri ed irrimediabili guasti oltre il non gradimento di Lacan per la vagina. E’, infatti, dogma di fede psicoanalitica che è proprio alla mancanza del fallo che si deve lo scarso contributo femminile “alle scoperte e alla invenzioni della civiltà”[3]. Madame Curie era probabilmente afflitta da un complesso di mascolinità. Sempre l’idea di una mannaia primordiale delle parti basse comporta l’ “ostile animosità delle donne nei confronti dell’ uomo” così come il loro “scarso senso di giustizia e il prevalere dell’invidia nella vita psichica” che, si sa, sono inconfutabili ed universali verità. Non si pensi, però, che la psicoanalisi ortodossa ritenga  la donna sempre seconda nella competizione con l’uomo. Assolutamente no. Per esempio, nel taglio e nel cucito è inutile che l’uomo si provi a mettersi  a confronto con le mutilate. Non c’è sfida. Le donne, infatti, sono imbattibili nell’arte tessile a causa dell’ “invidia del pene” e della vergogna per la sua  mancanza. La tendenza al cucito, infatti, nasce proprio dall’esigenza di creare dei tessuti per coprire l’orrida ferita, il vuoto dopo il furto [4]. Il discorso, è il caso di dire, non fa una piega.

E il desiderio di maternità? Sembra piuttosto chiaro a chiunque non si faccia legare dai lacciuoli del pensiero logico, pardòn, cosciente,  che si tratti nient’altro che di una sostituzione. Basta scambiare il bambino con il pene ed il gioco è fatto. In altri termini, una donna vuole un figlio per rimpiazzare un pene che non avrà mai. Francoise Dolto, che per decenni è stata la psicoanalista più rispettata di Francia, quindi del mondo, lo ha chiarito, del resto, molto pene, ehm, bene (sapete come sono questi lapsus..). La Dolto, infatti, scrive che alla scoperta della menomazione, la bambina capisce che sarà madre. Ecco, allora, che gioca con le bambole. Nelle sue parole, “La bambola è, per la bambina, il feticcio del pene mancante”. Del resto, il padre, che spesso si sente messo da parte dalla madre di suo figlio  a favore di questi, ha la sensazione “che il feto riesca a possedere la donna in modo più profondo e più a lungo di quanto egli potrà mai fare nel coito[5]”. E’ qui che emerge in tutta la sua virulenza la perversione materna. La madre preferisce giocare col suo pene piuttosto che con quello del suo uomo. L’atteggiamento materno, infatti, altro non è se non un modo mascherato di manifestazione del proprio potere tramite la manipolazione del feticcio. Ciò, tra l’altro, avviene con grave danno per lo sviluppo del figlio:

 Una donna non può essere “materna”, e quindi dare perché si sviluppi, se non quando vive una relazione soddisfacente con il padre di suo figlio [6].

  Per fortuna, il padre riesce talvolta a salvare il bambino, riuscendo a rompere il rapporto preferenziale madre-figlio e divenendo modello per la crescita e lo sviluppo di quest’ultimo.

Insomma, per sfuggire all’angoscia del vuoto inguinale, la donna necessita di diventare madre. Eppure, scrive Freud, proprio quando la donna diventa madre, diventa nevrotica. “Qualunque cosa facciate, signora, sbaglierete!”, avrebbe decretato il vecchio rivolgendosi ad una giovane ed attonita madre. La sentenza era stata emessa. Da quel giorno fu chiaro che tutto quanto di negativo potesse accadere nella famiglia, la causa si sarebbe dovuta cercare in quell’essere monco, in quell’uomo incompleto. Si inaugurò la stagione del senso di colpa delle madri. Schematizza Gérard Zwang, nel tentativo di mostrare che in psicoanalisi non c’è via di scampo,  che se il  bambino è molto coccolato, lo si  rafforza nella libido incestuosa e nel narcisismo, ritardando la formazione del SUPER IO. Se, invece, si è rigidi nell’educazione, la madre è definita “castrante” e fa insorgere un SUPER IO eccessivo. Se l’attaccamento alla madre è troppo forte, favorirà l’omosessualità del ragazzo. Ma qui anche un padre troppo bonario, comunque, impedirà che si sviluppi l’identificazione col genitore maschio, favorendo anch’egli l’omosessualità. Al contrario, un’educazione fatta di sanzioni e affettività condizionata porta guai. Infatti, la sculacciata incrosta la libido sulle parti posteriori, il che spiega il legame fra omosessualità e paranoia, e la minaccia di sottrazione d’amore provoca un doloroso trauma che aggrava il masochismo primario (o secondario). Una madre che tende a sminuire il bambino lo spingerà verso l’omosessualità. Quella che ostacola la sessualità della figlia, invece, la renderà ribelle al marito. Simile la binarietà per l’allattamento ( se il bambino viene allattato al seno, il legame con la madre sarà difficile da sradicare e, quindi, traumatico lo svezzamento; se invece sarà allattato col biberon, non potrà strutturare la sua fase orale a contatto col seno materno e tutta la sua vita futura sarà segnata da questa frustrazione) o la localizzazione della culla (in camera con i genitori, porta all’assistere alla “scena primaria” – il sesso fra i genitori - e la vista della menomazione del sesso materno farà cadere il bambino nell’ “angoscia di castrazione”; se il bambino dorme in camera sua, patirà la separazione e capirà che quella donnaccia lo tradisce col padre). Non c’è scampo. Come la fai, la sbagli. Ciò permette una lettura a posteriori in grado di spiegare a ritroso ogni cosa. Se un omosessuale ha avuto genitori rigidi è colpa loro, se aveva genitori troppo affettuosi, è colpa loro. Non è possibile smentire una teoria siffatta.

Sono stati, comunque,  gli adepti del culto analitico  posteriori a Freud a perfezionare la colpevolizzazione dei genitori e, soprattutto, della madre. Il primo posto in quest’opera se la contendono Frieda Reichmann, cui si deve il concetto di “madre schizofrenogena” che ebbe il suo quarto d’ora di celebrità, e Bruno Bettelheim, il quale, prima di essere smascherato come un impostore e seviziatore di infanti [7], fu il guru della teoria dell’autismo infantile causato dalle madri. Quest’ultimo, scrisse nel suo libro La fortezza vuota:

 In questo libro, io sostengo, dall’inizio alla fine, che il fattore che fa precipitare il bambino nell’autismo è il desiderio dei suoi  genitori che egli non esista [8].

  Il vero problema, però, sarebbe che le madri vorrebbero fare dei loro figli dei figli “perfetti”. Osserva, infatti, J. Louise Despert, parlando della teoria di Bettelheim,

 Queste madri iperintellettuali e anaffettive, spiegava, cercano la pienezza nelle sfere intellettuali piuttosto che nei contatti umani [9].

 Poco importa, quindi, che queste madri appaiano normali, anzi, spesso, brillanti e sinceramente affettuose coi propri figli. In psicoanalisi è efficace strumento autoconfimatorio tanto osservare quel che si vede, se ciò  combacia con le proprie teorie, quanto, se ciò che si osserva contrasta con la costruzione ideologica freudiana, affermare che ciò che si vede è solo una copertura di ciò che non si vede, ma che si sa ben descrivere come qualcosa che conferma la teoria. J. Edgar Hooder, il fondatore dell’FBI, quando aveva deciso di mettere sotto controllo il telefono di una persona accusata di sovversione, usava preparare due profili, uno dal titolo ‘sovversivo’ – nel caso in cui le conversazioni ascoltate fossero compromettenti – e un altro intitolato ‘sovversivo astuto’– nel caso in cui non lo fossero. E’ un meccanismo efficiente ed implacabile. Perfino la scoperta, fatta dopo il suo suicidio, che Bettelheim fosse un millantatore, un imbroglione, un falsificatore di dati scientifici e un violento proprio con i bambini, non sembra aver scosso la fiducia nella sua teoria. Infatti, alcune sue frasi hanno campeggiato a lungo su un cartellone nell’asilo comunale frequentato da mia figlia. Come una religione, o un delirio, la psicoanalisi è teoria plastica e impermeabile alla critica.

Più sopra si è visto, facendo riferimento all’educazione genitoriale, come qualunque sia lo stile scelto, esista l’inghippo, rendendo, di fatto, inutile ogni discorso in merito. Ora, invece, quest’altro aspetto relativo alla  impossibilità di falsificare la teoria è realmente esemplare del culto fideistico, come chiaramente espresso da Karl Popper. Questi, avvicinatosi in gioventù al marxismo, alla psicoanalisi freudiana, poi alla psicologia analitica di Adler, a un certo punto cominciò ad avvertire che  

 ….queste altre tre teorie, pur atteggiandosi a scienze, erano di fatto più imparentate con i miti primitivi che con la scienza e assomigliavano più all'astrologia che all'astronomia. Riscontrai che i miei amici, ammiratori di Marx, Freud e Adler, erano colpiti da alcuni elementi comuni a queste teorie e soprattutto dal loro apparente potere esplicativo. Esse sembravano in grado di spiegare praticamente tutto ciò che accadeva nei campi cui si riferivano. Lo studio di una qualunque di esse sembrava avere l'effetto di una conversione o rivelazione intellettuale, gli occhi su una nuova verità, preclusa ai non iniziati. Una volta dischiusi in questo modo gli occhi, si scorgevano ovunque delle conferme: il mondo pullulava di verifiche della teoria. Qualunque cosa accadesse, la confermava sempre. La sua verità appariva perciò manifesta; e, quanto agli increduli, si trattava chiaramente di persone che non volevano vedere la verità manifesta, che si rifiutavano di vederla, o perché era contraria ai loro interessi di classe, o a causa delle loro repressioni tuttora 'non analizzate' e reclamanti ad alta voce un trattamento analitico. L'elemento più caratteristico di questa situazione mi parve il flusso incessante di conferme, di osservazioni che 'verificavano' le teorie in questione; e proprio questo punto veniva costantemente sottolineato dai loro seguaci. [10]

  Più oltre si racconta un episodio accadutogli personalmente con Adler:  

 Una volta, nel 1919, gli riferii di un caso che non mi sembrava particolarmente adleriano, ma che egli non trovò difficoltà ad analizzare nei termini della sua teoria dei sentimenti di inferiorità, pur non avendo nemmeno visto il bambino. Un po' sconcertato gli chiesi come poteva essere così sicuro. 'A causa della mia esperienza di mille casi simili' egli rispose; al che non potei trattenermi dal commentare: ”e con quest'ultimo, suppongo, la sua esperienza vanta milleuno casi”. [11]

 Insomma, la teoria si conferma da sola. In definitiva, una teoria che non può essere falsificata, perché “si scorgono ovunque delle conferme”, perchè “qualunque cosa accada, la teoria si conferma sempre”, come le intercettazioni di Hoover confermano sempre la sovversione,  spiega praticamente tutto, quindi non spiega niente. Per essere valida, una teoria deve consentire in linea di principio di derivare conseguenze falsificabili. Ciò che non è falsificabile in potenza, non è neppure verificabile. E’ verificabile la sovversività del sovversivo “astuto”? E’ forse falsificabile un precetto di fede? Forse che l’analisi spettrometrica di un’ostia consacrata può invalidare il “fatto” che questo sia corpo e sangue di Gesù? Ecco perché la transustanziazione non è una teoria scientifica, ma un articolo di fede, mentre quella della terra piatta era un’ottima teoria scientifica, perché potenzialmente – e poi di fatto – falsificabile dalle evidenze contrarie. Affermazioni come “le donne cuciono per nascondere la mancanza del pene” o “il fattore che fa precipitare il bambino nell’autismo è il desiderio dei suoi  genitori che egli non esista” non sono dotate di questa potenziale falsificabilità.  Come fare a criticare la psicoanalisi se ogni critico è visto come “persona che non vuole vedere la verità manifesta a causa delle sue repressioni tuttora 'non analizzate' e reclamanti ad alta voce un trattamento analitico”? Come nel delirio paranoico, ogni confutazione conferma la teoria da confutare! Delle osservazioni psicoanalitiche, infatti,  Popper scrisse che

 Non c'era alcun comportamento umano immaginabile che potesse contraddirle. Ciò non significava che Freud e Adler non vedessero correttamente certe cose: personalmente non ho dubbi che molto di quanto essi affermano ha una considerevole importanza, e che potrà svolgere un suo ruolo un giorno, in una scienza psicologica controllabile. Ma questo non significa che le 'osservazioni cliniche', che gli analisti ingenuamente consideravano come conferme delle loro teorie, di fatto confermino quest'ultime più di quanto facessero le conferme quotidiane riscontrate dagli astrologi nella loro pratica [12] . 

 Mi sento quindi di confortare le mamme. Fino a che qualcosa di più dell’altezzosità che vuol bastare a se stessa non riuscirà a dimostrare che un bambino è un pene – ovvero fintanto che  le “dimostrazioni” saranno infalsificabili come la sovversione del “sovversivo astuto”– non dovranno preoccuparsi. Poco importa se, con questa disquisizione tesa a negare la validità epistemologica della teoria, secondo i processi logici psicodinamici, avrò dimostrato la mia "repressione" non ancora "analizzata" che "reclama un trattamento analitico". Del resto, come diceva con leggera ironia l’ “apostata” psicoanalitico  Woody Allen: "Ho lavorato a lungo col dottor Freud. Poi abbiamo litigato sul concetto di invidia del pene. Lui voleva limitarlo alle donne…." 


1. Gueritault V., Madri sempre colpevoli, in AA.VV., Il libro nero della psicoanalisi, a cura di C. Meyer, Fazi Editore, 2006, pag. 342

2. Lacan J., lezione del 21 marzo 1956, in Il seminario. Libro III. Le psicosi (1955-56), a cura di G. Contri, Einaudi, Torino, 1985

3. Freud S., Il tabù della verginità, in Contributi alla psicologia della vita amorosa (1910-1917), in Opere, vol. VI, Milano, Einaudi, 1974, pag. 445

4. Gueritault V., op.cit., pag. 343

5. Dolto F., Les Chemins de de l'éducation, Parigi, Gallimard, 1994, p.69

6. ibidem

7. Pollak R., Bettelheim l'impostore, in AA.VV., Il libro nero della psicoanalisi, a cura di C. Meyer, Fazi Editore, 2006, pp. 363-373

8. Bettelheim B., La fortezza vuota. l'autismo infantile e la nascita del sé, Garzanti, Milano, 1976

9. Despert J. L., Reflections on Early Infantile Autism, citato in Gueritault V., op.cit., pag.355

10.Popper K.R., Congetture e confutazioni, trad. it. di G. Pancaldi, Il Mulino, Bologna, 1972, pagg. 63-66

11. ibidem

12. Popper K.R., Postscritto alla Logica della scoperta scientifica, Saggiatore, Milano, 1984, Vol. I: Il realismo e lo scopo della scienza.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. psicoanalisi luigi corvaglia

permalink | inviato da tarantula il 19/3/2011 alle 15:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Sfoglia settembre       
il mio profilo
tag cloud
links
calendario
cerca